Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

Esempi di lavoro analitico

(2000)

 

 

 

 

 

 

Per tornare alla HOME PAGE cliccare qui:

http://www.risorse-psicoterapia.org

 

 

 

 

 

 

Le persone sentono, desiderano e cercano di capire la realtà in cui vivono. Provano piacere o dispiacere quando i loro desideri incontrano risposte soddisfacenti o frustranti. Rispondono alla realtà con le loro espressioni emotive e le loro azioni, ma rispondono dopo aver in qualche modo inquadrato le esperienze fatte in una concezione della realtà di cui sono più o meno coscienti. Le persone non “incontrano” la realtà in modo meccanico, ma mediato da ciò che pensano. Questa filosofia personale, in genere implicita, non deriva solo dalle conoscenze acquisite, ma in buona parte da pregiudizi e illusioni che permangono dall’infanzia e che limitano la comprensione delle esperienze personali e condizionano le risposte comportamentali alle varie situazioni.

I genitori hanno la possibilità di proteggere i loro figli da esperienze dolorose che non potrebbero tollerare ed elaborare da soli, ma spesso, senza volerlo e senza saperlo provocano sofferenze a cui i figli reagiscono costruendo atteggiamenti difensivi che interrompono o limitano o alterano il contatto con emozioni spiacevoli. Tale costruzione interna permane senza scadenza e anche nella vita adulta limita o distorce la comprensione, la reattività emotiva e le risposte comportamentali delle persone.

Le persone quindi da un lato tendono a capire, sperimentare, agire costruttivamente, cercare il proprio bene e quello altrui, ma da un altro lato tendono a non capire, non sentire e agire irrazionalmente e distruttivamente quando inconsapevolmente temono di provare un dolore già classificato come intollerabile nell’infanzia. In altre parole, da un lato funzionano psicologicamente su un piano adulto e da un altro lato pensano, sentono e agiscono in una logica difensiva. Le difese ovviamente non proteggono realmente dal dolore, anzi, creano nuove inutili sofferenze; tuttavia impediscono o limitano il contatto emotivo con le situazioni dolorose.

Nella vita adulta vissuta senza barriere difensive è sensato prevenire o limitare situazioni dolorose, ma di fronte al dolore già “dato” o inevitabile è sensato arrendersi al dolore, esprimerlo e quindi mantenere l’integrità psicologica che consente il superamento delle esperienze dolorose. Purtroppo, normalmente le persone agiscono quindi in modi difensivi apparentemente insensati che loro stesse non capiscono. Tali difese non sono semplici “errori” o “malattie”, ma elementi di una strategia che nell’infanzia ha funzionato come un salvagente e che viene utilizzata anche se è ormai inutile, ingombrante e addirittura pericolosa.

L’obiettivo del lavoro analitico non è “guarire” o “normalizzare” i clienti, ma aiutarli a rivedere la loro filosofia implicita, a non temere ciò che hanno sempre temuto e a rispettare ciò che sentono.

 

Le tre sedute che seguono forniscono degli esempi di analisi dell’intenzionalità difensiva.

 

Piera

La seduta che ora voglio sinteticamente riportare ha consentito alla cliente, che chiamerò Piera, un piccolo passo avanti nella direzione di una maggiore accettazione di se stessa e della realtà. Piera era più incline al "contatto sostitutivo" con le persone (ovvero all'espressione di emozioni non autentiche) che alla chiusura. Inoltre, la cliente, all'epoca di questa seduta aveva lavorato per più di due anni ed aveva già fatto dei cambiamenti che le consentivano di vivere rapporti interpersonali più profondi. I lavori erano ancora in corso, dato che tendeva (come capita a molti clienti che cominciano a sentirsi abbastanza bene) ad usare il lavoro analitico per consolidare un superficiale benessere (inevitabilmente precario) piuttosto che per stabilire un rapporto davvero accettante ed incondizionato con se stessa e per demolire le residue illusioni sulla sua esistenza e sulle altre persone.

P. Va meglio. Sto raccogliendo alcuni frutti del lavoro svolto. Era ora! Penso però di avere ancora bisogno d'aiuto perché vorrei sentirmi di più ed avere un contatto davvero profondo con gli altri.

[Ho subito la sensazione che Piera stia covando una riedizione "analitica" delle sue vecchie fantasie perfezionistiche che la portavano ad essere intellettualmente seduttiva per poi pretendere l'amore come premio dovuto. Per controllare la mia impressione cerco di portare Piera a chiarire se vuole lavorare su un problema preciso o se vuole solo realizzare un astratto "miglioramento"].

 

GF. Cos'è, ora, che senti poco?

P. Ora mi sento tranquilla e centrata.

GF. Allora perché vuoi lavorare per un "di più"?

P. Perché, anche se meno di una volta stento a realizzare degli obiettivi concreti davvero buoni per me. Certe cose sono andate a posto, però potrei occuparmi più di me stessa, essere più attenta all'alimentazione organizzandomi meglio per evitare certi "pranzi" al bar, così come potrei gestire in modo più ragionevole il mio bilancio mensile. Credo che trattandomi con maggior cura avrei una vita più piena. Mi sento spesso affaticata, come se arrancassi in salita anche se non faccio nulla di eccezionale. Insomma, per me è ancora difficile essere la donna che dovrei essere alla mia età.

[Ora è chiaro che anche se Piera ha delle giustificazioni ragionevoli per alcuni suoi obiettivi, di fatto si confronta con un'idea di sé, cioè con quella della "donna che dovrebbe essere"].

 

GF. Credo alla tua sensazione di affaticamento, ma non ho capito bene cosa tu faccia per affaticarti. Inoltre ho notato che i temi su cui vorresti lavorare sono abbastanza indefiniti.

[Non so ancora quale direzione prendere per permettere a Piera di percepire che si stanca più per gli obiettivi che si impone che per il suo reale impegno. Temo che un confronto verbale sul suo perfezionismo porterebbe ad un semplice ripasso di cose già chiarite oppure ad una polemica sul suo essere o non essere ancora legata a certe illusioni. Penso che forse da qualche osservazione accurata del suo atteggiamento corporeo potrebbe uscire qualche indicazione abbastanza concreta e quindi accettabile per Piera. Le propongo quindi di valutare se sul piano fisico vuole cercare qualche elemento utile per una maggior comprensione della sua stanchezza o della sua insoddisfazione. Lei accetta il mio suggerimento e la invito quindi a stare semplicemente in piedi, ascoltando la sua respirazione. Noto che appena trova la posizione in cui sente di avere un buon equilibrio solleva lo sguardo, come per controllare qualcosa in un punto del soffitto davanti a lei].

 

GF. Ripeti quel che hai fatto!

P. Cosa?

GF. Quel movimento con gli occhi.

[Torna a guardare in alto e riabbassa immediatamente lo sguardo]

GF. No; mantieni lo sguardo in quella direzione e verifica cosa senti stando così.

P. Non mi va. Faccio una gran fatica così.

GF. Fai fatica a … guardare in alto, a guardare "oltre". Forse fatichi proprio a guardare quel che … dovresti essere [sottolineo queste ultime due parole, pronunciandole].

P. Ancora?!

GF. Piera, non siamo a scuola. Non hai fatto un "errore". Stiamo parlando di te, del tuo modo di stare con te; questa illusione di "riuscire" ad essere amabile è la tua fuga più conosciuta e più facile di fronte alla realtà. Abbiamo già affrontato questo atteggiamento e sai che puoi farne a meno, ma puoi anche sempre recuperarlo. La realtà è davvero bella, ma anche dolorosa. Non sto negando i tuoi cambiamenti, ma voglio sottolineare una cosa: aprendoti ad un contatto più profondo ti esponi anche a pene più profonde e la tua prima tendenza è quella di scappare inventandoti una gara; al limite una gara in "conquiste analitiche", con tanta "libertà" interiore e tanta "centratura".

[Il messaggio arriva a destinazione. Piera ora è un po' triste, lucida e più "presente"].

P. Capisco. Posso usare anche l'analisi per "meritarmi" la felicità.

GF. Già. Quella felicità che non può essere ottenuta da Piera-bambina semplicemente perché quella bambina non c'è più. Quella bambina è un ricordo, una sensazione che come donna hai dentro di te e che non è modificabile con nessun trucco. E' sempre con l'ottimismo che ti freghi! Credo che la tua stanchezza e la tua mancanza di attenzione derivino proprio dal compito impossibile a cui ti dedichi facendo anche le cose più semplici.

P. E' tutto chiaro.

 

Fabio

Riporterò ora una seduta di supervisione fatta con un giovane psicologo (che chiamerò Fabio) riguardante una sua cliente (che chiamerò Laura). Grazie alla sua formazione Fabio era in grado di aiutare i suoi clienti ad esplorare parti ed emozioni non accettate, ma a volte incontrava ancora qualche difficoltà nel cogliere l'intenzionalità che orientava la costruzione di specifiche manovre difensive.

 

F. Questa cliente ha 34 anni e lavora con me da circa sei mesi. Mi aveva chiesto di lavorare più che altro per una certa sua curiosità nei confronti della psicoterapia e non avevo accettato questa come una buona ragione per fare analisi.

GF. Pienamente d'accordo.

F. Nel colloquio iniziale mi aveva tuttavia descritto anche un problema che meritava di essere affrontato. Si era innamorata diverse volte, ma regolarmente dopo l'entusiasmo iniziale aveva riscontrato un senso di insoddisfazione e di noia nella relazione. Parlandone con me ha ammesso di essere fredda con i ragazzi e, più in generale, di sentire poco le sue emozioni.

GF. Sempre così. Una vaga curiosità, nessun sintomo, e poi va a finire che c'è un muro col filo spinato!

F. Già. Laura è figlia unica e la madre si è sempre lamentata dei sacrifici che faceva per lei. Di fatto ha regolarmente scoraggiato la sua autonomia, sottolineando comunque la pesantezza delle sue richieste e svalutando sempre le sue manifestazioni affettive, le sue capacità, la sua irrequietezza. Il messaggio è quindi "sta qui e lasciati svalutare". Da diversi mesi lavoriamo sul suo scarso coinvolgimento emotivo, e qualcosa è cambiato. Ha riconosciuto varie volte la sua ostilità celata dal distacco e in alcuni casi ha anche sentito della tristezza. Però non ho la sensazione di fare un percorso preciso con lei.

GF. E' probabile, dato che è troppo presto per parlare di vere espressioni di tristezza. Considera la prudenza con cui si è avvicinata a te e trai le conclusioni. Ha molta paura e teme una sofferenza molto intensa. Cerchiamo di capire come frena il tuo lavoro e come tu "la proteggi" da esperienze davvero profonde.

F. Abbiamo chiarito gli atteggiamenti basilari dei genitori. Il padre è sempre stato ai margini, faceva le sue cose e in famiglia era "di passaggio". La madre legava a sé Laura per svalutarla, presumibilmente per sentirsi importante o anche solo per sentirsi viva. Il lavoro vero e proprio, nelle sedute, pur riferito a questo sfondo, in genere inizia con delle sue richieste di chiarimenti riguardanti i rapporti con ragazzi desiderati o già lasciati. Un paio di volte siamo arrivati a chiarire che lei fa sentire i ragazzi dipendenti e svalutati come lei si sentiva con la madre. In altre parole "cede" ad essi i propri "incubi". In questi casi piange.

GF. L'idea è probabilmente giusta, però questa comprensione di una sua manipolazione mi sembra un po' prematura. Tutto è troppo facile. Come va il suo rapporto con te?

F. Inizialmente tendeva a lasciarmi spazio chiedendomi cosa pensassi di questo o di quello, per poi intervenire con obiezioni e con vari "sì, ma…". Per questo sono diventato inflessibile nel fare come tu suggerisci, chiedendo sempre anche esplicitamente su cosa lei volesse lavorare. Anche se con una certa freddezza, finiva per ammettere delle aspettative e delle richieste.

GF. Credo sia molto furba. Ha trovato il modo di controllarti proprio facendo quel che tu hai imposto (con validissime ragioni). Vediamo un po': lei conosce un tipo di relazione importante in cui c'è una madre che svaluta ed una figlia piccola che fa tutto bene, ma che non ne azzecca mai una. Con te ha subito cercato di fare la madre e di lasciarti il ruolo del bambino svalutato. Tu hai aggirato la manovra e allora lei ha scelto di fare la parte della bambina obbediente ma "inadeguata". Quando piange discutendo i suoi pasticci con i ragazzi, forse piange perché ha l'impressione di sbagliare tutto.

F. Allora io parto dalla relazione coi ragazzi per riportarla al suo dolore di bambina non accettata e lei invece va al suo ruolo ufficiale di bambina "sbagliata".

GF. E così continua a sentirsi con la madre, anche se in una situazione poco piacevole. La sua non è tristezza, ma accondiscendenza nel manifestare sensi di colpa assurdi. Per quello non fa un vero percorso interiore. Lei fa varie cose con la madre, coi ragazzi e con te pur di sentirsi un genitore svalutante (stanco, annoiato, insoddisfatto) oppure una bambina "sbagliata". L'obiettivo del tuo lavoro è di farle toccare il vissuto profondo: quello di sentirsi semplicemente rifiutata, sola e disperata (senza alcuna colpa e senza alcun perché). Da lì può costruire cose nuove, perché quello è il suo punto di partenza reale (e non ancora sentito).

F. Ho capito. Devo evitare, a costo di diventare pignolo, qualsiasi possibile lettura colpevolizzante dei suoi rapporti con i ragazzi, e forse devo chiarire meglio con lei come si sente con me.

GF. Se si sente piccola e sbagliata con te non potete collaborare realmente ed ogni risultato possibile o non viene raggiunto o viene bruciato. Inoltre, chi accetta un ruolo così scomodo cova rancore e probabilmente sta raccogliendo prove per dimostrare che in realtà sei tu la persona "sbagliata". Lei non fa nulla per caso. Costruisce rapporti per arrivare a situazioni emotive centrate sul disprezzo e sull'inadeguatezza: quelle che associa ad un rapporto conosciuto come orribile ma "sicuro". Fa tutto ciò per evitare di sentirsi "non vista", cioè per evitare di sentirsi buona, brava, ma irrimediabilmente sola. Lì c'è il dolore pulito, irrimediabile, ma caldo e (oggi) tollerabile. Cerca quel dolore ed analizza ogni aspetto che ostacola questa ricerca.

 

Michele

M. Questa settimana ho evitato di reagire con rabbia e insofferenza ad alcuni atteggiamenti di mia moglie e ho cercato di tener presente che criticandola faccio il suo gioco ed anche il mio vecchio gioco. Non c'è nulla da criticare: lei è fatta così e io desidererei più calore e più sostegno da parte sua in certi momenti. Togliendo il dialogo "da tribunale" abbiamo potuto parlare meglio e ci siamo anche trovati ad essere più dolci. Lei, di fatto non è "soltanto" quegli atteggiamenti che mi frustrano: è anche altre cose. Sono soddisfatto di questo cambiamento, ma vorrei essere meno "vorace" (pretese, cibo, ecc.).

G. La voracità dislocata su cose attuali che puoi darti da solo (o pretendere oggi dagli altri) ti serve a mantenere l'illusione di riempire un vuoto "antico" che non puoi riempire e che è doloroso da sentire e accettare.

M. Capisco. Però mentre oggi sento che la rabbia mi protegge dal dolore, posso immaginare ma non sento che il cibo mi protegge dal dolore.

G. Descrivimi una situazione tipica in cui mangi irrazionalmente.

M. Davanti alla TV, la sera, mangio perché non è ora di dormire.

G. Torna a quella situazione, magari chiudendo gli occhi, e sentiti. Stai respirando?

M. …Poco. [Fa qualche respiro profondo]. Se respiro mi sento pesante.

G. Cosa vorresti veramente?

M. Che mia moglie fosse qui con me a parlare; che non fosse andata a letto come i bimbi dopo Carosello.

G. Immagina che sia ancora alzata e che stia per andare a letto, e chiedile ciò che desideri.

M. Piera, perché non resti qui un po’?

G. Questa non è una richiesta, ma una specie di quiz e una velata critica.

M. Piera, mi sento solo, resta qui con me. Ascoltami. … Dimmi che mi vuoi bene.

G. Ti senti più o meno pesante di prima?

M. Sono leggero come una piuma, ma sono spaventato.

G. Infatti ora tutto dipende da quel che risponde lei. Sei vulnerabile e non sei impegnato ad appesantirti con del cibo davanti ad una stupida TV!

M. Sono nelle sue mani. Temo di sentire il vuoto.

G. Semmai di "ri-sentirlo". La vedi?

M. Vedo i miei genitori. … Mi voltano le spalle. Mia madre mi considerava solo se facevo moine o capricci; mio padre si occupava di me solo se lo facevo incazzare. Mia madre mi faceva carezze false quando pareva a lei, e mio padre mi faceva "carezze" violente (sberle).

G. Cosa senti?

M. Vorrei che mi stringessi la mano.

[Lo faccio e si commuove; si permette qualche lacrima, ma esita a lasciarsi andare ai singhiozzi].

M. [Dopo] Sento che se chiedo posso soffrire.

G. E se mangi ciò che puoi procurarti senza chiedere niente a nessuno?

M. Ho capito.

G. Il tuo vecchio dolore è orribile e può riaffiorare di fronte a qualsiasi sofferenza, anche modesta, di oggi. Non devi evitarlo, ma devi cercarlo ed appoggiartici perché, per quanto brutto, è solido e può sostenere la tua vita. E' reale, non fantasticato come la tua autonomia o superiorità. Devi cercarlo, sentirlo ed appoggiarti ad esso, Puoi così costruire realmente la tua vita nel presente appoggiandoti a qualcosa di reale: la tua storia reale. Per costruire qualcosa abbiamo bisogno di un punto d'appoggio. Il tuo punto d'appoggio non è una infanzia felice, ma un'infanzia terribile. Appoggiati a quella, perché è l'unica storia che hai. Poi, costruirai la tua storia futura come potrai e vorrai.

 

Il lavoro svolto con una cliente che chiamerò Gianna mostra come una difficoltà o sintomo o disturbo particolare sia un semplice aspetto di una generale concezione di sé e della propria esistenza.

 

Gianna

Una donna trentacinquenne, divorziata da molti anni, separata da un compagno che l'aveva molto delusa e sola da tre anni, mi chiese un colloquio perché dopo un intervento al seno era in chemioterapia e non riusciva a gestire bene la sua situazione. Entro circa cinque mesi avrebbe saputo se con la chemioterapia avrebbe ottenuto i risultati sperati o se sarebbe stata praticamente alla fine della sua giovane vita. Ciò che però occupava i suoi pensieri e che impegnava i suoi sentimenti non era il fatto di doversi confrontare con la possibilità di morire presto, ma la necessità di fare esperienze che contraddicevano l'immagine di persona "forte, sana e autonoma" che si era costruita. Era insofferente al "gruppo di autoaiuto" offerto dall'ospedale per le persone nella sua condizione e mi disse: "Forse è presunzione, ma non mi va il Club delle cancerose". Nel colloquio iniziale chiarimmo che si impediva un confronto realistico con la realtà (obiettivamente gravissima) perché innamorata irrazionalmente di un'immagine irrealistica di sé. Le feci notare che aveva utilizzato persino certe letture di impostazione "olistica" per considerarsi in qualche modo "responsabile" della sua malattia e che con questa lettura personalissima di interessanti teorie sui rapporti fra malattia fisica e atteggiamenti psicologici stava solo salvando la propria "onnipotenza" (cioè l'idea di essere capace di farsi "autonomamente" tutto il male possibile e tutto il bene possibile). Stava cioè negando che certe sofferenze non dipendono da noi, ma dagli altri, dalla realtà oggettiva o dal caso e che quindi siamo anche dipendenti, vulnerabili, "piccoli" e non soltanto "bravi oppure coglioni". Le dissi che non avrei potuto aiutarla a diventare "quella di prima" e che se a lei non andava bene il "Club delle cancerose" a me non andava bene nessun club, nemmeno quello delle donne "brave e sane".

 

Lavorando sulla sua identità fasulla (molto bene e molto velocemente anche perché la situazione ovviamente drammatica ed "incalzante" la motivava a spremere al massimo il lavoro delle sedute), chiarimmo che la sua pseudo-autonomia (o pseudo-forza o pseudo-salute) era la sua risposta difensiva a vissuti di abbandono e solitudine molto profondi e non elaborati. Lavorando sulle marcate tensioni della sua bocca, Gianna sperimentò delle situazioni fisiche ed emozionali molto precoci e presumibilmente preverbali (in quanto "difficili da tradurre in parole") di completo smarrimento, impotenza, "inconsistenza" e mancanza di sostegno e contatto fisico. Questo la aiutò ad accettare di essere una persona; non una "persona malata", ma nemmeno una "persona forte". Una persona che era malata, in cura ed in pericolo di vita, con tutto il dolore che ciò comportava attualmente e con tutto il dolore relativo ad un'infanzia devastata dalla solitudine.

 

La chemioterapia ha dato risultati buoni, una terapia omeopatica e naturale svolta con un medico molto competente ha ridotto i danni della chemioterapia e ora questa persona, oltre ad essere viva ha rispetto per la sua vita. Piange con relativa facilità per molte piccole cose che le ricordano il suo passato di bambina dipendente e rifiutata, ma gioisce realmente per il fatto di essere la persona che è.

 

Già il colloquio rendeva possibile la comprensione del fatto che questa persona non era "malata" (sul piano psicologico) e non era da "curare". Gianna non "aveva" alcun "disturbo": faceva da trent'anni qualcosa allo scopo preciso di sentire poco. Messa alle strette dalla malattia oggettiva ha cominciato a guardarsi dentro e anche a fare altre cose. Nel suo percorso analitico ha capito cosa faceva ed ha sentito ed espresso i suoi vissuti da sempre temuti e ignorati. Ciò le ha dato la possibilità di cambiare la sua strategia di vita e di vivere per vivere anziché per non soffrire. La sua ridecisione è stata positiva non tanto sul piano dello "star bene", ma sul piano dell'essere con se stessa, del rispettare la sua esistenza. Prima dell'analisi soffriva nevroticamente ed ora soffre umanamente perché la vita umana è piena di gioia, ma anche di sofferenza. Prima dell'analisi aveva gioito illusoriamente per la soddisfazione di essere "un tipo di persona" che in realtà non era; con l'analisi ha iniziato a gioire per il fatto di essere viva e per il fatto da amare se stessa, altre persone e la vita. Il cambiamento è stato qualitativo, non quantitativo: soffriva e gioiva prima e soffre e gioisce ora, ma ora soffre in modo comprensibile per situazioni reali e gioisce anche in modo comprensibile per situazioni altrettanto reali. Sul piano quantitativo non è cambiato nulla, ma sul piano qualitativo è sono cambiate molte cose. La psicoterapia però non dovrebbe essere un lavoro significativo in termini contabili, ma un percorso umano e proprio per questo io e Gianna siamo soddisfatti del lavoro svolto.

 

Qualsiasi orientamento psicoterapeutico volto a ridurre l'ansia per le sedute di chemioterapia, magari inducendo stati artificiosi di rilassamento mentre Gianna immaginava il "Club delle cancerose" o volto a rassicurarla sul fatto che molte volte la chemioterapia funziona o volto a farle comprendere che se anche aveva cellule malate aveva delle ossa molto sane, sarebbe stata per lo meno discutibile, anche se avesse dato risultati "evidence-based" sul piano della riduzione dell'ansia. Qualsiasi lettura del suo disturbo come effetto del "trauma" recente (la diagnosi medica crudele) sarebbe stata sballata in quanto Gianna aveva reagito a tale trauma in modi peculiari e coerenti con la sua strategia caratteriale consolidata in tre decenni. Qualsiasi atteggiamento "terapeutico" volto a considerare Gianna come un "caso clinico" o come una paziente "affetta" dal disturbo x e "trattabile" nel modo y sarebbe stata riduttiva oltre che non rispettosa. Inoltre, qualsiasi domanda circa l'efficacia del protocollo seguito da me sarebbe a dir poco fantasiosa. Io e questa persona non avevamo un protocollo, ma un progetto: abbiamo cercato di capire perché lei avesse reagito così irrazionalmente ad una brutta diagnosi, e abbiamo fatto il possibile per capire a quali vissuti mai elaborati avesse opposto il muro costituito dal suo atteggiamento "forte" che poi, di fronte alla malattia, non aveva retto. Abbiamo verificato che alla sua età poteva accettare il vissuto doloroso di un'infanzia da incubo e poteva quindi accettare anche di essere malata. Gianna, ora non solo sta meglio: sa cosa faceva per star male in quel modo superficiale e difensivo e cosa ha deciso di fare per affrontare la sua vita (ed anche il suo vero dolore) in modi più compassionevoli e umani.

 

Questo esempio non mira a suggerire che il lavoro analitico non debba includere l'utilizzazione di particolari tecniche. Deve includerle e sarebbe opportuno che ogni analista o psicoterapeuta conoscesse molte tecniche suggerite da varie scuole. Tuttavia, credo che le tecniche non siano fondamentali; credo che esse siano inutili o poco utili se non sono collocate in una strategia complessiva riguardante cambiamenti più profondi di quelli auspicati dai clienti nel primo colloquio (e da tante scuole di psicoterapia "scientifica"). Se il cliente inizialmente desidera semplicemente sentirsi meglio mantenendo intatte la sua irrazionalità e la sua emotività fasulla, l'analista (o lo psicoterapeuta) non dovrebbe colludere con questa filosofia minimalista riducendo il proprio impegno a qualcosa di codificato e finalizzato a risultati superficiali e particolari.

 

Riporto ora due sedute dedicate a sintomi o problemi specifici.

 

Susanna

La cliente, che chiamerò Susanna, in una fase inoltrata dell'analisi aveva già avviato una sua "elaborazione del lutto", anche se con l'incertezza ed il "fa e disfa" tipico delle persone inclini all'uso della scissione. I passi avanti erano stati notevoli ma a tratti si ripresentavano vecchi sintomi o atteggiamenti anche se non in modo persistente come in passato; ogni volta dovevamo riprendere il filo dell'interpretazione e toccavamo un livello un po' più profondo del vecchio dolore da cui Susanna era sempre fuggita terrorizzata.

In questa seduta la cliente mi riporta un sintomo particolarmente fastidioso per lei che era stato più volte riconosciuto come difensivo rispetto a sensazioni di fragilità e a vissuti molto dolorosi. Tuttavia, negli anni non avevamo (o non avevo) ancora colto il nocciolo fondamentale della funzione difensiva di certi pensieri che Susanna recepiva come egodistonici e da cui si sentiva oppressa (fino a sentirsi colpevole ed inadeguata). Le capitava di fare fantasie sessuali perverse molto inquietanti con la sorellina più piccola (di sette anni) e con le sue compagne di scuola.

In questo periodo il lavoro analitico –da sempre centrato su precoci vissuti di rifiuto, di minacia e di abbandono da parte della madre- stavamo riesaminando il rapporto di Susanna col padre, e non a caso, i sintomi erano rispuntati violenti dopo un lungo periodo di letargo.

 

S. Avrei fatto di tutto per avere la sua attenzione, anche perché il suo atteggiamento serio e imponente mi faceva sentire di poter essere protetta. Però lui mi vedeva solo per sgridarmi o per insegnarmi delle cose. La mia vita di bambina non lo interessava. Non so perché collego queste mie fantasie perverse a mio padre, dato che lui è la quintessenza della moralità e dell'integrità. Ricordo però che da bambina io facevo giochi sessuali con i miei amichetti e che temevo (o desideravo) che lui lo scoprisse. Forse sarebbe stato il più grande dispetto che avrei potuto fargli.

[Al momento non vedo la pista che Susanna mi sollecita a vedere, e faccio varie domande sull'infanzia, la sua sessualità infantile ecc. senza ricavare nessuna informazione illuminante].

 

S. Da piccola ero molto attratta dal sesso, soprattutto dalle perversioni e, non so perché, credo che questo sia collegato a mio padre. Lui reagiva disgustato a qualsiasi accenno di sessualità "spinta" nei programmi televisivi. Forse mi avrebbe voluta asessuata. Di fatto, nella mia adolescenza avevo atteggiamenti molto provocanti sessualmente, mi truccavo molto, portavo minigonne; ero nella mia fase di ribellione.

[A questo punto -meglio tardi che mai!- comincio ad inquadrare le fantasie perverse nel quadro della controdipendenza rispetto al padre e faccio l'ipotesi che solo il recupero dei vissuti (dolorosi) di dipendenza e bisogno relativi al padre possa consentire un superamento dei cosiddetti "sintomi perversi"].

 

G. Forse il sesso è l'unico ambito in cui tuo padre è vulnerabile e in cui tu puoi sentirti forte rispetto a lui o vendicarti della sua freddezza emotiva.

S. Io ho sempre pensato che il suo moralismo fosse la facciata dietro cui nascondeva la sua "sporcizia sessuale". Credo che lui sia così inflessubile con la sessualità nel mondo perché è fondamentalmente un porco.

G. Quali sono i sentimenti più forti che ora ritrovi rispetto a tuo padre?

S. Se penso che lui non mi ascolta, non mi coccola, non mi capisce, mi viene da piangere; se penso che è un porco non ho più voglia di piangere.

G. Così, se tu ti pensi come una "bomba del sesso perverso", sai di avere in pugno tuo padre, perché stai nel "luogo" che inquieta lui. Sei forte, provocatoria e … frustrante. Tu metti in difficoltà lui. Tu sei potente. Poi, i sensi do colpa sono un piccolo pedaggio da pagare per questa sensazione di potere, e per il distacco dal tuo bisogno e dal tuo dolore).

E' tardi e dobbiamo sospendere il lavoro.

 

Nella seduta successiva, la cliente riprende il discorso dicendomi che le considerazioni fatte le sembrano importanti, anche se non è riuscita ad andare oltre o a sentirsi più tranquilla. Di fatto avevamo tracciato una possibile spiegazione dei "sintomi" ma non avevamo collegato nulla di ciò alle emozioni profonde di Susanna.

La invito a inventare un dialogo fra lei piccola e il padre dicendo quel che le viene in mente. Dopo qualche scambio di battute le suggerisco di fermarsi e sentire le sue emozioni guardando il padre negli occhi ed evitando di trattenere il respiro.

 

S. Non voglio. Mi sento così piccola! Mi sento fragile.

G. Digli cosa desideri

S. Ho avuto il pensiero di farmi baciare sulla bocca.

G. Sei eccitata sessualmente?

S.No.

G.Sei eccitata sessualmente quando fai le fantasie sulla sorellina?

S. No!

G. Ti senti fragile pensando di baciare sessualmente tuo padre?

S. No!

G. Allora non scappare dalla fragilità con queste cazzate pseudosessuali!

S. …[Piange profondamente, con lacrime e singhiozzi]. Perché non ti accorgi di me? Perché non mi hai salvato da mia madre? Tu potevi fare qualcosa, e invece non ci sei stato mai. C'eri solo per sgridarmi o per controllare i miei compiti.

G.Cosa senti, ora?

S. Tanto dolore.

G.Lo puoi tollerare?

S. Sembra di sì.

G. Hai dei pensieri sessuali su tuo padre o su qualche bambina?

S. Nemmeno l'ombra!

G.Capisci cosa eviti quando ti inventi di essere un'arpia sessualmente minacciosa?

S. Ora lo capisco.

G.E' più doloroso sentire quel bisogno e quella solitudine, oppure sentirsi colpevoli di terribili perversioni?

S. E' tutta un'altra cosa. Quando mi sento in colpa sono agitata, sto male, ma non mi sento così vulnerabile e così…vicina a me.

G. OK

 

Serena

A differenza della cliente di cui ho appena parlato, che si separava dal dolore di bambina rappresentando un ruolo "da grande", questa cliente (che chiamerò Serena) si separa dal dolore della sua infanzia continuando a sentirsi piccola per alimentare (con rabbia) la pretesa di esperienze riparative. Per lei (quasi quarantenne) i genitori sono sempre "papi" e "mami" e anche io sono "quello che la deve far star bene…finalmente".

Il lavoro già svolto le aveva chiarito la funzione difensiva dei suoi atteggiamenti, dei suoi sintomi e della immagine (falsa) di sé e le aveva anche fatto prendere (un po' di) confidenza col dolore evitato.

Serena inizia la seduta in modo propositivo, dicendo di sentirsi in grado di prendersi le sue responsabilità adulte e di accettare come concluso il suo sogno di bambina.

Mi dà l'impressione di volerci più che altro mettere una pietra sopra e di voler concludere in fretta un lutto troppo doloroso per i suoi gusti. Quindi, anziché brindare ai "buoni propositi", scelgo di ricordarle che comunque i vecchi bisogni restano e che il vecchio dolore resta. Voglio farle tener presente che il "cambiamento" non deve essere inteso come un'idea ottimistica di riserva, perché (per quanto ragionevole e piacevole) il suo progetto di vivere la vita da persona adulta non toglie nulla al dolore che è già diventato storia personale (né a quello che verrà).

 

S. Ho capito. Quel che dici è sensato. I miei desideri di bambina sono sempre lì. Però non voglio illudermi di soddisfarli.

G. Buona idea, però puoi ascoltarli, anche sapendo che non puoi soddisfarli. [Penso che in questo momento di lucidità, l'accesso migliore alle emozioni profonde sia fisico piuttosto che verbale].Fisicamente senti qualche parte del corpo che rappresenta le emozioni di te bambina?

S. Mi sento un po' "corrucciata" nella fronte anche se sto "guardando bene" la realtà.

G.Accentua quelle tensioni e trova le parole di quelle tensioni.

S. Devi stare con me … sempre! [Il tono è basso; sta solo ripetendo ciò che ha pensato, ma non lo sta esprimendo].

G. Scalda la tua pretesa, scongelala.

S. [Pesta coi piedi per terra, stando seduta sul divano]

G.Mettiti sul lettino e lascia uscire tutta la forza della tua pretesa

S.[Sul lettino, scalcia, colpisce coi pugni e ripete varie frasi del tipo "stammi vicino!]

G.[Siedo sul lettino e lei grida di volermi più vicino, ma io resto lì. Lei inizia un pianto, stentatamente, che mi sembra più che altro un capriccio] Senti rabbia o dolore?

S.Tutte e due le emozioni.

G.Allora non piangere di rabbia. La rabbia esce male con il pianto!

S. [Colpisce coi pugni violentemente il materassino, gridando] Non mi basta questo! Voglio di più!

[Dopo un po' si ferma, stanca, senza aver però espresso tutti i suoi sentimenti. La lascio stare per un minuto e poi la invito a non interrompere la respirazione. Mentre respira profondamente faccio qualche pressione sui masseteri, sugli scaleni, sul trapezio, sul petto e sul diaframma. La respirazione si approfondisce ulteriormente e invito Serena a lasciar uscire un filo di voce espirando. La voce si rompe nei singhiozzi di un pianto profondo. A questo punto torno a sedere a metà del lettino dove ero prima].

 

G. Cosa stai dicendo con questo pianto?

S. Che sono triste.

G.A chi lo dici? A me o a te?

S. A tutti e due.

G. Perché anche a me?

S. Perché devi fare qualcosa.

G. La speranza è dura a morire! Allora smetti di piangere e tira fuori la rabbia che resta!

S.Sento tensione nella bocca.

G. La invito a ripetere la frase "devi fare qualcosa" mentre morde un tovagliolino; la invito anche a rendersi conto della speranza che mantiene arrabbiandosi con me in quel modo.

S. [Dopo] Quando mi sento arrabbiata io sono convinta che tu debba e possa farmi star bene.

G. E ora credi che io possa fare qualcosa che ti dia pace rispetto a questo tuo bisogno così antico.

S. No.

G.Il dolore c'è quando si sente sia un bisogno che un'impossibilità. Alcuni evitano il dolore illudendosi di non aver bisogno di nulla. Altri, come te, lo evitano illudendosi che ci sia una risposta al loro bisogno. Tu devi esercitarti nell'arte di una saggezza molto elementare: sentire i tuoi vecchi bisogni ed anche capire che resteranno insoddisfatti.

S. Ma io voglio che tu ti occupi di me!

G. Va bene. E' un bel desiderio. Ma poi, io posso? Dì tutta la frase!

S. Io voglio che ti occupi di me … ma è tardi. [Ora Serena si lascia andare ad un pianto non solo profondo, ma anche morbido, lieve e davvero sentito.

G. [Dopo] Senti quanto dolore nascondi con la rabbia e con la speranza?

S. Sì. Non sento più il nodo alla gola che sentivo prima.

G. Lo sentirai ancora quando vorrai ignorare il tuo dolore. E potrai scioglierlo nuovamente accogliendo il tuo pianto.

S. Mi sembra di aver buttato via la mia vita, sempre a cercare quel che non potevo avere. Avrei dovuto piangere così da piccola?

G. Allora non potevi. Per fortuna hai trovato il modo di sopravvivere. Ora puoi piangere e vivere.

 

In una seduta di circa tre mesi dopo, Serena mi parla dei cambiamenti realizzati. In questo periodo ha pianto spesso, ma (proprio accettando di sentirsi piccola e bisognosa) ha potuto riconoscere le sue attuali risorse adulte. Ha cambiato lavoro ed ha trovato una nuova casa, la prima casa in cui vive da sola.

S. Mi sono resa conto di avere più energia di quella che credevo di avere. Una sera ho pianto a casa, perché nel nuovo ufficio la gente è fuori di testa; però non mi sono depressa. Quando esco da quella gabbia di matti ho ancora delle ore da vivere e le vivo. Vedo il mio compagno e cerco di stare con lui nel modo migliore senza mettere in mezzo le vecchie provocazioni che ci allontanavano. Quando invece passo una serata da sola apprezzo la solitudine. Alla mia età ci vuole qualche momento di solitudine e non ha senso "sentirsi soli". Quando affiora una "sensazione di solitudine" ormai so di cosa si tratta. E' una cosa mia da accettare e non un problema da "risolvere". Ho anche scoperto una nuova sensazione che mi sembra una conquista davvero importante: sto cominciando a percepire la dimensione di "me-persona" e non solo di "me-rispetto-a-qualcun-altro". Non so trovare delle parole migliori. Capisci cosa voglio dire?

G. Sì.

 

Nel frammento di seduta che segue, il cliente manifesta alcuni cambiamenti profondi relativi alla sua identità personale ed al modo di considerare il rapporto con le altre persone.

 

Sandro

Riporto le considerazioni del cliente (che chiamerò Sandro) all'inizio della seduta.

S. Ho avuto delle sensazioni contrastanti… di fragilità, ma anche di benessere.

Ciò un po' mi meraviglia anche se ha una logica. Mi spaventa la precarietà della nostra vita, soprattutto se accetto che (come dici tu) "non abbiamo diritti", e che quindi non ha senso incazzarsi. Se anziché incazzarmi (come prima) sto "dentro la vita", sento che quel che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro. Però sento anche delle altre cose: non si sta come si vorrebbe, ma non si sta nemmeno male! Così mi sento più in contatto con quello che succede. Ho fatto un sogno: io piangevo ed i miei genitori mi abbracciavano.

G. Bene. La tua parte genitoriale ora è disponibile ad accettarti anche se sei triste o fragile.

S. Infatti, la cosa curiosa è che da quando mi sento più fragile mi sento anche più forte.

 

A HREF='http://www.psychostore.net/affiliate/scripts/t.php?a_aid=635&a_bid=5'>