Le pagine che seguono sono un estratto del libro intitolato
Perché le persone
fanno ciò che fanno?
Cliccando sul titolo si può leggere l’indice del volume
Il problema riguardante le ragioni per cui si agisce,
avendo molte implicazioni emozionali, sollecita facilmente delle risposte
irrazionali. Mentre sulle questioni pratiche le persone sono quasi sempre
attente ai fatti e alla logica, sulle questioni meno “palpabili” e più
rilevanti per le scelte di vita, le persone sembrano più portate a giustificare
ciò che vogliono credere piuttosto che a capire la realtà.
I
filosofi (o i profani) che affermano che le persone agiscono come delle
macchine o come dei computer, qualche volta si infuriano con qualcuno perché
non ha agito come “avrebbe potuto” (e magari “come avrebbe dovuto”). Accettando
una visione deterministica del comportamento umano non mostrano molta
ragionevolezza nel pretendere che le persone agiscano diversamente da come
agiscono.
In altri casi, filosofi o profani sostenitori del libero
arbitrio, attribuiscono la responsabilità delle loro azioni agli altri (“tu mi
hai fatto arrabbiare”). Accettando una visione non deterministica si
contraddicono interpretando le loro azioni come effetto di determinanti
esterne.
Sembra che le persone abbiano bisogno di filosofare sulle
ragioni per cui agiscono, perché non possono rinunciare ad avere qualche
idea relativa al senso di ciò che fanno; tuttavia sembra che le persone
abbiano anche bisogno di mantenere convinzioni di cui non possono essere
davvero convinte.
Nel percorso analitico le persone vengono sollecitate ad
osservare che agiscono sempre intenzionalmente
e che quando non agiscono per scopi comprensibili agiscono per evitare
di sentire emozioni che potrebbero tollerare, ma che temono (fin dall’infanzia)
di non tollerare.
Questa chiave interpretativa non è intellettualmente molto
sofisticata e assomiglia più alle espressioni del buon senso campagnolo che alle
espressioni del sapere accademico. Tuttavia, a mio avviso, solo la paura spiega
adeguatamente sia l’irrazionalità del comportamento, sia l’irrazionalità delle
giustificazioni (rozze o intellettualmente raffinate) date alle azioni
irrazionali.
La
realtà è affascinante, ma a volte spezza il cuore. La realtà è dura per gli
adulti, ma spesso per i bambini è emotivamente intollerabile e i bambini
imparano da soli ad agire in modi adatti a limitare il contatto emotivo con una
realtà troppo dolorosa. Imparano anche a giustificare ciò che fanno e a
nascondersi la (scomoda) verità relativa al fatto che agiscono
“difensivamente”, cioè per paura di “soffrire troppo”. Crescendo, quei bambini
imparano a esporre in modi più complessi le (false) giustificazioni del loro
agire. Se quei bambini diventano filosofi rendono più articolate le loro
razionalizzazioni e se diventano persone colte scelgono le idee filosofiche
altrui più compatibili con le loro razionalizzazioni difensive originariamente
ingenue. Se si interessano alla scienza rischiano di dare contributi
discutibili alla psicologia.
Facendo il mio percorso analitico personale e accompagnando
i miei clienti nel loro percorso analitico mi sono formato due convinzioni.
a) Se muoviamo un muscolo o
se rivolgiamo l’attenzione a qualcosa abbiamo sempre l’intenzione di fare ciò
che facciamo. Consapevolmente o inconsapevolmente riteniamo desiderabili
le conseguenze che il nostro gesto potrà prevedibilmente favorire oppure
riteniamo che tali conseguenze, anche se non fortemente desiderate, possano
essere almeno accettabili.
b) Se agiamo in modi rispettosi e costruttivi sappiamo
perché abbiamo agito e siamo molto convincenti esplicitando le ragioni del
nostro comportamento; se invece agiamo in modi irrazionali e distruttivi,
perseguiamo (senza averne coscienza) degli scopi difensivi stabiliti in genere
fin dall’infanzia. Quando cerchiamo di spiegarci o di spiegare le ragioni di
tali comportamenti facciamo delle affermazioni che a loro volta sono
irrazionali.
Ad esempio una persona può avere un progetto di vita poco
appagante per non sentire la svalutazione che i genitori manifestavano nei
confronti delle persone soddisfatte della loro vita.
Tale persona può incontrare un/una partner adatto/a a
rendere insopportabile la vita di coppia e può arrampicarsi sugli specchi per
affermare che non può fare a meno di lui/lei. Può anche incontrare una persona
gratificante e positiva, e fare di tutto per esasperarla, creare un conflitto e
distruggere il rapporto. Può anche restare aggrappata ad un lavoro
insoddisfacente o cercarsi dei guai.
Tale persona può anche credere di aver sempre fatto del suo
meglio per vivere una buona vita, ma se viene sollecitata a considerare le
scelte fatte nei momenti decisivi, può riconoscere di aver sempre fatto proprio
le scelte che avrebbero reso almeno probabile un disastro.
Le persone sono ciò che sono anche perché hanno una storia.
Nella vita adulta inevitabilmente approfondiscono esperienze dell’infanzia o
fanno esperienze che risultano attraenti anche perché nell’infanzia erano state
soddisfacenti o perché nell’infanzia erano mancate. I comportamenti, gli
interessi, le tendenze degli adulti non sono irrazionali se hanno semplicemente
a che fare con l’infanzia, ma sono irrazionali (e pericolose) se sono sostenute
emotivamente dal bisogno di negare ciò che l’infanzia è stata.
Le azioni che sono difensivamente collegate all’infanzia
hanno un “sapore” strano. Quando le persone “sono ancora là” (nel passato), si
ostinano oggi a “mettere a posto” una realtà che è già conclusa. Hanno una
scarsa sensibilità per persone e situazioni attuali che meriterebbero
attenzione, mentre affrontano in modi conflittuali delle relazioni che
potrebbero essere apprezzate. Lasciano scorrere la vita senza assaporarla e
senza conoscerla perché vivono nel presente con obiettivi focalizzati su un
passato non accettato e non risolto.
Un cliente, che chiamerò Antonio, stava smettendo i farmaci
che uno psichiatra inopportunamente gli aveva prescritto. Ormai aveva capito
bene che i suoi “disturbi psicofisici” non erano “causati” dalla sua
“depressione”, ma che egli “deprimendosi” (con o senza sintomi psicofisici)
restava arrabbiato con tutto e tutti, senza vere ragioni attuali. Da quasi un
anno i sintomi erano diventati molto lievi e venivano superati senza i farmaci
“facoltativi” (previsti per le emergenze); i farmaci abituali erano stati più
che dimezzati. Egli però non conviveva stabilmente con le sue emozioni, con la
gioia e con il dolore. Nei momenti in cui sentiva il bisogno di piangere a
volte si lasciava andare, ma quasi sempre si anestetizzava sentendo rabbia e,
purtroppo, prendendosela con qualcuno (soprattutto la sua compagna, che
chiamerò Piera). Lo sapeva, ma aveva mantenuto questa tendenza. Stava quindi
molto meglio, ma non come avrebbe potuto perché comunque limitava la
consapevolezza del suo dolore (e della sua felicità, ovviamente). Utilizzava
sintomi più circoscritti e “normali” (le litigate anziché i “misteriosi
disturbi psicofisici”), ma non faceva una vera svolta.
In questa fase del suo percorso, mi racconta di aver avuto
un altro scontro con Piera che, tra l’altro, è molto brava nel procurargli
frustrazioni o nell’accusarlo pretestuosamente quando ha problemi con i
genitori, a cui è molto attaccata. Nella seduta che voglio riportare, Antonio
mi comunica di “esserci ricascato”.
A. Ho abboccato all’amo. Sapevo che lei voleva la guerra e
l’idea che scaricasse su di me le sue frustrazioni mi ha fatto imbestialire.
GF. No: tu hai preferito imbestialirti piuttosto che …
A. Piuttosto che accettare che “se ne era andata un’altra
volta”. Però, c’è un limite a tutto quello che si può accettare. Quando Piera
rompe le palle è davvero insopportabile.
GF. Io non voglio stabilire dei limiti oltre i quali la
rabbia è giusta. Il punto è un altro: la rabbia è lotta e la lotta serve a
respingere o a ottenere cose. Tu ti arrabbi con lei e non ottieni che si calmi.
Al massimo ottieni che lei si allontani di più, ma ciò che vuoi è averla
vicina. Quindi la tua rabbia, rivolta ad una persona che ami e desideri è una
fesseria. Serve, ma solo come difesa. Non cambia Piera ma cambia solo la tua
sensibilità perché con la rabbia ti dissoci dalla consapevolezza di un fatto
doloroso: lei ti vuol bene, ma quando ha paura di sentire un dolore profondo,
forse un dolore molto antico, ti tradisce. Sì. Ti tradisce. Non scappa con un
marinaio russo ma con la sua rabbia. Torna “in famiglia”. Tu puoi scappare come
lei e aggravare un circolo vizioso oppure restare presente e almeno ridurre i
danni. Puoi anche lasciarla, ma non con rabbia, perché lei non è una seccatrice
di cui vuoi solo liberarti, ma una compagna con cui stai bene se non vieni
aggredito. Le coppie dovrebbero separarsi, se proprio è il caso, solo quando
hanno raggiunto un equilibrio fatto di rispetto e di affetto.
A. Lo so. Ne parliamo da tempo, però, oltre un certo limite
non ce la faccio a vivere senza rabbia.
GF. Balle! In passato dicevi di “non farcela” a mantenere
un’apertura che ora è per te abituale. Ora devi semplicemente scegliere se
continuare a sentire qualcosa o se permetterti di sentire tutto. Tu sai
benissimo, per le esperienze già fatte, che il superamento del limite che ti
dai comporta altro dolore. Comporta però un dolore che già ti appartiene, dal
momento che tu ami e desideri proprio quella donna.
A. Ma insomma, non posso piangere sempre!
GF. Questo è terrorismo psicologico. L’alternativa a
piangere una volta al mese, qui, con me perché non ti lascio in pace per
un’ora, non è piangere “sempre”, ma piangere quando ne hai bisogno.
A. Oltre quel limite però …
GF. Cosa senti oltre quel limite?
A. [Non mi risponde e si commuove. Trattiene il pianto, ma
sente qualcosa e smette di polemizzare.] Perché uno aspetta trent’anni per
trovare la donna giusta, ci vive assieme, ci fa due figli e poi deve ogni tanto
tornare a quella solitudine?!
GF. Quale?
A. Lo sai tu e lo so io. Io non so se voglio sentirla
tutta.
GF. Questa è una decisione tua. Però almeno ora è chiaro
quale è il vero nocciolo della situazione. Non è vero che oltre un certo limite
non ce la fai, come nel sollevamento pesi. Tu stabilisci che oltre un certo
limite te ne vai dal contatto emotivo, dalla realtà e da Piera. Se così sei
felice, puoi rendere definitiva questa decisione. Di fatto non stai bene comunque
e perdi dei pezzi di vita tua; pezzi dolorosi, ma anche pezzi che è un peccato
buttare via e che un giorno potresti rimpiangere.
A. Non è facile.
GF. Lo so.
Antonio
dice che “non ce la fa” a liberarsi della sua rabbia e che non piange perché
non può “piangere sempre”. Due bugie. In realtà si impegna e con successo a
costruire una rabbia difensiva e fa questo proprio per non sentire il dolore e
misurarsi con il suo pianto. L’alternativa alla sua vita “asciutta” non è
affatto costituita dal “piangersi addosso dalla mattina alla sera”, ma dal
permettersi di esprimere il pianto quando ha bisogno di piangere. La verità
scomoda è che Antonio ha cominciato a sentire il suo dolore, quello che lo
accompagna da sempre; ha capito benissimo che solo integrando quella sofferenza
reale ha ritrovato se stesso e si è liberato di una buona parte dei farmaci.
Per ritrovarsi del tutto deve accettare quel dolore senza condizioni. Questo è
il punto, non il non farcela o il timore di piangere come una sorgente delle
Dolomiti.
Le
persone vivono molto al di sotto delle loro potenzialità di godere, di
esprimersi, di agire creativamente, costruttivamente. Limitano
considerevolmente il proprio piacere e la possibilità di rendere felici le
persone che amano. Alle rinunce inevitabili, determinate dalle necessità di
sopravvivenza, dalla convivenza sociale, dai limiti personali, dalla debolezza
fisica, aggiungono moltissime rinunce determinate da precise scelte personali
che sembrano non aver ragioni, ma che le persone stesse si sforzano di
giustificare.
“Non
studio perché non credo di riuscire a superare gli esami. Ho superato
brillantemente due esami, ma credo di aver avuto fortuna. Non mi sento di dare
il prossimo esame perché penso di non riuscire a mantenere la media. Non
sopporterei di essere “liquidato” con un 18. Mi sentirei uno stupido”.
[Domanda: “e quelli che sono davvero poco intelligenti come devono sentirsi?”]
“Per gli altri è diverso”. [Domanda: “Perché?] “Non lo so, ma non ho voglia di
studiare e di sentirmi stupido”.
Le
persone si spiegano ciò che fanno con ragionamenti di questo tipo. Si
accontentano di spiegazioni che non spiegano nulla. Non sanno perché agiscono e
non sopportano di non saperlo. Inventano quindi delle “giustificazioni” che non
giustificano nulla, ma che consentono a loro stessi di continuare a non sapere
perché fanno ciò che fanno. Riescono a non dirsi la verità perché evitano di
farsi le “domande giuste”. Nel lavoro analitico, infatti, i clienti trovano le
“risposte giuste” se l’analista fa le “domande giuste”. E le risposte giuste
sono sempre dolorose. Sono dolorose oggi e soprattutto erano insopportabilmente
dolorose nell’infanzia.
Sintomi
e comportamenti bizzarri coprono cose sacre di una vita sacra. Atteggiamenti
del tutto irrazionali coprono veri disastri personali che non possono più
nuocere, ma fanno ancora paura.
Quasi
tutte le azioni sono importanti perché costituiscono un nodo di una rete di
azioni che delinea un’intera esistenza personale. Sono importanti perché
esprimono un aspetto della persona che contribuisce a rendere quella persona la
persona unica che è. Possono anche essere importanti perché esprimono una
chiusura, un’interruzione del contatto. In questo caso, l’azione può essere in
sé “sciocca” (una “stupida fobia” o “un’assurda reazione”), ma è sentita dalla
persona come necessaria o addirittura come un aspetto della sua identità. Se
contribuisce a “tenere in piedi” una falsa identità è una bugia, ma è una bugia
che interrompe il contatto con un’emozione temuta e tale emozione tanto temuta
non è una sciocchezza: è un incubo che perseguita quella persona, giorno dopo
giorno, da anni o decenni.
Nella
vita quotidiana i comportamenti difensivi degli altri che costituiscono delle
aggressioni vanno combattuti, ma nei rapporti di coppia o di amicizia anche le
aggressioni non possono essere semplicemente combattute perché in tali rapporti
non è presente il desiderio di essere lasciati in pace, ma il desiderio di
essere accettati e amati. Con la lotta si possono ottenere delle cose, ma non
l’accettazione o l’amore. La lotta ha senso con estranei distruttivi, ma non
con le persone che amiamo o che ci amano pur essendo distruttive. Nei rapporti
intimi la lotta, la rabbia e la squalificazione non hanno mai una
giustificazione su un piano di realtà.
Sarebbe
utile, se non siamo direttamente aggrediti, considerare anche gli estranei o i
conoscenti come delle persone, dato che lo sono e capire che anche quando
agiscono in modi assurdi non stanno “sbagliando” o “facendo cazzate”, ma stanno
vivendo la loro vita. Stanno vivendo in termini difensivi se non agiscono
razionalmente e con sentimenti comprensibili, ma anche se stanno fuggendo,
fuggono da qualcosa di autentico che da qualche parte hanno sfiorato e temono
di sentire.
Le
piccole azioni, quindi sono quasi sempre grandi cose perché sono pezzi di vita
e hanno un senso nel contesto di una storia personale unica. Infatti le piccole
azioni sono sempre importanti, ma azioni simili compiute da persone diverse non
hanno lo stesso significato.
Fermarsi
sul bordo della strada e sedersi su un sasso per guardare l’acqua di un fiume
che scorre nella vallata non significa necessariamente prendersi un piccolo
momento di relax. Dedicare dieci minuti a guardare il fiume può significare
molte cose: che si sente di essere vivi e di essere parte di un tutto oppure
che si desidera fare una sosta perché se si arriva a casa troppo presto si
rischia di dover controllare i compiti dei figli. Guardare la vallata fumando
una sigaretta può significare che ci si permette di stare lì rilassati a oziare
in pace oppure che si deve “fare qualcosa” almeno con la bocca per non stare
“troppo in pace”. Guardare la vallata senza fumare una sigaretta può
significare che è bello respirare l’aria della vallata oppure che è importante
respirare aria pura per prevenire il cancro ai polmoni. Le persone possono dare
valore alla vita guardando con simpatia un gatto che va a spasso per la
campagna e non dare alcun valore alla vita straparlando di ecologia e provando
solo rabbia per la società tecnologica. Possono pulire la casa per “sentirsi a
casa” o per rendere tutto igienico. Possono giocare con un bambino per amore o
per sentirsi dei bravi genitori.
I
piccoli gesti sono tessere di un mosaico più grande. La qualità della vita, dal
mio punto di vista, non è “scadente” se paragonata ad un ideale astratto ma se
paragonata alle potenzialità personali. Poco conta se una persona non ha fatto
un’importante scoperta scientifica o non ha vinto una medaglia alle Olimpiadi;
conta che abbia fatto tutto ciò che poteva per vivere la sua vita.
Questo serve per morire senza rimpianti.
Le
persone fanno quindi sempre cose importanti quando fanno ciò che fanno. E
agiscono per esprimersi, per esprimere ciò che sono, per manifestare le loro
potenzialità, oppure per evitare di sentire e di sentirsi. Spesso vivono per
evitare la loro vita, ma anche in questo modo vivono; vivono la loro vita anche
se vivono “tradendosi”. Tradiscono anche gli altri perché danno ai loro cari
meno importanza che alle loro paure. Ma non possono fare diversamente se non
sanno perché fanno ciò che fanno.
In
questa prospettiva, capire perché le persone fanno ciò che fanno non ha nulla a
che fare con la scoperta dei “misteri della psiche”. Purtroppo, la psicoterapia
è nata proprio in seguito ad una curiosità di questo tipo. Freud, con la
passione e la freddezza di un entomologo cercava misteriosi “complessi” nella
“psiche” dei suoi “pazienti” e altri suoi colleghi e discepoli hanno collocato
le difficoltà delle persone in quadri di riferimento teorici (o pseudoteorici)
davvero “pesanti” (e poco “umani”). Se un non addetto ai lavori (cioè una
persona non “vaccinata”) si legge qualche pagina che illustra i “grandi
sistemi” inventati dai pionieri della psicoterapia, finisce per farsi domande
strane. Può chiedersi se non sta bene a causa del complesso edipico o per
qualche “archetipo che non è a posto” o per un “complesso di inferiorità” o per
qualche “blocco sessuoeconomico della libido”. Vite, vite reali, vite vissute
trattate come un “problema da risolvere” secondo criteri interessanti solo per
il ricercatore di turno. Vite reali incasellate ed etichettate per sembrare
comprensibili e non essere davvero comprese. Vite “patologiche” da spiegare in
termini “medici” proprio per continuare a non capire che le vite normali
sono normalmente vissute al di sotto delle potenzialità individuali. Le persone
con strane fobie potrebbero vivere meglio, ma anche gli psicoterapeuti con
l’idea fissa di considerare i clienti come dei quiz da risolvere o come dei
malati da curare potrebbero vivere meglio.
Le
persone vivono e fanno cose. Fanno ciò che fanno per qualche particolarissima
ragione e poco conta che per certi psicoterapeuti un particolare sintomo debba
avere una spiegazione valida in tutti i casi. Le persone sentono il desiderio o
il bisogno di agire in certi modi e solo loro possono sapere per quale ragione.
Noi analisti o psicoterapeuti non abbiamo il diritto di stabilirlo una volta
per tutte, ma possiamo vedere con le persone in questione se le ragioni
che dichiarano sono plausibili. Se non lo sono, possiamo capire assieme ai
clienti se fanno ciò che fanno per altre ragioni. Forse per ragioni che non
sono valide oggi, ma che sono state buone ragioni in passato.
Dopo
Freud la psicoterapia è andata avanti ignorando le speculazioni sulla
pulsionalità e sul triangolo edipico, ma ha trovato altre cause per disturbi
psicologici (errori cognitivi, carenze affettive, ecc.) e ha continuato a
identificare disturbi specifici e “curabili con metodi appropriati”.
La
psicoterapia è diventata la razionalizzazione ufficiale della normalità proprio
delimitando il ghetto delle patologie da diagnosticare e curare. Ha allargato
il ghetto (creando spazio per disturbi nuovi, disturbi di personalità meno
specifici, patologie relazionali, ecc.), ma ha continuato a isolare qualcuno
per impedire la riflessione sul modo in cui tutti gli altri vivono, per
bloccare le domande scomode relative alle ragioni per cui tutte le persone
(non solo quelle che sentono voci inesistenti o che hanno strane reazioni
“psicosomatiche”) fanno ciò che fanno.
In
questa logica di tipo medico sono rimaste tabù le domande sulle attribuzioni di
valore alla vita quotidiana, sul rapporto fra singole azioni e progetti di vita
e su tutte le scelte normalmente distruttive compiute da persone normali
riconosciute come normali da altre persone normalmente distruttive.
La
psicoterapia ha perso l’occasione di collegare le domande filosofiche
sull’intenzionalità del comportamento alle conoscenze empiriche su ciò che le persone
fanno nella loro testa prima di affrontare la realtà esterna. Ha così
confermato la normalità irrazionale (quella dei conflitti famigliari, delle
svalutazioni, delle illusioni di massa e delle guerre patriottiche o religiose)
come criterio di paragone per una definizione della (delimitata e curabile)
patologia psichica. Se il capo di un governo ammazza un figlio è considerato un
criminale, ma se dichiara una guerra e fa morire diecimila figli di altre
persone è considerato un grande statista perché la guerra interessa tutte le
persone normali che lo hanno eletto. Se un vescovo compie atti di pedofilia è
considerato un delinquente o forse un malato, ma se diffonde quotidianamente
una cultura morbosa del peccato e dell’impurità e istruisce migliaia di preti a
portare bambini di otto anni a confessare i loro atroci peccati viene
considerato un “pastore di anime”, dato che fa ciò che normalmente la gente
vuole che faccia.
La
psicoterapia, purtroppo, spesso non aiuta le persone a capire perché fanno ciò
che fanno, ma fornisce spiegazioni apparentemente plausibili di alcuni
specifici comportamenti (i sintomi elencati nei trattati). Tratta i sintomi che
il mondo dei normali (quello dei governanti, dei cittadini, dei preti e delle
persone normalmente incazzate, depresse o piene di sensi di colpa) vuole
isolare. I normali isolano gli altri normali un po’ più gravi (o solamente più
trasparenti di loro) per non riconoscere i propri conflitti personali. I
normali che fanno leggi vogliono isolare gli altri normali un po’ più gravi di
loro (ma in genere meno pericolosi di loro) per confermare la visione del mondo
socialmente riconosciuta dai normali che li hanno eletti. Per questo fanno di
tutto per stabilire norme adatte a istituire la psicoterapia come strumento di
diagnosi e cura delle patologie e come strumento di conferma scientifica della
normalità. Per legge non si chiede che gli psicoterapeuti siano capaci di
amare, di piangere, di godersi la vita, ma che siano capaci di etichettare un
ossessivo e di non etichettare un generale che vuole seminare morti per portare
al suo governo un barile di petrolio.
A mio avviso, le radici profonde delle idee più comuni
sulla realtà, sulle azioni umane e sulle scelte personali stanno nelle
convinzioni che le persone hanno costruito nei primi anni di vita. Ciò vale sia
per le idee inserite nei trattati filosofici, sia per le idee affermate nelle
conversazioni di ogni giorno.
Un bambino si convince di essere in qualche modo
“sbagliato” perché non riesce a tollerare l’idea di essere gratuitamente
svalutato dai genitori. Preferisce sentirsi “capito nelle sue colpe” che sapere
di essere privo di colpe ma in balia di adulti che sono delle mine vaganti. Una
volta cresciuto, questo bambino, può diventare un adulto che si sente
confusamente colpevole o “inadeguato” oppure che tratta gli altri con arroganza
per non sentirsi colpevole e inadeguato. Se diventa uno studioso può anche
sentirsi affascinato da teologie che affermano il peccato originale oppure da
concezioni etiche aristocratiche come quella di Nietzsche.
Queste considerazioni ci portano ad una conclusione poco
confortante: quando le persone agiscono irrazionalmente, devono razionalizzare
a posteriori ciò che fanno perché non sono coscienti delle vere ragioni delle
loro azioni. Per questo motivo, sulle questioni fondamentali il confronto
intellettuale e il dialogo personale non possono modificare le tendenze
distruttive delle persone.
Il lavoro sulle difese conduce sempre ad esperienze dolorose
non accettate nell’infanzia perché (allora) intollerabili. Il confronto con il
dolore temuto non rende le persone più razionali, dato che le persone sono in
grado di ragionare anche quando evitano di esercitare le loro capacità
critiche. Tale confronto le libera dalla paura e dalla conseguente necessità di
aggrapparsi a convinzioni e illusioni bizzarre costruite nell’infanzia.
Il lavoro analitico centrato sull’intenzionalità difensiva
e sui vissuti non integrati si basa su una teoria scomoda, scientificamente
discutibile, politicamente scorretta e socialmente poco gradita. Tuttavia, se
viene svolto bene, aiuta le persone a capire perché fanno ciò che fanno, e
proprio per questo le aiuta a vivere, ad amarsi e ad amare. Questo conta. Aiuta
le persone ad interrompere stati d’animo inutilmente penosi, dialoghi interni
non costruttivi, relazioni interpersonali inutilmente frustranti. Aiuta le
persone a vivere esprimendo le loro potenzialità e a morire con la
consapevolezza di aver vissuto la vita che volevano vivere e non di aver
vissuto per non sentire, per non sapere o per dimenticare.
I bambini si sentono “vuoti” se non ricevono amore;
gli adulti invece vivono una vita vuota, non adatta alle loro reali
potenzialità, se (per paura) non si concedono di amarsi e di amare.
I
bambini non hanno un dialogo interno. Gradualmente diventano autocoscienti,
capaci di parlare, di interagire e infine di parlare con se stessi. Il processo
è lento e fino alla sua conclusione, il dialogo con i genitori costituisce l’esperienza
fondamentale che impedisce l’esperienza (intollerabile) della solitudine e che
facilita lo sviluppo di un buon dialogo interno. I bambini non tollerano la
solitudine e proprio per non fare questa esperienza (nelle sue varianti più
lievi o più drammatiche) attivano le difese psicologiche. Con le difese evitano
di sentirsi rifiutati, di sentirsi odiati o di sentire “il vuoto”. Tante parole
per tante esperienze uniche e drammatiche che in ogni caso nessun bambino
tollera proprio perché non è in grado di “parlarsi” (e confortarsi). Se i
genitori anziché offrire con il “dialogo esterno” (interpersonale) l’antidoto
alla solitudine o al vuoto agiscono creando esperienze dolorose che il bambino
non può gestire, rendono praticamente impossibile il passaggio dal dialogo
esterno rassicurante al dialogo interno rispettoso.
Il
bambino che soffre da solo, si chiude, si distacca, si confonde, si scinde, si
dissocia e comunque evita il contatto con il dolore. Gli adulti che non hanno
un buon dialogo interno non hanno avuto un buon dialogo esterno e attivando
modalità difensive sono riuscite a non restare in contatto con il dolore. A
distanza di anni o di decenni dal raggiungimento della maturità continuano
(inconsapevolmente) a temere il dolore, a difendersi e quindi a non parlarsi di
ciò che sentono. Si dicono poche cose e in genere si dicono cose poco
confortanti. Continuano a sentire il bisogno di un conforto esterno, di un
appoggio esterno e di un dialogo esterno, ma non possono più trovare
all’esterno quel senso di appagamento che è possibile solo nella fase
dell’incompletezza: se date un panino ad un affamato gli date la vita, ma se
offrite un panino ad una persona che ha già mangiato, gli offrite una cosa
inutile o appena gradevole, ma non necessaria. Per questo la ricerca di
“appoggio” o di “ascolto” che contrassegna la vita di tante persone è fonte di
continue frustrazioni: se tali persone non vengono accolte stanno malissimo e
se vengono accolte non sono mai soddisfatte. Non sentono un vero bisogno, ma un
“vissuto antico di bisogno”. In questi casi, ciò che consente di spezzare il
circolo vizioso sta nel ritorno al punto critico e nell’accettazione del
vecchio dolore. Tale accettazione instaura il dialogo interno che caratterizza
il funzionamento psicologico adulto.
In analisi si cerca di portare le persone a parlare a se
stesse del loro dolore. Si oppongono e resistono, ma quando arrivano al
loro dolore si accorgono di avere la capacità di elaborarlo, di poter dialogare
internamente su temi spiacevoli e delicati, di non “crollare” o morire, pur
sentendosi morire a volte. A quel punto non sentono più il “bisogno degli
altri”, ma il (comprensibile) desiderio di incontrare gli altri; e si
avvicinano agli altri senza il terrore di essere ignorate o respinte o abbandonate,
dato che sanno di avere “il minimo necessario”: la loro stessa compagnia,
costante, pulita, incondizionata e amorevole. Un dialogo interno scadente o
scarso, si accompagna a modalità difensive e per questo affermo con convinzione
l’esistenza del bisogno (negli adulti) di un buon dialogo interno. Esso è per
gli adulti indispensabile come per i bambini è indispensabile il contatto ed il
“dialogo esterno” con le figure di accudimento.
In ogni caso, il lavoro analitico rivela sempre che più le
persone si conoscono e scoprono aspetti delicati e profondi della loro vita
interiore (creando così le condizioni per rispettarsi e amarsi), più ampliano
il livello di accettazione per le altre persone e per i vari aspetti della loro
vita e della realtà in generale. In breve, la base dell’amore per gli altri è
l’empatia: se si riesce a considerare un’altra persona come un soggetto
anziché come un oggetto, si finisce inevitabilmente per considerarla
preziosa e quindi “cara”. Ovviamente, però, per considerare le persone come
“soggetti”, come “mondi delicati, complessi e preziosi” dobbiamo considerarci
tali perché, non essendo in grado di conoscere le altre persone dall’interno,
possiamo solo immaginare il loro interno mettendoci nei panni delle altre
persone. Se “nei nostri panni” non sentiamo la ricchezza della nostra vita
emotiva, come possiamo pensare che la vita di un’altra persona possa essere
tanto importante? Se abbiamo paura di piangere e accettare il nostro dolore,
come possiamo pensare che le persone care siano vulnerabili e da trattare con
cura?
L’empatia è la condizione per la benevolenza e per l’amore.
Se fossimo completamente in pace con noi stessi, saremmo in pace con tutto
l’universo, anche con gli estranei, anche con persone che non ci gratificano o
che non ci vogliono bene o che ci detestano o che ci aggrediscono. Rifiuteremmo
le aggressioni, le forme di sfruttamento o le svalutazioni, ma sempre
distinguendo le azioni dalle persone che agiscono. Sapendo (ed accettando) che
possiamo sbagliare potremmo sempre tener presente che gli altri sono persone e
sono persone delicate e preziose anche se sbagliano e se sbagliano nei nostri
confronti. Potremmo arrivare, se necessario, a scontrarci duramente con altre
persone senza odiarle, così come potremmo sparare ad un animale feroce che ci
attacca senza provare odio.
In ultima analisi, a mio avviso, la saggezza o la
“bontà” non sono qualità che si possono coltivare con l’autocontrollo, la
determinazione a perseguire un ideale o la vergogna per i nostri limiti. Sono
qualità che emergono naturalmente nella misura in cui diventiamo consapevoli
della nostra vita interiore, dei nostri sentimenti profondi, della nostra
sofferenza, della nostra felicità e quindi della nostra ricchezza interiore.
Queste
idee non derivano da qualche pregiudizio ottimistico sulla natura umana, ma
dall’esperienza del lavoro analitico. Quando le persone cominciano a capire che
a venti o a cinquant’anni stanno ancora reagendo difensivamente a vissuti della
loro infanzia mai elaborati e mai superati e cominciano a confrontarsi con tali
vissuti, scoprono di essere più vulnerabili di quanto immaginavano, ma scoprono
anche di essere più forti di quanto credevano. Scoprono quindi di avere una
vita interiore più ricca e appassionante di quella che si permettevano di
sentire e cominciano a considerare anche gli altri come delle persone e non
solo come degli oggetti da sfruttare o da respingere o da temere.
Il lavoro analitico, se viene svolto positivamente, non
libera le persone dal dolore, ma dalla paura del dolore. Rende quindi superflue
le difese che, se vengono comprese e analizzate, vengono consapevolmente
abbandonate dalle persone.
L’aumentata sensibilità e razionalità delle persone si
traduce in una profonda accettazione di sé e si “espande” nei confronti delle
altre persone e della vita in generale.
Il progetto inconscio di vivere per non soffrire,
divenuto conscio e valutato come distruttivo e non necessario, viene sostituito
dal progetto di vivere per esprimere le potenzialità personali. In
questa prospettiva le persone possono arrivare alla morte non solo con il
dolore di una grande perdita, ma anche con la sensazione di aver costruito una
preziosa storia personale.
La paura e l’amore sono gli opposti che condizionano le
nostre scelte. E in quest’opposizione non c’è niente di “dialettico”: ogni
metro di terreno sottratto all’amore è rubato per paura e diventa territorio
della distruttività. Non è consolante parlare di questo, ma già il fatto di
pensare a ciò può renderci meno determinati a farci del male.
Normalmente
le persone macinano pensieri depressivi, sensazioni di colpevolezza, rancori,
idee vittimistiche accompagnate da una sorda rabbia diffusa. Normalmente le
persone sognano di essere felici in modi illusori o sognano di rendersi
abbastanza infelici da meritare qualche felicità. Normalmente le persone
sprecano i loro sentimenti e svalutano chi nonostante tutto le ama. Normalmente
le persone sognano cose impossibili e quindi non si impegnano per realizzare
cambiamenti possibili; restando passive si dedicano ad “ammazzare il tempo”.
Altre persone non hanno mai tempo per vivere perché sono sempre impegnate in
qualcosa che serve solo a tenerle lontane da ciò che sentirebbero se si
fermassero. Normalmente le persone lasciano passare la loro vita senza dire mai
col cuore “grazie” oppure “mi dispiace”.
La
vita è a mio avviso più bella che brutta, ma le persone sono capaci di renderla
più brutta del necessario. Le difese psicologiche seminano più sofferenze dei
virus o delle tempeste. Le persone hanno bisogno di riflettere con logica
spietata per smascherare tutte le illusioni, i pregiudizi e le
razionalizzazioni difensive; però se fanno solo questo non possono cambiare:
possono diventare consapevoli di pensare idiozie senza poter smettere e senza
sapere perché non smettono. Hanno quindi bisogno di capire che hanno agito e
pensato irrazionalmente per paura. Solo con questa consapevolezza possono
chiarire di cosa hanno paura e verificare che possono superare quella paura.
La vita è sempre oggi e oggi abbiamo bisogno del nostro
dolore per fare amicizia con noi stessi, per fare pace con le nostre mancanze e
per superare il nostro antico senso di mancanza.
Molte persone credono di aver bisogno di libertà quando
sono già libere e rinviano il loro impegno personale nella vita negando che
vorrebbero amore e non “libertà” e ignorando il fatto che nella vita adulta
l’amore che si riceve non può soddisfare il bisogno non soddisfatto
nell’infanzia.
Molte
persone sentono di “dover fare” tante cose senza però arrivare mai a capire
cosa vogliono davvero fare e cosa possono davvero fare. Continuano a fare
“qualcosa” senza impegnarsi a costruire una buona vita, giorno per giorno.
Molte persone passano la vita a convincersi di “essere state
ferite” e a “sentirsi ferite” e a “reagire” a tali “ingiustizie”. Chiudono il
cuore, la mente e magari anche i genitali pur di non cedere, pur di non dire
“mi dispiace” e tornare liberi di dire “grazie”.
In genere le persone non vogliono accettare una cosa
semplicissima, cioè che la loro vita è fatta soprattutto di tanti “grazie” e di
tanti “mi dispiace”.
Il percorso analitico non cura nessuna malattia, ma aiuta
solo a volersi bene, a voler bene e a rinunciare alle pretese e alle illusioni.
Aiuta a dire “grazie” e “mi dispiace”.