Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

Le illusioni della psicoterapia

teorie e percorsi formativi nella psicoterapia contemporanea

 

 

 

 

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INDICE

 

Introduzione

 

PRIMA PARTE

Teorie

 

1. Dalla psicoanalisi alla confusione post-reichiana

2. Analisi Transazionale (AT), Gestalt Therapy e psicoterapia umanistica

3. Approcci sistemici e relazionali, PNL, comportamentismo e psicoterapia cognitiva

4. La teorizzazione dell'esperienza emozionale correttiva

5. La teoria dell'attaccamento

6. La prospettiva cognitivo-evoluzionista

7. Il San Francisco Psychotherapy Research Group

8. Illusioni e psicoterapia

 

SECONDA PARTE

Percorsi formativi

 

9. Le motivazioni di chi sceglie la psicoterapia come professione

10. Caratteristiche personali di chi svolge l’attività psicoterapeutica

11. La formazione personale e intellettuale in psicoterapia

12. La supervisione in psicoterapia

13. La normalizzazione della psicoterapia

14. Perché la psicoterapia non può trasformarsi

 

Conclusioni

 

Bibliografia

 


 

Premessa

 

Questo lavoro include due articoli pubblicati nel 2004 sul sito http://www.risorse-psicoterapia.org . Il materiale è stato riveduto e corretto per dare uno sviluppo organico agli argomenti trattati.

 

I capitoli della prima parte costituiscono una presentazione del lavoro analitico centrato sull’intenzionalità difensiva e sui vissuti non integrati e approfondiscono i punti di contatto e le divergenze fra tale approccio ed i principali indirizzi psicoterapeutici.

 

I capitoli della seconda parte, dedicati alla formazione in psicoterapia, sono stati scritti soprattutto per comunicare una sentita preoccupazione relativa al modo in cui negli ultimi anni è stata definita, riconosciuta e regolata l’attività psicoterapeutica.

 


 

 

Introduzione

 

Ai nostri giorni è possibile fare analisi in modo approfondito e con efficacia, grazie al fatto che da un secolo le teorie analitiche e psicoterapeutiche hanno messo a nostra disposizione alcune idee fondamentali derivate da esperienze e da riflessioni diversissime.

Le idee illuminanti che oggi possono sembrare ovvie, anche se tali non erano cento o cinquanta anni fa, sono tante, ma alcune di esse meritano di essere menzionate.

 

1-Le persone possono essere coscienti di certi conflitti interiori, ma possono anche essere lacerate da conflitti interiori di cui non hanno alcuna consapevolezza.

 

2-Le persone spesso sperimentano nell'infanzia sofferenze intense e non gestibili, sia nelle situazioni di abbandono o maltrattamento, sia nelle più frequenti situazioni famigliari di scarsa empatia o di scarso contatto emozionale.

 

3-Le persone fin dalla nascita, senza esserne consapevoli, elaborano strategie psicologiche difensive che limitano il contatto con il dolore emotivo. Tali strategie sono costituite da un intreccio di convinzioni irrazionali, illusioni, atteggiamenti, comportamenti, rigidità muscolari, forme di dialogo interno e modalità comunicative.

 

4-Le persone possono modificare tali strategie difensive, se vengono aiutate a riconoscerle e ad esplorare le emozioni costantemente evitate che nella vita adulta sono tollerabili.

 

5-Le persone possono manifestare molte potenzialità inespresse quando non sentono più la necessità di proteggersi da antichi vissuti dolorosi e, in generale, da emozioni intense.

 

Queste idee capaci di orientare gli psicoterapeuti che si occupano di persone che "stanno male" senza "vere" ragioni ed in modi apparentemente incomprensibili, sono come stelle che brillano nel buio. In questa metafora, il buio è costituito dalle illusioni, dai pregiudizi e dal riduzionismo delle principali teorie che sono state elaborate nella storia della psicoterapia.

In queste pagine mi propongo di riesaminare criticamente le più note concezioni psicoterapeutiche per evidenziare i contributi che esse offrono, i limiti che presentano e le illusioni che (a mio parere) alimentano.

 

Nell’approccio analitico da me seguito, i disturbi psicologici non sono concepiti come l'effetto di qualche determinante fattore intrapsichico o interpersonale, ma come un atto creativo compiuto nell'infanzia: un tentativo di adattamento ottimale a rapporti interpersonali irrazionali troppo dolorosi per le limitate risorse dei bambini. Nell'infanzia è ragionevole aggrapparsi a convinzioni irrazionali, strutturare atteggiamenti difensivi, organizzare modi di vivere distruttivi, pur di non restare in contatto con sentimenti dolorosissimi di rifiuto, di abbandono, di svalutazione, di vuoto, di disperazione. Dal mio punto di vista, il percorso analitico non tende quindi a curare i sintomi, ma a renderli superflui. Esso chiarisce l'intenzionalità difensiva e favorisce le esperienze emozionali che consentono al cliente di verificare che con le risorse attuali può accettare il dolore della sua infanzia ed anche quello inevitabile, presente e futuro, che caratterizza la sua esistenza.

L'approccio intenzionale in psicoterapia prescinde da assunzioni metafisiche, da specifiche teorizzazioni e dall'uso di particolari tecniche, anche se personalmente preferisco collocare tale approccio in un quadro di riferimento teorico molto semplificato e preferisco renderlo operativo ricorrendo ecletticamente a tecniche molto diverse.

Il concetto di “intenzionalità difensiva” da me utilizzato, integra i contributi di autori appartenenti a scuole anche molto diverse e non rinvia a quello psicoanalitico di "meccanismi di difesa". Utilizzo, infatti, tale concetto senza presupporre la metapsicologia freudiana e senza implicare che le difese si oppongano dinamicamente a forze pulsionali. Esse sono, nell'accezione del termine che utilizzo, azioni, microazioni, atteggiamenti, immagini di sé, progetti di vita non consapevoli o ai limiti della consapevolezza, che interrompono in vari modi il contatto con il dolore e, di conseguenza, riducono l'intensità delle esperienze emozionali in generale. Credo che le difese proteggano da emozioni troppo dolorose nell'infanzia e persistano inconsciamente ed irrazionalmente nella vita adulta.

 

Il sintetico "ripasso", fatto in queste pagine, delle concezioni che in trent'anni hanno accompagnato la mia formazione personale, intellettuale e professionale è stato per me doloroso. Avrei scritto questo lavoro con più leggerezza se avessi potuto, come nei film d'azione commerciali considerare da un lato "i cattivi" e poi "i buoni", per giungere al lieto fine costituito dal trionfo del gruppo dei buoni. In realtà, non mi sono mai mosso in questa logica e ho sempre cercato di riconoscere gli aspetti validi di ogni teoria. Il lato più scomodo di questa mia tendenza a cercare in tutte le direzioni, sta nel fatto che se da un lato tendo ad apprezzare alcuni aspetti di moltissimi orientamenti psicoterapeutici, da un altro lato non sperimento mai un "senso di appartenenza". Ho lasciato la scuola in cui mi sono formato e non sono diventato mai membro attivo di nessuna delle altre scuole in cui ho proseguito la mia formazione. Sono senza "nemici", ma anche senza "fratelli". Questo mi dispiace, anche se riesco a consolarmi con la sensazione di avere molti "quasi-fratelli" nei "luoghi" più disparati.

Spero che le mie considerazioni aiutino i giovani psicoterapeuti a trovare il coraggio di non sentirsi mai "a casa" aderendo ad una particolare concezione psicoterapeutica.

 

La capacità di tradurre teorie inevitabilmente parziali e riduttive in procedimenti rispettosi, eleganti ed efficaci, che emerge dai resoconti clinici di colleghi e maestri particolarmente stimati, mi lascia sempre sorpreso, come quando mi fermo a guardare un animale o un bambino: la visione di armonie costruite con sensibilità, grazia ed intelligenza mi fa provare gratitudine per le sollecitazioni ricevute e speranza per il futuro di una professione che considero particolarmente difficile anche per le persone più scrupolose. La non comprensione di problemi evidenti e l'ostinazione a non "aggiustare il tiro" che ritrovo spesso in molti testi di psicoterapia, mi fa ovviamente un'impressione ben diversa, ma costituisce per me una sollecitazione a non fossilizzarmi in "idee chiare e distinte".

 

Al momento considero il quadro di riferimento entro il quale concepisco il mio lavoro sufficientemente esplicativo e "scarno" (cioè tale da implicare il minor numero possibile di presupposti e comunque tale da non implicare idee speculative). Per questo lo considero provvisoriamente accettabile e lo propongo a psicoterapeuti (provenienti da esperienze formative diversissime e quindi limitate in modi diversissimi) con cui faccio supervisione.

Concluderò queste mie riflessioni affermando l'opportunità di integrare gli aspetti più fecondi di molti indirizzi di psicoterapia, ma anche di non considerare mai definitiva l'integrazione realizzata.

Di semplice non c'è nulla, ma pochi temi sono studiati secondo prospettive tanto diverse ed inconciliabili come quelli trattati nei testi di psicoterapia. In tale lavoro non si sa mai con assoluta certezza se gli insuccessi sono dovuti ad un limite personale o ad un limite dell'approccio seguito.

A volte rimpiango i miei primi anni di lavoro, in cui procedevo a fatica con i primi clienti, ma sapevo di poter contare sulla supervisione del giovedì successivo. Nelle sedute di supervisione descrivevo in un quarto d'ora il lavoro con una persona e capivo di aver sbagliato molte cose. Mi sentivo un idiota, ma era bello sapere che avevo una bussola che mi avrebbe guidato nella seduta successiva con quel cliente che mi aveva fatto smarrire. Ora mi sento più sicuro, ma meno convinto delle sicurezze che credevo di avere "appoggiandomi" ad un maestro che consideravo capace di fare con tutti il lavoro che era riuscito a fare con me, aiutandomi a riprendere il timone di una vita che vivevo male.

In realtà siamo tutti in cammino e sappiamo di offrire comunque ai nostri clienti un aiuto minore di quello che altri potrebbero dare. Accettare questa situazione ci aiuta almeno a fare ciò che al momento ci è possibile, perdonandoci di non fare comunque mai abbastanza.

Dico queste cose (ovvero affermo con convinzione che il re è nudo, in un mondo in cui ogni trattato di ogni scuola sembra dimostrare che il re ha un vestito bellissimo) perché il "principio di realtà" non dovrebbe essere solo un obiettivo analitico per i clienti, ma anche la casa da cui gli psicoterapeuti partono ed a cui tornano dopo ogni incursione nei territori delle loro "battaglie".

Se quindi commentando le varie dottrine psicoterapeutiche (da me studiate e conosciute anche di persona facendo vari tipi di analisi personale, partecipando a corsi e discutendo con altri colleghi) a volte sarò critico, voglio sottolineare che a parte poche eccezioni, credo che tutte le scuole di psicoterapia abbiano almeno qualcosa da insegnare. Il fatto che non aderisca a nessuna di esse e che mi senta meglio in una "terra di nessuno", deriva proprio dal volermi sentire libero di utilizzare le idee valide rintracciabili in qualsiasi approccio.

 

In questo lavoro ho lasciato poco spazio a scuole di psicoterapia storicamente molto importanti (come ad esempio la psicoanalisi ed il comportamentismo), che però attualmente, nella loro versione classica, sono superate. Gli psicoanalisti che danno un reale contributo teorico e tecnico alla psicoterapia contemporanea, hanno acquisito e rielaborato idee già sviluppate da psicoanalisti che furono emarginati e poi "riscoperti" oppure da autori di formazione diversa. I comportamentisti contemporanei hanno arricchito la loro concezione debole e riduttiva accogliendo i contributi dell'orientamento cognitivista. Sulla base di tali valutazioni ho dato quindi più importanza agli sviluppi contemporanei di queste scuole che alle teorizzazioni originarie.

 

Ho anche dedicato alcuni capitoli al percorso formativo in psicoterapia che è stato regolamentato in modo tale da soddisfare le esigenze di scuole fra loro diversissime e teoricamente incompatibili. Tale scelta ha inevitabilmente portato a considerare significativi perché “oggettivi” gli aspetti più superficiali della formazione. In tal modo, gli aspetti più importanti della formazione in psicoterapia (quelli “personali”, “umani”, “psicologici”) sono stati paradossalmente ignorati.

 

Spero che queste pagine possano costituire sia un elemento di riflessione sulle teorie e sui percorsi formativi che caratterizzano il complesso mondo psicoterapeutico, sia un approfondimento dell'approccio analitico centrato sull'intenzionalità difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati.

 


 

PRIMA PARTE

 

Teorie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Dalla psicoanalisi alla confusione post-reichiana

 

Secondo la concezione freudiana, dalla contrapposizione fra pulsioni inconsce e difese possono risultare effetti disadattivi o disturbanti e la terapia psicoanalitica si propone di favorire un controllo cosciente delle pulsioni inconsce, indirizzandole verso mete più adeguate alla realtà. Dopo il superamento della concezione iniziale, Freud ha sottolineato (1922) che certe funzioni dell'Io possono essere inconsce, e che l'attività analitica deve occuparsi sia della pressione delle pulsioni che dell'eccessiva severità del Super-io.

Nella teoria psicoanalitica l'interesse per la conflittualità intrapsichica ha dato luogo ad una sottovalutazione del reale contesto relazionale in cui le persone sviluppano sia certe loro potenzialità, sia certi disturbi psicologici. Nei primi anni della sua ricerca, Freud pensava di poter ricondurre la conflittualità intrapsichica dei suoi pazienti a vicende realmente sperimentate nell'infanzia, ma ben presto si convinse che questa prospettiva era errata e corresse il suo pensiero ipotizzando che i disturbi psicologici non si originassero come risposta a vicende reali, famigliari, ma a partire da fantasie generate dai bambini stessi in una sorta di vuoto relazionale. La psicoanalisi divenne quindi, nei suoi sviluppi ortodossi, un insieme di dotte speculazioni sul modo in cui la mente umana autoinduce sviluppi patologici.

 

I contributi di W. Reich degli anni '30, (rist.1945a,1945b e 1946), quelli maturati nell'orientamento neofreudiano culturalista (H.Stack Sullivan, 1940, F.Fromm Reichmann, 1950, E.Fromm, 1962 e 1970) quelli di Franz Alexander e Thomas M. French (1946), di John Bowlby (1988), quelli riconducibili alla teoria delle relazioni oggettuali (Kernberg,1976) ed alla psicologia del Sé (Kohut,1977) sono stati particolarmente utili per ricondurre i disturbi psicologici alla matrice relazionale ed interpersonale dei primi anni di vita.

Anche l'idea decisamente metafisica di un'originaria pulsione distruttiva (Freud,1920) è sconcertante e si stenta a credere che una tale ipotesi sia stata formulata, "applicata" sul piano clinico e discussa con tanto impegno. Ovviamente essa ha dato luogo ben presto ad espliciti dissensi sul piano teorico, epistemologico e clinico da parte di autorevoli esponenti della psicoanalisi, estromessi o a stento tollerati nell'ambito psicoanalitico (Reich,1945a,cap.XI e Fenichel,1945,pp.72-74). In seguito tale idea è stata respinta da moltissimi psicoanalisti ed è crollata con tutta la metapsicologia freudiana, quando quest'ultima è stata ritenuta infondata e non essenziale sul piano teorico (G.S.Klein,1976). Resta però il fatto che la psicoterapia psicoanalitica ha continuato a ridefinirsi e ad aggiornarsi mantenendo come punto di riferimento le sue ipotesi fondamentali, mentre esse erano messe in discussione da altri orientamenti psicoterapeutici e da ricerche significative svolte nell'ambito della psicologia dell'età evolutiva.

La concezione psicoanalitica dello sviluppo infantile è stata elaborata a partire dalle interpretazioni dei disturbi psicologici adulti e risente ovviamente di tale chiave di lettura. Tale procedimento ha dato luogo ad una concezione "adultomorfica" (Peterfreund,1978) dei bambini e ad un'interpretazione "patomorfica" del loro sviluppo. Se le "fasi psicosessuali" dello sviluppo infantile aderivano più alla teoria di Freud che alla realtà dei bambini, anche la presunta fase normale di "autismo" infantile (Mahler-Pine-Bergman,1975) rispondeva più ad un'esigenza di coerenza interna della teoria che ad un'esigenza di reale comprensione dello sviluppo psichico dei neonati e dei bambini. La psicologia dell'età evolutiva ha smentito tali idee che erano state avanzate essenzialmente per render conto dei disturbi psicologici adulti (D.Stern, 1985).

Per una sintetica ma esaustiva ricapitolazione degli sviluppi della psicoanalisi rinvio al saggio di P.Migone (1995).

 

Il nodo più problematico della teoria psicoanalitica riguarda l'idea che le difese costituiscano essenzialmente una barriera rispetto alle pulsioni e che quindi l'analisi debba focalizzarsi sulla conflittualità intrapsichica. In realtà, le pulsioni (o meglio, i bisogni psicologici) non sono mai un problema. Diventano l'occasione per una reazione difensiva quando nell'infanzia il bambino manifesta il suo bisogno di contatto, di accudimento, di accettazione e viene respinto. Se le risposte dell'ambiente alle manifestazioni dei bisogni psicologici non fossero fonte di dolore, i bambini non cercherebbero di controllare tali manifestazioni e, divenuti adulti, non complicherebbero la loro vita emozionale. Le difese, quindi, interrompono direttamente o indirettamente l'esperienza del dolore psicologico. Per non soffrire, infatti, le persone a volte negano bisogni o desideri, oppure "inventano" bisogni alternativi, attivano emozioni irrazionali, costruiscono atteggiamenti stereotipati, si confondono, si irrigidiscono sul piano fisico, si inventano aspirazioni o interessi o valori adatti a prevenire possibili ripetizioni di esperienze dolorose già valutate nell'infanzia come intollerabili.

La teoria psicoanalitica, opponendo pulsioni e difese, è lontana da ciò che risulta quotidianamente osservabile: le persone che manifestano disturbi psicologici fanno di tutto per non soffrire. Si difendono cioè dal dolore psicologico. Sono disposte anche a soffrire superficialmente e irragionevolmente, ma non includono il dolore semplice, diretto, pienamente espresso fra le emozioni che caratterizzano la loro vita quotidiana.

 

La psicoanalisi, sia nella sua concettualizzazione "topica" iniziale, sia nella sua rielaborazione "strutturale" successiva, pur occupandosi anche delle emozioni e dei sentimenti dei clienti non è un orientamento psicoterapeutico particolarmente interessato alle emozioni ed alla rielaborazione di antichi vissuti emotivi, né all'espressione compiuta (non regressiva) delle emozioni e dei vissuti. "Secondo la teoria topica, esso [il compito terapeutico dell'analisi] consiste essenzialmente nel rendere il paziente consapevole dei desideri pulsionali infantili che danno origine ai suoi conflitti patogeni. Secondo la teoria strutturale, è importante rendere conscio il paziente non solo degli aspetti pulsionali dei suoi conflitti, ma anche dei loro aspetti difensivi e legati al Super-io, con particolare attenzione al contenuto dei tipi di angoscia attivi nel conflitto. Tutto ciò è necessario per stimolare le funzioni integratrici e di controllo dell'Io in modo che il paziente possa adeguatamente scaricare l'energia pulsionale, cioè avere un'adeguata gratificazione istintuale senza che si formino sintomi" (Arlow-Brenner, p.59).

Mentre per la psicoanalisi, fare analisi significa cercare di chiarire cosa accade nel cliente, il lavoro analitico centrato sull'intenzionalità difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati chiarisce cosa il cliente fa e quali vissuti emotivi evita. Nella misura in cui il percorso analitico chiarisce al cliente che egli può tollerare il dolore psicologico e fare cose diverse, rende possibile una ridecisione relativa ai suoi comportamenti ed al suo progetto di vita.

 

Nella psicoanalisi classica, ma anche nella più duttile psicoterapia psicoanalitica, il cliente (o "paziente") deve "scavare" dentro di sé e rintracciare l'azione di forze ignote, nella speranza che tale lavoro archeologico sul suo passato lo aiuti a "guarire" dalla sua "malattia". Per questo il "trattamento" può procedere su un binario parallelo rispetto a quello della vita quotidiana; così, il filo conduttore che lega le varie sedute non è la ricerca personale di consapevolezza e di autenticità nella vita reale di ogni giorno, ma è soprattutto quello costituito dalla terapia stessa.

Nel lavoro analitico centrato sull'intenzionalità difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati, al contrario, il passato è scoperto come insieme di bisogni, convinzioni, emozioni attualmente presenti nell'agire quotidiano della persona in analisi. Una volta chiarita la compresenza di bisogni antichi ed attuali nella vita individuale, il cliente può chiedersi perché cerca di soddisfare bisogni oggi insoddisfacibili o perché si rifiuta di riconoscere tali bisogni. L'analisi aiuta quindi a chiarire i modi in cui il cliente evita il dolore, a scoprire quale dolore (già sfiorato in passato e mai accettato e superato) è in questione, ed a verificare che tale sofferenza può essere accettata, espressa e tollerata.

 

Il tradizionale approccio psicoanalitico è stato a volte ripensato in termini decisamente innovativi e in alcuni casi si è tradotto in un lavoro analitico orientato a chiarire l'intenzionalità difensiva anziché ad ipotizzare "cause" inconsce per i vari disturbi. A questo proposito, il contributo di Roy Schafer (1976, 1978) all'analisi dell'intenzionalità difensiva risulta decisamente prezioso.

Personalmente credo che anche un complicato, procedimento analitico come quello psicoanalitico, svolto con "neutrale distacco" e basato su procedure ritualizzate, possa in qualche misura far emergere emozioni dolorose profonde e possa in qualche misura ridurre la paura di una loro espressione, rendendo più costruttiva e libera da sintomi la vita quotidiana dei clienti. Questo a mio avviso può rendere conto dei parziali risultati positivi che anche la terapia psicoanalitica a volte produce.

 

Con Wilhelm Reich, alcuni aspetti basilari della psicoanalisi sono stati modificati e tale revisione ha aperto la strada a nuovi interventi psicoterapeutici. L'idea dell'irrigidimento caratteriale, inteso come protezione del bambino da una sofferenza reale sperimentata nel rapporto con le figure genitoriali, ha modificato i concetti psicoanalitici di pulsione, emozione e difesa ed ha aperto nuove strade all'analisi. Anche se Reich ha pensato che il "nucleo profondo" individuale fosse una realtà da scoprire e liberare e non una minaccia da controllare (consapevolmente anziché inconsciamente), molte ambiguità della teoria freudiana sono rimaste nella concezione reichiana ed altre ambiguità hanno dato luogo ad altre limitazioni del processo analitico. Tuttavia l'apertura, anche contraddittoria, di Reich a nuovi orizzonti ha favorito cambiamenti ulteriori nel lavoro analitico.

Anche se Wilhelm Reich non è stato l'unico fra i giovani allievi di Freud a suggerire la necessità di interventi attivi dell'analista (cfr. Ferenczi,1928), è stato sicuramente quello che con più chiarezza si è mosso in tale direzione.

Oltre a delineare con l'analisi del carattere (1928) una profonda innovazione tecnica nella psicoanalisi, Reich ha anticipato vari sviluppi post-freudiani della psicoterapia (l'indirizzo culturalista, tutti gli indirizzi corporei e la stessa psicoterapia gestaltica). Al di là della superficialità di tutte le sue elaborazioni teoriche, Reich è stato (fino alla sua espulsione) una creativa spina nel fianco della Società Psicoanalitica ed in seguito una figura rappresentativa e geniale che ha influenzato direttamente o indirettamente tutta la psicoterapia contemporanea. Le più significative idee reichiane che altri analisti hanno accolto, sono state tuttavia inevitabilmente riformulate in una nuova cornice teorica. Considerando il lavoro analitico come un lavoro essenzialmente centrato sulla struttura caratteriale, Reich ha inoltre anticipato tutti gli studi successivi riguardanti la personalità.

 

Reich ha formulato una delle prime e più radicali contestazioni della metapsicologia freudiana negando fin dagli anni '30 qualsiasi legittimità al concetto di pulsione di morte (cfr. Reich, 1945a, cap.XI); tuttavia è rimasto per tutta la vita legato ad una concezione energetica dei disturbi psicologici, tipica della originaria concezione freudiana. La teoria dell'energia "orgonica" (1950) che negli ultimi anni ha caratterizzato la concezione reichiana, costituisce una biologizzazione della concezione psicoanalitica della libido e non certo un superamento della logica "idraulica" insita in tale concezione.

Reich ha respinto l'idea di un'originaria conflittualità intrapsichica basando la sua concezione caratterologica sull'idea di una conflittualità fra istanze sociali repressive e nucleo biopsichico. Nella formulazione iniziale (ancora psicoanalitica) di questa concezione, l'adattamento del bambino all'ambiente famigliare incapace di fornire contatto emotivo, si traduce in un irrigidimento caratteriale che, salvando il rapporto con le figure genitoriali, si rivolge contro le istanze pulsionali. Da un lato, in questa prospettiva, Reich ha avviato la critica della società autoritaria su basi anche psicologiche (cfr. Reich, 1945b e 1946) e da un altro lato ha anticipato quell'orientamento che, nella psicoterapia degli anni '50, ha sottolineato l'importanza dello sviluppo del potenziale umano, dell'espressione del Sé, della creatività personale.

 

Purtroppo, questa appassionata riformulazione degli assunti psicoanalitici non è stata rigorosa. La sintesi di un marxismo superficialmente appreso (1929) e di una teoria pulsionale in fondo "idraulica" (1942) ha dato una poderosa spallata alla visione "neutrale" della psicoterapia e ha stimolato ulteriori ricerche e riflessioni, ma non si è tradotta in una teoria compiuta.

Tale concezione della relazione fra individuo e società implicava un legame troppo stretto fra capitalismo e società autoritaria, dato che se tutte le società capitalistiche sono autoritarie non solo le società capitalistiche possono essere autoritarie. Quando Reich riconobbe il ruolo dell'autoritarismo nel comunismo staliniano, gettò la spugna e rinnegò con il marxismo qualsiasi ideale politico, affermando una concezione qualunquistica e interclassista, secondo cui tutte le organizzazioni sociali sono nemiche dell'individuo e secondo cui la cura degli equilibri biopsichici costituisce la vera alternativa a qualsiasi ideologia sociale. Anche la concezione della famiglia borghese come fonte di nevrosi in quanto istituzione repressiva, non rendeva giustizia ad un fatto fondamentale: alla priorità degli aspetti qualitativi della relazione madre-bambino (accudimento, contatto, calore) sugli aspetti normativi dell'educazione (la repressione in senso stretto) per gli sviluppi psicopatologici. Pur affermando l'importanza del contatto emotivo nella relazione madre-bambino oltre che della tolleranza educativa, la concezione libertaria ed antiautoritaria di Reich non lasciava abbastanza spazio alle questioni che negli anni successivi furono sviluppate dalla psicologia dell'età evolutiva. In seguito, tuttavia, Reich ed i suoi collaboratori si sono occupati in una prospettiva meno sociale e più clinica dello sviluppo infantile e della formazione della corazza caratteriale nei primi mesi di vita (Reich,1951, Chakos,1969)

Resta quindi indiscutibile il contributo di Reich alla comprensione del neonato o del bambino come persona in formazione che necessita per il suo sviluppo di accudimento e di amore incondizionato. Esperienze come quelle psicopedagogiche di Alexander Neill (1960) devono moltissimo al lavoro pionieristico di Reich.

 

Un altro aspetto profondamente innovativo della concezione reichiana riguarda lo studio degli aspetti somatici dei disturbi caratteriali. Sebbene la concezione reichiana della "identità funzionale psicosomatica" lasci molto a desiderare sul piano epistemologico, le osservazioni riportate da Reich sul ruolo svolto dall'ipertonia muscolare cronica nel mantenimento di posture, rigidità mimiche e atteggiamenti caratteriali sono state illuminanti. Questa comprensione olistica (fisica, comportamentale e psichica) della persona ha liberato la psicoterapia dalla schiavitù della parola. In psicoterapia è diventato possibile, grazie a Reich, lavorare verbalmente e fisicamente al fine di esplorare con la necessaria completezza le complesse modalità di fuga dal contatto emotivo ed è diventato più facile favorire cambiamenti profondi e tali da implicare significative aperture sul piano emozionale.

 

Si deve dire che Reich, concependo le strutture caratteriali come orientate a proteggere il bambino (e successivamente l'adulto) da emozioni dolorose, ha reso possibile una lettura del carattere come difesa inconscia intenzionale. D'altra parte, descrivendo le strutture caratteriali come blocchi dell'energia psichica e successivamente dell'energia biologica (1942), Reich ha reso possibile anche una ripresa della concezione "medica" del percorso analitico. Soprattutto la scuola statunitense che raccoglie i continuatori più ortodossi dell'ultima concezione reichiana (Baker,1969, Nelson,1975), ha riproposto il pensiero reichiano in modo sistematico, ma anche poco aperto agli sviluppi ulteriori della psicoterapia corporea che, con esiti a volte interessanti e a volte superficiali, si sono comunque consolidati all'esterno della tradizione reichiana.

Le caratteristiche portanti dell'impostazione clinica della scuola statunitense fondata da Reich sono essenzialmente due.

a) La lettura di tutti i disturbi psicologici come aspetti di una complessiva biopatia organismica e quindi la riconduzione dei sintomi e degli atteggiamenti caratteriali a disturbi del flusso dell'energia “orgonica” dell'organismo. In questa chiave di lettura biologistica, il filo conduttore del percorso terapeutico è costituito dallo sblocco della corazza muscolare e l'obiettivo di tale percorso è il raggiungimento del riflesso orgastico nella respirazione profonda, cioè la sollecitazione (tollerata e accettata) di movimenti involontari del corpo che (senza eccitazione sessuale e ad un livello di intensità decisamente basso rispetto all'orgasmo) si verifica nella respirazione profonda, in assenza di blocchi dell'armatura e quindi in assenza di conflitti psicologici irrisolti.

b) Il collegamento costante fra sollecitazioni sul piano corporeo (esercizi fisici e manipolazioni delle tensioni) ed interpretazioni degli atteggiamenti caratteriali.

 

A mio avviso il lavoro sui segmenti dell'armatura muscolare è teoricamente indipendente dalla concezione biofisica reichiana dell'energia orgonica. Quest'ultima, assolutamente valida per gli allievi di Reich e assolutamente infondata per altri, per altri ancora sembra aver colto in modo vago alcuni aspetti della realtà studiati dalla parapsicologia. Al di là delle opinioni sull'argomento, credo che la cornice epistemologica della "scienza orgonomica" sia inconsistente, ma soprattutto che tale concezione sia irrilevante per un corretto ed efficace lavoro sui segmenti dell'armatura muscolare. Voglio dire in altre parole che, come la teoria clinica psicoanalitica, originariamente dipendente dalla metapsicologia freudiana, ha mantenuto una sua coerenza anche dopo il crollo degli assunti metapsicologici (G.S.Klein,1976), la pratica terapeutica degli orgonomisti statunitensi ha di fatto un fondamento teorico "energetico", ma può riposare su altri fondamenti teorici. Molti autori hanno portato avanti il lavoro sull'armatura caratteriale senza condividere la teoria orgonica. In genere tali autori, purtroppo hanno rimpiazzato la teoria orgonomica con teorie "bioenergetiche" non solo "discutibili" come quella reichiana, ma assolutamente inconsistenti, vaghe e confuse. Nel mio lavoro di integrazione di vari approcci psicoterapeutici, tra i quali anche quelli di derivazione reichiana, ho sempre cercato di mostrare la possibilità di dare un fondamento epistemologico e teorico al lavoro analitico sull'ipertonia muscolare senza implicare alcuna concezione energetica dei disturbi psicologici.

 

L'idea reichiana secondo cui l'alterazione della motilità organismica (intesa come contrazione del sistema biologico e psicologico individuale), è responsabile delle varie malattie mi sembra francamente troppo radicale. Ho conosciuto persone anziane gravemente disturbate sul piano psicologico che scoppiavano di salute e persone giovani, capaci di contatto, generose e aperte mentalmente che sono morte di tumore. Indipendentemente dalle specifiche teorizzazioni energetiche di Reich, è però assodato che i disturbi emotivi si manifestano anche a livello del sistema nervoso autonomo (con conseguenze secondarie su tutto il funzionamento dell'organismo) e che le tensioni croniche dell'armatura caratteriale riducono anche meccanicamente la motilità corporea a vari livelli. Credo quindi che l'idea (formulata da alcuni in termini dualistici e formulata da altri in termini monistici) di una tendenza allo sviluppo di patologie fisiche in presenza di squilibri psicologici sia abbastanza scontata, anche se non si devono fare generalizzazioni in ossequio a principi assoluti.

Reich ha posto alla base delle sue riflessioni biologiche e psicologiche la fondamentale "antitesi fra piacere e angoscia" ovvero fra stati organismici e psicologici di espansione e contrazione. Questo cardine attorno a cui ruota tutta la concezione reichiana della salute e della patologia mi sembra poco interessante per una comprensione dei disturbi psicologici, anche se coglie un aspetto importante del funzionamento fisiologico, cioè l'antitesi fra i sistemi parasimpatico e simpatico.

A livello psicologico, ciò che è rilevante per una valutazione dei disturbi (sintomatici o caratteriali) non è l'antitesi fra piacere e angoscia in quanto emozioni oggettivamente in atto, ma quella fra emotività adulta ed emotività difensiva. Una persona può essere sottoposta a situazioni di minaccia e di incertezza e quindi reagire necessariamente con angoscia. Dubito però che tale angoscia, che risponde razionalmente ad una situazione reale, possa produrre gravi squilibri nella persona. Infatti, normalmente le situazioni realmente angoscianti sono circoscritte nel tempo e non arrivano a produrre danni abbastanza gravi se affrontate su un piano adulto. Se tuttavia, come può anche capitare, si prolungano per ragioni obiettive, la persona che funziona psicologicamente su un piano adulto arriva ad accettare il dolore di una prolungata incertezza; In altre parole si arrende alla situazione incerta (se non può intervenire attivamente modificandola) e prova quindi più tristezza che angoscia, riducendo così lo stato di tensione. In tal modo sviluppa una risposta più adattiva ad una situazione data e mantiene un equilibrato rapporto con sé e con la realtà. D'altra parte un'angoscia nevrotica, essendo prodotta dall'individuo e derivando da una specifica intenzionalità difensiva, può protrarsi per periodi anche lunghissimi o associarsi ad altre risposte emotive difensive (rabbia, vittimismo, depressione, ecc.).

Per queste ragioni la polarità piacere/angoscia non è così significativa sul piano psicologico, mentre lo è l'opposizione fra emotività profonda, adulta, realistica, razionale (che comprende la gioia, il dolore, la rabbia nelle circostanze di reale aggressione, la paura/ansia/angoscia nelle circostanze di reale pericolo e incertezza) ed emotività difensiva.

In questa prospettiva, le persone che vivono adottando modalità difensive possono essere aiutate ad analizzare e ad allentare le loro chiusure mentali, comportamentali ed anche fisiche per raggiungere un livello più profondo ed autentico di sensibilità, di emotività e di pensiero. Il percorso analitico deve però trattare le "chiusure" in atto come difese intenzionali dal dolore e non come "strutture" da sciogliere. A questo proposito, l'idea reichiana dei tre strati della corazza (emotività superficiale / distruttività difensiva / nucleo), se formulata in un linguaggio teorico accettabile, ha un suo valore. Non a caso ha influenzato gli indirizzi più razionali del movimento psicologico centrato sullo sviluppo del potenziale umano.

 

Dopo aver per anni cercato di reinterpretare, aggiustare o riformulare la teoria di Reich, che è stata la mia iniziale cornice teorica di riferimento, sono giunto a pensare al lavoro analitico come ad un lavoro centrato sull'analisi dell'intenzionalità difensiva e sull'elaborazione dei vissuti non integrati. In questa prospettiva il contributo di Reich è importante quanto quello di vari autori collocabili nell'ambito di altri approcci psicoterapeutici. Credo cioè che una teoria generale della psicoterapia sia prematura o forse impossibile, ma che una teoria buona e produttiva possa essere già oggi possibile, se si accetta di integrare gli aspetti più significativi di vari orientamenti.

In tale prospettiva, penso che alcuni elementi del pensiero reichiano siano tuttora importanti e possano contribuire sul piano teorico e tecnico ad un lavoro analitico articolato e fondamentalmente eclettico. Cercherò di elencarli brevemente.

- Indipendentemente dall'epistemologia "funzionalista" e dalle successive teorizzazioni psicologiche o biologiche o biofisiche (di tipo "energetico"), l'idea reichiana dell'armatura muscolare intesa come struttura muscolare ipertonica (diversa nei diversi tipi caratteriali ideali, ma soprattutto diversa in ogni individuo) permette di comprendere meglio le difficoltà psicologiche delle persone e consente sul piano tecnico interventi non previsti dalle psicoterapie focalizzate sulla comunicazione verbale.

- L'analisi del carattere, come quadro di riferimento privilegiato rispetto al lavoro analitico centrato sui sintomi, è tuttora di grande attualità ed ha di fatto influenzato le tante ricerche sui disturbi di personalità.

- L'idea della "stratificazione emozionale" sviluppata da Reich con l'immagine (molto semplificata) dei tre strati della corazza (Reich,1946), costituisce uno spunto interessante per concepire l'analisi non tanto come analisi dei conflitti intrapsichici fra pulsioni, istanze e strutture psicologiche, ma come analisi dell'emotività difensiva. L’analisi delle modalità difensive individuali rende possibile l'accettazione di livelli profondi, autentici e razionali di emotività.

 

Dopo la morte di Wilhelm Reich fiorirono molti approcci psicoterapeutici corporei direttamente o indirettamente influenzati dal pensiero reichiano ed in questo filone possiamo includere autori anche molto diversi per impostazione oltre che autori fra loro affini e portati a operare ed a scrivere assieme. E' d'obbligo ricordare Fritz Perls e, Alexander Lowen, di cui parlerò in seguito, John Pierrakos, Eva Pierrakos, William C.Schutz (1967), Ron Kurtz e Hector Prestera (1976), Ida Rolf, Arthur Janov. Altri cercarono di sintetizzare la ormai consolidata terapia corporea con le concezioni orientali (Ken Dychtwald, 1977) o con orientamenti spirituali (Barbara Ann Brennan,1987), con il Tai Chi, i Bach Flowers, lo Shatzu, lo Yoga, lo Zen. L'elenco delle persone collocabili in questo filone di ricerca volto allo sviluppo del potenziale umano ed alla liberazione interiore potrebbe essere lunghissimo e le diramazioni di tale orientamento sono moltissime. Ovviamente in questa ragnatela spiccano contributi significativi e scadenti e singoli autori mescolano idee profonde e concezioni confuse. Negli anni '60/70, l'Esalen Institute di Big Sur, in California è stato un centro aggregatore di idee, esperienze, scoperte e confusioni particolarmente importante. Tate "movimento" ha dato frutti buoni e meno buoni, ma la cosa più sconfortante è il fatto che le intuizioni di Reich più significative per l'ambito specifico della psicoterapia restino tuttora germogli non giunti a maturazione.

Non è questa la sede giusta per un'accurata disamina dell'insieme delle psicoterapie corporee, ma credo sia indispensabile considerare due scuole post-reichiane (quella "bioenergetica" e quella "biosistemica") che non sono più importanti di altre, ma rappresentano in modo esemplare due tendenze abbastanza diffuse nell'universo "post-reichiano": la tendenza a teorizzare in modo confuso e la tendenza ad esaltare il valore della "espressione corporea" senza considerare adeguatamente il ruolo dell'emotività difensiva.

 

a)Bioenergetica

Uno degli sviluppi del pensiero reichiano che ha avuto maggior diffusione negli Stati Uniti ed in Europa è rappresentato dalla "Bioenergetica" di Alexander Lowen (1958, 1965, 1967, 1970, 1972, 1975, 1980, 1983). Nonostante la stretta affinità del lavoro terapeutico di Reich e di Lowen, gli allievi di Reich hanno considerato la bioenergetica come un approccio radicalmente estraneo alla teoria reichiana (Blasband, 1975).

Morton Herskowitz (1979), un importante esponente della scuola orgonomica, ha sottolineato molte divergenze fra i due approcci. Tra queste, egli sottolinea che Lowen non lavora sulla corazza muscolare procedendo ordinatamente dal segmento oculare fino a quello pelvico, non considera il raggiungimento del riflesso orgastico come il punto d'arrivo della terapia, ma dà più importanza ai cambiamenti nella personalità, trascura il lavoro sul segmento oculare, fa psicoterapia di gruppo, propone una classificazione delle strutture caratteriali diversa da quella reichiana (ed errata) e così via.

Personalmente trovo imprudenti da parte di Lowen gli interventi sui livelli bassi dell'armatura (respirazione profonda, lavoro sul segmento pelvico) all'inizio dell'analisi, soprattutto con clienti che presentano una rigidità del segmento oculare o comunque manifestano personalità borderline, e trovo errato un lavoro corporeo che trascura il segmento oculare. Considero tuttavia troppo sistematico e in fondo meccanico il lavoro corporeo della scuola reichiana. Mi sembra che gli esercizi di grounding (molto importanti in bioenergetica) possano in molti casi essere utili anche all'inizio del percorso analitico ed anche con persone bloccate a livello oculare se (e solo se) non sono svolti in modo da mobilizzare anche la pelvi. Di fatto, le sensazioni di "radicamento" e di "contatto con il terreno" sono molto diverse da quelle specificamente relative al segmento pelvico. Ritengo che il lavoro sull'armatura muscolare, se svolto fino alla sua naturale conclusione, debba rendere possibile una capacità orgastica intesa sia come capacità di coinvolgimento e abbandono sul piano psicologico, sia come motilità espressiva fisica al culmine dell'eccitazione sessuale e della scarica dell’eccitazione. Sono scettico sul fatto che il riflesso orgastico sia in quanto tale la cartina di tornasole che dimostra la conclusione di un lavoro sulle difese caratteriali, dato che chi utilizza difese abbastanza primitive come la scissione o la dissociazione può "lasciarsi andare sul piano fisico e sessuale" semplicemente perché non ha alcun contatto emotivo con la situazione che sta vivendo.

In altre parole, credo che il lavoro sui blocchi dell'armatura svolto con tecniche reichiane o loweniane (o con altre tecniche), non possa ragionevolmente costituire il filo conduttore di un percorso analitico, data l'irriducibilità della dimensione personale alla dimensione fisica. Il lavoro fisico è di grandissimo aiuto e costituisce un ambito del lavoro analitico che né la psicoanalisi né altre scuole di psicoterapia considerano a sufficienza. Tuttavia dovrebbe essere un lavoro che favorisce un percorso personale da valutare in tutti i suoi aspetti.

 

La cosa che però disturba maggiormente nella concezione bioenergetica è la superficialità con cui Lowen cerca di spiegare i resoconti clinici (a volte molto apprezzabili) che espone. Lowen si arroga il diritto di utilizzare concetti nuovi (o già in uso in varie teorie cliniche con significati diversi) senza formulare una loro definizione esplicita. Non solo: si permette di utilizzare vari termini in accezioni fra loro incompatibili, lasciando nel totale sconforto i lettori interessati a capire se egli veramente cerca di comunicare qualcosa.

Lowen utilizza i concetti di Io, Sé, consapevolezza ed altri da essi dipendenti, in modo assolutamente selvaggio. Per Lowen, la funzione dell'Io è quella di "verificare la realtà" (cfr. 1967,p.273); l'Io è riconducibile alla "funzione percettiva" (1983,p.141) ed è responsabile del comportamento volontario (1983,p.37). In questi passi, Lowen sembra utilizzare il concetto di Io come concetto teorico psicologico in modi abbastanza coerenti con quelli della psicologia psicoanalitica e della psicologia generale. Tuttavia Lowen considera l'Io anche come "la percezione soggettiva di se stessi" (1958,p.106) scivolando nella direzione in cui molti tendono ad usare il concetto di "Sé" proprio per non fare confusione con il concetto di "Io" inteso come organizzazione di funzioni o capacità mentali. Tuttavia Lowen fa anche delle virate nella direzione del riduzionismo fisiologico considerando l’Io "localizzato nel prosencefalo vicino agli occhi e agli altri organi sensoriali" (1970,p.94). C'è però dell'altro: egli afferma che "L'io è il mediatore fra il mondo interno ed esterno, fra se stessi e gli altri. Questa funzione deriva dalla sua posizione alla superficie del corpo e alla superficie della mente. L'io forma un'immagine del mondo esterno a cui ogni organismo si deve conformare: nel farlo plasma l'immagine di sé dell'individuo. A sua volta l'immagine di sé dell'individuo decide quali sono i sentimenti e gli impulsi che possono giungere ad espressione" (1975,p.123). Dubito non solo che ogni organismo si formi delle immagini e stento a capire come una "immagine" possa decidere alcunché, ma soprattutto trovo “poetico”, ma decisamente incomprensibile il concetto di "superficie della mente", dato che il concetto di "mente" è uno dei più discussi nella storia della filosofia e che comunque non è mai stato definito come una "cosa" che avesse una superficie.

 

Lowen fa altre affermazioni bizzarre: "L'Io è l'aspetto della personalità che funge da agente conscio, mentre il corpo è l'aspetto della personalità che reagisce involontariamente alle situazioni" (1970,p.209). Qui le tradizionali opposizioni psicologiche fra conscio e inconscio e fra volontario e involontario sono incrociate, e viene reintrodotta la (altrove negata) opposizione fra mente e corpo, ove l'Io risulta ragionevolmente il sinonimo di "mente". Tuttavia la questione diventa ancor più drammatica appena Lowen "chiarisce" tali ambiguità affermando: "Io penso che l'io riposi su due fondamenti (…) I due fondamenti sono 1)la sua identificazione con il corpo (sensibilità) e 2)la sua identificazione con la mente (conoscenza)" (1967,pp.269-270). In quest'ultimo passo Lowen spiega che l'Io "si identifica" con qualcosa e io non capisco come una funzione possa fare delle azioni (identificarsi), ma soprattutto non capisco l'affermazione della dicotomia mente-corpo in un autore che non dà certamente per scontato il dualismo psicofisico.

Da vent'anni non prendo in mano un libro di Lowen, ma riporto questi miei appunti di allora per dare un'idea dello sconforto con cui mi ero impegnato a capire qualcosa di questo autore che molti apprezzavano. Umilmente mi dicevo che forse ero stupido a non capire cosa volesse dire, e continuavo a fare annotazioni cercando la chiave di ciò che mi sfuggiva. Oggi però penso che non mi sfuggisse nulla, semplicemente perché non c’era alcuna teoria da comprendere.

 

Per non lasciare a metà questo resoconto dei "concetti in libertà" che vivono di vita propria nei libri di Lowen voglio citare anche un'altra frase che può esemplificare la confusione del pensiero loweniano: "Il sé corporeo è la base sulla quale poggia l'Io" (1970, p.88). Ora, per capire cosa Lowen indichi con il termine "sé corporeo", possiamo andare ad un altro passo: "Se il corpo è il sé, l'immagine di sé reale deve essere un'immagine corporea. Si può abbandonare l'effettiva immagine di sé soltanto se si rifiuta la realtà di un sé incorporato. I narcisisti non negano di avere un corpo (…). Considerano però il corpo come uno strumento della mente, soggetto alla loro volontà" (1983,p.18). Dunque, il "sé corporeo" sarebbe la "base" dell'Io, ma il sé è anche il corpo. Otteniamo logicamente il concetto di un corpo corporeo. Avendo compreso che esiste un corpo corporeo, siamo però ancora incapaci di capire cosa sia il "sé" e su questo Lowen ci fornisce la spiegazione definitiva e "illuminante": "Il sé è quindi equivalente all'essere. E' la percezione dell'essere. La percezione di sé o la coscienza di sé sono la consapevolezza del corpo nella sua risposta viva o spontanea. Il sé è il corpo, che comprende la mente. E' il corpo che reagisce indipendentemente dall'io. Quindi, io sono più cosciente di me stesso quando sono affamato, stanco, assonnato o eccitato o quando sento dolore o piacere. Sono meno cosciente di me quando il mio corpo è insensibile e senza risposte. Il concetto di sé è molto sottile. [corsivo mio, G.R.] Si sviluppa quando l'io ha raggiunto lo stadio in cui si può osservare ciò che succede nel corpo e rifletterci sopra. L'Io osserva il suo sé. L'Io osserva l'Es" (1980,p.73).

Paradossalmente, tra le pagine dei libri di Lowen, emergono anche resoconti clinici semplici, privi di teorizzazioni in cui si riscontrano anche una notevole empatia ed un’apprezzabile capacità di intervenire su difficoltà personali in modo costruttivo; questo fatto mi costringe a pensare che davvero le cose buone si trovano ovunque.

 

b) Psicoterapia Biosistemica

Un'altra scuola di psicoterapia corporea, denominata "Psicoterapia Biosistemica", è indirettamente collegata al pensiero reichiano. David Boadella ha sviluppato la sua concezione rielaborando le idee di Reich e le ricerche in embriologia ed ha tentato di integrare i contributi di vari psicoterapeuti di orientamento corporeo come Alexander Lowen, John Pierrakos, Stanley Keleman, Gerda Boyesen e altri (1987). La sua concezione bioenergetica si traduce in un approccio psicoterapeutico corporeo non approssimativo o improvvisato o superficiale. Purtroppo, assieme a Jerome Liss, ha poi collegato l'idea reichiana dei blocchi energetici nell'organismo alle ricerche neurofisiologiche di Henri Laborit, approdando così ad una concezione semplificata del lavoro sulle tensioni corporee. Discutendo alcuni passi di un testo di Liss cercherò di chiarire che l'espressione emozionale è inutile in assenza di una distinzione teorica fra emotività autentica e difensiva e cercherò di evidenziare i limiti di un atteggiamento "materno" in psicoterapia.

 

Liss riprende la teoria dell'inibizione dell'azione di Henri Laborit per spiegare certi disturbi emozionali e per giustificare certi interventi dell'approccio biosistemico. Due percorsi neurali controllano il comportamento attivo; di questi, uno controlla le attività orientate verso il piacere e l'altro porta un animale ad attaccare o fuggire in situazioni pericolose. "I due percorsi citati prima (la via tubero-infundibulare per il piacere e il sistema preventricolare per la fuga o la lotta) rappresentano il collegamento principale tra sistema limbico e ipotalamo quando l'animale reagisce in modo attivo. Henri Laborit ha dato un importante contributo scoprendo una terza via che è antagonistica rispetto al sistema dell'azione, sia questo volto verso il piacere o verso la fuga o la lotta. Questa via neuronale, che unisce anche il sistema limbico all'ipotalamo, è chiamata sistema di inibizione dell'azione (SIA)" (Boadella-Liss, 1986, p.93). Il SIA ha la funzione di interrompere comportamenti attivi quando essi produrrebbero effetti spiacevoli o dannosi per l'animale. Tuttavia, l'attivazione del SIA deve essere di breve durata e deve consentire appena possibile il passaggio a nuove azioni regolate dagli altri due sistemi.

Laborit ha dimostrato che il funzionamento prolungato del SIA produce effetti gravi ed indesiderati, come ad esempio i disturbi psicosomatici e quelli relativi alla sfera emotiva. Animali esposti ad identiche condizioni stressanti manifestano patologie comportamentali e fisiologiche se ad essi è impedito di muoversi, mentre non manifestano tali patologie se possono muoversi. L'importanza di queste ricerche sta, secondo Liss, nel fatto che precisano in modo significativo le ricerche sulle conseguenze dello stress di Hans Selye.

Nulla da obiettare sul valore di tutte queste indagini, anche se le loro conseguenze sullo studio dei disturbi psicologici e sulla teorizzazione del lavoro psicoterapeutico sono a mio avviso assai scarse. Spesso chi fa psicoterapia ama far poggiare la teoria clinica su "evidenze fisiologiche", ma resta il fatto che gli esseri umani non funzionano emotivamente in modo elementare come gli altri mammiferi. Ci sono agenti di commercio, medici e minatori che non si sentono stressati e ci sono impiegati che lavorano sei ore al giorno e accusano tutte le conseguenze dello stress. Ci sono persone "stressate" dalla maternità o dalla paternità e persone che alla nascita di un figlio si sentono semplicemente felici, nonostante l'impegno che il ruolo genitoriale comporta. Ci sono persone che dormono sotto i bombardamenti e persone che non dormano se i vicini di casa hanno il televisore acceso. Le varie ricerche sullo stress, apprezzabili sul piano fisiologico, sono quindi semplicemente inutili quando si deve esaminare il comportamento individuale. In questi casi si parla di stress semplicemente per non affrontare questioni delicate come l'elaborazione del dolore e l'espressione emotiva adulta o difensiva.

 

Dopo aver descritto minuziosamente varie conseguenze dell'attivazione prolungata del SIA, Liss trae questa conclusione: "Anche se Laborit non accenna alle implicazioni terapeutiche della sua ricerca, è evidente che, se la patologia nasce dall'inibizione dell'azione, il trattamento può essere basato sulla disinibizione dell'azione: ciò significa che le terapie basate sull'azione, come la bioenergetica, i gruppi di incontro e lo psicodramma, trovano una più profonda giustificazione. (…) La conclusione è che ogni persona deve sviluppare reazioni attive per far fronte allo stress emotivo" (Boadella-Liss, 1986, p.98). In altre parole non sembra avere alcuna importanza per Liss la distinzione fra emozioni che necessitano di una adeguata espressione ed emozioni che costituiscono difese da altre emozioni più profonde. Lo stesso Reich sottolineò una basilare contrapposizione fra le emozioni distruttive del "secondo strato della corazza caratteriale" e le emozioni profonde del "nucleo".

Nella concezione di Liss, il lavoro analitico viene concepito come una sorta di sblocco dell'energia fatto per compensare i disturbi creati dall'inibizione dell'azione. In tale lavoro non hanno sufficiente spazio le convinzioni personali, le modalità caratteriali, la qualità delle relazioni, l'immagine di sé, i vissuti non elaborati. Il cliente non è pensato come una persona che agisce, ma come una vittima di inibizioni, che può essere aiutata ad esprimersi, disinibirsi, rilassarsi.

Tale processo è presentato da Liss con queste parole: "Che cosa avviene durante il processo terapeutico? Il paziente entra in uno stato di regressione per scoprire gli aspetti del suo mondo interiore che hanno origine nella prima infanzia. Così è possibile che l'adulto maturo si trasformi nell'irato e amareggiato bambino abbandonato o nello spaventato e timido bambino dipendente. Dopo la rabbia e le lacrime, vediamo anche emergere dalla tempesta emotiva il felice e amato adulto-bambino che offre calorosi sorrisi e segni di tenerezza alle persone presenti" (Boadella-Liss, 1986, p.100).

Questa citazione, a mio avviso racchiude dei gravi equivoci. Prima di tutto, il lavoro analitico (svolto con o senza interventi sulle tensioni corporee), non deve essere mai regressivo. L'elaborazione dei vissuti infantili di bisogno e di dolore non ha alcun senso se il cliente sprofonda in essi senza restare consapevole di essere un adulto che ritrova emozioni antiche mai integrate e mai superate. In secondo luogo non è per niente scontato che qualsiasi emozione espressa dia luogo ad un cambiamento nel dialogo interno della persona: i cosiddetti "pianti ciechi" servono a non sperimentare il contatto emotivo con il dolore e sono ripetutamente alimentati dalla persona per autocompiacimento, vittimismo, rabbia o semplicemente per produrre confusione. Se un cliente telefona in una crisi di pianto va bruscamente interrotto e "svegliato"; se tenta di fare una crisi di pianto in seduta (o una sfuriata rabbiosa egualmente "cieca") va bloccato e non aiutato ad "esprimersi". In altre parole, il lavoro "emotivo-espressivo" non ha alcun senso se non è guidato da un'attenta valutazione delle manifestazioni difensive che vengono attuate proprio con l'espressione di (pseudo)emozioni.

 

Con la stessa leggerezza con cui tratta il tema dell'espressione emozionale, Liss tratta quello dei bisogni. Sempre Liss scrive (op.cit.148): "Impariamo che l'espressione e la scarica della sofferenza, come piangere, tremare, battere i piedi, dare in escandescenze, e così via, non equivalgono alla sofferenza, ma al contrario, rappresentano il superamento e la soluzione dell'esperienza dolorosa. E' per questa ragione che l'esperienza di gruppo ci aiuta ad accettare con comprensione la scarica e le effusioni di un'altra persona". Tuttavia, Liss osserva che "spesso le persone si sentono 'giù di corda' o 'vuote' dopo forti emozioni, specialmente dopo aver pianto, se non ricevono un abbraccio. (…) Per permettere al pianto di venir fuori con profondi respiri … occorre sostenere il lavoro dei muscoli. Il massaggio e l'abbraccio offrono il sostegno più forte"(op.cit. p.148).

Prima di tutto si dovrebbe precisare che l'espressione (non la "scarica"!) della sofferenza può dar luogo al pianto ma non al battere i piedi. Chi piange battendo i piedi non accetta nulla e piange di rabbia. Quando in seduta affiorano queste manifestazioni emotive di natura difensiva, vanno analizzate affinché il cliente possa capire cosa non sta accettando di sé o della realtà. Anche David Boadella riconosce ciò, precisando che l'abreazione non è importante se la persona non comprende esattamente per cosa soffre e sottolinea quindi che il lavoro emotivo in analisi non deve essere regressivo (1987, p.138). Quando Liss osserva che certi clienti dopo il pianto si sentono scarichi e vuoti, non distingue fra un reale pianto di dolore e le manifestazioni difensive di pseudodolore. Chi sta elaborando un lutto sta accettando una perdita o l'impossibilità di realizzare un obiettivo; può piangere e può (se il dispiacere non è lieve) piangere con lacrime e singhiozzi, dopo di che si sente ancora triste, ma in pace con sé, centrato, rilassato. Può anche gradire un abbraccio, ma non ne ha bisogno. Chi piange di rabbia, dopo aver pianto, è teso o depresso o ancor più arrabbiato o confuso. Può sentirsi scarico e vuoto. L'errore consistente nel favorire un pianto difensivo non dovrebbe essere compensato da un altro errore consistente dell'indurre artificialmente un rilassamento con coccole e abbracci.

 

In analisi nulla va fatto per produrre temporanee e incomprensibili sensazioni di benessere. Ogni passaggio va fatto per favorire il contatto con i vissuti emotivi che il cliente irrazionalmente continua a temere pur avendo acquisito le risorse adulte che nell'infanzia non aveva. E' buona una seduta in cui il cliente riesce a sentirsi benissimo o malissimo, ma in modo chiaro e produttivo per futuri cambiamenti. Non trovo improponibile l'esperienza dell'abbraccio fra le persone di un gruppo o fra cliente e analista se l'abbraccio, in quel momento, è un'occasione di comprensione, di apertura al cambiamento. L'abbraccio volto a rilassare, a far sentire bene, a far concludere un'esperienza non conclusa con un senso di benessere, non rientra nella logica di un lavoro corporeo di tipo analitico.

Concludendo, anche senza il sostegno della teoria dell'inibizione dell'azione, era già chiaro che gli stati psicologici di tensione prolungata si associano a stati fisici di tensione e che "è meglio non essere tesi che essere tesi". Il lavoro analitico ha una sua funzione specifica proprio in quanto aiuta a capire le ragioni per cui le persone mantengono delle tensioni che non sono necessarie.

 

c) Altre scuole post-reichiane

Il pensiero di W.Reich è stato divulgato in Italia all'inizio degli anni '70 da Luigi De Marchi (1970) e in quegli anni Ola Raknes ha formato a Napoli i primi terapeuti reichiani. Il gruppo originario napoletano che pubblicava la rivista Quaderni Reichiani (sulla quale io stesso scrissi alcuni ingenui contributi che considero errori di gioventù), a differenza della scuola americana accettava la prospettiva "sessuopolitica" del giovane Reich. Varie tensioni personali all'interno di tale gruppo hanno dato luogo a successive scissioni ed alla costituzione di varie scuole.

 

La Società Italiana di Ricerca e Terapia Orgonica, che in realtà non ha approfondito le ricerche sulla "energia orgonica", ha svolto un'attività essenzialmente psicoterapeutica, soprattutto grazie al contributo di Alberto Torre (cfr.: Ravaglia-Torre, 1992 e 1996), persona seria, poco interessata alle questioni teoriche, ma molto sensibile ed incline all'eclettismo sul piano della tecnica.

La Società Italiana di Psicoterapia Funzionale Corporea ha smussato la vena polemica della concezione di Reich rendendo l’approccio corporeo meno dogmatico, senza però approfondirlo e rinnovarlo. La Società Europea di Orgonoterapia ha riproposto nei termini più elementari il pensiero reichiano e l'applicazione meccanica di esercizi fisici.

Giuseppe Cammarella, membro riconosciuto della scuola americana ed estraneo al gruppo napoletano, ha tradotto in lingua italiana vari articoli del Journal of Orgonomy. Si sono inoltre costituiti vari gruppi che facevano riferimento ad allievi non ortodossi di Reich.

 

In Francia, George Downing ha riproposto la teoria clinica di Reich (sganciata dai suoi confusi presupposti epistemologici "funzionalisti" e dalle sue implicazioni "energetiche"), collocandola nel quadro di riferimento costituito dalla teoria delle relazioni oggettuali (1995). Questo studioso, di formazione psicoanalitica e influenzato dalla tradizione fenomenologica della filosofia, ha cercato di mostrare che il lavoro psicoterapeutico corporeo può essere sganciato dall'originaria concezione reichiana.

 

Sono molti in Europa gli studiosi influenzati dalle idee di Reich che si sono formati con allievi (più o meno eretici) di Reich e che hanno fatto pubblicazioni o fondato associazioni di psicoterapia corporea (cfr.: http://www.eabp.org ). Resta il fatto che la debolezza del pensiero reichiano ha comunque limitato la possibilità di approfondimenti significativi dell'analisi caratteriale e del lavoro analitico sulla "corazza muscolare".

 


 

2. Analisi Transazionale (AT), Gestalt Therapy e psicoterapia umanistica

 

L'Analisi Transazionale (AT), sviluppata da Eric Berne (1961, 1964, 1966, 1970 e 1972), si occupa delle relazioni interpersonali e degli "stati dell'Io" (in particolare dei tre stati denominati, Genitore, Adulto e Bambino) che si attivano nella comunicazione. I disturbi psicologici vengono collegati a particolari schemi relazionali definiti "giochi" ed a progetti di vita definiti "copioni".

I giochi vengono portati avanti, inconsapevolmente, fino a quando le persone che vi hanno contribuito sperimentano dei sentimenti "parassiti" (nella mia terminologia, delle "emozioni difensive"). L'AT può essere praticata in sedute individuali o di gruppo e si propone come obiettivo specifico lo smascheramento dei giochi in corso e la conseguente esperienza di relazioni più profonde, nel quadro di una ragionevole accettazione della realtà.

 

I vari aspetti dell'AT (analisi strutturale, analisi delle transazioni e dei giochi e analisi del copione) colmano a mio avviso molte lacune dell'analisi del carattere sviluppata da Wilhelm Reich, anche se non includono un adeguato approfondimento delle esperienze emotive ed un lavoro fisico sulle tensioni muscolari. L'analisi del carattere, riguardante l'esame degli atteggiamenti difensivi che riguardano i modi (più che i contenuti) della comunicazione personale, prende in considerazioni singoli segmenti del processo comunicativo di una persona, ma non arriva ad individuare le manipolazioni che coinvolgono altre persone "affini" in una sorta di collusione finalizzata all'evitamento del contatto emotivo autentico. L'Analisi Transazionale completa quindi la comprensione dei processi difensivi su un piano non adeguatamente considerato dall'Analisi caratteriale. L'AT fornisce una miniera di osservazioni sistematiche sul modo in cui le difese caratteriali di una persona si intersecano con quelle dei loro famigliari, partner, amici, colleghi, conoscenti, dando luogo ad una vera "danza" che però non è finalizzata all'espressione personale, ma all'occultamento di profondi vissuti emozionali.

L'analisi del carattere è carente anche nella descrizione del modo in cui singoli aspetti difensivi si traducono in particolari scelte che determinano un complessivo progetto di vita. Berne ha affermato che l'AT coglie aspetti più complessi e significativi per un possibile cambiamento di quelli rilevati dall'analisi del carattere (1972, pp.155-157), e giustamente avanza delle obiezioni alla lettura "energetica" dei processi difensivi.

E' necessario sottolineare la necessità di integrare nel modo migliore il contributo dell'Analisi caratteriale e quello dell'AT, in modo da raggiungere una comprensione ottimale di ciò che il cliente fa (fra sé e sé, nelle sedute e con le persone significative della sua vita), del modo in cui attua le sue difese (atteggiamenti caratteriali, irrigidimenti muscolari, manipolazioni nelle transazioni), di ciò che costantemente evita (i vissuti dolorosi), di come può essere aiutato a scegliere un cambiamento profondo.

 

Il procedimento tipico dell'Analisi Transazionale è molto "didattico" e non esclude l'utilizzazione della lavagna per rendere chiari i vari aspetti di un gioco in corso. La teoria di Berne si presenta quindi come uno strano miscuglio di simpatia, acutezza graffiante, saggezza ed anche di noiosissimi e complicati schemi adatti a rappresentare tutto ciò che nei giochi e nei copioni può essere rappresentato.

Ciò che va evidenziato è, a mio avviso, il valore dei concetti di gioco e di copione, che costituiscono due strumenti indispensabili nella formazione di qualsiasi psicoterapeuta anche non incline ad applicare le procedure dell'AT. Lo studio del modo in cui le persone si attivano nei giochi e nei copioni aiuta a comprendere gli atteggiamenti difensivi non più come "meccanismi" impersonali, ma come processi, azioni, strategie personali ed aiuta gli psicoterapeuti a considerare l'analisi non tanto come una cura, ma come un lavoro di chiarificazione delle manifestazioni difensive e di liberazione delle potenzialità individuali.

Il limite più significativo dell'AT "classica" sta nel disinteresse per il lavoro sugli aspetti corporei delle manifestazioni difensive, ma diversi rappresentanti dell'approccio transazionale hanno integrato l'AT classica con altri interventi psicoterapeutici più attenti ai vissuti emotivi. (cfr. M.Goulding-R.L.Goulding,1979).

 

L'AT lavora prevalentemente sul piano cognitivo, chiarendo al cliente il complesso processo attraverso il quale cerca di falsificare e manipolare la realtà. Ad esempio, una persona può effettuare "transazioni ulteriori", condurre un gioco e comunque manipolare la relazione e capire con l'AT che sta invariabilmente collezionando "bollini" e accumulando sentimenti parassiti. Grazie a tali sentimenti può mantenere illusioni o pretese irrazionali. Tutto ciò viene ben chiarito nel lavoro psicoterapeutico di Berne e a quel punto qualcosa scatta: il cliente si rende conto che "fa" qualcosa e che "fa qualcosa che lo conduce a risultati che sono "magre consolazioni". Il lavoro è utile, ma a mio avviso proprio qui (dopo la "mappatura" dell'attività difensiva) dovrebbe iniziare il lavoro analitico più produttivo. Infatti se la persona tende ad arrabbiarsi irrazionalmente e quindi difensivamente, vuole salvare l'illusione di aver diritto a qualche tipo di appagamento che (guarda caso) è quello che ha sempre sentito come dolorosamente mancante. Se la persona esibisce difficoltà e incapacità, vuole "appoggio" o "rassicurazione" e cerca così di ottenere compensazioni illusorie per antiche frustrazioni. La persona, in entrambi i casi rivendica la possibilità di ottenere nel mondo dei grandi ciò che sente (tuttora!) mancante, ma che sarebbe stato possibile ottenere solo nell'infanzia. Con la speranza evita l'elaborazione di un dolore profondo. L'elaborazione di questo dolore consente alla persona non solo di vedere con un certo distacco i suoi "giochi", ma soprattutto di accettare e poi superare le antiche sensazioni di bisogno. A quel punto, a mio avviso, il lavoro analitico è davvero completo; anche se richiede tempo, pazienza ed un po' di sofferenza, produce risultati più stabili, una modificazione del livello di emotività sentita ed espressa ed un ripensamento radicale del personale modo di esistere. In AT non è proibito piangere o distinguere un vissuto da un'emozione attuale. Tuttavia, il lavoro analitico dell'AT dà più importanza all'analisi dell'intenzionalità difensiva che alla completa elaborazione del dolore. Ovviamente la logica dell'AT è estremamente utile per svolgere la prima parte del lavoro analitico che appunto deve chiarire che il cliente non "sta male", ma "fa qualcosa per qualche ragione".

 

L'AT si può collocare nel filone "intenzionalista" della psicoterapia contemporanea perché, pur attribuendo molta importanza all'influenza dei genitori sui figli, implica che le decisioni riguardanti il copione di vita sono prese dai bambini e possono essere quindi modificate. Gli esponenti dell'AT che hanno integrato questo approccio terapeutico con altri più attenti all'espressione emozionale e che hanno sottolineato l'importanza della ridecisione personale nel processo di cambiamento (M.Goulding-R.L.Goulding, 1979) hanno a mio avviso reso possibili dei percorsi analitici particolarmente interessanti e positivi.

 

Nella psicologia sperimentale, l'influsso della Psicologia della Gestalt (che in tedesco significa "forma" o "configurazione") fu particolarmente rilevante negli anni '20 e gradualmente tale orientamento teorico divenne parte integrante della psicologia statunitense, grazie anche al declino dell'orientamento a cui si contrapponeva (l'associazionismo). Sottolineando che i processi conoscitivi e percettivi si organizzano in configurazioni unitarie irriducibili alla somma dei singoli elementi discreti e che quindi i fenomeni psicologici si verificano in un "campo", i gestaltisti hanno gettato le basi di una concezione del comportamento umano (e, in seguito, di una concezione della psicoterapia) opposta a quella che si era sviluppata a partire dall'associazionismo nella direzione della psicoterapia comportamentista.

Fritz Perls, dopo essere stato in analisi con Wilhelm Reich ed aver recepito l'importanza dei concetti di carattere e corazza corporea, sviluppò un approccio psicoterapeutico che sintetizzava i principi psicologici gestaltici ed il lavoro sui blocchi del contatto emotivo.

Come l'organizzazione percettiva tende ad essere "buona", cioè a massimizzare o minimizzare il contrasto fra elementi del campo (fra "figura" e "sfondo"), così, per la psicoterapia gestaltica, il bisogno (o "interesse") dominante dell'individuo struttura il suo campo relazionale, generando una tensione che si supera con la soddisfazione del bisogno stesso ("chiusura della Gestalt"). Finché un bisogno non è soddisfatto c'è uno squilibrio in atto e la persona non riesce a dedicarsi ad altro.

Gli eventi psicologici si verificano "al confine del contatto" fra individuo e ambiente e la psicoterapia della Gestalt si propone di aiutare la persona a chiudere ogni Gestalt senza "interrompersi". Infatti, secondo Perls, nelle nevrosi le persone attuano delle "interruzioni" nel riconoscimento e nell'espressione dei loro bisogni. In tale processo (che si realizza al "confine del contatto fra individuo e ambiente) l'individuo "introietta" elementi "indigesti" dell'ambiente che confondono la consapevolezza di sé, o "proietta" all'esterno parti non accettate di sé, oppure confonde se stesso con l'esterno ("confluenza"), oppure fa a se stesso ciò che vorrebbe rivolgere all'esterno ("retroflessione").

 

La terapia gestaltica non è "orientata verso il passato", ma affronta le "interruzioni" che l'individuo attua nelle relazioni attuali. Essa mira, in altre parole ad individuare ogni Gestalt non chiusa e a superare le interruzioni per rendere possibile quindi un'espressione della persona rispettosa dei suoi bisogni.

Il terapeuta è interessato a capire il "mondo del paziente", ovvero il campo psicologico in cui questi interrompe la sua espressione personale: "Man mano che sperimenta i modi in cui si impedisce di 'essere' ora –i modi in cui si interrompe- comincerà anche a sperimentare il sé che ha interrotto" (Perls,1973, p.65).

L'idea che nella nevrosi perdiamo il contatto con parti di noi stessi alterando il nostro rapporto col mondo esterno porta la terapia gestaltica a fare molti interventi tecnici finalizzati al "recupero" delle "parti non accettate". Tra queste tecniche, diventate ormai un patrimonio di molte psicoterapie contemporanee, va ricordata quella della "accentuazione dell'interruzione" (che si applica invitando il paziente non già ad aprirsi o rilassarsi, ma ad esasperare le sue modalità difensive), quella del recupero delle parti "attribuite ad altri" (che si applica invitando il paziente a "diventare" e "rappresentare" le persone che trova antipatiche), quella della "doppia sedia" o "sedia bollente", che costituisce una ripresa del metodo moreniano di spostarsi da un ruolo all'altro (che si applica invitando il paziente a rappresentare alternativamente se stesso ed un'altra persona con cui ha un rapporto non risolto).

 

Fondamentale è il contributo della psicoterapia gestaltica al lavoro sui sogni. "Quando tentate di interpretare un sogno, almeno in una prima fase, sforzatevi di considerare tutte le sue caratteristiche e tutte le persone che vi compaiono, come semplici proiezioni, come parti della vostra stessa personalità. In ultima analisi siete voi a creare il vostro sogno, per cui tutti gli elementi che in esso compaiono, appartengono alla vostra personalità" (Perls-Hefferline-Goodman, 1951, pp.239-240).

Nella psicoterapia gestaltica l'accentuazione del "qui ed ora" costituisce un importante fattore di cambiamento ed un fattore che consente di evitare facili scivolate nell'interpretatività intellettualistica. Anche l'attenzione alle "interruzioni" ed il lavoro finalizzato alla "chiusura di una Gestalt" aiuta la persona ad avere insight significativi sulla sua tendenza a bloccarsi e sulle sue possibilità di cambiamento; tale lavoro facilita quindi la consapevolezza delle emozioni temute.

Va però sottolineato che le persone si bloccano, si chiudono, "si interrompono" nel presente, non già perché "incapaci" di agire diversamente, ma perché impegnate attualmente in un progetto difensivo che nell'infanzia era stato elaborato per evitare esperienze dolorose (allora) intollerabili. Il lavoro gestaltico è quindi utile nella misura in cui non si limita a ridurre tutto al presente, ma arriva a chiarire le ragioni profonde (convinzioni irrazionali, classificazioni antiche di particolari esperienze emotive, paure giustificate nel passato e non nel presente) degli atteggiamenti che impediscono l'espressione di sé.

 

La terapia gestaltica rientra fra gli approcci "intenzionalisti", che considerano le persone attive nella strutturazione e nel mantenimento dei loro disturbi psicologici e non "portatrici" di disturbi "causati" da fattori intrapsichici o interpersonali. Per questo i vari interventi gestaltici non sono mai rassicuranti o "gratificanti" o intellettualistici, ma tesi a far prendere coscienza al cliente di ciò che fa quando manipola le relazioni o nega certe parti di sé: "Quando il paziente diventa consapevole di manipolare l'ambiente … e quando diventa consapevole delle sue stesse tecniche manipolative, sarà in grado di cambiare" (Perls, 1973, p.51)

In altre parole,la terapia gestaltica, costituisce più sul piano tecnico che su quello teorico, un elemento significativo della psicoterapia contemporanea che può essere utilmente integrato in un lavoro analitico volto alla comprensione dell'intenzionalità difensiva ed alla rielaborazione dei vissuti non integrati. Eileen Walkenstein ha sviluppato i principi gestaltici in questa direzione favorendo un lavoro analitico inteso a sottolineare la funzione difensiva della negazione di parti di sé derivanti dalle varie figure significative della famiglia (Walkenstein, 1982 e 1983).

 

La psicoterapia umanistica costituisce più che una scuola di psicoterapia, una tendenza che si è sviluppata soprattutto come reazione alla psicoanalisi ed al comportamentismo. Accogliendo il contributo della filosofia esistenzialista e di quella fenomenologica, vari studiosi hanno tentato di dar vita ad approcci psicoterapeutici concepiti non come "procedure terapeutiche", ma come esperienze umane capaci di favorire lo sviluppo personale. In tale prospettiva, la persona non è concepita come soggetta al determinismo della biologia e dell'apprendimento, ma soprattutto come entità orientata all'autorealizzazione ed all'espressione della sua dimensione interiore.

Maslow ha fondato una "psicologia positiva" o "psicologia dell'Essere", la quale "si occupa di finalità più che di mezzi, vale a dire di esperienze, valori, cognizioni finalistiche, ove il fine è costituito dalle persone" (1962,p.81). Non a caso Maslow si è interessato non solo ai disturbi psicologici, ma soprattutto alle potenzialità individuali, arrivando a studiare le esperienze di felicità e di compimento supremo, definite "peak experiences". La psicoterapia, in questa prospettiva, si struttura come una maieutica anziché come una cura e viene teorizzata come un percorso interiore di autoespressione anziché come un trattamento di patologie.

 

Anche Carl Rogers ha opposto alla psicologia delle pulsioni una psicologia dell'autorealizzazione personale e ha inteso la psicoterapia come un ambito in cui l'individuo, sentendosi accettato, può recuperare la sua capacità di autoespressione limitata dalla società. La sua psicoterapia è quindi "non direttiva" o "centrata sul cliente" (Rogers,1951) e non è "interpretativa".

Nella psicologia esistenziale di Rollo May viene rifiutata qualsiasi concezione che subordini la persona ai suoi "meccanismi" e viene affermata con vigore l'idea che i meccanismi biologici o psicologici si collegano strettamente al modo di essere della persona. "L'esistenzialismo non è un metodo terapeutico, ma un atteggiamento nei confronti della terapia. Benché abbia dato luogo a molti progressi tecnici, non costituisce di per sé un complesso di nuove tecniche, ma un tentativo di capire la struttura dell'essere umano e della sua esperienza su cui devono basarsi tutte le tecniche" (1969, p.20).

 

L'orientamento umanistico-esistenziale ha sottolineato in modo molto chiaro che i disturbi psicologici cessano di avere una funzione nel momento in cui le persone sono consapevoli del loro valore e si sentono libere di esprimere la loro ricchezza interiore. Questa idea giustissima, tuttavia, non consente di tradursi in interventi psicoterapeutici davvero incisivi se non viene collocata in una teoria capace di chiarire le ragioni per cui le persone evitano di esprimersi e di agire costruttivamente. Gli esponenti di tale approccio hanno elaborato concezioni teoricamente deboli, ma in certi casi hanno trovato il modo di sviluppare interventi efficaci favorendo l'incontro fra la loro concezione umanistica e specifiche tecniche psicoterapeutiche, come ad esempio quelle ricavate dallo psicodramma e dalla bioenergetica.

In senso lato, si può dire che vari autori e vari indirizzi psicoterapeutici hanno mostrato significative convergenze con il filone umanistico della psicoterapia. Le riflessioni di Erich Fromm sull'amore (1956) contribuiscono a delineare più gli aspetti "positivi-espressivi" dell'incontro personale che quelli radicati nelle dinamiche pulsionali, ma in genere le pubblicazioni di impostazione umanistico-esistenziale sono più utili per la "formazione interiore" degli psicoterapeuti che per la loro formazione professionale.

Pochi autori hanno unito la sensibilità umana tipica di questo orientamento psicoterapeutico alla capacità di elaborazione teorica ed alla capacità di intervenire con efficacia nelle situazioni di disagio. Irvin Yalom (1974,1980,1989) è stato a questo proposito un maestro che ha reso la psicoterapia esistenziale non solo una "concezione della persona", ma un articolato ed apprezzabile modo di concepire e praticare il lavoro analitico.