Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

Cosa accade quando si dice “sei cattivo” ad un bambino?

 

 

 

 

 

 

Le pagine che seguono sono un estratto del libro intitolato

Perché le persone fanno ciò che fanno?

 

Cliccando sul titolo si può leggere l’indice del volume

 

 

 

 

 

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La svalutazione è un’azione violenta, anche se non espressa sul piano fisico, ma è particolarmente grave quando non è indirizzata verso persone distruttive ed è tale soprattutto quando è indirizzata verso i bambini.

Dire “sei cattivo” ad un bambino (in tutte le sue varianti possibili) costituisce un’azione molto frequente di cui in genere si sottovalutano gli effetti. Questa particolare svalutazione è molto più devastante di uno schiaffo, o di una punizione, o di una critica dura ad un comportamento. Tale aggressione verbale svalutante implica l’idea che nel bambino ci sia “qualcosa” di intrinsecamente ”sbagliato”, tanto forte da determinare il suo comportamento, di cui egli è però responsabile e per cui è rifiutabile. La cosa davvero intollerabile dell’espressione “sei cattivo” rivolta ad un bambino è quindi l’implicazione che egli non sia accettabile a causa di qualcosa che lo rende la persona che è. Se siamo “cattivi”, siamo in una situazione terribile: non possiamo farci niente (perché “tali siamo”), ma dovremmo farci qualcosa per non essere “colpevoli”.

 

L’idea (decisamente bizzarra) di essere qualcosa e di non dover essere ciò che si è, a mio avviso si è radicata nel pensiero umano solo perché viene accettata più o meno da tutti nell’infanzia in seguito alle espressioni svalutative dei genitori.

Il bambino, non potendo rinunciare alla sua relazione con la figura di accudimento, accetta di “avere in sé un mostro” che inquina la sua identità. Non avendo una propria autonomia psicologica, egli non può tollerare la solitudine costituita dal fatto che l’altra persona non sta realmente interagendo con lui, ma sta dicendo cose strane per conto suo. Il bambino evita di sentire questa solitudine modificando la propria identità in costruzione e inserendovi qualcosa di negativo a cui non può opporsi (perché è un aspetto della sua “natura”) e a cui comunque deve opporsi, essendo egli responsabile (“colpevole”) di ciò che tale “natura” lo induce a sentire e a fare.

Le persone che nella vita adulta continuano ad aver paura dell’inferno, inteso come luogo in cui saranno punite per la loro malvagità, possono rassicurarsi in un solo modo: riconoscere che all’inferno hanno già passato i primi anni della loro vita e per questo, qualsiasi eventuale vita dopo la morte sarà in ogni caso migliore.

 

La frase “se picchi tuo fratello ti darò una sberla che ti convincerà a comportarti come si deve” è un’aggressione ed una minaccia, ma mette in discussione solo ciò che il bambino ha fatto e permette al bambino di sentirsi comunque riconosciuto e anche protetto in una relazione a condizione che si comporti in un certo modo. La frase “sei cattivo con tuo fratello” implica invece qualcosa di storto, corrotto, sbagliato nella natura stessa del bambino: egli “è” cattivo, “ha” qualcosa di malvagio, agisce di conseguenza perché tale è la sua natura, ma in ogni caso non verrà giustificato.

Il bambino svalutato e definito “cattivo” da un genitore, deve quindi sforzarsi di agire in modo tale da contraddire ciò che è; deve odiarsi e opporsi a sé per agire come agirebbe se fosse un altro con la speranza di essere accettato annullandosi e diventando un’altra persona (un bambino “buono”). Imboccando questa strada, il bambino si pensa come cattivo, si impegna a “cambiare la propria natura cattiva”, ma si dedica a questa missione con l’intima convinzione di non poter altro che fallire.

Egli si sente condannato (“dannato”): deve convivere con qualcosa che fa parte di sé, ma che non è “accettabile”. Deve “liberarsi di ciò che è”, deve credere (con scarsa convinzione) di poterlo fare per illudersi di venire prima o poi accettato, ma deve anche odiarsi finché non si sente buono per sentirsi almeno “visto” o “capito” dai genitori.

 

Voglio riportare una seduta in cui una cliente, che chiamerò Renata, è riuscita a chiarire che autosvalutandosi aveva sempre mantenuto (illusoriamente) un legame brutto con la madre, perché tale legame era più sopportabile dell’inconsistenza della relazione.

 

R. Questa settimana, negli ultimi giorni ho dovuto combattere un po’ con certi pensieri su di me che mi procuravano delle brutte sensazioni.

Dopo uno scambio di opinioni con la direttrice del negozio che mi ha trattato con un tono altezzoso, pur restando convinta delle mie ragioni ho avuto dei “dubbi” su me stessa che mi arrivavano come coltellate. Non erano dei veri dubbi, ma erano pensieri del tipo “non sei buona a niente e quindi …vaffanculo”.

Mi ha disturbato anche l’immagine di una bambina con cui finivo per identificarmi, ed era una bambina rigida, forse morta. Non soffrivo moltissimo perché ero un po’ “distante” da quell’immagine, ero osservatrice, pur sentendo che mi riguardava.

Mi sono un po’ distolta da quell’immagine quando, leggendo un romanzo, mi sono calata in una scena descritta con molta dolcezza, nella quale un cucciolo di gatto molto debilitato e malato, si riprendeva mentre la sua padrona lo teneva fra le mani e lo accarezzava. Lì mi sono detta “povera cucciolina”. Questa è una novità: in passato ero abituata a dirmi solo “vaffanculo”. Quindi, qualcosa sta cambiando, ma continuo ad avere pensieri e sentimenti svalutanti. Ho anche capito bene fin dall’inizio che con quei pensieri stavo trafficando con vecchie sensazioni o vissuti non ancora digeriti, ma un certo stato d’animo depressivo mi è rimasto, anche se meno ingombrante di quello a cui ero abituata in passato.

 

Questa comunicazione iniziale riassume alcuni pensieri che hanno da sempre spadroneggiato nella testa di Renata. Il concetto di “buona a niente” è una svalutazione totale, che riguarda l’intera persona, anche se si origina da un dubbio sulle competenze in ambito lavorativo.

Se mi fossi limitato a sottolineare l’irrazionalità della svalutazione e del rifiuto avrei solo fatto un “ripasso” di temi già conosciuti. Quando in analisi si cerca di lavorare su pensieri irrazionali non ci si limita a chiarire che sono irrazionali, ma anche che sono attivamente prodotti dalla persona e che sono “messi in circolazione” per uno scopo.

I modi di lavorare su un processo mentale irrazionale (e quindi di interrompere o ridurre gli effetti emotivi di questa attività) sono infiniti e quello (un po’ rischioso) da me scelto in questa seduta è semplicemente uno dei tanti ed in particolare uno di quelli che uso raramente. Non avrei scelto tale espediente se Renata non avesse da tempo consolidato con me un rapporto di fiducia anche sul piano personale.

 

GF. Immagina che io ti dica che sei una cliente pesante, faticosa, frustrante e quindi “che non vali niente” come persona. Immagina poi che concluda così “siccome sei una cliente difficile, vaffanculo”.

R. (!) … Sarebbe brutto. Potrei reagire in due modi. Potrei concordare con te e stare male. Potrei anche ribellarmi e cercare di dimostrare che non sono la schifezza che pensi. In realtà non cercherei di convincere te, ma di convincere me … dato che, di fatto, sarei già convinta di non valere niente.

In entrambi i casi tenderei a sentire che hai ragione.

GF. E cosa ci guadagneresti a prendere per buona questa stronzata e a provare quindi uno stato d’animo depressivo? Perché non prendere in considerazione l’idea che io sia impazzito?

R. Se sei impazzito … non c’è più rapporto. Ecco! Se resto depressa qualcosa continua. C’è ancora un legame.

GF. Allora tutta questa storia non verte sulle tue capacità e sui tuoi limiti in negozio o nelle sedute e nemmeno sul valore di te-persona, ma solo sulla presenza o assenza di legami affettivi. La preoccupazione sulla tua “inadeguatezza” ti scollega dal dolore di un legame che non c’è più: tu arrivi qua, speri di trovare Gianfranco e invece Gianfranco è “morto”. Al suo posto c’è un sosia che sragiona. Quello che conoscevi è scomparso. Il legame si è spezzato. Che effetto ti fa questa situazione se non ti distrai deprimendoti?

R. (!) … è doloroso.

GF. Se ti senti una trentenne sei triste e se ti senti una bambina sei terribilmente sola.

R. Allora … allora è questo il punto in cui il mio vecchio bisogno di una madre incasina i legami di oggi.

GF. Bingo! Ci siamo! Infatti, nella realtà reale, quella del mondo dei grandi, quella in cui vivi, le tue preoccupazioni sono delle vere fesserie. Il tuo vissuto è una cosa seria, ma il tuo tormento autodistruttivo è solo un tappo che copre la cosa seria, delicata e profonda. Scusa, ma se io ti proponessi di fucilare in massa le persone che “non sono buone a niente” (bambini, vecchi, malati terminali, ecc.) mi offriresti il tuo appoggio o mi combatteresti? E se teorizzassi che x non vale niente perché non è bravo in matematica e y non vale niente perché non sa cantare, sottoscriveresti le mie affermazioni?! Queste fesserie le prendi, invece, come un mantra per le meditazioni quando riguardano te. Per te fai valere una logica nazista, anche se sei di sinistra. Due pesi e due misure. Tutto questo casino serve solo ad una cosa: ad illuderti di poter prendere tempo. Ti aspetti una catastrofe eventuale dovuta a qualche tua colpa e cominci a darti da fare per dimostrare che sei quasi un cesso, ma non del tutto. Insomma c’è tempo e forse c’è speranza.

La realtà è invece che per quel vecchio e serissimo bisogno che senti ancora, non c’è alcuna speranza. Non perché nessuno possa amarti più di quanto ha fatto tua madre, ma perché non sei più piccola e l’amore oggi ti può gratificare, ma non ti può fare l’effetto “vitalizzante” o “rassicurante” che ti avrebbe fatto quando eri bambina. Con i sintomi ti prendi a calci, ma in una misura stabilita da te. Sulla morte che temi di sentire nei rapporti interpersonali, non hai invece alcun controllo e tale perdita, tale impossibilità è dolorosa e irrimediabile. Se una relazione è o diventa brutta, puoi anche sentirti morire, ritrovando un vissuto della tua infanzia, però oggi puoi affrontare questa sensazione, attraversarla ed accettarla come parte di te; una sensazione brutta, ma importante perché tua.

R. Non è la prima volta che parliamo di questi temi, ma oggi mi sembra che tutto sia più coerente, chiaro. Sento anche qualcosa, “da lontano”.

 

Il genitore che svaluta il bambino attribuendogli una natura cattiva o malvagia, in molti casi non è solo rifiutante nei confronti del figlio, non vuole semplicemente “toglierselo dai piedi”: lo vuole lì per “legarlo a sé” in un rapporto stretto, caratterizzato dal senso di colpa. Sente una profonda avversione per il figlio, perché non riempie certi “vuoti incolmabili”, ma vuole comunque che stia lì almeno soffrendo e scontando la colpa di non essere gratificante. I genitori che in tal modo colpevolizzano i figli vogliono in realtà che i figli siano dei genitori (cioè si aspettano dai figli un appoggio rassicurante) e rifiutano i figli dando a loro la colpa di non essere ciò che “dovrebbero”. Si illudono di poter essere ancora gratificati, accuditi, amati in modi possibili solo quando erano loro ad essere bambini, e di fronte ad ogni inevitabile frustrazione incalzano i figli colpevolizzandoli e pretendendo quindi che diventino “buoni” (cioè dei buoni genitori). Con questo, non dico che i genitori colpevolizzanti non provino amore per i figli; dico solo che, pur provando amore, sentono anche una profonda ostilità quando il figlio delude le loro pretese (difensive). Inoltre non sono consapevoli né delle loro pretese né della loro ostilità.

 

Credo che l’idea di un’intrinseca malvagità di cui ci si sente responsabili e colpevoli possa appartenere sia alle persone depresse, sia alle persone impantanate in una situazione caratteriale masochistica, anche se nei due casi gli stati d’animo non sono identici e il rapporto con la figura genitoriale è diverso: nel primo caso i sensi di colpa in qualche misura portano acqua al mulino di un’autosvalutazione basilare, mentre nel secondo caso diminuiscono una convinzione-sensazione di accettabilità.

Il genitore colpevolizzante del bambino impantanato nei sensi di colpa, prima di riversare sul figlio o sulla figlia delle aspettative patologiche e dell’ostilità, è stato emotivamente abbastanza disponibile ed ha quindi fornito in qualche misura una “base sicura”. Il genitore del bambino depresso non è invece stato emotivamente disponibile e tale bambino non ha sviluppato quella sensazione originaria di sicurezza che per qualche “colpa” potrebbe “perdere”. La persona colpevolizzata si sente come Adamo ed Eva scacciati dal paradiso terrestre, mentre la persona depressa si sente responsabile di non essere mai stata accettata in alcun paradiso. La persona “colpevole” lotta con se stessa per controllare certe tendenze “inammissibili” e si sforza di conquistare una salvezza (forse) possibile; la persona depressa rinuncia a combattere, si odia semplicemente e al limite rinuncia anche a voler vivere. La persona “colpevole”, in altre parole non cessa di sperare in un perdono e in una “riabilitazione” e per questo si tormenta, mentre la persona depressa crede di non poter mai ottenere alcuna accettazione.

In realtà la depressione ed il “pantano” sono due tipi “puri” o “ideali” di risposta alla svalutazione genitoriale. Fra tali estremi troviamo infinite gradazioni e infiniti tipi di dialoghi interni svalutativi, poiché ogni storia personale è unica.

Quando nell’infanzia si realizza una comunicazione svalutante fra genitore e figlio caratterizzata dal messaggio “sei cattivo”, il bambino evita di accettare un’esperienza di solitudine rispetto ad un genitore “preso dai suoi problemi” (e quindi distante e rifiutante) proprio odiandosi. Nell’odio per sé, più o meno profondo, egli ritrova un minimo “accordo”, una “sintonia” (l’unica possibile) con la figura di accudimento. Si dirà che questo risultato è davvero misero, ma per un bambino anche questo minimo rapporto (illusorio e spiacevole) è meglio di niente, proprio perché il “niente relazionale” è ciò che i bambini non tollerano. Ovviamente, se i bambini nascessero già adulti non entrerebbero in un conflitto interno di fronte alle svalutazioni ed alle colpevolizzazioni genitoriali.

 

L’autosvalutazione ed il senso di colpa non hanno dunque niente a che fare con la natura umana, ma sono difese che gli esseri umani costruiscono per distaccarsi dal dolore quando nell’infanzia sperimentano un dolore troppo grande. Gli adulti possono elaborare qualsiasi dolore, ma i bambini possono confrontarsi con il dolore solo con il supporto dei genitori; proprio per questo, il dolore causato dai genitori non viene “elaborato”, ma viene evitato con la costruzione di specifiche strategie difensive (in qualche misura distruttive) che permangono (inutilmente) nella vita adulta.

La psicoanalisi non riesce a chiarire che il senso di colpa è sempre e comunque irrazionale, distruttivo e difensivo. Concependo il senso di colpa come il risultato di una conflittualità data fra il Super-io e le pulsioni “naturali”, erotiche e distruttive, può al massimo prospettare un equilibrio ottimale dovuto ad un Super-io non troppo severo. Questo quadro (pseudo)teorico naturalistico che piace tanto agli intellettuali interessati all’ennesima visione “dialettica” della lotta fra il bene ed il male, nasconde il fatto che siamo liberi di provare emozioni diversissime, quando ci rendiamo conto di aver commesso un errore.

Il senso di colpa, nell’accezione comune è una risposta emotiva conflittuale in cui la persona “si tormenta” (inutilmente). Questo stato d’animo non ha nulla a che fare con altre risposte emotive del tutto razionali e limpide: il sentimento di dolore per le persone che soffrono in seguito ad un nostro errore (o per una nostra colpa) ed il sentimento di dolore dovuto alla consapevolezza di un nostro errore che vorremmo non aver commesso. Chi prova questo dolore non è invischiato in alcun “conflitto”, ma si confronta con la sofferenza: quella dell’altrui vulnerabilità e quella della propria imperfezione.

Nel senso di colpa c’è odio per noi stessi e identificazione con l’odio che gli altri potrebbero provare verso di noi. Negli altri stati d’animo descritti c’è amore per le persone a cui abbiamo causato un dolore e c’è amore per noi stessi. Inoltre, il dolore per una sofferenza altrui dovuta ad un nostro errore si verifica quando davvero c’è stato un errore e questo ha causato sofferenza. Il senso di colpa invece viene provato anche se non c’è stato alcun errore e/o non è stata provata alcuna sofferenza.

 

Proprio la consapevolezza della solitudine antica, unita alla sensazione di poter tollerare (da adulti) il dolore dei vissuti di rifiuto, consente alle persone in analisi di modificare la loro identità svalutata. Chi fa questo percorso rinuncia ad una sensazione illusoria di “appartenenza”, che nell’infanzia era “meglio di niente”, ma costruisce un buon dialogo interno. Ciò è importantissimo perché come da piccoli avevamo bisogno di una figura di accudimento (esterna), nella vita adulta, pur apprezzando le relazioni interpersonali, abbiamo veramente bisogno solo di un buon rapporto con noi stessi. Gli altri rapporti possono darci un piacere piccolo o grandissimo, ma mai un reale sostegno e riusciamo ad apprezzare veramente la vicinanza degli altri solo se possiamo contare su un buon rapporto con noi stessi.

 

Marco era uno studente lavoratore di 29 anni occupato come capo-magazziniere in una grande ditta e verificò alcune irregolarità da parte di un suo sottoposto (Giuseppe), con il quale aveva stabilito un rapporto amichevole, non profondo, ma basato sulla reciproca simpatia. Parlò del problema con franchezza anche perché, se l’irregolarità fosse stata accertata, egli avrebbe dovuto risponderne, oppure si sarebbe trovato nella situazione incresciosa di doversi scagionare documentando la responsabilità di Giuseppe. Questi reagì in modo strano: fu evasivo, minimizzò, non ascoltò e poi dietro l’insistenza di Marco si impuntò sul fatto che questi non doveva essere così pignolo. A quel punto Marco sentì molta irritazione e soprattutto sentì che non accettava di essere trattato male mentre era tanto corretto da parlare a Giuseppe proprio per non prendere alcuna iniziativa che lo danneggiasse. Reagì con forza contestando il modo “da stronzo” con cui Giuseppe aveva risposto alle sue considerazioni serie. A quel punto Giuseppe reagì infuriandosi e Marco capì che Giuseppe era in una difficoltà psicologica che non gestiva in modo adulto. Solo per questo cercò di smorzare i toni e di invitare Giuseppe a ragionare, ma questi gli rispose con gelido disprezzo che egli tradiva gli amici e che per questo non valeva niente e non era nessuno. Consapevole del muro difensivo che Giuseppe aveva eretto per non sentirsi vulnerabile, ma anche veramente deluso e stanco, Marco sentì che non voleva più essere comprensivo con chi per problemi suoi non era in grado di trattarlo da persona. Andò quindi in direzione per accettare il trasferimento ad un altro reparto che gli era stato proposto di recente. Pur essendo riuscito a liberarsi dalla presenza ormai sgradevole di Giuseppe, cominciò a sentirsi spesso disturbato dall’accusa di aver tradito un’amicizia, pur rendendosi conto che proprio Giuseppe aveva tradito tale amicizia.

 

Marco, in analisi da tre anni, aveva fatto un buon lavoro ritrovandosi molto centrato ed aperto all’accettazione delle cose belle e brutte della vita. Stava cominciando a valutare con me un’eventuale conclusione del nostro lavoro, quando tale episodio ci portò ad approfondire notevolmente un vissuto ed un’antica convinzione autosvalutativa che avevamo già considerato. Alcuni mesi dopo questo lavoro concludemmo il percorso analitico, che era stato comunque abbastanza facile e lineare, poiché il cliente in questione pur avendo manifestato disturbi di un certo rilievo, aveva sperimentato nei primi due anni di vita quella che Bowlby chiama “una base sicura”. Il lavoro analitico su tale “ricaduta” che qui voglio descrivere, si è sviluppato in tempi brevi proprio perché il percorso già fatto aveva dato dei buoni frutti. Purtroppo, a volte, anche esperienze non traumatiche fanno vacillare un equilibrio abbastanza soddisfacente, così come a volte una piccola sbarra di ferro consente di spostare una massa pesante, se con essa si fa leva nel punto giusto. Soprattutto una cosa ha aiutato Marco a svolgere un lavoro davvero prezioso in poche settimane: la convinzione solidamente acquisita nei tre anni d’analisi che ogni stato d’animo irrazionale non deve essere considerato come qualcosa da eliminare allo scopo di sentirsi “bene”, ma è una difesa da qualche vissuto che, per quanto doloroso, merita di essere ritrovato ed elaborato allo scopo di recuperare una maggiore accettazione di sé. Pur essendo già in grado di lavorare da solo su certi atteggiamenti di chiusura o di rabbia che a volte riattivava, non era in grado di uscire dalla trappola che si era costruito e in cui si sentiva imprigionato.

Si presentò alla seduta di cui ora riporterò alcuni passaggi comunicandomi di aver già capito che con l’autosvalutazione stava probabilmente cercando di non sentire la sua solitudine rispetto a Giuseppe ed anche rispetto a sua madre, che lo aveva appunto spesso squalificato quando deludeva le sue aspettative. Mi disse però che cercando di scovare i suoi sentimenti profondi presumibilmente coperti da quello stato d’animo irrazionale, non era riuscito a ritrovare la sua serenità e si trovava spesso a considerare l’opportunità di riparlare con Giuseppe (e tentare il recupero di una reciproca comprensione) per poi concludere che tale fatica sarebbe stata inutile, perché sarebbe stata recepita solo come una sua “debolezza”.

 

M. Credo che Giuseppe si sia sentito un bambino svalutato (“cattivo”) e che abbia cercato di passare a me la patata bollente costituita dal suo brutto vissuto. L’assurdità della sua risposta avrebbe dovuto farmi provare irritazione o anche pena per lui. Però “ci sono cascato”: gli ho sbattuto in faccia il fatto indiscutibile che parlava “da stronzo” e così ho solo peggiorato la situazione. Mi sono voluto illudere di poter parlare, anche arrabbiandomi, con un adulto anziché con un bambino spaventato e gli ho lasciato solo la possibilità di diventare più violento.

GF. Condivido l’idea che, arrabbiandoti con una persona che evidentemente non era disposta a cambiare atteggiamento, tu abbia agito difensivamente e, in fondo, distruttivamente. Questo però non ti rende un mostro. Sei la persona di sempre con un’esperienza in più riguardante i tuoi limiti.

M. Lo so bene. Infatti, non mi interessa trovar pace “giustificandomi”: so che avrei potuto fare a meno di arrabbiarmi, ma so anche che ciò non mi rende una persona “sbagliata”. Sono tranquillo sul piano delle mie convinzioni. Il problema è un altro: pur rispettando le mie ragioni ed anche il mio errore e pur sapendo bene che ero e resto una bella persona, sento anche di essere una specie di mostro, un essere che è “cattivo dentro”. Questa sensazione non corrisponde ad alcuna mia convinzione cosciente, ma sta lì piantata nel mio cuore. Come se il mio amore (per me, per la vita ed anche per Giuseppe che, poveraccio, se non va fuori di testa, è davvero una cara persona) fosse inquinato da qualcosa dentro di me che mi rende “maledetto”. Mi sento “da qualche parte” un lebbroso che può contagiare chi tocca e non riesco a mettermi in pace con me. In fondo continuo a voler bene a Giuseppe e credo che anche lui in fondo mi voglia bene, ma di fatto non mi voglio più bene come prima. Non sono depresso: faccio le mie solite cose, anche con passione. Questo stato d’animo non rovina la mia vita, però mi ha tolto quella serenità di fondo che avevo e a volte anche il piacere di stare con me.

 

Ero un po’ in difficoltà a lavorare con Marco perché egli aveva una comprensione lucida e sentita della sua vecchia tendenza a colpevolizzarsi e svalutarsi ed aveva anche fatto delle esperienze emotive significative che lo avevano portato ad accettarsi per quello che era. Lavorando su questo problema avevo la sensazione di fare un ripasso più che un lavoro, ma un ripasso che non scalfiva il rifiuto di sé che Marco in qualche misura sentiva ancora. Egli era immediatamente recettivo ad ogni mia osservazione perché capiva al volo dove lo stavo conducendo.

In alcune sedute esplorammo la sua rabbia verso Giuseppe (e verso sua madre) raggiungendo anche momenti di dolore intenso e adeguatamente espresso, ma il lavoro era troppo “semplice” e poco incisivo. Le sedute davano pochi effetti, come quando si racconta una barzelletta ad una persona che la conosce già. Tutto era afferrato, ma risultava scontato. Marco non stava bene e aveva nostalgia per il dialogo interno amorevole che da tempo ormai aveva scoperto e a cui si era abituato.

In un’altra seduta Marco si calò nei panni di Giuseppe e della madre, sentendo la loro rabbia ed anche il loro dolore. Più volte sottolineammo che l’esperienza disturbante di svalutarsi (facendo eco alle parole di Giuseppe ed a quelle della madre) serviva a mantenere un apparente rapporto con loro e che ciò gli impediva di sentire tutta la solitudine che caratterizzava il rapporto con quelle due persone. Cercammo anche di vedere se il problema con Giuseppe rinviava più ad un conflitto con il padre che ad un conflitto con la madre. Qualcosa trovammo anche in questa direzione, ma senza sbloccare il disco rotto che appesantiva il suo cuore. Mi chiesi anche se ci fosse qualcosa di confuso nel rapporto di Marco con me che rendeva superficiale la collaborazione, ma in realtà dovetti riconoscere che consideravo realmente autentica la nostra collaborazione. Esclusi pure che questa “ricaduta” potesse essere un tipico falso problema “inventato” per paura di concludere il rapporto analitico.

Di fatto Marco era regredito ad un atteggiamento di accondiscendenza profonda che nell’infanzia lo aveva fatto sentire “riconosciuto”; tuttavia, pur avendo già fatto l’esperienza di superare (dolorosamente) quella modalità difensiva, non restava stabilmente ancorato ai suoi sentimenti adulti.

Mi chiesi quindi se, anziché chiarire una situazione già chiara o esplorare emozioni già esplorate, avrei potuto aiutare Marco ad approfondire i suoi sentimenti favorendo semplicemente l’esercizio delle sue competenze adulte. Dopo tre sedute belle ma frustranti, tentai questa strada.

 

GF. Quando rimugini sull’opportunità di un chiarimento con Giuseppe cerchi forse un perdono che da solo non riesci a darti perché ti senti come un bambino in questa situazione?

M. Sì. Qualcosa del genere. Però, poi mi rendo conto che finirei per chiedere scusa ad una persona da cui semmai dovrei ottenere delle scuse. Io posso aver sbagliato, ma Giuseppe quando non vuol sentirsi vulnerabile agisce proprio come una testa di cazzo.

GF. Già. Un po’ di rabbia continua ad interrompere la tua tristezza relativa al fatto che Giuseppe non è disponibile ad un rapporto autentico. Tuttavia, abbiamo già visto che la tua rabbia è superficiale e che non ti disturba più di tanto. La rabbia disturbante è quella che rivolgi contro te stesso. Sembri regredito ad un’età in cui non ti senti in grado di proteggerti da solo, anche se hai già fatto questa esperienza.

M. Sì, proprio così. Devo andare direttamente a qualche vecchia storia personale, poiché con Giuseppe, in fondo, non è accaduto niente di realmente grave. Lui ha fatto degli errori e io ho fatto solo l’errore di offenderlo perché “non stava capito” e mi aveva davvero stufato. Però il problema non sta in questo errore, ma nella sua rabbia gelida che mi ha fatto sentire come “un bambino sbagliato”. Mi sento piccolo con una madre che mi fa una radiografia e vede in me una cosa orribile e io non so dirmi che queste sono tutte cazzate. Non mi sento all’altezza, e mi tengo la diagnosi, anche se capisco che non è corretta.

GF. Se sei troppo piccolo per opporti alla svalutazione di tua madre, ti serve una madre davvero buona e molto forte che ti permetta di mettere in discussione dentro di te quella svalutazione. Oggi hai già una madre interiore con capacità davvero più che sufficienti, ma non senti di averla. Puoi provare ad immaginarla e, per cominciare, puoi immaginarla come una presenza esterna a te. Magari così scoprirai che sei tu a darle vita.

M. Mi piace l’idea, ma non so come metterla in pratica

GF. Oggi non abbiamo più tempo, ma puoi fare questo lavoro a casa, in un momento in cui non ti senti bene e in cui hai anche un po’ di tempo libero.

M. Di cosa si tratta?

GF. Immagina di essere l’Angelo custode di Marco, magari un “Angelo di seconda classe” come quello del film di Frank Capra che ami tanto [1946, La vita è meravigliosa]. Scrivi una lettera a Marco per aiutarlo a trovare la pace che vuoi che trovi.

M. Va bene, lo farò.

 

Marco si presentò alla seduta successiva visibilmente soddisfatto per il lavoro svolto e mi disse subito che sentiva di aver cominciato a riprendersi la sua vita. Non aveva fatto alcuna “scoperta” particolare, ma con l’espediente della lettera era riuscito a “toccarsi il cuore” in profondità. Mi lesse la lettera sottolineando anche i punti in cui aveva pianto. Riporto il testo originale che Marco mi ha in quell’occasione lasciato come “regalo” e che in seguito mi ha autorizzato a pubblicare (con qualche piccola correzione adatta a rendere il testo più scorrevole) “a beneficio dei miei lettori che stentano a volersi bene”.

 

“Caro Marco,

in questi giorni sei stato male in un modo che però non ti libera e non ti arricchisce come quando sei triste. Tu hai cercato di chiarire le cose in amicizia con Giuseppe e lui non ti ha preso sul serio. Su questo non ci sono dubbi. E’ vero, alla sua arroganza hai risposto con rabbia e lo hai fatto sentire umiliato. Il punto però non è questo: in passato hai conservato il rispetto di te stesso anche facendo errori più gravi e quindi non devi trovar pace dimostrando che sei scusabile, ma che sei amabile anche quando sbagli.

Sembra che questa verità non trovi posto nel tuo cuore, forse perché il tuo cuore è in allarme e teme di spezzarsi. L’idea di riparlare con Giuseppe in modo da ricordargli che gli sei amico e che è stato lui a volere uno scontro che non ti interessava è buona, in linea di principio, ma di fatto Giuseppe non ha mosso un dito per farti pensare che questa tua fatica darebbe dei frutti. Essere tanto disponibile probabilmente lo porterebbe a rafforzare l’idea di aver diritto a tutto anche se agisce in modi discutibili. Ha già buttato via i segnali che gli hai dato prima che tu ti arrabbiassi. Il problema è suo. E tu non hai bisogno di essere santo per essere accettabile.

Il punto è un altro: perché non ti accetti? Perché non ti permetti ancora di dire con convinzione che lo hai umiliato quando ti eri stancato, ma nonostante ciò eri e resti una persona accettabile e amabile? Giuseppe, quando si sente a credito col mondo, usa gli altri come degli strumenti e rende la sua presenza insopportabile. Non restare intrappolato nella sua rete di pretese tormentandoti sulla tua parte di errore. Hai il diritto ed il dovere verso te stesso di liberarti da questa trappola. Giuseppe ha dei problemi e per questo sa diventare sgradevole. Togliti dal groppone il suo disprezzo: smetti di sentirti un mostro pur di sentirti d’accordo con lui almeno in questo. Tu sei una buona persona e ciononostante puoi essere odiato da gente fatta in quel modo. [Qui mi sale la commozione].

E’ compito di Giuseppe trovare pace, trovare la sua pace, con i suoi tempi. Tu pensa a trovare la tua, subito. Riprenditi il tuo rispetto, la tua compassione, il tuo amore. Non condannarti come facevi da bambino. Già allora ti sentivi cattivo, con delle cose brutte dentro, mentre eri solo un bambino, una piccola persona che stava facendo del suo meglio. Concediti la benevolenza che nel corso dell’analisi hai scoperto di poterti dare da solo, anche se non lo hai imparato dai tuoi genitori e dai professori o dai preti.

Una delle tue grandi ricchezze è quella cosa che Gianfranco chiama il dialogo interno. Lo sapevi far bene e te lo eri conquistato a fatica e con dolore. Ti sai dire cose buone, sai rispettare i tuoi desideri, sai accogliere il tuo dolore, sai apprezzarti quando riesci a fare le cose e quando sbagli. Quel dialogo con te stesso ti ha reso lievi e sopportabili anche i momenti brutti che hai attraversato negli ultimi anni. [Qui scoppio in lacrime e mi sciolgo in un pianto davvero liberatorio].

Finalmente stai piangendo per te e con te. Da un po’ di tempo ci provi, ma stenti a farlo fino in fondo perché resti inchiodato all’idea di rimettere a posto le cose. La svalutazione di Giuseppe ti ha catapultato in un’epoca in cui eri incapace di star solo e sentivi il bisogno di condividere ciò che pensavano i tuoi genitori. L’amore che si riceve è un dono. Non va pagato con l’autosvalutazione. Ringrazia chi ti ama e rinuncia all’amore di chi non riesce a vederti. Hai già percorso questa strada e ti ha fatto bene; riprendi il cammino e concediti il tuo amore anche quando gli altri non ti capiscono.

So che ti è mancata molto una cosa: che qualcuno più grande di te ti confermasse con i gesti, gli sguardi, il contatto fisico e anche con le parole, che eri un bambino meraviglioso … come tutti. Hai passato l’infanzia ad inventarti modi per essere impeccabile, per toglierti di dosso la tua “cattiveria”, per non essere maledetto. In fondo davi per scontato che se non facevi niente non eri niente: e questa è l’idea con cui ti ha “fregato” Giuseppe. In fondo, poche persone ti hanno realmente voluto bene facendo lo sforzo di vedere chi eri e non solo di verificare quanto fossi utile. Accontentati della compagnia di chi ti vuole davvero bene, di chi sa volerti bene. Accetta la solitudine, quando è insuperabile, ma non permettere più a nessuno di ferirti: piangi per l’incomprensione, ma non venire a patti con nessuno per ottenere un’amicizia fasulla.

Salvati, ragazzo mio, salvati la pelle. Non perdere la tua pace per persone che non sanno essere felici. Augura a loro di riuscire a far meglio, ma accetta che è compito loro fare il loro percorso interiore. Vivi ogni attimo della tua vita così delicata, così preziosa. Vivi con il tuo amore e con il mio”.

M. Poi ho pianto ancora. Parole come “salvati, ragazzo mio!” erano quelle di un padre, di una madre, di un Angelo Custode, ma venivano da me.

GF. Bene. Hai fatto un buon lavoro.

M. Già. Dopo quel pianto mi sono sentito più leggero, come se la mia anima fosse uscita immacolata dalla lavatrice. Non sono tornato davvero sereno come in passato, ma ho l’impressione di essere sulla strada giusta. Forse ci vorrà del tempo per consolidare questa consapevolezza.

GF. Credo ti sia servito esercitare, con l’artificio della lettera a te stesso, le tue capacità genitoriali che avevi, ma che negli ultimi tempi avevi usato solo in parte.

M. Perché ho pianto tanto proprio mentre mi sentivo in grado di proteggermi?

GF. Proteggendoti hai recuperato i vissuti di bambino, ma hai anche implicitamente riconosciuto che essi sono definitivi. Se eserciti la tua capacità genitoriale verso te stesso, puoi sicuramente consolare te bambino, ma così rinunci ad ogni speranza di poterti “riabilitare” come bambino. Tu eri in ansia e nell’ansia c’è sempre anche speranza. Ora sei libero di non essere più accondiscendente e di non sentirti più colpevole, ma quando ti (ri)senti bambino, devi accettare di (ri)sentirti irrimediabilmente solo. Morirai con quei vissuti di bambino: con la capacità di tollerarli, ma senza alcuna possibilità di cambiarli con il pentimento o l’espiazione. Il bambino che sei stato resterà immutato, nei tuoi ricordi, per sempre. Per la vecchia esperienza di non accettazione stai facendo un lutto. Anzi, stai completando il lutto che avevi già avviato un anno fa.

M. Capisco. Per sentirmi libero devo lasciar andare le mie speranze di bambino. Sono solo nel rifiutare le colpe che vogliono appiopparmi gli altri.

GF. E’ così.

 

Nella seduta successiva, Marco è un po’ preoccupato per come vanno le cose.

M. La lettera dell’Angelo Custode e la seduta scorsa mi hanno dato risultati che sono rimasti stabili. Ti dissi però che non ero davvero in pace con me come prima. Questa settimana speravo di sentirmi meglio, ma mi sono affiorati altri timori che considero poco razionali e che mi disturbano. Anzi, mi è venuto in mente di aver passato un periodo della mia infanzia con queste paure (alle elementari, ma non saprei dire se a sette o nove anni). Poi erano scomparse e non te ne avevo mai parlato perché me ne ero dimenticato.

GF. Di cosa si tratta?

M. La paura delle maledizioni. Da quando penso con la mia testa non sono mai stato superstizioso. Da bambino per un certo periodo ho avuto paura di essere maledetto e a volte temevo che se qualcosa andava male ciò fosse una prova del fatto che una maledizione pesava sulla mia testa. Allora chiedevo rassicurazioni a mia madre o pregavo. Poi non ci pensavo più, ma la paura tornava. Anche la paura di portare sfortuna agli altri e di essere colpevole se succedeva qualcosa ad un amico con cui stavo giocando.

GF. Dove avevi sentito parlare di queste stupidaggini?

M. Le sentivo da mio padre. La sua rabbia. Quando si arrabbiava per qualcosa era come un fiume in piena, incontrollabile: si poteva solo aspettare che si scaricasse. Io non sopportavo la sua rabbia che montava e si traduceva in lamenti vittimistici ad alta voce, proteste per essere sicuramente maledetto e non poter fare nulla perché comunque tutto andava a rotoli. Ogni tanto mio padre si infuriava così per delle piccole difficoltà. Io pensavo fossero sciocchezze perché a me sembravano tali e perché vedevo che mia madre affrontava le stesse difficoltà senza fare quelle sceneggiate. Altre volte, quando si indignava per cose che riteneva ingiuste, lui stesso scagliava le sue maledizioni (sempre da vittima) verso chi agiva in modi per lui intollerabili (certi criminali di cui si sentiva parlare o certi truffatori). Diceva cose del tipo: “Per me quei soldi rubati gli andranno di traverso e li spenderà in medicine” oppure “Se c’è giustizia dovrà patire per quel che ha fatto”. Parlava con una collera chiassosa e cieca. Quando penso ai crimini di guerra, penso ai tribunali internazionali, non ad una sfortuna che si può abbattere sui criminali che hanno massacrato degli innocenti. Mio padre invece metteva tutto a posto nella sua testa con una legge del taglione immediatamente efficace. Mi faceva paura quando era così arrabbiato, anche se non si arrabbiava mai così con me. Magari si mostrava seccato, ma non mi urlava contro, non mi picchiava, non mi lanciava maledizioni. Si sentiva maledetto per qualche torto che aveva subito, ma non per quel che avevo fatto io. Eppure quella rabbia montante, non fisicamente violenta ma inarrestabile, mi spaventava. Mi faceva anche arrabbiare, ma non potevo dirgli “Basta con le cazzate, è ora di pranzo!”.

Dopo aver approfondito la descrizione dei fatti che ricordava, l’ora stava per finire e consigliai a Marco di scriversi un’altra lettera (come Angelo Custode o semplicemente come Marco-di-oggi) per darsi pace quando si sentiva un bambino piccolo fra le onde delle maledizioni cosmiche.

 

Nella seduta successiva mi portò questa lettera, e mi disse che il “compito a casa” aveva prodotto un cambiamento sensibile: nel corso della settimana i pensieri ed i timori irrazionali relativi alle maledizioni erano gradualmente scomparsi. Ecco la lettera:

 

“Caro Marco,

stai recuperando tutti i tuoi vecchi incubi e li stai sentendo come se fossi ancora un bambino. Vediamo di tirar fuori qualcosa di buono da questo brutto periodo. Tuo padre a volte si arrabbiava con te, ma senza picchiarti e senza maledirti. Però tu lo vedevi in guerra con il mondo e lo vedevi mentre si descriveva come vittima di influenze malevole e distruttive e mentre lanciava le sue maledizioni verso i malvagi, i corrotti, gli ingiusti. Lo faceva infuriato, senza lasciar spazio all’idea che la giustizia si amministra con calma, con i testimoni, con una giuria. Nella sua rabbia qualcuno era malvagio e faceva del male. Oppure qualcuno era malvagio e meritava di ricevere del male. Il male viaggiava come una freccia infuriata capace di colpire senza pietà. Tu avevi paura che il male potesse colpire anche te come una freccia, dato che poteva colpire chiunque e dato che a volte eri tu il “bambino cattivo”. Il fatto di essere sempre stato “risparmiato” ti lasciava in ansia, perché se una cosa poteva accadere agli altri, poteva accadere anche a te. Da qui i tuoi sforzi di non fare incazzare tuo padre.

Cercavi di uscire dall’angoscia con le rassicurazioni di tua madre (che però, se non era tipo da maledizioni era abituata a "rifiutare i cattivi”). Oggi puoi fare di meglio: puoi accettare che hai avuto solo una maledizione e devi tenertela, liberandoti dalla paura. La maledizione era il fatto di dover convivere con la rabbia, l’insoddisfazione, il malumore di tuo padre. Il fatto di non sentirti libero di appoggiarti a lui per sentirti protetto, dato che lui stesso si sentiva in balia di forze negative che lo perseguitavano e rispetto a cui non sapeva sentirsi protetto.

Se io fossi stato tuo padre e ti avessi visto in quella situazione, ti avrei portato via. Ti avrei detto: “non ti preoccupare di quelle persone che non sanno star bene e non ti preoccupare di star bene con loro; puoi stare con me”.

Puoi star certo che so bene quanto hai sofferto. Accetta questo dolore e convivi con esso. Esso è ineliminabile dalla tua storia, ma oggi quella storia è finita. Siamo qui, tu ed io, a ricordare il passato e a vivere la vita di oggi”.

 

GF. Bene. Hai guardato ciò che ti terrorizzava da bambino mentre avevi l’opportunità di sentirti sia il bambino di allora, sia l’adulto di oggi. Questo “compito” ti ha costretto a rinsaldare il rapporto con te stesso e la compassione per te. Noi grandi siamo forti quando sentiamo compassione per noi stessi, non quando esorcizziamo vecchie paure con precarie rassicurazioni o con l’idea di essere invulnerabili o eroi.

M. Sono contento delle cose fatte a casa e qui con te. Mi sento meglio, ma non ancora bene. E’ come se fossi vicino a casa, ma non proprio a casa, davanti al camino.

GF. Fammi capire meglio.

M. Non mi sento ancora davvero in pace con me. A tratti mi sento un po’ sbagliato, un po’ colpevole. Magari mi ripasso le cose che mi sono detto nelle lettere. Una volta ho anche ripreso le lettere e ho pianto, ritrovandomi in pace e amico di me stesso; però arranco. Come se fossi su un terreno che cede e che devo ogni volta rinforzare.

GF. Secondo te, cosa manca al lavoro fatto fino ad ora?

M. … Forse … la visione d’insieme. So che mio padre mi spaventava, mi faceva arrabbiare e mi faceva sentire solo, senza un appoggio. So che mia madre mi accoglieva, ma poteva anche allontanarmi gettandomi nella disperazione. Non credo ci sia molto da capire: ciò basta e avanza, ma mi manca l’idea del tutto. Ho pianto per i pezzi, ma non per l’insieme.

 

Suggerisco a Marco di lavorare con la tecnica EMDR (senza seguire tutti i passaggi del protocollo) sul suo stato d’animo di queste settimane, lasciando che affiorino varie formulazioni della sua convinzione negativa su se stesso e varie immagini della sua infanzia. Abbiamo ancora mezz’ora e quindi possiamo almeno iniziare il lavoro e vedere se ci porta elementi significativi per ottenere la “visione di insieme” che Marco cerca.

Dopo alcuni set in cui egli individua specifici momenti delle sfuriate del padre e degli atteggiamenti di rimprovero della madre, Marco mostra una commozione che gradualmente si espande fino a diventare un pianto profondo. Allunga la mano per stringere la mia e lo sento molto vicino in un momento delicato in cui probabilmente tocca il dolore da cui era fuggito svalutandosi. Quando l’emozione si placa, Marco apre gli occhi e mi parla.

 

M. Il quadro d’insieme…Ho visto il quadro d’insieme. La compassione: quella è l’emozione che ho sentito.

GF. Vuoi dirmi di più?

M. Sì, certo. Mia madre a volte cambiava e mi sembrava che andasse “via da me”. Mi guardava come se non fossi più lo stesso e io mi sentivo cattivo. La cosa più brutta non era il suo giudizio, l’aggettivo che usava per allontanarmi, ma un’altra cosa: sottolineava che la facevo star male. Questa era la colpa, e per essa mi consideravo cattivo e mi sentivo morire dentro: mi sentivo responsabile di come si sentiva lei. Ero piccolo e non potevo dire che si sentiva male perché era nevrotica. La mia colpa era quella: lei era buona e io ero così cattivo da farla star male.

Ma, porca miseria, lei faceva stare male me perché non aveva il coraggio di vivere meglio la sua vita e dovevo essere io a renderla felice?! Poi ho rivisto mio padre. Non erano solo i suoi scatti di rabbia che mi disturbavano, ma anche il suo lamentarsi, il suo rimproverarmi per delle cazzate di cui nemmeno mi ero accorto. Il succo del suo discorso era “mi crei dei problemi” oppure “mi complichi le cose”, quando sbottava dicendo che dovevo “stare più attento”. E non ero certo un figlio che gli incasinava la vita: era lui che ogni tanto faceva una cazzata e faceva delle scelte di lavoro di cui si pentiva. Io al massimo rompevo qualcosa. “Ma perché non stai attento?!” Che domanda del cazzo: mica uno si scrive sul calendario “oggi non si deve rompere quel fottuto vaso”!!!

La visione d'insieme è questa: mio padre non riusciva a colpevolizzarmi, perché mi faceva subito incazzare. Se non altro, guardando mia madre vedevo come si affrontano le cose: si ragiona, si valutano le situazioni e si affrontano le conseguenze. Lui sembrava il bambino della casa. Mi mancava la sua guida. L’avrei davvero voluta. Ne abbiamo già parlato e ci ho già pianto sopra. Però quando faceva così mi arrabbiavo. Il guaio veniva dopo. Se gli rispondevo o lo mandavo a quel paese (con le parole di un bambino, ovviamente), scoppiava la bomba silenziosa, non quella paterna, ma quella materna. Appena litigavo con mio padre, mia madre mi guardava come se avessi rubato in chiesa e lì mi sentivo morire, perché non sapevo che fare. Ero stufo delle lagne di mio padre, ma ero terrorizzato dall’idea di essere considerato da mia madre come un criminale perché mi ero rotto i coglioni. Lì ero in stallo e ne uscivo accettando da qualche parte che forse ero cattivo: non si fanno cose che feriscono papà e fanno soffrire la mamma. Questo è l’insieme. L’insieme è la mia sofferenza che non importava a nessuno.

GF. Mi spiace. Credo di capire quella solitudine. Tu da bambino avevi paura delle maledizioni e io dell’inferno, del diavolo e di fare sacrilegio. Mi spiace per entrambi.

M. Non so cosa facessi tu, ma io finivo per cercare di riabilitarmi. Andavo a fare le scuse a papà, guardando se mia madre cambiava faccia. Non mi tornavano i conti. Mi sembrava una farsa, ma un po’ ci credevo. E mi sentivo sempre in pericolo: se mi distraevo diventavo un mostro.

GF. Se ti fossi sentito a posto in quella gabbia di matti ti saresti sentito solo. La verità però è proprio il fatto che eri solo. Quando tua madre ti escludeva eri lontano da tuo padre ed anche da lei e dovevi cedere per non sentirti schiacciato dalla solitudine.

M. Io spero di non far mai sentire così i miei figli, se ne avrò. Però oggi non voglio lasciarmi solo. E che si fotta anche Giuseppe. Me le faccia lui le scuse per i casini che ha combinato. Dopo mi scuserò davvero per averlo offeso. Non si possono fare casini per poi ribellarsi al fatto che la gente si incazza. Io posso lavorare sulla mia rabbia, ma lui non può fare l’offeso e dirmi che ho tradito l’amicizia. Queste stronzate sul tradimento mi ricordano tanto quelle di mia madre e francamente ho già dato. Io non serbo rancore a Giuseppe: quando parla dei suoi figli si illumina e ciò mi piace. Quando lavora sodo mi piace. Non vorrei che ci fosse quel muro che ha tirato su, però tocca a lui demolirlo.

GF. Come ti senti?

M. Bene. Davvero bene. Anche triste, ma libero.

 

Sono passati due anni e mezzo da questa seduta e due anni dalla conclusione del percorso analitico di Marco.

Dopo il lavoro qui descritto Marco ha ritrovato il buon rapporto con sé che aveva già scoperto, ma in qualche modo lo ha ritrovato ad un livello più profondo. Il taglio definitivo con il passato è risultato dalla rinuncia ad una punta di irritazione che permaneva nei confronti di Giuseppe, di varie persone e dei suoi genitori. Rinunciare a considerare irritanti certe persone significa rinunciare all’illusione di un rapporto: purtroppo con certe persone il rapporto non è possibile e in realtà anche l’irritazione viene a mancare una volta accettato il dolore dell’impossibilità di una comunicazione.

 

Ho recentemente contattato Marco per chiedergli il permesso di pubblicare le lettere che mi aveva lasciato come ricordo della nostra alleanza. Nell’occasione mi ha confermato che non si è più trattato male e che nei momenti difficili ha ripensato a sé con compassione, ritrovandosi piccolo e grande, disperato e forte e comunque amico sincero di sé. Mi ha anche detto: “mi capita ancora di incazzarmi, ma il più delle volte mi incazzo perché serve davvero, purtroppo. Le altre volte chiedo scusa. Ma non serbo rancore a nessuno perché penso a come si sentirebbero certi rompiballe se facessero qualche bella seduta e penso che sono solo persone che si ostinano a non piangere”.