Le illusioni
della psicoterapia
teorie e percorsi formativi nella psicoterapia
contemporanea
Introduzione
PRIMA PARTE
Teorie
1. Dalla psicoanalisi alla confusione post-reichiana
2. Analisi Transazionale (AT), Gestalt Therapy e
psicoterapia umanistica
3. Approcci sistemici e relazionali, PNL,
comportamentismo e psicoterapia cognitiva
4. La teorizzazione dell'esperienza emozionale
correttiva
5. La teoria dell'attaccamento
6. La prospettiva cognitivo-evoluzionista
7. Il San Francisco
Psychotherapy Research Group
8. Illusioni e psicoterapia
SECONDA
PARTE
Percorsi
formativi
9.
Le motivazioni di chi sceglie la psicoterapia come professione
10.
Caratteristiche personali di chi svolge l’attività psicoterapeutica
11.
La formazione personale e intellettuale in psicoterapia
12.
La supervisione in psicoterapia
13.
La normalizzazione della psicoterapia
14.
Perché la psicoterapia non può trasformarsi
Conclusioni
Bibliografia
Premessa
Questo lavoro include due articoli pubblicati nel
2004 sul sito http://www.risorse-psicoterapia.org . Il
materiale è stato riveduto e corretto per dare uno sviluppo organico agli
argomenti trattati.
I capitoli della prima parte costituiscono una
presentazione del lavoro analitico centrato sull’intenzionalità difensiva e sui
vissuti non integrati e approfondiscono i punti di contatto e le divergenze fra
tale approccio ed i principali indirizzi psicoterapeutici.
I capitoli della seconda parte, dedicati alla
formazione in psicoterapia, sono stati scritti soprattutto per comunicare una
sentita preoccupazione relativa al modo in cui negli ultimi anni è stata
definita, riconosciuta e regolata l’attività psicoterapeutica.
Ai nostri giorni è possibile fare analisi in modo approfondito
e con efficacia, grazie al fatto che da un secolo le teorie analitiche e
psicoterapeutiche hanno messo a nostra disposizione alcune idee fondamentali
derivate da esperienze e da riflessioni diversissime.
Le idee illuminanti che oggi possono sembrare ovvie,
anche se tali non erano cento o cinquanta anni fa, sono tante, ma alcune di
esse meritano di essere menzionate.
1-Le persone possono essere coscienti di certi
conflitti interiori, ma possono anche essere lacerate da conflitti interiori di
cui non hanno alcuna consapevolezza.
2-Le persone spesso sperimentano nell'infanzia
sofferenze intense e non gestibili, sia nelle situazioni di abbandono o
maltrattamento, sia nelle più frequenti situazioni famigliari di scarsa empatia
o di scarso contatto emozionale.
3-Le persone fin dalla nascita, senza esserne
consapevoli, elaborano strategie psicologiche difensive che limitano il
contatto con il dolore emotivo. Tali strategie sono costituite da un intreccio
di convinzioni irrazionali, illusioni, atteggiamenti, comportamenti, rigidità
muscolari, forme di dialogo interno e modalità comunicative.
4-Le persone possono modificare tali strategie
difensive, se vengono aiutate a riconoscerle e ad esplorare le emozioni
costantemente evitate che nella vita adulta sono tollerabili.
5-Le persone possono manifestare molte potenzialità
inespresse quando non sentono più la necessità di proteggersi da antichi
vissuti dolorosi e, in generale, da emozioni intense.
Queste idee capaci di orientare gli psicoterapeuti che
si occupano di persone che "stanno male" senza "vere"
ragioni ed in modi apparentemente incomprensibili, sono come stelle che
brillano nel buio. In questa metafora, il buio è costituito dalle illusioni,
dai pregiudizi e dal riduzionismo delle principali teorie che sono state
elaborate nella storia della psicoterapia.
In queste pagine mi propongo di riesaminare
criticamente le più note concezioni psicoterapeutiche per evidenziare i
contributi che esse offrono, i limiti che presentano e le illusioni che (a mio
parere) alimentano.
Nell’approccio
analitico da me seguito, i disturbi psicologici non sono concepiti come
l'effetto di qualche determinante fattore intrapsichico o interpersonale, ma
come un atto creativo compiuto nell'infanzia: un tentativo di adattamento
ottimale a rapporti interpersonali irrazionali troppo dolorosi per le limitate
risorse dei bambini. Nell'infanzia è ragionevole aggrapparsi a convinzioni
irrazionali, strutturare atteggiamenti difensivi, organizzare modi di vivere
distruttivi, pur di non restare in contatto con sentimenti dolorosissimi di
rifiuto, di abbandono, di svalutazione, di vuoto, di disperazione. Dal mio
punto di vista, il percorso analitico non tende quindi a curare i sintomi, ma a
renderli superflui. Esso chiarisce l'intenzionalità difensiva e favorisce le
esperienze emozionali che consentono al cliente di verificare che con le
risorse attuali può accettare il dolore della sua infanzia ed anche quello
inevitabile, presente e futuro, che caratterizza la sua esistenza.
L'approccio
intenzionale in psicoterapia prescinde da assunzioni metafisiche, da specifiche
teorizzazioni e dall'uso di particolari tecniche, anche se personalmente
preferisco collocare tale approccio in un quadro di riferimento teorico molto
semplificato e preferisco renderlo operativo ricorrendo ecletticamente a
tecniche molto diverse.
Il concetto di “intenzionalità difensiva” da me
utilizzato, integra i contributi di autori appartenenti a scuole anche molto
diverse e non rinvia a quello psicoanalitico di "meccanismi di
difesa".
Utilizzo, infatti, tale concetto senza presupporre la metapsicologia freudiana
e senza implicare che le difese si oppongano dinamicamente a forze pulsionali.
Esse sono, nell'accezione del termine che utilizzo, azioni, microazioni,
atteggiamenti, immagini di sé, progetti di vita non consapevoli o ai limiti
della consapevolezza, che interrompono in vari modi il contatto con il dolore
e, di conseguenza, riducono l'intensità delle esperienze emozionali in
generale. Credo che le difese proteggano da emozioni troppo dolorose
nell'infanzia e persistano inconsciamente ed irrazionalmente nella vita adulta.
Il
sintetico "ripasso", fatto in queste pagine, delle concezioni che in
trent'anni hanno accompagnato la mia formazione personale, intellettuale e
professionale è stato per me doloroso. Avrei scritto questo lavoro con più
leggerezza se avessi potuto, come nei film d'azione commerciali considerare da
un lato "i cattivi" e poi "i buoni", per giungere al lieto
fine costituito dal trionfo del gruppo dei buoni. In realtà, non mi sono mai
mosso in questa logica e ho sempre cercato di riconoscere gli aspetti validi di
ogni teoria. Il lato più scomodo di questa mia tendenza a cercare in tutte le
direzioni, sta nel fatto che se da un lato tendo ad apprezzare alcuni aspetti
di moltissimi orientamenti psicoterapeutici, da un altro lato non sperimento
mai un "senso di appartenenza". Ho lasciato la scuola in cui mi sono
formato e non sono diventato mai membro attivo di nessuna delle altre scuole in
cui ho proseguito la mia formazione. Sono senza "nemici", ma anche
senza "fratelli". Questo mi dispiace, anche se riesco a consolarmi
con la sensazione di avere molti "quasi-fratelli" nei
"luoghi" più disparati.
Spero che le mie considerazioni aiutino i giovani
psicoterapeuti a trovare il coraggio di non sentirsi mai "a casa"
aderendo ad una particolare concezione psicoterapeutica.
La capacità di tradurre teorie inevitabilmente
parziali e riduttive in procedimenti rispettosi, eleganti ed efficaci, che
emerge dai resoconti clinici di colleghi e maestri particolarmente stimati, mi
lascia sempre sorpreso, come quando mi fermo a guardare un animale o un
bambino: la visione di armonie costruite con sensibilità, grazia ed
intelligenza mi fa provare gratitudine per le sollecitazioni ricevute e
speranza per il futuro di una professione che considero particolarmente
difficile anche per le persone più scrupolose. La non comprensione di problemi
evidenti e l'ostinazione a non "aggiustare il tiro" che ritrovo
spesso in molti testi di psicoterapia, mi fa ovviamente un'impressione ben
diversa, ma costituisce per me una sollecitazione a non fossilizzarmi in
"idee chiare e distinte".
Al momento considero il quadro di riferimento entro
il quale concepisco il mio lavoro sufficientemente esplicativo e
"scarno" (cioè tale da implicare il minor numero possibile di
presupposti e comunque tale da non implicare idee speculative). Per questo lo
considero provvisoriamente accettabile e lo propongo a psicoterapeuti
(provenienti da esperienze formative diversissime e quindi limitate in modi
diversissimi) con cui faccio supervisione.
Concluderò queste mie riflessioni affermando
l'opportunità di integrare gli aspetti più fecondi di molti indirizzi di
psicoterapia, ma anche di non considerare mai definitiva l'integrazione
realizzata.
Di
semplice non c'è nulla, ma pochi temi sono studiati secondo prospettive tanto
diverse ed inconciliabili come quelli trattati nei testi di psicoterapia. In
tale lavoro non si sa mai con assoluta certezza se gli insuccessi sono dovuti
ad un limite personale o ad un limite dell'approccio seguito.
A volte rimpiango i miei primi anni di lavoro, in
cui procedevo a fatica con i primi clienti, ma sapevo di poter contare sulla
supervisione del giovedì successivo. Nelle sedute di supervisione descrivevo in
un quarto d'ora il lavoro con una persona e capivo di aver sbagliato molte
cose. Mi sentivo un idiota, ma era bello sapere che avevo una bussola che mi
avrebbe guidato nella seduta successiva con quel cliente che mi aveva fatto
smarrire. Ora mi sento più sicuro, ma meno convinto delle sicurezze che credevo
di avere "appoggiandomi" ad un maestro che consideravo capace di fare
con tutti il lavoro che era riuscito a fare con me, aiutandomi a riprendere il
timone di una vita che vivevo male.
In realtà siamo tutti in cammino e sappiamo di
offrire comunque ai nostri clienti un aiuto minore di quello che altri
potrebbero dare. Accettare questa situazione ci aiuta almeno a fare ciò che al
momento ci è possibile, perdonandoci di non fare comunque mai abbastanza.
Dico
queste cose (ovvero affermo con convinzione che il re è nudo, in un mondo in
cui ogni trattato di ogni scuola sembra dimostrare che il re ha un vestito
bellissimo) perché il "principio di realtà" non dovrebbe essere solo
un obiettivo analitico per i clienti, ma anche la casa da cui gli
psicoterapeuti partono ed a cui tornano dopo ogni incursione nei territori
delle loro "battaglie".
Se quindi commentando le varie dottrine
psicoterapeutiche (da me studiate e conosciute anche di persona facendo vari
tipi di analisi personale, partecipando a corsi e discutendo con altri
colleghi) a volte sarò critico, voglio sottolineare che a parte poche
eccezioni, credo che tutte le scuole di psicoterapia abbiano almeno qualcosa da
insegnare. Il fatto che non aderisca a nessuna di esse e che mi senta
meglio in una "terra di nessuno", deriva proprio dal volermi sentire
libero di utilizzare le idee valide rintracciabili in qualsiasi approccio.
In
questo lavoro ho lasciato poco spazio a scuole di psicoterapia storicamente
molto importanti (come ad esempio la psicoanalisi ed il comportamentismo), che
però attualmente, nella loro versione classica, sono superate. Gli
psicoanalisti che danno un reale contributo teorico e tecnico alla psicoterapia
contemporanea, hanno acquisito e rielaborato idee già sviluppate da
psicoanalisti che furono emarginati e poi "riscoperti" oppure da
autori di formazione diversa. I comportamentisti contemporanei hanno arricchito
la loro concezione debole e riduttiva accogliendo i contributi
dell'orientamento cognitivista. Sulla base di tali valutazioni ho dato quindi
più importanza agli sviluppi contemporanei di queste scuole che alle
teorizzazioni originarie.
Ho
anche dedicato alcuni capitoli al percorso formativo in psicoterapia che è
stato regolamentato in modo tale da soddisfare le esigenze di scuole fra loro
diversissime e teoricamente incompatibili. Tale scelta ha inevitabilmente
portato a considerare significativi perché “oggettivi” gli aspetti più
superficiali della formazione. In tal modo, gli aspetti più importanti della
formazione in psicoterapia (quelli “personali”, “umani”, “psicologici”) sono
stati paradossalmente ignorati.
Spero che queste pagine possano costituire sia un
elemento di riflessione sulle teorie e sui percorsi formativi che
caratterizzano il complesso mondo psicoterapeutico, sia un approfondimento
dell'approccio analitico centrato sull'intenzionalità difensiva e
sull'elaborazione dei vissuti non integrati.
PRIMA PARTE
Teorie
1. Dalla psicoanalisi alla confusione post-reichiana
Secondo la concezione freudiana, dalla
contrapposizione fra pulsioni inconsce e difese possono risultare effetti
disadattivi o disturbanti e la terapia psicoanalitica si propone di favorire un
controllo cosciente delle pulsioni inconsce, indirizzandole verso mete più
adeguate alla realtà. Dopo il superamento della concezione iniziale, Freud ha
sottolineato (1922) che certe funzioni dell'Io possono essere inconsce, e che
l'attività analitica deve occuparsi sia della pressione delle pulsioni che
dell'eccessiva severità del Super-io.
Nella teoria psicoanalitica l'interesse per la
conflittualità intrapsichica ha dato luogo ad una sottovalutazione del reale
contesto relazionale in cui le persone sviluppano sia certe loro potenzialità,
sia certi disturbi psicologici. Nei primi anni della sua ricerca, Freud pensava
di poter ricondurre la conflittualità intrapsichica dei suoi pazienti a vicende
realmente sperimentate nell'infanzia, ma ben presto si convinse che questa
prospettiva era errata e corresse il suo pensiero ipotizzando che i disturbi
psicologici non si originassero come risposta a vicende reali, famigliari, ma a
partire da fantasie generate dai bambini stessi in una sorta di vuoto
relazionale. La psicoanalisi divenne quindi, nei suoi sviluppi ortodossi, un
insieme di dotte speculazioni sul modo in cui la mente umana autoinduce
sviluppi patologici.
I
contributi di W. Reich degli anni '30, (rist.1945a,1945b e 1946), quelli
maturati nell'orientamento neofreudiano culturalista (H.Stack Sullivan, 1940,
F.Fromm Reichmann, 1950, E.Fromm, 1962 e 1970) quelli di Franz Alexander e
Thomas M. French (1946), di John Bowlby (1988), quelli riconducibili alla
teoria delle relazioni oggettuali (Kernberg,1976) ed alla psicologia del Sé
(Kohut,1977) sono stati particolarmente utili per ricondurre i disturbi
psicologici alla matrice relazionale ed interpersonale dei primi anni di vita.
Anche l'idea decisamente metafisica di un'originaria
pulsione distruttiva (Freud,1920) è sconcertante e si stenta a credere che una
tale ipotesi sia stata formulata, "applicata" sul piano clinico e
discussa con tanto impegno. Ovviamente essa ha dato luogo ben presto ad
espliciti dissensi sul piano teorico, epistemologico e clinico da parte di autorevoli
esponenti della psicoanalisi, estromessi o a stento tollerati nell'ambito
psicoanalitico (Reich,1945a,cap.XI e Fenichel,1945,pp.72-74). In seguito tale
idea è stata respinta da moltissimi psicoanalisti ed è crollata con tutta la
metapsicologia freudiana, quando quest'ultima è stata ritenuta infondata e non
essenziale sul piano teorico (G.S.Klein,1976).
Resta però il fatto che la psicoterapia psicoanalitica ha continuato a
ridefinirsi e ad aggiornarsi mantenendo come punto di riferimento le sue ipotesi
fondamentali, mentre esse erano messe in discussione da altri orientamenti
psicoterapeutici e da ricerche significative svolte nell'ambito della
psicologia dell'età evolutiva.
La concezione psicoanalitica dello sviluppo
infantile è stata elaborata a partire dalle interpretazioni dei disturbi
psicologici adulti e risente ovviamente di tale chiave di lettura. Tale
procedimento ha dato luogo ad una concezione "adultomorfica"
(Peterfreund,1978) dei bambini e ad un'interpretazione "patomorfica"
del loro sviluppo. Se le "fasi psicosessuali" dello sviluppo
infantile aderivano più alla teoria di Freud che alla realtà dei bambini, anche
la presunta fase normale di "autismo" infantile
(Mahler-Pine-Bergman,1975) rispondeva più ad un'esigenza di coerenza interna
della teoria che ad un'esigenza di reale comprensione dello sviluppo psichico
dei neonati e dei bambini. La psicologia dell'età evolutiva ha smentito tali
idee che erano state avanzate essenzialmente per render conto dei disturbi
psicologici adulti (D.Stern, 1985).
Per una sintetica ma esaustiva ricapitolazione degli
sviluppi della psicoanalisi rinvio al saggio di P.Migone (1995).
Il
nodo più problematico della teoria psicoanalitica riguarda l'idea che le difese
costituiscano essenzialmente una barriera rispetto alle pulsioni e che quindi
l'analisi debba focalizzarsi sulla conflittualità intrapsichica. In realtà, le
pulsioni (o meglio, i bisogni psicologici) non sono mai un problema. Diventano
l'occasione per una reazione difensiva quando nell'infanzia il bambino
manifesta il suo bisogno di contatto, di accudimento, di accettazione e
viene respinto. Se le risposte dell'ambiente alle manifestazioni dei
bisogni psicologici non fossero fonte di dolore, i bambini non cercherebbero di
controllare tali manifestazioni e, divenuti adulti, non complicherebbero la
loro vita emozionale. Le difese, quindi, interrompono direttamente o
indirettamente l'esperienza del dolore psicologico. Per non soffrire, infatti,
le persone a volte negano bisogni o desideri, oppure "inventano"
bisogni alternativi, attivano emozioni irrazionali, costruiscono atteggiamenti
stereotipati, si confondono, si irrigidiscono sul piano fisico, si inventano
aspirazioni o interessi o valori adatti a prevenire possibili ripetizioni di
esperienze dolorose già valutate nell'infanzia come intollerabili.
La teoria psicoanalitica, opponendo pulsioni e
difese, è lontana da ciò che risulta quotidianamente osservabile: le persone
che manifestano disturbi psicologici fanno di tutto per non soffrire. Si
difendono cioè dal dolore psicologico. Sono disposte anche a soffrire
superficialmente e irragionevolmente, ma non includono il dolore semplice,
diretto, pienamente espresso fra le emozioni che caratterizzano la loro vita
quotidiana.
La
psicoanalisi, sia nella sua concettualizzazione "topica" iniziale,
sia nella sua rielaborazione "strutturale" successiva, pur
occupandosi anche delle emozioni e dei sentimenti dei clienti non è un
orientamento psicoterapeutico particolarmente interessato alle emozioni ed alla
rielaborazione di antichi vissuti emotivi, né all'espressione compiuta (non
regressiva) delle emozioni e dei vissuti. "Secondo la teoria topica, esso
[il compito terapeutico dell'analisi] consiste essenzialmente nel rendere il
paziente consapevole dei desideri pulsionali infantili che danno origine ai
suoi conflitti patogeni. Secondo la teoria strutturale, è importante rendere
conscio il paziente non solo degli aspetti pulsionali dei suoi conflitti, ma
anche dei loro aspetti difensivi e legati al Super-io, con particolare
attenzione al contenuto dei tipi di angoscia attivi nel conflitto. Tutto ciò è
necessario per stimolare le funzioni integratrici e di controllo dell'Io in
modo che il paziente possa adeguatamente scaricare l'energia pulsionale, cioè
avere un'adeguata gratificazione istintuale senza che si formino sintomi"
(Arlow-Brenner, p.59).
Mentre per la psicoanalisi, fare analisi significa
cercare di chiarire cosa accade nel cliente, il lavoro analitico centrato
sull'intenzionalità difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati
chiarisce cosa il cliente fa e quali vissuti emotivi evita. Nella misura
in cui il percorso analitico chiarisce al cliente che egli può tollerare il
dolore psicologico e fare cose diverse, rende possibile una ridecisione
relativa ai suoi comportamenti ed al suo progetto di vita.
Nella psicoanalisi classica, ma anche nella più
duttile psicoterapia psicoanalitica, il cliente (o "paziente") deve
"scavare" dentro di sé e rintracciare l'azione di forze ignote, nella
speranza che tale lavoro archeologico sul suo passato lo aiuti a
"guarire" dalla sua "malattia". Per questo il
"trattamento" può procedere su un binario parallelo rispetto a quello
della vita quotidiana; così, il filo conduttore che lega le varie sedute non è
la ricerca personale di consapevolezza e di autenticità nella vita reale di
ogni giorno, ma è soprattutto quello costituito dalla terapia stessa.
Nel lavoro analitico centrato sull'intenzionalità
difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati, al contrario, il
passato è scoperto come insieme di bisogni, convinzioni, emozioni attualmente
presenti nell'agire quotidiano della persona in analisi. Una volta chiarita la
compresenza di bisogni antichi ed attuali nella vita individuale, il cliente
può chiedersi perché cerca di soddisfare bisogni oggi insoddisfacibili o perché
si rifiuta di riconoscere tali bisogni. L'analisi aiuta quindi a chiarire i
modi in cui il cliente evita il dolore, a scoprire quale dolore (già sfiorato
in passato e mai accettato e superato) è in questione, ed a verificare che tale
sofferenza può essere accettata, espressa e tollerata.
Il tradizionale approccio psicoanalitico è stato a
volte ripensato in termini decisamente innovativi e in alcuni casi si è
tradotto in un lavoro analitico orientato a chiarire l'intenzionalità difensiva
anziché ad ipotizzare "cause" inconsce per i vari disturbi. A questo
proposito, il contributo di Roy Schafer (1976, 1978) all'analisi dell'intenzionalità
difensiva risulta decisamente prezioso.
Personalmente credo che anche un complicato,
procedimento analitico come quello psicoanalitico, svolto con "neutrale
distacco" e basato su procedure ritualizzate, possa in qualche misura far
emergere emozioni dolorose profonde e possa in qualche misura ridurre la
paura di una loro espressione, rendendo più costruttiva e libera da sintomi la
vita quotidiana dei clienti. Questo a mio avviso può rendere conto dei parziali
risultati positivi che anche la terapia psicoanalitica a volte produce.
Con Wilhelm Reich, alcuni aspetti basilari della
psicoanalisi sono stati modificati e tale revisione ha aperto la strada a nuovi
interventi psicoterapeutici. L'idea dell'irrigidimento caratteriale, inteso
come protezione del bambino da una sofferenza reale sperimentata nel rapporto
con le figure genitoriali, ha modificato i concetti psicoanalitici di pulsione,
emozione e difesa ed ha aperto nuove strade all'analisi. Anche se Reich ha
pensato che il "nucleo profondo" individuale fosse una realtà da
scoprire e liberare e non una minaccia da controllare (consapevolmente anziché
inconsciamente), molte ambiguità della teoria freudiana sono rimaste nella
concezione reichiana ed altre ambiguità hanno dato luogo ad altre limitazioni
del processo analitico. Tuttavia l'apertura, anche contraddittoria, di Reich a
nuovi orizzonti ha favorito cambiamenti ulteriori nel lavoro analitico.
Anche se Wilhelm Reich non è stato l'unico fra i
giovani allievi di Freud a suggerire la necessità di interventi attivi
dell'analista (cfr. Ferenczi,1928), è stato sicuramente quello che con più
chiarezza si è mosso in tale direzione.
Oltre a delineare con l'analisi del carattere (1928)
una profonda innovazione tecnica nella psicoanalisi, Reich ha anticipato vari
sviluppi post-freudiani della psicoterapia (l'indirizzo culturalista, tutti gli
indirizzi corporei e la stessa psicoterapia gestaltica). Al di là della
superficialità di tutte le sue elaborazioni teoriche, Reich è stato (fino alla
sua espulsione) una creativa spina nel fianco della Società Psicoanalitica ed
in seguito una figura rappresentativa e geniale che ha influenzato direttamente
o indirettamente tutta la psicoterapia contemporanea. Le più significative idee
reichiane che altri analisti hanno accolto, sono state tuttavia inevitabilmente
riformulate in una nuova cornice teorica. Considerando il lavoro analitico come
un lavoro essenzialmente centrato sulla struttura caratteriale, Reich ha
inoltre anticipato tutti gli studi successivi riguardanti la personalità.
Reich ha formulato una delle prime e più radicali
contestazioni della metapsicologia freudiana negando fin dagli anni '30
qualsiasi legittimità al concetto di pulsione di morte (cfr. Reich, 1945a,
cap.XI); tuttavia è rimasto per tutta la vita legato ad una concezione
energetica dei disturbi psicologici, tipica della originaria concezione
freudiana. La teoria dell'energia "orgonica" (1950) che negli ultimi
anni ha caratterizzato la concezione reichiana, costituisce una biologizzazione
della concezione psicoanalitica della libido e non certo un superamento della
logica "idraulica" insita in tale concezione.
Reich ha respinto l'idea di un'originaria
conflittualità intrapsichica basando la sua concezione caratterologica
sull'idea di una conflittualità fra istanze sociali repressive e nucleo
biopsichico. Nella formulazione iniziale (ancora psicoanalitica) di questa
concezione, l'adattamento del bambino all'ambiente famigliare incapace di
fornire contatto emotivo, si traduce in un irrigidimento caratteriale che, salvando
il rapporto con le figure genitoriali, si rivolge contro le istanze pulsionali.
Da un lato, in questa prospettiva, Reich ha avviato la critica della società
autoritaria su basi anche psicologiche (cfr. Reich, 1945b e 1946) e da un altro
lato ha anticipato quell'orientamento che, nella psicoterapia degli anni '50,
ha sottolineato l'importanza dello sviluppo del potenziale umano,
dell'espressione del Sé, della creatività personale.
Purtroppo, questa appassionata riformulazione degli
assunti psicoanalitici non è stata rigorosa. La sintesi di un marxismo
superficialmente appreso (1929) e di una teoria pulsionale in fondo
"idraulica" (1942) ha dato una poderosa spallata alla visione
"neutrale" della psicoterapia e ha stimolato ulteriori ricerche e
riflessioni, ma non si è tradotta in una teoria compiuta.
Tale concezione della relazione fra individuo e
società implicava un legame troppo stretto fra capitalismo e società
autoritaria, dato che se tutte le società capitalistiche sono autoritarie non
solo le società capitalistiche possono essere autoritarie. Quando Reich
riconobbe il ruolo dell'autoritarismo nel comunismo staliniano, gettò la spugna
e rinnegò con il marxismo qualsiasi ideale politico, affermando una concezione
qualunquistica e interclassista, secondo cui tutte le organizzazioni sociali
sono nemiche dell'individuo e secondo cui la cura degli equilibri biopsichici
costituisce la vera alternativa a qualsiasi ideologia sociale. Anche la
concezione della famiglia borghese come fonte di nevrosi in quanto istituzione
repressiva, non rendeva giustizia ad un fatto fondamentale: alla priorità degli
aspetti qualitativi della relazione madre-bambino (accudimento, contatto,
calore) sugli aspetti normativi dell'educazione (la repressione in senso
stretto) per gli sviluppi psicopatologici. Pur affermando l'importanza del
contatto emotivo nella relazione madre-bambino oltre che della tolleranza
educativa, la concezione libertaria ed antiautoritaria di Reich non lasciava
abbastanza spazio alle questioni che negli anni successivi furono sviluppate
dalla psicologia dell'età evolutiva. In seguito, tuttavia, Reich ed i suoi
collaboratori si sono occupati in una prospettiva meno sociale e più clinica
dello sviluppo infantile e della formazione della corazza caratteriale nei
primi mesi di vita (Reich,1951, Chakos,1969)
Resta quindi indiscutibile il contributo di Reich
alla comprensione del neonato o del bambino come persona in formazione che
necessita per il suo sviluppo di accudimento e di amore incondizionato. Esperienze
come quelle psicopedagogiche di Alexander Neill (1960) devono moltissimo al
lavoro pionieristico di Reich.
Un altro aspetto profondamente innovativo della
concezione reichiana riguarda lo studio degli aspetti somatici dei disturbi
caratteriali. Sebbene la concezione reichiana della "identità funzionale
psicosomatica" lasci molto a desiderare sul piano epistemologico, le
osservazioni riportate da Reich sul ruolo svolto dall'ipertonia muscolare
cronica nel mantenimento di posture, rigidità mimiche e atteggiamenti
caratteriali sono state illuminanti. Questa comprensione olistica (fisica,
comportamentale e psichica) della persona ha liberato la psicoterapia dalla
schiavitù della parola. In psicoterapia è diventato possibile, grazie a Reich,
lavorare verbalmente e fisicamente al fine di esplorare con la necessaria
completezza le complesse modalità di fuga dal contatto emotivo ed è diventato
più facile favorire cambiamenti profondi e tali da implicare significative
aperture sul piano emozionale.
Si deve dire che Reich, concependo le strutture
caratteriali come orientate a proteggere il bambino (e successivamente
l'adulto) da emozioni dolorose, ha reso possibile una lettura del carattere
come difesa inconscia intenzionale. D'altra parte, descrivendo le strutture
caratteriali come blocchi dell'energia psichica e successivamente dell'energia
biologica (1942), Reich ha reso possibile anche una ripresa della concezione
"medica" del percorso analitico. Soprattutto la scuola statunitense
che raccoglie i continuatori più ortodossi dell'ultima concezione reichiana
(Baker,1969, Nelson,1975), ha riproposto il pensiero reichiano in modo
sistematico, ma anche poco aperto agli sviluppi ulteriori della psicoterapia
corporea che, con esiti a volte interessanti e a volte superficiali, si sono
comunque consolidati all'esterno della tradizione reichiana.
Le caratteristiche portanti dell'impostazione
clinica della scuola statunitense fondata da Reich sono essenzialmente due.
a) La lettura di tutti i disturbi psicologici come
aspetti di una complessiva biopatia organismica e quindi la riconduzione dei
sintomi e degli atteggiamenti caratteriali a disturbi del flusso dell'energia
“orgonica” dell'organismo. In questa chiave di lettura biologistica, il filo
conduttore del percorso terapeutico è costituito dallo sblocco della corazza
muscolare e l'obiettivo di tale percorso è il raggiungimento del riflesso
orgastico nella respirazione profonda, cioè la sollecitazione (tollerata e
accettata) di movimenti involontari del corpo che (senza eccitazione sessuale e
ad un livello di intensità decisamente basso rispetto all'orgasmo) si verifica
nella respirazione profonda, in assenza di blocchi dell'armatura e quindi in
assenza di conflitti psicologici irrisolti.
b) Il collegamento costante fra sollecitazioni sul
piano corporeo (esercizi fisici e manipolazioni delle tensioni) ed
interpretazioni degli atteggiamenti caratteriali.
A mio avviso il lavoro sui segmenti dell'armatura
muscolare è teoricamente indipendente dalla concezione biofisica reichiana
dell'energia orgonica. Quest'ultima, assolutamente valida per gli allievi di
Reich e assolutamente infondata per altri, per altri ancora sembra aver colto
in modo vago alcuni aspetti della realtà studiati dalla parapsicologia. Al di
là delle opinioni sull'argomento, credo che la cornice epistemologica della
"scienza orgonomica" sia inconsistente, ma soprattutto che tale
concezione sia irrilevante per un corretto ed efficace lavoro sui segmenti
dell'armatura muscolare. Voglio dire in altre parole che, come la teoria
clinica psicoanalitica, originariamente dipendente dalla metapsicologia
freudiana, ha mantenuto una sua coerenza anche dopo il crollo degli assunti
metapsicologici (G.S.Klein,1976), la pratica terapeutica degli orgonomisti
statunitensi ha di fatto un fondamento teorico "energetico", ma può
riposare su altri fondamenti teorici. Molti autori hanno portato avanti il
lavoro sull'armatura caratteriale senza condividere la teoria orgonica. In
genere tali autori, purtroppo hanno rimpiazzato la teoria orgonomica con teorie
"bioenergetiche" non solo "discutibili" come quella
reichiana, ma assolutamente inconsistenti, vaghe e confuse. Nel mio lavoro di
integrazione di vari approcci psicoterapeutici, tra i quali anche quelli di
derivazione reichiana, ho sempre cercato di mostrare la possibilità di dare un
fondamento epistemologico e teorico al lavoro analitico sull'ipertonia
muscolare senza implicare alcuna concezione energetica dei disturbi
psicologici.
L'idea reichiana secondo cui l'alterazione della motilità
organismica (intesa come contrazione del sistema biologico e psicologico
individuale), è responsabile delle varie malattie mi sembra francamente troppo
radicale. Ho conosciuto persone anziane gravemente disturbate sul piano
psicologico che scoppiavano di salute e persone giovani, capaci di contatto,
generose e aperte mentalmente che sono morte di tumore. Indipendentemente dalle
specifiche teorizzazioni energetiche di Reich, è però assodato che i disturbi
emotivi si manifestano anche a livello del sistema nervoso autonomo (con
conseguenze secondarie su tutto il funzionamento dell'organismo) e che le
tensioni croniche dell'armatura caratteriale riducono anche meccanicamente la
motilità corporea a vari livelli. Credo quindi che l'idea (formulata da alcuni
in termini dualistici e formulata da altri in termini monistici) di una
tendenza allo sviluppo di patologie fisiche in presenza di squilibri
psicologici sia abbastanza scontata, anche se non si devono fare
generalizzazioni in ossequio a principi assoluti.
Reich ha posto alla base delle sue riflessioni
biologiche e psicologiche la fondamentale "antitesi fra piacere e
angoscia" ovvero fra stati organismici e psicologici di espansione e
contrazione. Questo cardine attorno a cui ruota tutta la concezione reichiana
della salute e della patologia mi sembra poco interessante per una comprensione
dei disturbi psicologici, anche se coglie un aspetto importante del
funzionamento fisiologico, cioè l'antitesi fra i sistemi parasimpatico e
simpatico.
A livello psicologico, ciò che è rilevante per una
valutazione dei disturbi (sintomatici o caratteriali) non è l'antitesi fra
piacere e angoscia in quanto emozioni oggettivamente in atto, ma quella fra
emotività adulta ed emotività difensiva. Una persona può essere sottoposta a situazioni di
minaccia e di incertezza e quindi reagire necessariamente con angoscia. Dubito
però che tale angoscia, che risponde razionalmente ad una situazione reale,
possa produrre gravi squilibri nella persona. Infatti, normalmente le situazioni
realmente angoscianti sono circoscritte nel tempo e non arrivano a produrre
danni abbastanza gravi se affrontate su un piano adulto. Se tuttavia, come può
anche capitare, si prolungano per ragioni obiettive, la persona che funziona
psicologicamente su un piano adulto arriva ad accettare il dolore di una
prolungata incertezza; In altre parole si arrende alla situazione incerta (se
non può intervenire attivamente modificandola) e prova quindi più tristezza che
angoscia, riducendo così lo stato di tensione. In tal modo sviluppa una
risposta più adattiva ad una situazione data e mantiene un equilibrato rapporto
con sé e con la realtà. D'altra parte un'angoscia nevrotica, essendo prodotta
dall'individuo e derivando da una specifica intenzionalità difensiva, può
protrarsi per periodi anche lunghissimi o associarsi ad altre risposte emotive
difensive (rabbia, vittimismo, depressione, ecc.).
Per queste ragioni la polarità piacere/angoscia non
è così significativa sul piano psicologico, mentre lo è l'opposizione fra
emotività profonda, adulta, realistica, razionale (che comprende la gioia,
il dolore, la rabbia nelle circostanze di reale aggressione, la
paura/ansia/angoscia nelle circostanze di reale pericolo e incertezza) ed
emotività difensiva.
In questa prospettiva, le persone che vivono
adottando modalità difensive possono essere aiutate ad analizzare e ad
allentare le loro chiusure mentali, comportamentali ed anche fisiche per
raggiungere un livello più profondo ed autentico di sensibilità, di emotività e
di pensiero. Il percorso analitico deve però trattare le "chiusure"
in atto come difese intenzionali dal dolore e non come "strutture" da
sciogliere. A questo proposito, l'idea reichiana dei tre strati della corazza
(emotività superficiale / distruttività difensiva / nucleo), se formulata in un
linguaggio teorico accettabile, ha un suo valore. Non a caso ha influenzato gli
indirizzi più razionali del movimento psicologico centrato sullo sviluppo del
potenziale umano.
Dopo aver per anni cercato di reinterpretare,
aggiustare o riformulare la teoria di Reich, che è stata la mia iniziale
cornice teorica di riferimento, sono giunto a pensare al lavoro analitico come
ad un lavoro centrato sull'analisi dell'intenzionalità difensiva e
sull'elaborazione dei vissuti non integrati. In questa prospettiva il
contributo di Reich è importante quanto quello di vari autori collocabili
nell'ambito di altri approcci psicoterapeutici. Credo cioè che una teoria
generale della psicoterapia sia prematura o forse impossibile, ma che una teoria
buona e produttiva possa essere già oggi possibile, se si accetta di integrare
gli aspetti più significativi di vari orientamenti.
In tale prospettiva, penso che alcuni elementi
del pensiero reichiano siano tuttora importanti e possano contribuire sul
piano teorico e tecnico ad un lavoro analitico articolato e fondamentalmente
eclettico. Cercherò di elencarli brevemente.
- Indipendentemente dall'epistemologia
"funzionalista" e dalle successive teorizzazioni psicologiche o
biologiche o biofisiche (di tipo "energetico"), l'idea reichiana
dell'armatura muscolare intesa come struttura muscolare ipertonica (diversa nei
diversi tipi caratteriali ideali, ma soprattutto diversa in ogni individuo)
permette di comprendere meglio le difficoltà psicologiche delle persone e
consente sul piano tecnico interventi non previsti dalle psicoterapie
focalizzate sulla comunicazione verbale.
-
L'analisi del carattere, come quadro di riferimento privilegiato rispetto al
lavoro analitico centrato sui sintomi, è tuttora di grande attualità ed ha di
fatto influenzato le tante ricerche sui disturbi di personalità.
- L'idea della "stratificazione
emozionale" sviluppata da Reich con l'immagine (molto semplificata) dei
tre strati della corazza (Reich,1946), costituisce uno spunto interessante per
concepire l'analisi non tanto come analisi dei conflitti intrapsichici fra
pulsioni, istanze e strutture psicologiche, ma come analisi dell'emotività
difensiva. L’analisi delle modalità difensive individuali rende possibile
l'accettazione di livelli profondi, autentici e razionali di emotività.
Dopo la morte di Wilhelm Reich fiorirono molti
approcci psicoterapeutici corporei direttamente o indirettamente influenzati
dal pensiero reichiano ed in questo filone possiamo includere autori anche molto
diversi per impostazione oltre che autori fra loro affini e portati a operare
ed a scrivere assieme. E' d'obbligo ricordare Fritz Perls e, Alexander Lowen,
di cui parlerò in seguito, John Pierrakos, Eva Pierrakos, William C.Schutz
(1967), Ron Kurtz e Hector Prestera (1976), Ida Rolf, Arthur Janov. Altri
cercarono di sintetizzare la ormai consolidata terapia corporea con le
concezioni orientali (Ken Dychtwald, 1977) o con orientamenti spirituali
(Barbara Ann Brennan,1987), con il Tai Chi, i Bach Flowers, lo Shatzu, lo Yoga,
lo Zen. L'elenco delle persone collocabili in questo filone di ricerca volto
allo sviluppo del potenziale umano ed alla liberazione interiore potrebbe
essere lunghissimo e le diramazioni di tale orientamento sono moltissime.
Ovviamente in questa ragnatela spiccano contributi significativi e scadenti e
singoli autori mescolano idee profonde e concezioni confuse. Negli anni '60/70,
l'Esalen Institute di Big Sur, in California è stato un centro
aggregatore di idee, esperienze, scoperte e confusioni particolarmente
importante. Tate "movimento" ha dato frutti buoni e meno buoni, ma la
cosa più sconfortante è il fatto che le intuizioni di Reich più significative
per l'ambito specifico della psicoterapia restino tuttora germogli non giunti a
maturazione.
Non è questa la sede giusta per un'accurata disamina
dell'insieme delle psicoterapie corporee, ma credo sia indispensabile
considerare due scuole post-reichiane (quella "bioenergetica" e
quella "biosistemica") che non sono più importanti di altre, ma
rappresentano in modo esemplare due tendenze abbastanza diffuse nell'universo
"post-reichiano": la tendenza a teorizzare in modo confuso e la
tendenza ad esaltare il valore della "espressione corporea" senza
considerare adeguatamente il ruolo dell'emotività difensiva.
a)Bioenergetica
Uno degli sviluppi del pensiero reichiano che ha
avuto maggior diffusione negli Stati Uniti ed in Europa è rappresentato dalla
"Bioenergetica" di Alexander Lowen (1958, 1965, 1967, 1970, 1972,
1975, 1980, 1983). Nonostante la stretta affinità del lavoro terapeutico di
Reich e di Lowen, gli allievi di Reich hanno considerato la bioenergetica come
un approccio radicalmente estraneo alla teoria reichiana (Blasband, 1975).
Morton Herskowitz (1979), un importante esponente della
scuola orgonomica, ha sottolineato molte divergenze fra i due approcci. Tra
queste, egli sottolinea che Lowen non lavora sulla corazza muscolare procedendo
ordinatamente dal segmento oculare fino a quello pelvico, non considera il
raggiungimento del riflesso orgastico come il punto d'arrivo della terapia, ma
dà più importanza ai cambiamenti nella personalità, trascura il lavoro sul
segmento oculare, fa psicoterapia di gruppo, propone una classificazione delle
strutture caratteriali diversa da quella reichiana (ed errata) e così via.
Personalmente trovo imprudenti da parte di Lowen gli
interventi sui livelli bassi dell'armatura (respirazione profonda, lavoro sul
segmento pelvico) all'inizio dell'analisi, soprattutto con clienti che
presentano una rigidità del segmento oculare o comunque manifestano personalità
borderline, e trovo errato un lavoro corporeo che trascura il segmento oculare.
Considero tuttavia troppo sistematico e in fondo meccanico il lavoro corporeo
della scuola reichiana. Mi sembra che gli esercizi di grounding (molto
importanti in bioenergetica) possano in molti casi essere utili anche
all'inizio del percorso analitico ed anche con persone bloccate a livello
oculare se (e solo se) non sono svolti in modo da mobilizzare anche la pelvi. Di
fatto, le sensazioni di "radicamento" e di "contatto con il
terreno" sono molto diverse da quelle specificamente relative al segmento
pelvico. Ritengo che il lavoro sull'armatura muscolare, se svolto fino alla sua
naturale conclusione, debba rendere possibile una capacità orgastica intesa sia
come capacità di coinvolgimento e abbandono sul piano psicologico, sia come
motilità espressiva fisica al culmine dell'eccitazione sessuale e della scarica
dell’eccitazione. Sono scettico sul fatto che il riflesso orgastico sia in
quanto tale la cartina di tornasole che dimostra la conclusione di un lavoro
sulle difese caratteriali, dato che chi utilizza difese abbastanza primitive
come la scissione o la dissociazione può "lasciarsi andare sul piano
fisico e sessuale" semplicemente perché non ha alcun contatto emotivo con
la situazione che sta vivendo.
In altre parole, credo che il lavoro sui blocchi
dell'armatura svolto con tecniche reichiane o loweniane (o con altre tecniche),
non possa ragionevolmente costituire il filo conduttore di un percorso
analitico, data l'irriducibilità della dimensione personale alla dimensione
fisica. Il lavoro fisico è di grandissimo aiuto e costituisce un ambito del
lavoro analitico che né la psicoanalisi né altre scuole di psicoterapia considerano
a sufficienza. Tuttavia dovrebbe essere un lavoro che favorisce un percorso
personale da valutare in tutti i suoi aspetti.
La cosa che però disturba maggiormente nella
concezione bioenergetica è la superficialità con cui Lowen cerca di spiegare i
resoconti clinici (a volte molto apprezzabili) che espone. Lowen si arroga il
diritto di utilizzare concetti nuovi (o già in uso in varie teorie cliniche con
significati diversi) senza formulare una loro definizione esplicita. Non solo:
si permette di utilizzare vari termini in accezioni fra loro incompatibili,
lasciando nel totale sconforto i lettori interessati a capire se egli veramente
cerca di comunicare qualcosa.
Lowen utilizza i concetti di Io, Sé, consapevolezza
ed altri da essi dipendenti, in modo assolutamente selvaggio. Per Lowen, la
funzione dell'Io è quella di "verificare la realtà" (cfr.
1967,p.273); l'Io è riconducibile alla "funzione percettiva"
(1983,p.141) ed è responsabile del comportamento volontario (1983,p.37). In
questi passi, Lowen sembra utilizzare il concetto di Io come concetto teorico
psicologico in modi abbastanza coerenti con quelli della psicologia
psicoanalitica e della psicologia generale. Tuttavia Lowen considera l'Io anche
come "la percezione soggettiva di se stessi" (1958,p.106) scivolando
nella direzione in cui molti tendono ad usare il concetto di "Sé"
proprio per non fare confusione con il concetto di "Io" inteso come
organizzazione di funzioni o capacità mentali. Tuttavia Lowen fa anche delle
virate nella direzione del riduzionismo fisiologico considerando l’Io
"localizzato nel prosencefalo vicino agli occhi e agli altri organi
sensoriali" (1970,p.94). C'è però dell'altro: egli afferma che "L'io
è il mediatore fra il mondo interno ed esterno, fra se stessi e gli altri.
Questa funzione deriva dalla sua posizione alla superficie del corpo e alla
superficie della mente. L'io forma un'immagine del mondo esterno a cui ogni
organismo si deve conformare: nel farlo plasma l'immagine di sé dell'individuo.
A sua volta l'immagine di sé dell'individuo decide quali sono i sentimenti e
gli impulsi che possono giungere ad espressione" (1975,p.123). Dubito non
solo che ogni organismo si formi delle immagini e stento a capire come una
"immagine" possa decidere alcunché, ma soprattutto trovo “poetico”,
ma decisamente incomprensibile il concetto di "superficie della
mente", dato che il concetto di "mente" è uno dei più discussi
nella storia della filosofia e che comunque non è mai stato definito come una
"cosa" che avesse una superficie.
Lowen fa altre affermazioni bizzarre: "L'Io è
l'aspetto della personalità che funge da agente conscio, mentre il corpo è
l'aspetto della personalità che reagisce involontariamente alle
situazioni" (1970,p.209). Qui le tradizionali opposizioni psicologiche fra
conscio e inconscio e fra volontario e involontario sono incrociate, e viene
reintrodotta la (altrove negata) opposizione fra mente e corpo, ove l'Io
risulta ragionevolmente il sinonimo di "mente". Tuttavia la questione
diventa ancor più drammatica appena Lowen "chiarisce" tali ambiguità
affermando: "Io penso che l'io riposi su due fondamenti (…) I due
fondamenti sono 1)la sua identificazione con il corpo (sensibilità) e 2)la sua
identificazione con la mente (conoscenza)" (1967,pp.269-270). In
quest'ultimo passo Lowen spiega che l'Io "si identifica" con qualcosa
e io non capisco come una funzione possa fare delle azioni (identificarsi), ma
soprattutto non capisco l'affermazione della dicotomia mente-corpo in un autore
che non dà certamente per scontato il dualismo psicofisico.
Da vent'anni non prendo in mano un libro di Lowen,
ma riporto questi miei appunti di allora per dare un'idea dello sconforto con
cui mi ero impegnato a capire qualcosa di questo autore che molti apprezzavano.
Umilmente mi dicevo che forse ero stupido a non capire cosa volesse dire, e
continuavo a fare annotazioni cercando la chiave di ciò che mi sfuggiva. Oggi
però penso che non mi sfuggisse nulla, semplicemente perché non c’era alcuna
teoria da comprendere.
Per non lasciare a metà questo resoconto dei
"concetti in libertà" che vivono di vita propria nei libri di Lowen
voglio citare anche un'altra frase che può esemplificare la confusione del
pensiero loweniano: "Il sé corporeo è la base sulla quale poggia
l'Io" (1970, p.88). Ora, per capire cosa Lowen indichi con il termine
"sé corporeo", possiamo andare ad un altro passo: "Se il corpo è
il sé, l'immagine di sé reale deve essere un'immagine corporea. Si può
abbandonare l'effettiva immagine di sé soltanto se si rifiuta la realtà di un sé
incorporato. I narcisisti non negano di avere un corpo (…). Considerano però il
corpo come uno strumento della mente, soggetto alla loro volontà"
(1983,p.18). Dunque, il "sé corporeo" sarebbe la "base"
dell'Io, ma il sé è anche il corpo. Otteniamo logicamente il concetto di un
corpo corporeo. Avendo compreso che esiste un corpo corporeo, siamo però ancora
incapaci di capire cosa sia il "sé" e su questo Lowen ci fornisce la
spiegazione definitiva e "illuminante": "Il sé è quindi
equivalente all'essere. E' la percezione dell'essere. La percezione di sé o la
coscienza di sé sono la consapevolezza del corpo nella sua risposta viva o
spontanea. Il sé è il corpo, che comprende la mente. E' il corpo che reagisce
indipendentemente dall'io. Quindi, io sono più cosciente di me stesso quando
sono affamato, stanco, assonnato o eccitato o quando sento dolore o piacere.
Sono meno cosciente di me quando il mio corpo è insensibile e senza risposte. Il
concetto di sé è molto sottile. [corsivo mio, G.R.] Si sviluppa quando l'io
ha raggiunto lo stadio in cui si può osservare ciò che succede nel corpo e
rifletterci sopra. L'Io osserva il suo sé. L'Io osserva l'Es" (1980,p.73).
Paradossalmente, tra le pagine dei libri di Lowen, emergono
anche resoconti clinici semplici, privi di teorizzazioni in cui si riscontrano
anche una notevole empatia ed un’apprezzabile capacità di intervenire su
difficoltà personali in modo costruttivo; questo fatto mi costringe a pensare
che davvero le cose buone si trovano ovunque.
b)
Psicoterapia Biosistemica
Un'altra scuola di psicoterapia corporea, denominata
"Psicoterapia Biosistemica", è indirettamente collegata al pensiero
reichiano. David Boadella ha sviluppato la sua concezione rielaborando le idee
di Reich e le ricerche in embriologia ed ha tentato di integrare i contributi
di vari psicoterapeuti di orientamento corporeo come Alexander Lowen, John
Pierrakos, Stanley Keleman, Gerda Boyesen e altri (1987). La sua concezione
bioenergetica si traduce in un approccio psicoterapeutico corporeo non
approssimativo o improvvisato o superficiale. Purtroppo, assieme a Jerome Liss,
ha poi collegato l'idea reichiana dei blocchi energetici nell'organismo alle
ricerche neurofisiologiche di Henri Laborit, approdando così ad una concezione
semplificata del lavoro sulle tensioni corporee. Discutendo alcuni passi di un
testo di Liss cercherò di chiarire che l'espressione emozionale è inutile in
assenza di una distinzione teorica fra emotività autentica e difensiva e
cercherò di evidenziare i limiti di un atteggiamento "materno" in
psicoterapia.
Liss riprende la teoria dell'inibizione
dell'azione di Henri Laborit per spiegare certi disturbi emozionali e per
giustificare certi interventi dell'approccio biosistemico. Due percorsi neurali
controllano il comportamento attivo; di questi, uno controlla le attività
orientate verso il piacere e l'altro porta un animale ad attaccare o fuggire in
situazioni pericolose. "I due percorsi citati prima (la via
tubero-infundibulare per il piacere e il sistema preventricolare per la fuga o
la lotta) rappresentano il collegamento principale tra sistema limbico e
ipotalamo quando l'animale reagisce in modo attivo. Henri Laborit ha dato un
importante contributo scoprendo una terza via che è antagonistica
rispetto al sistema dell'azione, sia questo volto verso il piacere o verso la
fuga o la lotta. Questa via neuronale, che unisce anche il sistema limbico
all'ipotalamo, è chiamata sistema di inibizione dell'azione (SIA)"
(Boadella-Liss, 1986, p.93). Il SIA ha la funzione di interrompere
comportamenti attivi quando essi produrrebbero effetti spiacevoli o dannosi per
l'animale. Tuttavia, l'attivazione del SIA deve essere di breve durata e deve
consentire appena possibile il passaggio a nuove azioni regolate dagli altri
due sistemi.
Laborit ha dimostrato che il funzionamento
prolungato del SIA produce effetti gravi ed indesiderati, come ad esempio i
disturbi psicosomatici e quelli relativi alla sfera emotiva. Animali esposti ad
identiche condizioni stressanti manifestano patologie comportamentali e
fisiologiche se ad essi è impedito di muoversi, mentre non manifestano tali
patologie se possono muoversi. L'importanza di queste ricerche sta, secondo
Liss, nel fatto che precisano in modo significativo le ricerche sulle
conseguenze dello stress di Hans Selye.
Nulla da obiettare sul valore di tutte queste
indagini, anche se le loro conseguenze sullo studio dei disturbi psicologici e
sulla teorizzazione del lavoro psicoterapeutico sono a mio avviso assai scarse.
Spesso chi fa psicoterapia ama far poggiare la teoria clinica su "evidenze
fisiologiche", ma resta il fatto che gli esseri umani non funzionano
emotivamente in modo elementare come gli altri mammiferi. Ci sono agenti di
commercio, medici e minatori che non si sentono stressati e ci sono impiegati
che lavorano sei ore al giorno e accusano tutte le conseguenze dello stress. Ci
sono persone "stressate" dalla maternità o dalla paternità e persone
che alla nascita di un figlio si sentono semplicemente felici, nonostante
l'impegno che il ruolo genitoriale comporta. Ci sono persone che dormono sotto
i bombardamenti e persone che non dormano se i vicini di casa hanno il
televisore acceso. Le varie ricerche sullo stress, apprezzabili sul piano
fisiologico, sono quindi semplicemente inutili quando si deve esaminare il
comportamento individuale. In questi casi si parla di stress semplicemente per
non affrontare questioni delicate come l'elaborazione del dolore e
l'espressione emotiva adulta o difensiva.
Dopo aver descritto minuziosamente varie conseguenze
dell'attivazione prolungata del SIA, Liss trae questa conclusione: "Anche
se Laborit non accenna alle implicazioni terapeutiche della sua ricerca, è
evidente che, se la patologia nasce dall'inibizione dell'azione, il trattamento
può essere basato sulla disinibizione dell'azione: ciò significa che le
terapie basate sull'azione, come la bioenergetica, i gruppi di incontro e lo
psicodramma, trovano una più profonda giustificazione. (…) La conclusione è che
ogni persona deve sviluppare reazioni attive per far fronte allo stress
emotivo" (Boadella-Liss, 1986, p.98). In altre parole non sembra avere
alcuna importanza per Liss la distinzione fra emozioni che necessitano di una
adeguata espressione ed emozioni che costituiscono difese da altre emozioni più
profonde. Lo stesso Reich sottolineò una basilare contrapposizione fra le
emozioni distruttive del "secondo strato della corazza caratteriale"
e le emozioni profonde del "nucleo".
Nella
concezione di Liss, il lavoro analitico viene concepito come una sorta di
sblocco dell'energia fatto per compensare i disturbi creati dall'inibizione
dell'azione. In tale lavoro non hanno sufficiente spazio le convinzioni
personali, le modalità caratteriali, la qualità delle relazioni, l'immagine di
sé, i vissuti non elaborati. Il cliente non è pensato come una persona che
agisce, ma come una vittima di inibizioni, che può essere aiutata ad
esprimersi, disinibirsi, rilassarsi.
Tale processo è presentato da Liss con queste
parole: "Che cosa avviene durante il processo terapeutico? Il paziente
entra in uno stato di regressione per scoprire gli aspetti del suo mondo
interiore che hanno origine nella prima infanzia. Così è possibile che l'adulto
maturo si trasformi nell'irato e amareggiato bambino abbandonato o nello
spaventato e timido bambino dipendente. Dopo la rabbia e le lacrime, vediamo
anche emergere dalla tempesta emotiva il felice e amato adulto-bambino che
offre calorosi sorrisi e segni di tenerezza alle persone presenti" (Boadella-Liss,
1986, p.100).
Questa citazione, a mio avviso racchiude dei gravi
equivoci. Prima di tutto, il lavoro analitico (svolto con o senza interventi
sulle tensioni corporee), non deve essere mai regressivo. L'elaborazione
dei vissuti infantili di bisogno e di dolore non ha alcun senso se il cliente
sprofonda in essi senza restare consapevole di essere un adulto che ritrova
emozioni antiche mai integrate e mai superate. In secondo luogo non è per
niente scontato che qualsiasi emozione espressa dia luogo ad un cambiamento nel
dialogo interno della persona: i cosiddetti "pianti ciechi" servono a
non sperimentare il contatto emotivo con il dolore e sono ripetutamente
alimentati dalla persona per autocompiacimento, vittimismo, rabbia o
semplicemente per produrre confusione. Se un cliente telefona in una crisi di
pianto va bruscamente interrotto e "svegliato"; se tenta di fare una
crisi di pianto in seduta (o una sfuriata rabbiosa egualmente
"cieca") va bloccato e non aiutato ad "esprimersi". In
altre parole, il lavoro "emotivo-espressivo" non ha alcun senso se
non è guidato da un'attenta valutazione delle manifestazioni difensive che
vengono attuate proprio con l'espressione di (pseudo)emozioni.
Con la stessa leggerezza con cui tratta il tema
dell'espressione emozionale, Liss tratta quello dei bisogni. Sempre Liss scrive
(op.cit.148): "Impariamo che l'espressione e la scarica della
sofferenza, come piangere, tremare, battere i piedi, dare in escandescenze,
e così via, non equivalgono alla sofferenza, ma al contrario, rappresentano il
superamento e la soluzione dell'esperienza dolorosa. E' per questa ragione che
l'esperienza di gruppo ci aiuta ad accettare con comprensione la scarica e le
effusioni di un'altra persona". Tuttavia, Liss osserva che "spesso le
persone si sentono 'giù di corda' o 'vuote' dopo forti emozioni, specialmente
dopo aver pianto, se non ricevono un abbraccio. (…) Per permettere al pianto di
venir fuori con profondi respiri … occorre sostenere il lavoro dei muscoli. Il
massaggio e l'abbraccio offrono il sostegno più forte"(op.cit. p.148).
Prima di tutto si dovrebbe precisare che
l'espressione (non la "scarica"!) della sofferenza può dar luogo al
pianto ma non al battere i piedi. Chi piange battendo i piedi non accetta nulla
e piange di rabbia. Quando in seduta affiorano queste manifestazioni emotive di
natura difensiva, vanno analizzate affinché il cliente possa capire cosa non
sta accettando di sé o della realtà. Anche David Boadella riconosce ciò,
precisando che l'abreazione non è importante se la persona non comprende
esattamente per cosa soffre e sottolinea quindi che il lavoro emotivo in
analisi non deve essere regressivo (1987, p.138). Quando Liss osserva che certi
clienti dopo il pianto si sentono scarichi e vuoti, non distingue fra un reale
pianto di dolore e le manifestazioni difensive di pseudodolore. Chi sta
elaborando un lutto sta accettando una perdita o l'impossibilità di realizzare
un obiettivo; può piangere e può (se il dispiacere non è lieve) piangere con
lacrime e singhiozzi, dopo di che si sente ancora triste, ma in pace con sé,
centrato, rilassato. Può anche gradire un abbraccio, ma non ne ha bisogno. Chi
piange di rabbia, dopo aver pianto, è teso o depresso o ancor più arrabbiato o
confuso. Può sentirsi scarico e vuoto. L'errore consistente nel favorire un
pianto difensivo non dovrebbe essere compensato da un altro errore consistente
dell'indurre artificialmente un rilassamento con coccole e abbracci.
In analisi nulla va fatto per produrre temporanee e
incomprensibili sensazioni di benessere. Ogni passaggio va fatto per favorire
il contatto con i vissuti emotivi che il cliente irrazionalmente continua a
temere pur avendo acquisito le risorse adulte che nell'infanzia non aveva. E'
buona una seduta in cui il cliente riesce a sentirsi benissimo o malissimo, ma
in modo chiaro e produttivo per futuri cambiamenti. Non trovo improponibile
l'esperienza dell'abbraccio fra le persone di un gruppo o fra cliente e
analista se l'abbraccio, in quel momento, è un'occasione di comprensione, di
apertura al cambiamento. L'abbraccio volto a rilassare, a far sentire bene, a
far concludere un'esperienza non conclusa con un senso di benessere, non
rientra nella logica di un lavoro corporeo di tipo analitico.
Concludendo, anche senza il sostegno della teoria
dell'inibizione dell'azione, era già chiaro che gli stati psicologici di
tensione prolungata si associano a stati fisici di tensione e che "è
meglio non essere tesi che essere tesi". Il lavoro analitico ha una sua
funzione specifica proprio in quanto aiuta a capire le ragioni per cui le
persone mantengono delle tensioni che non sono necessarie.
c)
Altre scuole post-reichiane
Il pensiero di W.Reich è stato divulgato in Italia
all'inizio degli anni '70 da Luigi De Marchi (1970) e in quegli anni Ola Raknes
ha formato a Napoli i primi terapeuti reichiani. Il gruppo originario
napoletano che pubblicava la rivista Quaderni Reichiani (sulla quale io
stesso scrissi alcuni ingenui contributi che considero errori di gioventù), a
differenza della scuola americana accettava la prospettiva
"sessuopolitica" del giovane Reich. Varie tensioni personali
all'interno di tale gruppo hanno dato luogo a successive scissioni ed alla
costituzione di varie scuole.
La Società Italiana di Ricerca e Terapia
Orgonica, che in realtà non ha approfondito le ricerche sulla "energia
orgonica", ha svolto un'attività essenzialmente psicoterapeutica,
soprattutto grazie al contributo di Alberto Torre (cfr.: Ravaglia-Torre, 1992 e
1996), persona seria, poco interessata alle questioni teoriche, ma molto
sensibile ed incline all'eclettismo sul piano della tecnica.
La Società Italiana di Psicoterapia Funzionale
Corporea ha smussato la vena polemica della concezione di Reich rendendo
l’approccio corporeo meno dogmatico, senza però approfondirlo e rinnovarlo. La
Società Europea di Orgonoterapia ha riproposto nei termini più elementari
il pensiero reichiano e l'applicazione meccanica di esercizi fisici.
Giuseppe Cammarella, membro riconosciuto della
scuola americana ed estraneo al gruppo napoletano, ha tradotto in lingua
italiana vari articoli del Journal of Orgonomy. Si sono inoltre
costituiti vari gruppi che facevano riferimento ad allievi non ortodossi di
Reich.
In Francia, George Downing ha riproposto la teoria
clinica di Reich (sganciata dai suoi confusi presupposti epistemologici
"funzionalisti" e dalle sue implicazioni "energetiche"),
collocandola nel quadro di riferimento costituito dalla teoria delle relazioni
oggettuali (1995). Questo studioso, di formazione psicoanalitica e influenzato
dalla tradizione fenomenologica della filosofia, ha cercato di mostrare che il
lavoro psicoterapeutico corporeo può essere sganciato dall'originaria
concezione reichiana.
Sono molti in Europa gli studiosi influenzati dalle idee
di Reich che si sono formati con allievi (più o meno eretici) di Reich e che
hanno fatto pubblicazioni o fondato associazioni di psicoterapia corporea
(cfr.: http://www.eabp.org
). Resta il fatto che la debolezza del pensiero reichiano ha comunque limitato
la possibilità di approfondimenti significativi dell'analisi caratteriale e del
lavoro analitico sulla "corazza muscolare".
2. Analisi Transazionale (AT), Gestalt Therapy e psicoterapia
umanistica
L'Analisi Transazionale (AT), sviluppata da Eric
Berne (1961, 1964, 1966, 1970 e 1972), si occupa delle relazioni interpersonali
e degli "stati dell'Io" (in particolare dei tre stati denominati,
Genitore, Adulto e Bambino) che si attivano nella comunicazione. I disturbi
psicologici vengono collegati a particolari schemi relazionali definiti
"giochi" ed a progetti di vita definiti "copioni".
I giochi vengono portati avanti, inconsapevolmente,
fino a quando le persone che vi hanno contribuito sperimentano dei sentimenti
"parassiti" (nella mia terminologia, delle "emozioni
difensive"). L'AT può essere praticata in sedute individuali o di gruppo e
si propone come obiettivo specifico lo smascheramento dei giochi in corso e la
conseguente esperienza di relazioni più profonde, nel quadro di una ragionevole
accettazione della realtà.
I
vari aspetti dell'AT (analisi strutturale, analisi delle transazioni e dei
giochi e analisi del copione) colmano a mio avviso molte lacune dell'analisi
del carattere sviluppata da Wilhelm Reich, anche se non includono un adeguato
approfondimento delle esperienze emotive ed un lavoro fisico sulle tensioni
muscolari. L'analisi del carattere, riguardante l'esame degli atteggiamenti
difensivi che riguardano i modi (più che i contenuti) della comunicazione
personale, prende in considerazioni singoli segmenti del processo comunicativo
di una persona, ma non arriva ad individuare le manipolazioni che coinvolgono
altre persone "affini" in una sorta di collusione finalizzata
all'evitamento del contatto emotivo autentico. L'Analisi Transazionale completa
quindi la comprensione dei processi difensivi su un piano non adeguatamente
considerato dall'Analisi caratteriale. L'AT fornisce una miniera di
osservazioni sistematiche sul modo in cui le difese caratteriali di una persona
si intersecano con quelle dei loro famigliari, partner, amici, colleghi,
conoscenti, dando luogo ad una vera "danza" che però non è
finalizzata all'espressione personale, ma all'occultamento di profondi vissuti
emozionali.
L'analisi
del carattere è carente anche nella descrizione del modo in cui singoli aspetti
difensivi si traducono in particolari scelte che determinano un complessivo
progetto di vita. Berne ha affermato che l'AT coglie aspetti più complessi e
significativi per un possibile cambiamento di quelli rilevati dall'analisi del
carattere (1972, pp.155-157), e giustamente avanza delle obiezioni alla lettura
"energetica" dei processi difensivi.
E'
necessario sottolineare la necessità di integrare nel modo migliore il
contributo dell'Analisi caratteriale e quello dell'AT, in modo da raggiungere
una comprensione ottimale di ciò che il cliente fa (fra sé e sé, nelle
sedute e con le persone significative della sua vita), del modo in cui attua
le sue difese (atteggiamenti caratteriali, irrigidimenti muscolari,
manipolazioni nelle transazioni), di ciò che costantemente evita (i
vissuti dolorosi), di come può essere aiutato a scegliere un cambiamento
profondo.
Il procedimento tipico dell'Analisi Transazionale è
molto "didattico" e non esclude l'utilizzazione della lavagna per
rendere chiari i vari aspetti di un gioco in corso. La teoria di Berne si
presenta quindi come uno strano miscuglio di simpatia, acutezza graffiante,
saggezza ed anche di noiosissimi e complicati schemi adatti a rappresentare
tutto ciò che nei giochi e nei copioni può essere rappresentato.
Ciò che va evidenziato è, a mio avviso, il valore
dei concetti di gioco e di copione, che costituiscono due strumenti
indispensabili nella formazione di qualsiasi psicoterapeuta anche non incline
ad applicare le procedure dell'AT. Lo studio del modo in cui le persone si
attivano nei giochi e nei copioni aiuta a comprendere gli atteggiamenti
difensivi non più come "meccanismi" impersonali, ma come processi,
azioni, strategie personali ed aiuta gli psicoterapeuti a considerare l'analisi
non tanto come una cura, ma come un lavoro di chiarificazione delle
manifestazioni difensive e di liberazione delle potenzialità individuali.
Il limite più significativo dell'AT
"classica" sta nel disinteresse per il lavoro sugli aspetti corporei
delle manifestazioni difensive, ma diversi rappresentanti dell'approccio
transazionale hanno integrato l'AT classica con altri interventi
psicoterapeutici più attenti ai vissuti emotivi. (cfr. M.Goulding-R.L.Goulding,1979).
L'AT lavora prevalentemente sul piano cognitivo,
chiarendo al cliente il complesso processo attraverso il quale cerca di
falsificare e manipolare la realtà. Ad esempio, una persona può effettuare
"transazioni ulteriori", condurre un gioco e comunque manipolare la
relazione e capire con l'AT che sta invariabilmente collezionando
"bollini" e accumulando sentimenti parassiti. Grazie a tali
sentimenti può mantenere illusioni o pretese irrazionali. Tutto ciò viene ben
chiarito nel lavoro psicoterapeutico di Berne e a quel punto qualcosa scatta:
il cliente si rende conto che "fa" qualcosa e che "fa qualcosa
che lo conduce a risultati che sono "magre consolazioni". Il lavoro è
utile, ma a mio avviso proprio qui (dopo la "mappatura" dell'attività
difensiva) dovrebbe iniziare il lavoro analitico più produttivo. Infatti se la
persona tende ad arrabbiarsi irrazionalmente e quindi difensivamente, vuole
salvare l'illusione di aver diritto a qualche tipo di appagamento che (guarda
caso) è quello che ha sempre sentito come dolorosamente mancante. Se la persona
esibisce difficoltà e incapacità, vuole "appoggio" o
"rassicurazione" e cerca così di ottenere compensazioni illusorie per
antiche frustrazioni. La persona, in entrambi i casi rivendica la possibilità
di ottenere nel mondo dei grandi ciò che sente (tuttora!) mancante, ma che
sarebbe stato possibile ottenere solo nell'infanzia. Con la speranza
evita l'elaborazione di un dolore profondo. L'elaborazione di questo dolore
consente alla persona non solo di vedere con un certo distacco i suoi
"giochi", ma soprattutto di accettare e poi superare le antiche
sensazioni di bisogno. A quel punto, a mio avviso, il lavoro analitico è
davvero completo; anche se richiede tempo, pazienza ed un po' di sofferenza,
produce risultati più stabili, una modificazione del livello di emotività
sentita ed espressa ed un ripensamento radicale del personale modo di
esistere. In AT non è proibito piangere o distinguere un vissuto da un'emozione
attuale. Tuttavia, il lavoro analitico dell'AT dà più importanza all'analisi
dell'intenzionalità difensiva che alla completa elaborazione del dolore.
Ovviamente la logica dell'AT è estremamente utile per svolgere la prima parte
del lavoro analitico che appunto deve chiarire che il cliente non "sta
male", ma "fa qualcosa per qualche ragione".
L'AT si può collocare nel filone
"intenzionalista" della psicoterapia contemporanea perché, pur
attribuendo molta importanza all'influenza dei genitori sui figli, implica che
le decisioni riguardanti il copione di vita sono prese dai bambini e possono
essere quindi modificate. Gli esponenti dell'AT che hanno integrato questo
approccio terapeutico con altri più attenti all'espressione emozionale e che
hanno sottolineato l'importanza della ridecisione personale nel processo
di cambiamento (M.Goulding-R.L.Goulding, 1979) hanno a mio avviso reso
possibili dei percorsi analitici particolarmente interessanti e positivi.
Nella psicologia sperimentale, l'influsso della
Psicologia della Gestalt (che in tedesco significa "forma" o
"configurazione") fu particolarmente rilevante negli anni '20 e
gradualmente tale orientamento teorico divenne parte integrante della
psicologia statunitense, grazie anche al declino dell'orientamento a cui si contrapponeva
(l'associazionismo). Sottolineando che i processi conoscitivi e percettivi si
organizzano in configurazioni unitarie irriducibili alla somma dei singoli
elementi discreti e che quindi i fenomeni psicologici si verificano in un
"campo", i gestaltisti hanno gettato le basi di una concezione del
comportamento umano (e, in seguito, di una concezione della psicoterapia)
opposta a quella che si era sviluppata a partire dall'associazionismo nella
direzione della psicoterapia comportamentista.
Fritz Perls, dopo essere stato in analisi con
Wilhelm Reich ed aver recepito l'importanza dei concetti di carattere e corazza
corporea, sviluppò un approccio psicoterapeutico che sintetizzava i principi
psicologici gestaltici ed il lavoro sui blocchi del contatto emotivo.
Come l'organizzazione percettiva tende ad essere
"buona", cioè a massimizzare o minimizzare il contrasto fra elementi
del campo (fra "figura" e "sfondo"), così, per la
psicoterapia gestaltica, il bisogno (o "interesse") dominante
dell'individuo struttura il suo campo relazionale, generando una tensione che
si supera con la soddisfazione del bisogno stesso ("chiusura della
Gestalt"). Finché un bisogno non è soddisfatto c'è uno squilibrio in atto
e la persona non riesce a dedicarsi ad altro.
Gli eventi psicologici si verificano "al
confine del contatto" fra individuo e ambiente e la psicoterapia della
Gestalt si propone di aiutare la persona a chiudere ogni Gestalt senza
"interrompersi". Infatti, secondo Perls, nelle nevrosi le persone
attuano delle "interruzioni" nel riconoscimento e nell'espressione
dei loro bisogni. In tale processo (che si realizza al "confine del
contatto fra individuo e ambiente) l'individuo "introietta" elementi
"indigesti" dell'ambiente che confondono la consapevolezza di sé, o "proietta"
all'esterno parti non accettate di sé, oppure confonde se stesso con l'esterno
("confluenza"), oppure fa a se stesso ciò che vorrebbe rivolgere
all'esterno ("retroflessione").
La terapia gestaltica non è "orientata verso il
passato", ma affronta le "interruzioni" che l'individuo attua
nelle relazioni attuali. Essa mira, in altre parole ad individuare ogni Gestalt
non chiusa e a superare le interruzioni per rendere possibile quindi
un'espressione della persona rispettosa dei suoi bisogni.
Il terapeuta è interessato a capire il "mondo
del paziente", ovvero il campo psicologico in cui questi interrompe la sua
espressione personale: "Man mano che sperimenta i modi in cui si impedisce
di 'essere' ora –i modi in cui si interrompe- comincerà anche a sperimentare il
sé che ha interrotto" (Perls,1973, p.65).
L'idea che nella nevrosi perdiamo il contatto con
parti di noi stessi alterando il nostro rapporto col mondo esterno porta la
terapia gestaltica a fare molti interventi tecnici finalizzati al
"recupero" delle "parti non accettate". Tra queste
tecniche, diventate ormai un patrimonio di molte psicoterapie contemporanee, va
ricordata quella della "accentuazione dell'interruzione" (che si
applica invitando il paziente non già ad aprirsi o rilassarsi, ma ad esasperare
le sue modalità difensive), quella del recupero delle parti "attribuite ad
altri" (che si applica invitando il paziente a "diventare" e
"rappresentare" le persone che trova antipatiche), quella della
"doppia sedia" o "sedia bollente", che costituisce una
ripresa del metodo moreniano di spostarsi da un ruolo all'altro (che si applica
invitando il paziente a rappresentare alternativamente se stesso ed un'altra
persona con cui ha un rapporto non risolto).
Fondamentale
è il contributo della psicoterapia gestaltica al lavoro sui sogni. "Quando
tentate di interpretare un sogno, almeno in una prima fase, sforzatevi di
considerare tutte le sue caratteristiche e tutte le persone che vi compaiono,
come semplici proiezioni, come parti della vostra stessa personalità. In ultima
analisi siete voi a creare il vostro sogno, per cui tutti gli elementi che in
esso compaiono, appartengono alla vostra personalità"
(Perls-Hefferline-Goodman, 1951, pp.239-240).
Nella psicoterapia gestaltica l'accentuazione del
"qui ed ora" costituisce un importante fattore di cambiamento ed un
fattore che consente di evitare facili scivolate nell'interpretatività
intellettualistica. Anche l'attenzione alle "interruzioni" ed il
lavoro finalizzato alla "chiusura di una Gestalt" aiuta la persona ad
avere insight significativi sulla sua tendenza a bloccarsi e sulle sue
possibilità di cambiamento; tale lavoro facilita quindi la consapevolezza delle
emozioni temute.
Va
però sottolineato che le persone si bloccano, si chiudono, "si interrompono"
nel presente, non già perché "incapaci" di agire diversamente, ma
perché impegnate attualmente in un progetto difensivo che nell'infanzia
era stato elaborato per evitare esperienze dolorose (allora)
intollerabili. Il lavoro gestaltico è quindi utile nella misura in cui non si
limita a ridurre tutto al presente, ma arriva a chiarire le ragioni profonde
(convinzioni irrazionali, classificazioni antiche di particolari esperienze
emotive, paure giustificate nel passato e non nel presente) degli atteggiamenti
che impediscono l'espressione di sé.
La
terapia gestaltica rientra fra gli approcci "intenzionalisti", che
considerano le persone attive nella strutturazione e nel mantenimento dei loro
disturbi psicologici e non "portatrici" di disturbi
"causati" da fattori intrapsichici o interpersonali. Per questo i
vari interventi gestaltici non sono mai rassicuranti o "gratificanti"
o intellettualistici, ma tesi a far prendere coscienza al cliente di ciò che
fa quando manipola le relazioni o nega certe parti di sé: "Quando il
paziente diventa consapevole di manipolare l'ambiente … e quando diventa
consapevole delle sue stesse tecniche manipolative, sarà in grado di
cambiare" (Perls, 1973, p.51)
In altre parole,la terapia gestaltica, costituisce
più sul piano tecnico che su quello teorico, un elemento significativo della
psicoterapia contemporanea che può essere utilmente integrato in un lavoro
analitico volto alla comprensione dell'intenzionalità difensiva ed alla
rielaborazione dei vissuti non integrati. Eileen Walkenstein ha sviluppato i
principi gestaltici in questa direzione favorendo un lavoro analitico inteso a
sottolineare la funzione difensiva della negazione di parti di sé derivanti
dalle varie figure significative della famiglia (Walkenstein, 1982 e 1983).
La psicoterapia umanistica costituisce più che una
scuola di psicoterapia, una tendenza che si è sviluppata soprattutto come
reazione alla psicoanalisi ed al comportamentismo. Accogliendo il contributo
della filosofia esistenzialista e di quella fenomenologica, vari studiosi hanno
tentato di dar vita ad approcci psicoterapeutici concepiti non come
"procedure terapeutiche", ma come esperienze umane capaci di favorire
lo sviluppo personale. In tale prospettiva, la persona non è concepita come
soggetta al determinismo della biologia e dell'apprendimento, ma soprattutto
come entità orientata all'autorealizzazione ed all'espressione della sua
dimensione interiore.
Maslow ha fondato una "psicologia
positiva" o "psicologia dell'Essere", la quale "si occupa
di finalità più che di mezzi, vale a dire di esperienze, valori, cognizioni
finalistiche, ove il fine è costituito dalle persone" (1962,p.81). Non a
caso Maslow si è interessato non solo ai disturbi psicologici, ma soprattutto
alle potenzialità individuali, arrivando a studiare le esperienze di felicità e
di compimento supremo, definite "peak experiences". La
psicoterapia, in questa prospettiva, si struttura come una maieutica anziché
come una cura e viene teorizzata come un percorso interiore di autoespressione
anziché come un trattamento di patologie.
Anche Carl Rogers ha opposto alla psicologia delle
pulsioni una psicologia dell'autorealizzazione personale e ha inteso la
psicoterapia come un ambito in cui l'individuo, sentendosi accettato, può
recuperare la sua capacità di autoespressione limitata dalla società. La sua
psicoterapia è quindi "non direttiva" o "centrata sul
cliente" (Rogers,1951) e non è "interpretativa".
Nella psicologia esistenziale di Rollo May viene
rifiutata qualsiasi concezione che subordini la persona ai suoi
"meccanismi" e viene affermata con vigore l'idea che i meccanismi
biologici o psicologici si collegano strettamente al modo di essere della
persona. "L'esistenzialismo non è un metodo terapeutico, ma un
atteggiamento nei confronti della terapia. Benché abbia dato luogo a molti
progressi tecnici, non costituisce di per sé un complesso di nuove tecniche, ma
un tentativo di capire la struttura dell'essere umano e della sua esperienza su
cui devono basarsi tutte le tecniche" (1969, p.20).
L'orientamento umanistico-esistenziale ha
sottolineato in modo molto chiaro che i disturbi psicologici cessano di avere
una funzione nel momento in cui le persone sono consapevoli del loro valore e
si sentono libere di esprimere la loro ricchezza interiore. Questa idea
giustissima, tuttavia, non consente di tradursi in interventi psicoterapeutici
davvero incisivi se non viene collocata in una teoria capace di chiarire le
ragioni per cui le persone evitano di esprimersi e di agire costruttivamente.
Gli esponenti di tale approccio hanno elaborato concezioni teoricamente deboli,
ma in certi casi hanno trovato il modo di sviluppare interventi efficaci
favorendo l'incontro fra la loro concezione umanistica e specifiche tecniche
psicoterapeutiche, come ad esempio quelle ricavate dallo psicodramma e dalla
bioenergetica.
In
senso lato, si può dire che vari autori e vari indirizzi psicoterapeutici hanno
mostrato significative convergenze con il filone umanistico della psicoterapia.
Le riflessioni di Erich Fromm sull'amore (1956) contribuiscono a delineare più
gli aspetti "positivi-espressivi" dell'incontro personale che quelli
radicati nelle dinamiche pulsionali, ma in genere le pubblicazioni di
impostazione umanistico-esistenziale sono più utili per la "formazione
interiore" degli psicoterapeuti che per la loro formazione professionale.
Pochi autori hanno unito la sensibilità umana tipica
di questo orientamento psicoterapeutico alla capacità di elaborazione teorica
ed alla capacità di intervenire con efficacia nelle situazioni di disagio.
Irvin Yalom (1974,1980,1989) è stato a questo proposito un maestro che ha reso
la psicoterapia esistenziale non solo una "concezione della persona",
ma un articolato ed apprezzabile modo di concepire e praticare il lavoro analitico.