Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

Analisi delle difese ideologicamente razionalizzate

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

1. L’irrazionalità nelle ideologie e nella società

2. Le ideologie come oggetto di analisi?

3. Il lavoro in negativo e in positivo

4 Emozioni e ideologie

Bibliografia

 

 

 


 

1. L’irrazionalità nelle ideologie e nella società

 

Il cambiamento dovuto al lavoro analitico ha inevitabilmente delle conseguenze anche sul modo di concepire le persone, la realtà, la vita: è impossibile che una persona in contatto con la ricchezza della sua vita interiore non senta rispetto per sé, non sia empatica con i suoi simili e non desideri contribuire al proprio bene ed a quello degli altri.

Il percorso analitico non coincide con un percorso educativo riguardante contenuti ideali, o morali, ma mette in discussioni le convinzioni irrazionali e rende più intenso il contatto emotivo; in tal modo facilita il rifiuto delle idee che vengono alimentate dalla paura, dalla rabbia, dalla voglia di negare qualche aspetto della realtà.

Ogni percorso analitico è un'avventura unica, individuale, e ha esiti non prevedibili e personalissimi. Tuttavia la tendenza comune a tutti i percorsi analitici si configura come una sorta di “filosofia della vita quotidiana”. Tale “filosofia” non si caratterizza per particolari contenuti intellettuali, ma per l'apertura mentale che implica (cfr. Rokeach,1960,p.14) e per il valore che attribuisce all’esistenza di ogni persona.

Tutto ciò chiarisce che quando parlo di funzionamento psicologico adulto non mi riferisco ad un modello ideale, ma ad un insieme di atteggiamenti, sentimenti e convinzioni che le persone manifestano spontaneamente nella misura in cui prendono confidenza con le loro emozioni profonde, superando la paura di antichi vissuti dolorosi non elaborati.

 

Le ideologie (intese qui genericamente come concezioni della realtà) si sviluppano, si precisano e si modificano in certi periodi della storia e si consolidano quando vengono condivise da molte persone. Non è questa la sede per discutere la rilevanza dei fattori che contribuiscono alla nascita ed al consolidamento delle ideologie. Sicuramente esse sono condizionate sia da fattori sociali ed economici, sia dalle ideologie preesistenti e dalla cultura intesa nel significato più ampio.

In queste pagine voglio occuparmi solo del versante soggettivo delle ideologie, cioè delle ragioni per cui certe concezioni della realtà risultano attraenti anche quando sono irrazionali e distruttive. Anche le ideologie che coronano certi processi storico-sociali diventano una forza reale e una cultura di massa solo entrando nelle teste e nei cuori di persone ricettive. In realtà seducono le teste e i cuori delle persone che formano le masse perché queste persone fin dall’infanzia si sono abituate a non vivere la loro vita. L’abitudine consolidata al non rispetto di sé e degli altri fa luccicare il moralismo, l’odio, l’avidità, il culto dell’ordine e il ribellismo come esche irresistibili da afferrare con avidità. Senza un’adeguata comprensione della disumanizzazione della vita quotidiana scelta dalle persone normali non si può capire l’affermazione di ideologie che sono veri concentrati di dogmatismo, irrazionalità, semplicismo, emotività distruttiva, illusioni.

Le persone elaborano le gratificazioni e le frustrazioni sperimentate nell'infanzia in modi particolari che danno luogo a particolari modi di essere (e quindi di pensare e di pensarsi, di sentire e di agire). Tali "modi di essere" risultano inevitabilmente più o meno compatibili con contenuti (ideologici) specifici riguardanti la sfera dei valori, degli ideali, delle relazioni interpersonali, dell'organizzazione sociale.

Nel percorso analitico l’apertura emozionale acquisita dalle persone si traduce anche in una maggiore capacità di provare empatia per gli altri e quindi in un senso profondo di rispetto per sé e per gli altri. Per questo, le persone che funzionano su un piano adulto si sentono immediatamente vicine a ideologie o ad aspetti di esse che affermano dei profondi valori umani, così come le persone che funzionano su un piano difensivo si sentono vicine ad ideologie o ad aspetti di esse che razionalizzano emozioni difensive (come il disprezzo, la cieca ostilità, il senso di colpa, l’arroganza, ecc.).

Più le persone funzionano psicologicamente su un piano difensivo, più si riconoscono in ideologie, filosofie, mode intellettuali che risultano rassicuranti rispetto al rischio di sentire e capire gli aspetti più delicati e profondi dell’esperienza umana.

Il funzionamento psicologico adulto può costituire un criterio in base a cui individuare i punti deboli di molte ideologie: esso non ha nulla a che fare con i contenuti strettamente conoscitivi presenti nelle varie ideologie, ma consente di mettere a fuoco la parzialità dei valori che esse affermano, l'irrazionalità degli atteggiamenti che favoriscono e la superficialità dei modelli di vita che giustificano.

 

a) L’irrazionalità nella cultura

La letteratura, la poesia, il teatro, la filosofia, la pittura, la musica trasmettono in modi intellettualmente e formalmente accurati la stessa proporzione di saggezza e di follia che compare nella vita quotidiana di tutte le persone.

Leggere romanzi o poesie o anche opere teatrali aiuta sempre a scrivere meglio, ad esaminare con più lucidità ciò che gli altri pensano, ma non necessariamente a sviluppare una profonda sensibilità per la vita. e a comprendere la realtà. Francamente, a parte il valore "storico" delle grandi opere ed il loro valore strettamente letterario credo che non ci sia tanto da imparare dalla storia della letteratura: i contenuti moralistici espressi da Dante Alighieri o l'immoralismo provocatorio di Henry Miller non costituiscono esattamente modelli di razionalità e di saggezza. Persone prive di cultura e con una personalità integra hanno più da trasmettere sul piano umano di tanti famosi scrittori e poeti che hanno espresso in forma impeccabile i loro disturbi psicologici.

Il talento di molti artisti ha prodotto opere che trasudano depressione, rabbia, superbia e raramente emozioni degne della sensibilità degli esseri umani. Anche la musica ha espresso nei secoli più il bisogno di "distaccarsi" dalla tragicità dell'esistenza e di ritirarsi in uno “spazio matematico incontaminato" o quello di esprimere i sentimenti quotidiani più cupi o più superficiali. Con il culto della dissonanza la musica ha celebrato l'intellettualismo e con la banalità delle "canzonette" ha favorito la condivisione dell'emotività più appiccicosa.

Credo che siano davvero poche anche le dottrine filosofiche che hanno in qualche modo espresso la ricchezza del sentire e la razionalità degli esseri umani. Le visioni riduttive, dicotomiche, nichilistiche, ingenuamente ottimistiche della vita che normalmente vengono espresse da giovani arrabbiati o vecchi insoddisfatti con pensieri banali, compaiono nella storia della filosofia, in versioni semplicemente più complicate. Chi vorrebbe avere come amico un tipo come Hegel? Chi si vorrebbe fare una bella vacanza con un tipo come Nietzsche?

L'intelligenza degli scienziati ha prodotto sia conoscenze importanti, sia nuovi pregiudizi raffinati; ha prodotto anche la bomba atomica tanto cara ai capi di stato ed ai militari. L’intelligenza degli scienziati, unita all’irresponsabilità di molti politici e industriali, oltre ad aver riempito i cimiteri, sta rendendo inevitabile il collasso dell'ecosistema. La genialità di molti economisti ha favorito la "globalizzazione" di disastri sociali che erano già gravi in ambiti più limitati.

Pur restando dell'idea che si debba studiare di tutto, non ho l'ottimismo che in passato avevo circa la capacità "formativa" dello studio. Credo che la cultura sia più una palestra per le capacità mentali che un ambito di crescita personale. Costringe a pensare, e questo aiuta, ma essa trasmette sollecitazioni che raramente arricchiscono la vita interiore e che in genere alimentano in modi sofisticati la superficialità. Tra le masturbazioni mentali sul senso della vita esibite da studiosi depressi e le chiacchiere di persone prive di cultura egualmente depresse non vedo una grande differenza, così come non vedo molta differenza tra le disquisizioni di illustri moralisti sessuofobici e certe prediche di genitori nevrotici ai figli.

Tuttavia, in qualche misura ogni persona salva qualcosa di sé e la ricchezza interiore delle persone esiste e viene trasmessa, anche nell’ambito della cultura; non è un caso che anche oggi io continui a regalare, prestare, citare e consigliare libri, film o CD. La cosa più dolorosa da accettare è la sproporzione fra la quantità dei prodotti culturali esistenti e la quantità di quelli rispettosi della sensibilità, dell'intelligenza, dell'emotività delle persone.

Il funzionamento psicologico adulto, ancorato ad emozioni autentiche e ad un uso non difensivo delle capacità intellettuali non può ovviamente tradursi in un’insofferenza per la cultura, ma in una sofferta accettazione di un fatto evidente: la cultura dei dotti spesso offende la dignità, la sensibilità e l’intelligenza degli esseri umani non meno della subcultura trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa.

 

b) Irrazionalità e religione

E' difficile evitare il tema della religione se si vuole considerare il ruolo del funzionamento psicologico adulto nell'ambito della cultura e della società. Su un piano strettamente psicologico non è possibile stabilire se una particolare convinzione religiosa sia o non sia accettabile, ma il problema è un altro: la religiosità raramente esprime un insieme di convinzioni ontologiche e teologiche maturate come risposta a lucidi e sereni interrogativi sulla realtà.

 

In genere le persone religiose non hanno alcuna “convinzione” religiosa ed anche quelle che si dichiarano atee non hanno reali “convinzioni”. Le persone, normalmente aderiscono a dottrine religiose soprattutto per esigenze psicologiche. Pochi cattolici potrebbero affermare in piena coscienza che se fossero nati in un paese islamico e se lì avessero conosciuto la dottrina della chiesa sarebbero sicuramente diventati cattolici. La stessa considerazione potrebbe essere fatta per persone legate ad altre fedi religiose.

Le convinzioni religiose non vengono acquisite, ma vengono “respirate” nell'infanzia ed accompagnano le persone per tutta la vita. Per questo si cerca di educare alla religione i bambini anche se essi non possono capire assolutamente nulla di ciò che “imparano”. Si sa però che in quel modo potranno facilmente diventare superficialmente religiosi anziché superficialmente atei.

 

Le religioni, al di là delle convinzioni basilari che affermano, catturano l'attenzione delle persone essenzialmente perché sostengono alcune istanze difensive molto comuni, che vorrei elencare.

1) Le religioni, in genere rassicurano sul dolore costituito dalla morte, sull'incertezza derivante dall'impossibilità di controllare tutti gli eventi, dal senso di smarrimento che gli uomini provano di fronte all'infinito in cui sono immersi. Il funzionamento psicologico adulto implica l'accettazione di queste forme di dolore, incertezza e smarrimento. Più le persone sono state private dell'accudimento nell'infanzia, più temono di affrontare le pene e le difficoltà dell'esistenza, compresa la limitazione temporale dell’esistenza umana. Se una persona ha delle precise ragioni per credere in una vita ultraterrena o in una serie di reincarnazioni fa bene a trarre le conseguenze da tali convinzioni. Fa invece solo un’offesa alla propria persona se vuole credere ad un’altra vita solo per paura di accettare la morte.

2) Le religioni in genere razionalizzano i sensi di colpa che sono semplicemente un aspetto dell’emotività difensiva. Confermano sulla base di presunte verità di fede un disturbo psicologico compensando il tormento colpevolizzante con la certezza di un lifting dell'anima ottenuto attraverso rituali particolari. Rispetto a qualsiasi autentica convinzione relativa all'esistenza di un piano di realtà divino, tale moralismo costituisce un oltraggio al buon senso ed anche a qualsiasi forma autentica di spiritualità: concepire una divinità che tratta come colpe degli aspetti fondamentali della vita umana (ad esempio il sesso), che "perdona" le colpe (quelle comprensibili e quelle incomprensibili) se l’individuo si dedica a specifici rituali e che condanna alla pena eterna chi non si adegua a tale prassi, equivale a concepire una divinità interiormente più povera di qualsiasi "buona persona" (non moralista, capace di perdonare le offese "gratuitamente" e non disponibile ad infliggere punizioni "eterne").

3) Le religioni, purtroppo hanno anche (come le peggiori organizzazioni politiche, pseudoculturali e persino sportive) la funzione di convogliare l'odio per le parti negate delle persone e proiettate sugli "altri", che in questo caso sono i non credenti, gli "infedeli", gli appartenenti ad altre comunità. Le guerre di religione sono un orrore noto a tutti che continua ad esistere. Non sono attualmente i cattolici a bruciare streghe o a combattere sul piano militare altre fedi, ma vari gruppi islamici hanno raccolto il testimone e si stenta a credere che in Palestina l'essere di religione ebraica o islamica giustifichi le stragi quotidiane. Ma anche in assenza di tali eccessi (che comunque sono realizzati o approvati da un bel mucchio di persone normali), la svalutazione del "mondo" concepito come luogo di peccato è semplicemente un condensato di odio per la vita teologicamente razionalizzato. Anche le chiese cristiane quindi continuano le guerre sante, pur ferendo e uccidendo solo con parole anziché con spade o bombe. L'odio per i peccatori costituisce anche una buona occasione per alimentare un senso di sicurezza personale fasullo perché basato non su ciò che si è, ma sulla propria identità religiosa e sull'arroganza del possesso della verità.

4) E' il caso di parlare anche del "bisogno" irrazionale di "appartenenza" che le religioni soddisfano (così come le ideologie nazionaliste, razziste, e persino tante organizzazioni e associazione di carattere politico, sportivo, professionale, ecc.).

Le persone passano gli anni più delicati della loro vita senza sentire la sicurezza di "appartenere" ad un gruppo (famigliare) capace di assicurare protezione. Mantengono in seguito la pretesa o l’illusione di "sentirsi parte di qualcosa" in modo puramente compensativo e rassicurante.

Anche chi vive su un piano adulto desidera condividere con gli altri gli aspetti importanti della vita e appartenere a un "branco"; tuttavia cerca delle autentiche e comprensibili affinità profonde sulla cui base constatare che "vive con altri simili la sua vita". E' però molto più facile, anche se poco realistico, trovare tale gratificazione nella certezza di "far parte" di un gruppo (riconosciuto dalla divinità) grazie all'esecuzione di qualche rituale o all'accettazione di qualche verità assoluta e nemmeno realmente compresa.

5) Le religioni costituiscono anche il più antico ansiolitico-antidepressivo del mondo. Danno una sensazione superficiale di stabilità, forniscono certezze, garantiscono un significato all’esistenza, strutturano il tempo in modo rigido ma rassicurante (cerimonie, rituali, ricorrenze, ecc.). Forniscono in altre parole tutte quelle cose che non servono a chi vive su un piano adulto, accetta la sua emotività profonda ed esercita la razionalità.

 

Le convinzioni intellettuali (più o meno profonde sulla realtà nel suo complesso) rientrano nell'ambito propriamente conoscitivo. Tuttavia poche persone manifestano un interesse genuinamente conoscitivo per il problema cosmologico, ontologico e antropologico a cui le religioni e le varie forme di ateismo danno particolari risposte. Normalmente le persone non si chiedono “chi sono, da dove vengono e dove andranno” perché si chiedono soprattutto a quale convinzione possono appoggiarsi per non sentirsi a disagio. Le religioni, come altre ideologie, rispondono in modo semplicistico e rassicurante a queste confuse aspettative irrazionali e difensive.

Anche l'ateismo ha ovviamente i suoi problemi. Molte persone atee non sono meno rigide e superficiali di quelle bigotte. Affermazioni come "non credo perché non può esistere nulla che non vedo" sono dello stesso livello di quelle secondo cui "sono credente perché sento che deve esserci qualcos'altro".

L'ideologia scientista (distinta dall’autentico “spirito scientifico”) bilancia degnamente le cervellotiche elucubrazioni delle varie teologie. Il "bisogno" di appartenere al mondo "moderno" porta molte persone ad aggrapparsi alla scienza (ad una ideologia scientifica più che ad una reale logica scientifica) con la stessa cecità e ostinazione con cui le persone religiose si aggrappano a verità assolute che in realtà non capiscono. Questa opposizione fra l'intransigenza dei "credenti" e del "non credenti" si evidenzia anche quando si discutono questioni non religiose ma parapsicologiche.

 

c) Irrazionalità, politica e società

La dimensione politica dell'esperienza personale costituisce un altro tema molto “scomodo” che gli psicoterapeuti non amano trattare, ma che merita alcune riflessioni. Anche se non possiamo stabilire in base alla conoscenza del funzionamento psicologico adulto se un particolare programma politico può dare risposte adeguate al problema dell’occupazione, possiamo stabilire un collegamento fra il funzionamento psicologico delle persone e le grandi correnti ideali e politiche che storicamente si sono affermate.

La famiglia costituisce l’ambito in cui l’irrazionalità difensiva da sempre si trasmette ai figli determinando una sorta di genocidio psicologico dell’umanità. La politica costituisce di fatto, da sempre, l’ambito in cui l’irrazionalità difensiva diventa sopraffazione, violenza e spesso genocidio nel senso più crudo e concreto del termine. La gente non impara dalla storia e continua a sostenere la follia delle organizzazioni politiche e dei governi che fanno del loro meglio per rendere l’esistenza umana più dolorosa del necessario.

Le conquiste politiche più sofferte e profonde dell’umanità stentano ad affermarsi e quando si affermano spesso danno luogo a nuove forme di oppressione. L’illuminismo ha vinto, ha reso possibili alcune belle carte costituzionali e ha poi giustificato lo sfruttamento capitalistico ed il colonialismo; il socialismo ha alimentato speranze di eguaglianza e di libertà, ma si è anche concretizzato nello stalinismo. I valori di fratellanza delle varie religioni sono stati buoni pretesti per massacri politico/religiosi vecchi e nuovi: quelli delle crociate, ma anche quelli dell’Irlanda e quelli del Medio Oriente.

Il funzionamento psicologico adulto porta a respingere l'irrazionalità e la distruttività; porta quindi a respingere progetti politici demagogici, particolaristici, volti a calpestare i principi di libertà, solidarietà, eguaglianza. Dall’accettazione di questi basilari valori umani è però impossibile dedurre particolari scelte politiche senza far intervenire altre variabili intellettuali e culturali indipendenti dall’equilibrio psicologico delle persone. E’ quindi possibile che atteggiamenti psicologici di tipo adulto portino a scelte politiche diverse e che un programma politico sia accettato da alcuni per ragioni difensive e da altri per ragioni adulte.

Si può essere democratici perché si è convinti del valore della vita di ogni nostro simile o per passiva adesione ad una idea ormai accettata da tutti. La satira feroce del regime staliniano fatta da Orwell nel libro La fattoria degli animali (1945) è espressione di profondi sentimenti di solidarietà, di convinzioni autenticamente socialiste e di aspirazione all'eguaglianza che non hanno nulla a che fare con le pretestuose condanne del socialismo fatte da persone semplicemente interessate al mantenimento dei loro particolarissimi privilegi sociali o con il qualunquismo di chi con distacco afferma che "tutti i partiti sono uguali”.

Come il funzionamento psicologico adulto non comporta automaticamente delle scelte precise sulla questione teismo/ateismo o spiritualismo/materialismo, così non comporta automaticamente delle specifiche scelte politiche.

Il funzionamento psicologico adulto, tuttavia, comportando l'affermazione di certi basilari valori umani, come l’eguaglianza e la libertà, non può risultare compatibile con qualsiasi posizione filosofica o politica. Risultano infatti espressione di un funzionamento psicologico difensivo tutte le scelte politiche finalizzate all'esaltazione dei privilegi (grandi e piccoli), dei particolarismi, dello sfruttamento, dell'autoritarismo.

Gli effetti più devastanti dell’imperialismo, del nazionalismo, degli integralismi religiosi, dei governi reazionari e dei regimi autoritari (di ogni colore) non sono derivati dal semplice esercizio del potere da parte qualche gruppo dominante, ma dalla passività, dalla mancanza di dignità, dall'autodistruttività delle persone e quindi dall’irrazionalità delle masse.

 

Le persone sono da sempre persone anche se non si pensano da sempre e non si pensano ovunque come persone. Ogni persona è un mondo vivo di emozioni, desideri, riflessioni possibilità di azione. E’ un mondo complesso, delicato, pieno di “cose” vissute. Ogni persona che non si chiude per paura percepisce la sacralità del proprio esistere e interagisce coi suoi simili sentendo l’importanza di ogni attimo di ogni vita. L’individualismo nel senso del riconoscimento e del rispetto per la vita individuale costituisce una realtà o almeno una potenzialità di ogni persona. Solo la presenza di disturbi gravi nel contatto con le proprie emozioni e con le altre persone consente di concepire gli esseri umani semplicemente come membri di un gruppo o addirittura di svalutare gli esseri umani in quanto membri di un (altro) gruppo. Qualsiasi discriminazione razziale, etnocentrica, sessista, religiosa ed anche qualsiasi gratuita violenza politica è semplicemente inconcepibile per chi riesce a vivere su un piano adulto, sente la profondità della sua vita, non è sopraffatto dal terrore per ciò che sente e non proietta sugli altri parti negate di sé.

 

d) La micropolitica delle tradizioni, delle mode e la microcultura dei mezzi di comunicazione di massa.

Le persone normalmente, purtroppo, vogliono sentirsi parte di un gruppo piuttosto che valutare se i vari gruppi sociali accettano i loro valori.

Le mode non ci sarebbero senza il conformismo e il conformismo non ci sarebbe se fin dall’infanzia le persone non si sentissero obbligate a “conformarsi” alla loro famiglia per non sprofondare in sensazioni di vuoto. I genitori pensano raramente all’educazione dei figli come ad un’impresa creativa in cui aiutare i figli a diventare loro stessi, e in genere si limitano ad imporre o proporre i loro modelli di vita (peraltro poveri, rigidi e irrazionali). I genitori si preoccupano di “ciò che pensa la gente” e i loro figli crescono preoccupandosi di ciò che pensano i loro genitori. La chiave di tutto sta nel fatto che i bambini non sono aiutati a sentire che sono preziosi per il semplice fatto di esserci e di desiderare protezione e accoglienza.

I bambini sentono di non essere importanti e crescendo si aggrappano a qualsiasi convinzione pur di avere l’impressione di fare parte di un tutto. Cominciano a credere a cinque anni che non devono dar fastidio e a cinquant’anni provano fastidio per qualsiasi comportamento o idea non compatibile con le abitudini a cui si sono incatenati. Non ricordando più la solitudine sentita quando erano ancora “vivi” e trascurati dai grandi, e temendo di recuperare tali vissuti dolorosi, detestano chi mette in discussione le loro abitudini, i loro rituali, le loro idee acriticamente assorbite.

Le tradizioni e le consuetudini più strane, i pregiudizi più datati o più recenti, le sollecitazioni “occulte” della pubblicità (cfr. Packard,1957) e le mode (anche intellettuali) si trasmettono senza che il senso critico venga esercitato.

Si considera saggio ciò che fanno tutti e vero ciò che è comunicato dal telegiornale. Si considera degna di interesse qualsiasi idiozia esposta da un esperto o da un intellettuale che è stato intervistato in TV.

La pubblicità e la trasmissione delle informazioni rientrano nel circolo vizioso che collega l’irrazionalità individuale e quella sociale. I mezzi di comunicazione di massa dedicano un quarto d’ora ad un privatissimo “fatto di sangue e di follia” (che può sedurre la morbosità della gente “normale” e può aumentare l’indice di ascolto) e liquidano con poche parole (se va bene) gravi avvenimenti di interesse sociale. L’indice di ascolto ottenuto con scelte balorde sul modo di fare informazione aumenta le entrate pubblicitarie. Le persone quindi, non ottengono solo la pubblicità che si meritano, ma anche le notizie che si meritano. In realtà tali persone non si “meritano” tale sfruttamento psicologico: lo cercano e lo ottengono solo perché hanno paura della loro vita.

 

e) Nazionalismo, patriottismo, militarismo e pacifismo

Chi si chiede per quale motivo dovrebbe “sentirsi” italiano o marocchino o svedese? E per quale motivo dovrebbe sentirsi tenuto, se necessario, a combattere i suoi simili appartenenti ad altre “patrie” dichiarate “nemiche” da un capo dello stato o del governo con cui sicuramente condivide meno valori ed interessi di quelli che condivide con moltissimi “nemici”. Nella tradizione (quella preistorica) socialista e sindacale era ben salda l’idea che l’appartenenza ad una classe sociale fosse più significativa dell’appartenenza ad una nazione, ma oggi anche la sinistra parla di patria ed estende spesso tale “senso di appartenenza” a tutto il mondo occidentale. Il tema della patria si lega facilmente a quello della guerra, e anche in questo terreno le “normali” idee chiare e distinte suonano strane per le persone che psicologicamente si collocano su un piano adulto.

Il nazionalismo, il patriottismo ed il militarismo sono e sono stati "oppio dei popoli" quanto i vari fondamentalismi religiosi; sono stati sostenuti da strati sociali disposti a macellare milioni di persone per privatissimi interessi, ma sono stati anche accettati da normalissimi "poveracci" che sentivano il bisogno di appartenere "a qualcosa" e non riuscivano a sentirsi a posto appartenendo a se stessi.

In ogni caso, le questioni poste dal pacifismo, dall’antimilitarismo e dal patriottismo nazionalistico sono tutt’altro che semplici e solo con un quoziente intellettivo tendente vertiginosamente a zero possono essere ritenute facilmente risolvibili.

Gli stati normalmente dichiarano guerre che di fatto vengono combattute da persone reali che soffrono o muoiono realmente e inutilmente: grazie al loro sacrificio le miniere o i pozzi di petrolio cambiano semplicemente padrone. La guerra dunque non ha senso. Viva la pace.

Tuttavia, gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale non hanno solo reagito all’attacco di Pearl Harbor, ma anche contribuito al crollo della follia criminale nazifascista, così come le persone che nei paesi occupati dai nazifascisti hanno aderito alla Resistenza. Non tutte le guerre sono quindi sbagliate e queste considerazioni pongono delle difficoltà al pacifismo. D’altra parte, Gandhi è riuscito a vincere una guerra con una superpotenza senza sparare un solo colpo di fucile.

Le questioni complesse sono quindi complesse anche se la gente muore dalla voglia di aderire ad un’ideologia schematica per non sentire il peso dell’incertezza e per sentire il fascino discreto della compagnia.

La pena dovuta al fatto di accettare che molte volte, comunque si scelga, si sceglie solo il male minore, non sfiora le persone che hanno rinunciato a vivere su un piano adulto e che vogliono solo identificarsi in un gruppo e sentirsi “a posto” senza pensare troppo e senza sentire il dolore dei loro limiti e dei limiti della realtà.

 

f) Psichiatria, psicoterapia e “normalizzazione delle masse”

Francamente stento a credere che i testi di psicopatologia dedichino tante pagine a disturbi indiscutibilmente significativi (ma in un certo senso anche "nobili") come la schizofrenia e non trattino una malattia endemica e devastante come la normalità. Temo che ciò abbia a che fare con la normalità psicologica di chi compila i trattati di psicopatologia.

La psichiatria e la psicoterapia sono state negli anni '60 denunciate da vari intellettuali come asservite al potere. Tale corrente di pensiero ha più o meno in buona fede fatto affermazioni discutibili sul valore “emancipativo” della follia. Cercare tale “valore” nella follia era affascinante, anche se poco costruttivo, ma soprattutto impediva di comprendere il vero orrore della normalità. Oggi, comunque, non si tende più a vedere il lato “bello” della follia e la stragrande maggioranza degli studiosi di psico-cose afferma che la normalità è salute e la devianza è malattia. Il dramma della normalità continua quindi ad essere ignorato.

La psichiatria e la psicoterapia vedono sintomi e non persone e appena vedono una riduzione dei sintomi credono di vedere un risultato “evidentemente” positivo e conclusivo. Dato che ormai gli psichiatri e i medici di base fanno in modo che si venda più Prozac che Coca Cola, non è nemmeno il caso di prendersela quando gli psicoterapeuti si illudono di trattare con terapie brevi o “mirate” dei disturbi che sono solo gli aspetti più evidenti di modi di vivere impoveriti.

Le terapie farmacologiche e le psicoterapie brevi e focalizzate sui sintomi hanno in realtà un grande valore nelle situazioni di emergenza, e (purtroppo) nell’ambito dei servizi pubblici in cui pochi professionisti del settore sono assediati da persone con disturbi in genere gravi e senza alcuna disponibilità a mettere in discussione i loro equilibri psicologici. Tali “terapie” hanno una loro utilità ed anche una loro dignità, ma non possono costituire un punto di riferimento teorico e clinico per la comprensione ed il trattamento del disagio psicologico. Purtroppo molti "orientamenti" focalizzati sui sintomi (terapie sessuologiche, brevi, strategiche, ecc.) non presentano le loro "tecniche" come interventi di emergenza, ma come alternative ad un lavoro serio ed accurato sulla vita emozionale delle persone. In tali approcci, la normalità è semplicemente un ovvio punto d'arrivo e tale miraggio può essere convincente per professionisti che non si sono mai “guardati dentro”. Non a caso, atteggiamenti "normalmente" offensivi o esibizionistici o gratuitamente polemici affiorano nelle mailing-list di psichiatria e psicoterapia così come nelle “normalissime” sedi telematiche in cui si “chatta” perché non si ha di meglio da fare.

L’intreccio fra normali difese psicologiche individuali e normale follia sociale è quindi molto forte e le varie forme di distruttività e di irrazionalità si manifestano anche nell’ambito della cultura, “contagiando” le stesse discipline che studiano gli esseri umani (come la filosofia) o che raccontano le esperienze umane (come la letteratura) o che dovrebbero favorire l’espressione delle potenzialità umane (come la psicoterapia).

Se è ragionevole ritenere impossibili dei cambiamenti sociali davvero radicali, si deve però aggiungere che possono verificarsi raramente anche dei cambiamenti individuali (nei casi in cui le persone chiedono aiuto psicologico), dal momento che gli stessi sacerdoti della “salute psichica” si dedicano con impegno a “normalizzare” le persone e a farle vivere tranquillamente nel modo di sempre.

I cambiamenti individuali significativi si verificano quando gli psicoterapeuti riescono a liberarsi dal peso del loro adattamento professionale ad un mondo normalmente bizzarro e decidono di riprendersi la loro vita. A quel punto possono utilizzare anche professionalmente la loro umanità e la loro capacità di sentire.

 

g) La psicoterapia può occuparsi della normalità?

Con queste considerazioni sulla normale irrazionalità che caratterizza la vita quotidiana delle persone, la vita sociale, la cultura di massa ed anche quella più raffinata che piace tanto agli intellettuali, non intendo alimentare atteggiamenti vittimistici o di superiorità. Tutti abbiamo alle spalle esperienze dolorose gestite nell'infanzia negli unici modi possibili a quell'epoca. Subiamo le conseguenze di una realtà che noi stessi contribuiamo in qualche misura a peggiorare e anche quando comprendiamo l’irrazionalità degli altri siamo lucidi nei limiti che comunque noi stessi abbiamo.

Conoscendo le nostre inclinazioni caratteriali difensive possiamo interrogarci su noi stessi e ridurre la nostra irrazionalità. Essa non è mai tale da offuscare completamente la nostra vita interiore. Tutti facciamo in qualche misura scelte irrazionali e distruttive, ma in qualche misura riusciamo ad esprimere e a donare il meglio di noi stessi. Tutte le persone sono un po’ presenti ed un po’ assenti, un po’ aperte e un po’ chiuse. Lo sono in proporzioni diverse. Credo che la vita che scorre nelle persone, la capacità di contatto, di empatia, di comprensione e quindi la tendenza alla solidarietà ed alla condivisione di valori autentici e radicati in un'emotività profonda non siano mai del tutto annullate. Credo che le persone in qualche misura vivano una vita umana, anche quando per molti aspetti "si perdono" nel grigiore dei disturbi psicologici, nella normale superficialità o nell'adesione a idee o consuetudini irrazionali.

Nella psicoterapia coesistano sia la normale cecità, sia la tendenza a favorire l'espressione delle potenzialità umane. Tra i "ferri del mestiere" compaiono anche parole (o “perle”) di questo tipo: "Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l'accetti (…) Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti (…) L'unica vittoria importante sta nell'arrendersi a se stessi" (Kopp,1972, p.198).

Lo stesso vale per tutte le discipline in cui l'umanità ha riversato ottusità e talenti preziosi. Ci sono purtroppo molti scrittori "maledetti" capaci di scrivere in modi raffinati che la vita è invivibile, ma per fortuna ci sono anche autori, come ad esempio George Orwell (1939, 1949), che hanno scelto di scrivere per raccontare che la vita merita di essere vissuta se accettiamo la sfida del dolore e se viviamo per creare una buona esistenza anziché per riempire dei vuoti incolmabili. Ci sono filosofi sostenitori di idee chiare e distinte e filosofi che cercano almeno di approssimarsi a qualche verità, scienziati che riducono le cose complesse a cose troppo semplici e scienziati che non dimenticano la complessità della realtà. Ci sono maniaci della spiritualità che odiano la vita e guide spirituali che ci aiutano ad essere noi stessi, ci sono studiosi e politici che razionalizzano il presente ed altri che cercano di contribuire alla costruzione di un mondo migliore.

 

L’opposizione fra modi difensivi e adulti di sentire e pensare la realtà non si realizza fra una ideologia (“buona”) e un’altra (“cattiva”) o fra una persona (“normale”) ed un’altra (“psicologicamente disturbata”), ma attraversa ogni ideologia e complica il modo di vivere di ogni singola persona.

In un percorso analitico è importante proprio aver presente la specifica mescolanza di razionalità e irrazionalità, capacità di contatto e mancanza di contatto che i clienti manifestano. Tale insieme contraddittorio di emozioni, convinzioni e atteggiamenti crea l’unicità del problema su cui si deve lavorare e per questo non c’è modo di standardizzare la “procedura psicoterapeutica”.

 

Un atteggiamento difensivo può essere “attivo” anche se il cliente agisce costruttivamente. Le idee che stanno alla base del suo agire possono essere in parte ragionevoli e in parte irrazionali. Gli aspetti irrazionali del suo modo di pensare possono essere in parte molto “originali” ed in parte razionalizzati in termini ideologici e quando questo accade, l’ideologia di riferimento può non essere semplicemente una “ideologia irrazionale”, ma una ideologia con alcune componenti irrazionali che tendono a razionalizzare particolari chiusure psicologiche.

 

Le razionalizzazioni ideologiche degli atteggiamenti difensivi sono solo una parte dell’insieme variegato di difese operanti nelle persone, ma “funzionano” egregiamente come i singoli sintomi e come i ragionamenti sballati che le persone non condividono con nessun altro. Il fatto quindi che molte ideologie rientrino nella “normale dialettica culturale” non significa che esse non debbano interessare gli analisti e gli psicoterapeuti.

Con le dovute cautele e con un atteggiamento “disinteressato”, in analisi si deve quindi lavorare in qualche misura anche sulle “grandi idee” e non solo sulle idee “strane” che i manuali collegano a specifici disturbi psicologici. Questa “complicazione” che rende la psicoterapia più un percorso interiore che una “terapia” deriva da un fatto abbastanza ovvio, ma tutt’altro che scontato: i normali modi di vivere, di sentire ed anche di pensare delle persone non derivano da conoscenze acquisite o da ideali radicati in emozioni profonde, ma costituiscono delle barriere che ostacolano la consapevolezza del lato doloroso dell’esistenza umana.

 

Ogni passo che il percorso analitico rende possibile nella direzione dell’accettazione del dolore inevitabile avvicina le persone all’accettazione della loro vita perché rende inutili le svalutazioni, le manifestazioni distruttive, la confusione nel pensiero ed il distacco emotivo. Quando le persone scoprono di poter vivere psicologicamente su un piano adulto, non solo accettano il dolore, ma sentono maggiormente anche la gioia e la felicità di esistere e di essere preziose. Non più preziose di altre persone, ma preziose come tutte le altre persone.


 

2. Le ideologie come oggetto di analisi?

 

Quando le persone in analisi cominciano ad integrare il dolore psicologico nella loro identità e nel loro progetto di vita, non solo rinunciano ai sintomi, ma modificano spontaneamente i loro atteggiamenti, i loro tipici modi di stare con le altre persone e il loro dialogo interno. Al di là della specificità dei percorsi personali, gli elementi comuni ai vari processi di cambiamento in analisi sono essenzialmente questi:

a) l'accettazione del dolore nell'esistenza e l'accesso ad esperienze più profonde di gioia,

b) una più intensa percezione di sé ed una emozione basilare di felicità (la “felicità di esistere”) che accompagna sia i momenti migliori, sia quelli peggiori,

c) la capacità di mantenere un dialogo interno costruttivo e rispettoso,

d) la capacità di star bene da soli e quella di apprezzare e a volte desiderare la compagnia, senza sentirne il bisogno,

e) il superamento del bisogno di essere accettati e approvati,

f) una marcata attribuzione di valore alla propria vita e quindi a quella delle altre persone,

g) una spiccata tendenza a riconoscere e accettare i propri limiti ed i propri errori e quindi a perdonare e comprendere le altre persone,

h) la disponibilità all’impegno per gli altri e con gli altri senza sentire il “dovere” di agire altruisticamente e senza svalutare come egoistici i comportamenti non distruttivi che favoriscono il benessere personale,

i) un'apertura mentale che permette di prendere in considerazione idee nuove ed eventualmente di cambiare le proprie,

l) un forte senso di indipendenza associato al riconoscimento di forti legami affettivi,

m) la disponibilità a dare, a ricevere e ad esprimere sincera gratitudine.

La lista potrebbe allungarsi includendo moltissime sfumature, ma sostanzialmente il percorso analitico avvicina le persone ad una certa saggezza.

Parlo quindi di funzionamento psicologico adulto per indicare la compiuta espressione di certe potenzialità individuali che tutte le persone sono in grado di manifestare se non sono inconsapevolmente orientate ad affrontare la realtà in termini difensivi, ovvero in modi che nell’infanzia hanno ad esse consentito di evitare il contatto con situazioni troppo dolorose per essere accettate.

 

Raramente il funzionamento psicologico adulto costituisce il punto di arrivo di uno sviluppo psicologico ottimale garantito dall’accudimento, dall’accettazione e dall’amore delle due figure genitoriali. Altre volte esso viene favorito da un buon percorso analitico e quindi dal superamento di atteggiamenti difensivi e sintomi psicologici che limitano il contatto emotivo.

Poiché non possiamo definire il concetto di funzionamento psicologico adulto basandoci su concetti vaghi come “buon percorso analitico” o “emozioni profonde”, possiamo almeno chiarire l’uso di tale concetto: il concetto di funzionamento psicologico adulto ricapitola alcuni modi di sentire e pensare che regolarmente affiorano quando il lavoro analitico ha permesso l’elaborazione dei vissuti dolorosi che non erano stati integrati.

 

Una preoccupazione che a volte si manifesta nell'ambito delle psicoterapie non analitiche riguarda la possibilità che gli psicoterapeuti di orientamento analitico (di qualsiasi orientamento analitico) esercitino in qualche modo un plagio psicologico e filosofico nei confronti dei clienti.

Questi pericoli ovviamente sembrano essere assenti nel caso di psicoterapie finalizzate ad obiettivi molto delimitati, dato che, in questi ambiti, la relazione psicoterapeuta-paziente è molto definita e gli psicoterapeuti non prendono nemmeno in considerazione gli atteggiamenti caratteriali, i progetti esistenziali, i valori dei loro interlocutori.

In realtà, tutte le scuole di psicoterapia (anche quelle più "tecniche") presuppongono dei modelli rispetto a cui classificano come patologici alcuni comportamenti o alcune convinzioni. Sarebbe a dir poco bizzarro che un cliente, dopo aver comunicato che trova la sua vita priva di significato ricevesse al primo colloquio una risposta del tipo "Capisco perfettamente il suo punto di vista e ritengo che esso non meriti alcun approfondimento psicoterapeutico poiché è simile a quello di illustri filosofi e letterati. Non mi trovo d’accordo, ma, da convinto sostenitore della libertà di pensiero, ritengo che non solo tali punti di vista debbano essere rispettati, ma debbano essere lasciati fuori dal contesto psicoterapeutico che tratta le malattie e non le convinzioni filosofiche delle persone. Se ha qualche fobia possiamo proseguire il colloquio, altrimenti continui pure ad odiare la sua vita tranquillamente".

Qualsiasi psicoterapia implica una distinzione fra disturbi da "trattare" e aspetti adattivi del funzionamento psicologico e del comportamento. Un esplicito riconoscimento di questa realtà viene da una psicoterapeuta collocabile nell’ambito delle scuole cognitivo-comportamentali: “Qualunque teoria della personalità e dei suoi disturbi deve avere, come suo fondamento, una specifica visione del mondo. Spesso, tuttavia, questa viene lasciata sottintesa, ed è perciò necessaria un’attenta analisi della teoria al fine di esplicitarne le premesse” (Linehan, 1993, p.3).

 

Se quindi in linea di principio qualsiasi psicoterapia presuppone una distinzione di questo tipo, il problema vero non riguarda il fatto che l’approccio analitico qui descritto riconosca certi aspetti della vita quotidiana delle persone come "difensivi" e comporti l'obiettivo di favorire il funzionamento psicologico adulto, ma riguarda i criteri in base a cui i vari orientamenti psicoterapeutici definiscono i disturbi psicologici e delineano le prospettive di cambiamento.

La distinzione da me fatta fra funzionamento psicologico adulto e funzionamento psicologico difensivo ha sicuramente meriti e demeriti, come ogni altra. Può destare perplessità perché, collocando molti comportamenti normali fra quelli difensivi, si oppone alle ideologie psicoterapeutiche che considerano problematici solo gli atteggiamenti che esulano dalla normalità. Tale distinzione, tuttavia, ha la stessa legittimità di principio delle altre e va valutata solo in base a considerazioni specifiche e non di principio.

 

Per queste ragioni ritengo inconsistente l’idea secondo cui il percorso analitico dovrebbe riguardare il funzionamento psicologico individuale e non le convinzioni filosofiche, politiche, religiose delle persone. Secondo questo punto di vista il lavoro analitico è paragonabile a quello del meccanico che deve aver cura del funzionamento di un’automobile e non delle capacità di guida o della prudenza nella guida del proprietario.

Questa tesi si basa da un lato sul principio (sicuramente condivisibile) secondo cui gli psicoterapeuti devono evitare in tutti i modi di approfittare della loro particolare posizione per ottenere vantaggi personali. Le forme di sfruttamento dei clienti che violano le basilari norme deontologiche, non sono solo di tipo materiale ma anche psicologico e tra queste va sicuramente inclusa la propensione di certi analisti ad atteggiarsi a guru ed a concepire i clienti come persone a cui trasmettere qualche verità assoluta.

Tuttavia le questioni importanti non sono mai semplici e cercherò ora di chiarire che se i tentativi di plagio ideologico costituiscono sempre una violazione della deontologia professionale, la “neutralità” ideologica costituisce in molti casi un’altrettanto grave violazione dell’impegno professionale. L’analista, in altre parole, deve manifestare sia il più assoluto distacco da qualsiasi desiderio personale di convincere i clienti ad accettare una data concezione del mondo, sia la massima determinazione a mettere in discussione (nei modi e tempi più opportuni) le convinzioni dei clienti che costituiscono un ostacolo alla loro libertà interiore ed all’espressione delle loro potenzialità..

 

Secondo il mio punto di vista, in analisi occorre lavorare sia su convinzioni irrazionali prive di spessore culturale (la convinzione di valere meno degli altri, quella di non dover mai chiedere, di non aver nulla da dare, ecc.), sia su convinzioni altrettanto irrazionali ma ideologizzate o addirittura normalmente accettate dalla gente.

Facendo questa affermazione, ovviamene non utilizzo il concetto di ideologia nell’accezione di sistema di idee finalizzato al controllo sociale. Utilizzo il concetto di ideologia per indicare genericamente vari sistemi di credenze o di valori condivisi da molte persone o da particolari guppi sociali. In questo senso un’ideologia non ha necessariamente una valenza negativa e ciò mi permette di considerare alcune ideologie (a dire il vero, la maggior parte di esse) come razionalizzazioni socialmente condivise di istanze difensive, irrazionali e distruttive.

 

Negli anni passati si è scritto molto sui fattori psicologici che portano gli individui ad accettare di buon grado l’autoritarismo (Reich,1946, Horkheimer e AA.VV.,1936, Adorno, 1950, Fromm,1941, Allport,1954, Horkheimer-Adorno,1956, Milgram,1974). Alla base di tutto però sta il fatto che in ambiti ristretti o più ampi (di tipo sociale), le persone che si difendono da vissuti dolorosi tendono a valutare irrazionalmente la dipendenza affettiva, l’obbedienza all’autorità, il loro rapporto con la famiglia e altri gruppi. L’intolleranza per parti di sé disconosciute è il terreno fertile su cui attecchisce l’intolleranza razziale, etnica, religiosa e da cui derivano l’adesione all’autoritarismo sociale (o la propensione a confusi atteggiamenti di ribellione) e l’affermazione di pseudovalori radicati nell’odio e nella paura.

 

Le ideologie sono irrazionali quando vengono affermate con rigidità e intransigenza, quando comportano contraddizioni e quando vengono assolutizzate senza tener conto dei fatti. Il percorso analitico costituisce una sorta di antidoto nei confronti delle ideologie irrazionali. Quando un'ideologia offende la dignità, il valore, le esigenze delle persone o di alcune persone, cessa di essere "tecnicamente" un'ideologia, risulta essenzialmente un disturbo psicologico e riflette un modo non adulto di affrontare la realtà.

 

Non vedo perché si debbano considerare sintomi le concezioni ossessive dell’ordine e della pulizia e non le concezioni razziste, sessiste, autoritarie che implicano la stessa svalutazione di aspetti consistenti della propria persona, delle altre persone e di parti della intera società. Si dirà che un analista non dovrebbe opporsi a idee accettate da molti come quella secondo cui siamo portatori di un peccato “originale” o quella secondo cui è ovvio che certe aziende debbano risparmiare sui costi facendo produrre o assemblare parti dei loro prodotti a bambini che nel terzo mondo lavorano tutto il giorno per due soldi. Tuttavia, in questa logica, gli psicoterapeuti non dovrebbero più considerare la schizofrenia come un disturbo psicologico se qualche idiota scrivesse volantini sulla “libertà di frammentare la realtà” e fondasse il partito “Uniti per ascoltare le voci”. A mio avviso sono da condannare gli psichiatri che hanno sostenuto il regime “ariano” della Germania nazista e non quelli che hanno espresso le loro opinioni sulla repressione sessuale e sull’autoritarismo sociale.

La deontologia professionale richiede come condizione basilare per un rapporto fra analista e cliente il rispetto per la persona che chiede aiuto. Sul rispetto per la persona in quanto tale non ci sono molte cose da discutere, nel senso che l'accettazione di ciò che la persona è costituisce la condizione di qualsiasi lavoro analitico o psicoterapeutico. E' inoltre chiaro che l'analista fornisce un aiuto volto a chiarire le ragioni di ciò che la persona fa e non a stabilire cosa la persona debba fare. Tuttavia, se la comprensione di ciò che la persona fa implica una valutazione della funzione difensiva o non difensiva delle sue convinzioni e dei suoi comportamenti, l'analista, pur senza voler convincere o forzare il cliente ad agire o pensare in un particolare modo, deve evidenziare l'irrazionalità, e la distruttività delle sue operazioni difensive (anche se esse sono di moda o hanno ottenuto l’approvazione di intellettuali, personaggi popolari e organizzatori di “eventi sociali”).

 

Dobbiamo onestamente chiederci perché un analista dovrebbe sentirsi libero di confrontarsi con un cliente sull'idea (difensiva) secondo cui "la vita non merita di essere vissuta" e non su idee altrettanto prive di fondamento come quella secondo cui "Dio esiste perché lo sento" o secondo cui "Dio non esiste perché i preti non fanno niente di utile", o secondo cui "per la convivenza civile lo stato deve usare il pugno di ferro contro la gente che fa sciopero" o secondo cui "il terrorismo in certi casi non è una cattiva idea". In questi casi il compito professionale di mettere in discussione gli atteggiamenti irrazionali dei clienti sembra porsi in conflitto non solo con la deontologia, ma anche con la costituzione, che garantisce la libertà di pensiero e il pluralismo politico e religioso. Allora, cosa deve fare un analista profondamente rispettoso della libertà di pensiero quando un suo cliente manifesta delle convinzioni ideologiche che egli ritiene assolutamente irrazionali?

Prima di ogni considerazione specifica sull’argomento dobbiamo tener presente che l’accettazione del pluralismo e della democrazia comporta il riconoscimento del diritto di esprimere qualsiasi idea (se ciò non costituisce un reato o non incita a commettere reati), ma non comporta in alcun modo l’obbligo di considerare legittime o intelligenti tutte le idee. Nei dibattiti televisivi deve sicuramente avere il diritto di parola anche chi dice sciocchezze a nome di molte persone, ma se certe convinzioni contribuiscono a mantenere povera la vita delle persone, in psicoterapia esse vanno affrontate come qualsiasi sintomo: con rispetto, ma con lucidità.

Al di là di questa precisazione iniziale, credo ci siano vari aspetti del problema che meritano un’attenta considerazione.

 

Nel momento in cui l'analista ritiene opportuno lavorare su convinzioni, atteggiamenti o comportamenti del cliente che hanno una certa valenza ideologica, deve essere assolutamente certo di farlo per il cliente, non per fastidio nei confronti delle idee del cliente, non per altri vantaggi personali diretti o indiretti. Non solo sarebbe inammissibile che un analista candidatosi in una lista elettorale criticasse le idee politiche opposte espresse del cliente, ma anche che criticasse in seduta una posizione politica o morale o religiosa semplicemente perché non la trova "condivisibile".

Consideriamo ad esempio due clienti politicamente reazionari, convinti assertori della pena di morte per i delinquenti ed anche dei colpi di stato nelle circostanze in cui vacilla l’ordine costituito. Il primo è una persona che si affligge con pesanti sensi di colpa, sta con una donna che non lo ama solo per non rovinare la “stabilità” della famiglia, è severo con i figli, lavora in modo ossessivo. Il secondo non si interessa realmente alla vita politica, ha in testa le idee della sua famiglia d’origine, ha molta paura della solitudine e cerca di essere accondiscendente con tutti.

Con il primo cliente è necessario lavorare sulla rabbia difensiva con cui si accanisce a svalutare e sopprimere ogni sua profonda espressione emozionale. Si può prendere spunto dalla vitalità che detesta nei figli, dalla paura di essere considerato un mostro se critica la moglie, o anche dall’insofferenza per qualsiasi espressione collettiva di dissenso rispetto al potere costituito. Non c’è una regola, ma in un modo o nell’altro egli ha bisogno di capire e sentire che si fa del male e che fa del male agli altri con la sua rigida mentalità autoritaria.

Con il secondo cliente invece non ha senso un confronto su convinzioni politiche che in realtà sono come un corpo estraneo conficcato nel suo cervello. Sarebbe anche dannoso toccare l’argomento perché quel cliente solo per accondiscendenza accetterebbe le idee dell’analista, oppure andrebbe in ansia e cercherebbe di affermare qualche principio a metà fra le idee del padre e quelle dell’analista. In tal modo l’analista solleciterebbe quella persona ad essere accondiscendente e non lo aiuterebbe a lavorare sulla sua accondiscendenza.

Il contratto, quello profondo, fra analista e cliente prevede che l'analista dia l'aiuto che può dare ottenendo in cambio soltanto il compenso pattuito per il suo lavoro. Ogni ricerca di gratificazione personale (anche sul piano delle idee) è fuori luogo. Ciò non significa che l'analista debba cercare di soffrire nelle sedute. Cercherà di stare meglio che può anche nelle ore lavoro, occupandosi però solo di ciò che serve ai suoi clienti.

 

Posto quindi che l'interesse dell'analista per i vari aspetti della vita di un cliente (anche quelli "ideologici") è professionale e non personale e che l'obiettivo è costituito dal bene del cliente, occorre valutare alcune questioni di priorità e di opportunità.

Raramente i nodi "ideologici" degli atteggiamenti dei clienti sono problemi urgenti o veramente importanti ai fini di un cambiamento profondo.

Le convinzioni irrazionali dei clienti sulla vita e sulla società in genere cambiano senza che sia necessario alcun interventi specifico, e quindi un lavoro analitico su di esse è spesso superfluo. Ad esempio, alcune clienti a inizio analisi erano molto "caratterizzate" ideologicamente in senso "femminista". Usavano il tipico linguaggio delle donne ideologizzate e sottolineavano il "punto di vista delle donne" anche se parlavano della loro marca di caffè preferita. In genere, anche quando non lavoro tendo a non discutere queste posizioni perché una discussione non sortisce alcun esito costruttivo. Per me è troppo ovvio che ci sono punti di vista intelligenti e stupidi, ma non "maschili" o "femminili" e che i vari problemi o sono capiti con cura o sono fraintesi, ma non possono essere capiti da un punto di vista "maschile" o "femminile" (e nemmeno "giovanile" o "meridionale"). Su questioni come la tradizionale subordinazione delle donne agli uomini penso che gli uomini e le donne intelligenti debbano riconoscere che tale subordinazione è stata ed è tuttora un disastro, uno spreco di risorse ed anche un'umiliazione sia per gli uomini, sia per le donne. Inoltre, su questioni come la cura dei figli, penso che nei primi anni la madre sia più importante del padre e che nessuna esigenza economica o nevrotica o ideologica dovrebbe impedire ai bambini di avere a loro completa disposizione la figura materna finché non sono in grado di interagire significativamente con la madre, col padre, con altre figure di accudimento e con i coetanei. Il fatto che i bambini abbiano certi bisogni non può essere confutato né dal maschilismo, né dal femminismo, né da qualsiasi ideologia irrazionale.

In ogni caso, con le clienti in questione ho quasi sempre ignorato il "problema" costituito dalla loro tendenza a ragionare "da donne" (ovvero partendo da una irrisolta mescolanza di iperdipendenza e controdipendenza nei confronti della figura materna). Con alcune di esse ho invece toccato con frecciatine (leggere e feroci) la loro "verità assoluta" semplicemente perché ero certo che le mie battute non sarebbero state fraintese in chiave "maschilista". In tutti i casi in cui il lavoro analitico si è sviluppato utilmente ed ha portato a chiarire il dolore mai veramente riconosciuto nella relazione con la madre, il "punto di vista femminile" si è gradualmente indebolito ed ha lasciato spazio anche ad una certo fastidio per l'ostilità "vittimistica" di molte amiche. Ovviamente queste persone non sono diventate "tradizionaliste" o "maschiliste", ma nessun lavoro analitico rende stupide le persone intelligenti.

Lo stesso capita, quando il lavoro procede bene, con tutte le persone che si identificano in "gruppi ben delimitati" che in qualche modo sono "rassicuranti". Mi capita spesso, in fasi avanzate dell’analisi, di sentir dire da clienti con un elevato livello culturale che "non sopportano più gli intellettuali" o da clienti da sempre "assorbiti" dal mondo delle vacanze-sport-divertimenti che cominciano ad annoiarsi con gente che ha la "frenesia di divertirsi". Allo stesso modo, le persone "molto politicizzate" (di sinistra) tendono, con il procedere del lavoro analitico ad aprirsi a questioni personali che prima superficialmente inquadravano in termini sociologici.

Con questo voglio sottolineare che spesso le persone rivestono i loro atteggiamenti difensivi con qualche razionalizzazione ideologizzata; essa crolla o trova nuove formulazioni intellettuali appena gli atteggiamenti difensivi basilari si riducono. Ciò rende quindi in genere irrilevante una discussione in analisi delle particolari convinzioni ideologiche irrazionali.

 

Tra le questioni di opportunità va considerata non solo l'irrilevanza di certi interventi focalizzati sulle convinzioni ideologiche, ma anche il potenziale pericolo costituito da essi. L'ambito ideologico è in genere ben razionalizzato e considerato estraneo ai disturbi sui quali il cliente è motivato a lavorare. I clienti possono facilmente sentirsi non capiti o pensare che l'analista voglia "fare propaganda" anziché occuparsi di loro. Discutere questioni religiose o politiche può quindi essere in molti casi meno opportuno che discutere altre questioni egualmente caratterizzate in senso ideologico e cariche di valori impliciti, come il ruolo educativo assunto con i figli, l'ambizione sul piano professionale, il moralismo sessuale, il conformismo sociale, il ribellismo giovanile, ecc. Lavorando su queste "mini-ideologie" raramente si suscitano profonde diffidenze e soprattutto non si genera nei clienti il timore di essere "forzati” a pensare in un certo modo e quindi di essere "sfruttati".

 

In sintesi, si può dire che più un’ideologia è "vicina" all'area dei problemi personali più sentiti, più può essere oggetto di confronto e discussione. E’ inutile, inopportuno e spesso controproducente affrontare con i clienti le problematiche ideologiche più lontane dai problemi personali realmente sentiti. Tali ideologie possono però in certi casi costituire dei nodi importanti da sciogliere e devono quindi essere esaminate con rispetto ma con determinazione in una fase avanzata dell'analisi, in cui il cliente ha già compreso che il cambiamento che cerca riguarda il suo complessivo modo di vivere, sentire e pensare.

Si tratta ora di capire in cosa può consistere un lavoro analitico sulle convinzioni ideologiche dei clienti, nei casi e nei momenti in cui esso può essere opportuno. Per chiarire la questione distinguerò il lavoro "in negativo" da quello "in positivo".


 

3. Il lavoro in negativo e in positivo

 

Il lavoro sulle convinzioni ideologiche deve cogliere il tema specifico sul quale un particolare problema del cliente "interseca" un particolare aspetto dell'ideologia in questione. Questa è una delle ragioni per cui il lavoro sulle ideologie non può mai essere uno dei primi ad essere svolti: esso diventa possibile quando sia l'analista, sia il cliente, dispongono di una certa chiarezza sulla funzione specifica delle varie modalità difensive.

 

Voglio inoltre sottolineare che anche l'ideologia più rispettosa della vita e delle persone può essere accettata per motivi difensivi. Ciò rende a volte inevitabile che l'analista lavori anche su convinzioni ragionevoli e che magari egli stesso condivide, ma che sono accettate dal cliente per ragioni non adulte. Supponiamo, ad esempio, che l'analista sia un ecologista convinto e che lavori con un cliente che condivide tale concezione "forte" del rapporto fra persone e ambiente. Il cliente spontaneamente o rispondendo ad alcune domande mostra che si sente molto attratto dalle idee ecologiste ed in particolare all'aspetto "non violento" di tale filone del pensiero contemporaneo. Le idee ecologiste infatti vengono colte con sottolineature molto personali. Tale cliente è interessato alla salvezza del pianeta, preoccupato per le conseguenze degli scempi ecologici sulla salute delle persone, ma è soprattutto molto disturbato dal fatto che gli esseri umani distruggano forme di vita indifese. Egli è anche molto ostile nei confronti della vivisezione, e della caccia, e l'analista trova condivisibili tali idee. Tuttavia su questi argomenti il cliente manifesta una partecipazione emotiva molto marcata, mentre sul tema della "energia pulita" ha convinzioni altrettanto forti, ma più serene. Il cliente in questione ha una grossa difficoltà a manifestare la sua ostilità: a trent'anni vive ancora con i genitori e accetta le loro intromissioni nella sua vita privata come un ragazzino. E' chiaro che l'ecologismo di questa persona viaggia su un binario adulto per certi aspetti, ma per altri è carico di emotività difensiva.

Se l'analista si limita a considerare l'aspetto intellettuale delle convinzioni del suo cliente rischia di trascurare il fatto che questi usa impropriamente tali convinzioni per "spostare" su un piano astratto la sua rabbia passiva nei confronti dei genitori che lo "cacciano" e lo "vivisezionano". Con questo spostamento egli non coglie il vero nocciolo del problema: non entra in contatto con la sua ostilità passiva (la rabbia dell'animale-vittima) che copre un’ostilità più esplicita e, più profondamente, il dolore per un antico rifiuto. Tali opinioni ecologiste di fatto ostacolano la sua attuale capacità adulta di opporsi in modi espliciti (non necessariamente rabbiosi) ad attuali situazioni oppressive o violente.

 

Possiamo immaginare anche un cliente di solide convinzioni socialiste che è molto sensibile al tema delle "ingiustizie" e vive tale aspetto dell'ideologia politica di riferimento con molta rabbia. Ogni mattina sorseggia il caffè imprecando contro le ingiustizie riportate dal giornale. L'analista, anche se condivide la sensibilità del cliente per le questioni sociali, deve comunque capire che quella dose di rabbia non è di grande aiuto alla loro causa comune. Stupirsi per le ingiustizie e covare rabbia a colazione non aiuta a cambiare il mondo e serve più che altro a non sentire che anche se alcune situazioni possono essere affrontate e superate, hanno comunque già prodotto delle conseguenze dolorose da accettare. Se l'analista non si sofferma sul contenuto ideologico che condivide con il cliente e nota l'irrazionalità dell’irritazione manifestata, può notare, ad esempio, che tale cliente è sempre di cattivo umore e vive come “ingiustizia” ogni frustrazione personale (l'abbandono della fidanzata, l'incomprensione di un amico, la pioggia nel giorno in cui aveva previsto una scampagnata, e così via). Il lavoro sulle convinzioni ideologiche, va quindi svolto sia quando l'ideologia di riferimento del cliente è respinta dall'analista, sia quando essa è condivisa.

 

Il lavoro, come accennavo, va svolto in modo mirato. Deve cioè colpire il nodo irrazionale in cui la difesa del cliente si lega ad una particolare concezione della realtà. Lo scontro frontale volto a contrapporre un sistema di idee ad un altro può forse piacere all'analista, ma non è un obiettivo analitico. Il lavoro “in negativo” è decisamente preferibile, perché mira a indebolire le convinzioni irrazionali e non a sottolineare la maggior ragionevolezza delle convinzioni alternative.

Quando l’analista capisce che il cliente ha un certo problema e che "lega" una o più difese a particolari contenuti ideologici, può essere d'aiuto evidenziando le contraddizioni nel pensiero del cliente con osservazioni di questo genere: "Dato che non vai in chiesa da vent'anni e hai fatto sesso con tante persone senza sentirti colpevole, perché ora pensi di sposarti in chiesa?" oppure "Mi parli da tempo della tua infanzia scandita da disciplina, svalutazione dei tuoi bisogni, oppressione e tuttavia sei propenso ad appoggiare la repressione di ogni forma di dissenso sociale. Come spieghi questa contraddizione?".

 

L’analista può lavorare in modi ancor più indiretti, chiedendo ad esempio a tali clienti di immaginare certe situazioni. Ad esempio, può chiedere alla prima persona come si sentirebbe se comunicasse ai genitori ed ai conoscenti di voler convivere con la sua compagna senza sposarsi e può chiedere alla seconda persona come si sentirebbe se fosse un operaio in sciopero o un extracomunitario che viene trattato con diffidenza per via della sua pelle. In questo modo, senza confrontare un sistema di idee con un altro l’analista potrebbe far affiorare sensazioni di vergogna e di inadeguatezza che venivano escluse dalla consapevolezza anche con l’adesione a certi modi di pensare.

Le convinzioni ideologiche "problematiche" più importanti e più urgenti da trattare, riguardano comunque la sfera della sessualità e della famiglia. Le più ricorrenti riguardano la presunta "necessità" di avere dei figli ("Mi sentirei non realizzata se non potessi avere figli"), la trascuratezza nei confronti dei figli ("Ovviamente dopo qualche mese di allattamento riprenderò il mio lavoro e mia madre si occuperà del bambino"), la svalutazione del sesso ("Mi sono sentita umiliata sentendomi desiderata per il mio corpo"), l’uso “improprio” della sessualità (“Sono sempre preoccupato di riuscire a far colpo su una donna nel primo incontro sessuale”).

Quando queste convinzioni assolutamente stupide sono presenti, a volte la provocazione costituisce il modo migliore per costringere ad una riflessione. A volte chiedo se sarebbe opportuna la pena di morte per quelle "mezze persone" che non riescono ad avere figli, o chiedo se un neonato può desiderare lo svezzamento al sesto mese per contribuire alla brillante carriera della madre. Una volta ho "raccontato" ad una cliente che si sentiva "usata" da un giovanotto passionale, che il mio barista ha chiuso il negozio perché si sentiva umiliato nel suo lavoro: tutti volevano il suo caffè e nessuno lo accettava come persona. Ai clienti maschi preoccupati delle loro prestazioni sessuali dico spesso che si possono tranquillizzare: molti uomini sono sicuramente più dotati ed efficienti di loro. In altri casi, il lavoro sulle convinzioni ideologiche irrazionali va svolto con più cautela e gradualità.

 

Penso che un analista non si debba concentrare troppo sulle ideologie irrazionali dei clienti. In genere esse si modificano senza interventi specifici e i clienti fanno da soli gli aggiustamenti necessari nella loro concezione del mondo quando recuperano il rispetto per loro stessi e la capacità di accettare i limiti della realtà e il dolore che fa parte della vita.

In certi casi, però le ideologie sono veramente "incollate" alla struttura della personalità del cliente e certi collegamenti vanno sottolineati in modo discreto, rispettoso, ma con molta chiarezza. In tali casi anche il lavoro “in positivo” può risultare necessario.

 

Mentre il lavoro “in negativo” sulle convinzioni irrazionali mira a indebolire tali convinzioni evidenziando contraddizioni, conseguenze inaccettabili, presupposti inconsistenti, il lavoro "in positivo" tende ad evidenziare la possibilità di certi cambiamenti nel modo di concepire e di affrontare la vita. Il lavoro in positivo richiede una dose di autocontrollo maggiore di quello in negativo, da parte dell’analista.

 

Una cliente che stava cominciando a riconoscere un bisogno molto antico di essere accudita e protetta dalla madre (che l’aveva sempre ignorata e svalutata) iniziò la seduta raccontandomi di aver fatto un'esperienza molto importante. Si trattava di una seduta di Channelling, svolta con una sua collega che nel tempo libero andava in trance e metteva in contatto le persone con i loro angeli custodi.

Le chiesi cosa avesse ascoltato dal suo angelo custode e mi rispose che le aveva spiegato che la sua vita difficile aveva uno scopo, che lei non aveva sofferto invano, che era comunque accompagnata, benvoluta e protetta. A quel punto le chiesi come si era sentita e, con le lacrime agli occhi, mi disse che si era sentita "viva".

Precisai che l'idea di una dimensione spirituale non è autocontraddittoria e che non aveva caratterizzato solo le religioni tradizionali, ma che caratterizzava uno dei due principali filoni della parapsicologia contemporanea. Ero a conoscenza di autorevoli posizioni espresse a favore della teoria della reincarnazione (Moody jr., 1975; Stevenson, 1966 e 1997) e degli Spiriti Guida, che emergevano da importanti studi sperimentali sulla bilocazione (Green, 1968; Tart, 1968, 1974) e cose del genere. Non volevo quindi mettere in discussione una lettura della realtà legittima e non mi interessava nemmeno spiegarle cosa pensassi io a tale proposito; ero anche disponibile a darle suggerimenti bibliografici relativi a testi che davano interpretazioni opposte di certi fenomeni. Notai però che se io fossi stato il suo angelo custode le avrei detto qualcosa di più preciso e soprattutto mi sarei curato di dimostrare che ero davvero il suo angelo custode. Ad esempio, le avrei detto di essere a conoscenza di un particolare della sua vita che lei stessa non conosceva e che avrebbe potuto controllare. Soprattutto non avrei detto delle cose vaghe e consolatorie che chiunque avrebbe potuto dirle. A quale persona un angelo avrebbe potuto dire "Hai sofferto poco e comunque le tue piccole e banali sofferenze non hanno alcun senso"?! Riconobbe che aveva dato per scontata l'autenticità dell'esperienza perché aveva sentito esattamente ciò che voleva sentirsi dire. Lavorammo un po' sul suo bisogno di accettazione non compensabile da alcuna esperienza possibile nel mondo degli adulti di cui attualmente fa parte.

Evidentemente morivo dalla voglia di favorire un interesse autentico per la parapsicologia che trovo una materia molto importante e che a mio avviso mette seriamente in crisi molte pseudocertezze della scienza occidentale. Ciò però era irrilevante. Contava soprattutto che la mia cliente non si risparmiasse certi pianti necessari con illusorie consolazioni. Avevo tuttavia fatto alcune considerazioni in positivo riguardanti certi modi più ragionevoli del suo di sostenere o di contestare le concezioni spiritualiste.

 

A volte sono i clienti a voler conoscere il mio punto di vista su certe questioni di carattere generale. Prima di tutto chiedo il motivo di questa curiosità e se dalla risposta emergono cose da chiarire riguardanti il nostro rapporto, mi occupo di queste. In ogni caso, dopo aver affrontato eventuali problemi implicati da tale richiesta o nel caso in cui non ci sia nulla da chiarire, penso che ad una domanda diretta e personale vada data una risposta diretta e personale. Non vedo perché dovrei negare una risposta, se non per dare alla relazione analitica un tono di "neutralità" che in fondo sarebbe svalutativo nei confronti del cliente. Non trovo motivi sensati per "proteggere" i clienti dalle mie idee, se sono interessati a conoscerle, dato che anche senza alcuna comunicazione esplicita essi sanno comunque molto di me (vedono i miei cani e quindi sanno già che amo gli animali, vedono la mia compagna e facilmente deducono che io sia eterosessuale, a volte rintracciano dei miei scritti in libreria o su Internet). Se invitato, rispondo quindi in modo sincero e in modo non dogmatico.

 

Il modo migliore per non rispondere in modo dogmatico è non essere dogmatici. Ho cambiato molte volte le mie idee politiche, religiose, filosofiche e sono sinceramente convinto di poter cambiare ancora molte mie convinzioni. Trasmettendo questa libertà personale anche dai miei stessi pensieri, non solo dico la verità, ma consento ai clienti di non sentirsi in qualche modo tenuti a considerare il mio punto di vista come un punto di vista "privilegiato".

 

Credo inoltre sia molto importante, nel momento in cui un cliente mette in discussione certe sue idee "chiare e distinte", sottolineare che egli si sta ponendo dei problemi che non hanno soluzioni semplici e per i quali vari punti di vista hanno una loro legittimità. In genere se consiglio delle letture includo testi per me significativi che esprimono punti di vista diversi e anche opposti. Sono davvero convinto, non solo per questioni deontologiche e professionali, che sia più importante aiutare le persone a pensare con la loro testa che indurle a pensare nel modo che si ritiene più giusto.

 

Nel lavoro "in positivo" è quindi molto importante tener presente che il cliente ha bisogno di trovare una sua strada e che noi possiamo aiutarlo soprattutto ad orientarsi. Il percorso analitico è un percorso di affrancamento da convinzioni e atteggiamenti che limitano l'espressione delle potenzialità personali, non un incoraggiamento a sviluppare tali potenzialità in una direzione che per noi è la migliore. Questo non ha comunque nulla a che fare con una neutralità impossibile da mantenere e anche in linea di principio non giustificabile.

 


 

4. Emozioni e ideologie

 

Non c’è modo di comprendere in profondità molti problemi “strettamente clinici” senza ricondurli ad atteggiamenti generali nei confronti della vita che i clienti condividono con milioni di persone che non manifestano sintomi specifici. Non c’è modo di distinguere nettamente fra le razionalizzazioni individuali dell’emotività difensiva e le razionalizzazioni divenute ideologie e quindi “patrimonio collettivo”.

Se la psicoterapia accetta che i disturbi psicologici sono solo manifestazioni specifiche di modi normalissimi di sentire e pensare può affrontare con la dovuta profondità i disturbi particolari di cui si è sempre occupata.

 

Sono ben consapevole che, non essendoci una definizione di razionalità accettabile per tutti, il fatto di lavorare sulle convinzioni irrazionali dei clienti rende il lavoro soggetto a tutte limitazioni della mentalità dell’analista. D’altra parte l’unica alternativa a questo modo di fare analisi si riduce al progetto di trattare solo sintomi riconosciuti tali da tutti gli psicoterapeuti, secondo metodi e priorità condivisibili da parte di tutti gli psicoterapeuti e ciò significa non fare analisi, non fare psicoterapia e in realtà non fare proprio nulla.

 

L'analisi è, implicitamente, uno scontro fra una filosofia di vita che include l'accettazione del dolore e della realtà ed un'altra filosofia (implicita o esplicitata e a volte ideologizzata) che rifiuta il dolore e proprio per questo ostacola il contatto emotivo e il raggiungimento di una reale felicità.

Tale recupero "applicativo" della filosofia non va inteso come una restaurazione del pensiero speculativo, ma come una necessaria liberazione dall'ideologia medico-scientista che tuttora spesso (normalmente) caratterizza la psicoterapia.

 

Il lavoro analitico non può e non deve essere espressione di un indirizzo filosofico particolare. Esso implica una “filosofia della vita quotidiana” non sistematica o “scolastica” che risulta sensata per qualsiasi filosofo e per qualsiasi persona capace di accettare le sue emozioni più profonde e di ragionare in modi non difensivi. Il percorso analitico non è un processo “educativo” volto a trasmettere idee e valori, ma aiuta le persone a sentire di più, a fare a meno di molti pregiudizi difensivi, a tollerare la libertà dell’apertura emozionale e mentale. Proprio in questo modo permette alle persone di costruire autonomamente la loro versione di tale generica filosofia della vita quotidiana. In ogni caso, il lavoro analitico risulta comunque incompatibile con il moralismo, l’autoritarismo ed il conformismo che normalmente razionalizzano la paura di vivere delle persone.

 

Se gli psicoterapeuti non si “perdono” inseguendo teorie psicologiche intellettualistiche o non si limitano a fare interventi superficialmente efficaci ma umanamente irrilevanti, hanno la possibilità di aiutare i loro clienti non solo a stare un po’ meglio, ma soprattutto a vivere la loro vita.

 


 

Bibliografia

 

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