Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione ai saggi del sito

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’analisi dell'intenzionalità difensiva e dell'elaborazione dei vissuti non integrati, non è un "metodo codificato", né l'applicazione di una teoria proposta da una scuola di psicoterapia, ma costituisce un orientamento manifestato da autori appartenenti a varie scuole o "aree" della psicoterapia (psicoterapia umanistica, psicoanalisi, psicoterapia corporea, Gestalt Therapy, Analisi Transazionale, psicoterapia cognitiva, psicoterapia esistenziale). Autori diversissimi hanno compreso le difese individuali come azioni e quindi come aspetti intenzionali, anche se inconsci (anziché come effetti di conflitti intrapsichici o come difetti di maturazione o come apprendimenti "errati"). Hanno quindi concepito il cliente come un soggetto attivo nella creazione, nell'espressione e nel mantenimento di un dato rapporto con la realtà e non come un individuo malato da curare. Hanno inoltre concepito il lavoro analitico come un percorso finalizzato alla rielaborazione dei vissuti non integrati ed alla scelta di un altro modo di affrontare l'esistenza personale, anziché come una "terapia" finalizzata al "rilassamento" o al "benessere".

 

Scopo del percorso analitico non è quindi, in questa prospettiva, la "cura" di "patologie" da cui i clienti sarebbero "affetti", ma la chiarificazione delle modalità difensive di azione e reazione; una volta chiarito che i clienti hanno costruito nell'infanzia (inconsapevolmente) modalità difensive finalizzate all'evitamento di particolari emozioni penose, allora intollerabili, il percorso analitico favorisce il confronto con tali vissuti permettendo di riclassificarli come tollerabili e significativi. Tale lavoro è veramente completo quando le persone accettano non solo il dolore del loro passato, ma accettano la dimensione del dolore anche nella loro vita presente e futura, riconoscendo che una vita ben vissuta non può essere semplicemente "appagante", ma può essere una vita emotivamente ricca ed aperta sia al dolore inevitabile, sia a quei livelli profondi di gioia e felicità che "normalmente" non vengono sperimentati proprio grazie alle strategie difensive costruite nell'infanzia.

L'accettazione in tutta la sua intensità della dimensione emozionale personale rende superflue le difese e rende possibile un modo di vivere "adulto" che in genere viene bloccato sia dalle persone ufficialmente "nevrotiche", sia da quelle che pur essendo "normali" vivono al di sotto delle loro potenzialità di contatto e di espressione.

 

 

Vorrei ora spendere qualche parola per descrivere certi aspetti del lavoro analitico e del rapporto che cerco di costruire con i clienti.

 

Una volta definito con un cliente il tipo di cambiamento che egli vuole realizzare e che io sono disposto a favorire, chiarisco che il compito di cambiare è esclusivamente suo. E' invece compito mio sia quello di aiutarlo a vedere cosa fa per mantenere l'attuale suo equilibrio, sia quello di facilitargli il confronto emotivo con le esperienze emotive che attualmente evita. L'inizio tipico della seduta (espresso o implicito) è "Cosa sei venuto a fare?" e non già "Come stai?" Sicuramente trasmetto un senso di rispetto per i miei clienti, mostro una sincera disponibilità nei loro confronti e gradualmente sviluppo e non nascondo un coinvolgimento affettivo, ma considero questi elementi come condizioni di possibilità per il lavoro analitico piuttosto che come fattori di cambiamento. Il lavoro analitico è un lavoro (volto a chiarire le ragioni dei comportamenti e degli atteggiamenti, facilitare il contatto emotivo, facilitare le ridecisioni) e non è pura “accoglienza”, comprensione, accettazione.

 

Credo che certi rituali caratterizzanti un rapporto "formale" fra analista e cliente siano inutili o dannosi, come l'uso del "lei" (almeno nella maggioranza dei casi), o una prestabilita distanza fisica, o un linguaggio standard (quello "da professionista"). Allo stesso modo trovo insensata qualsiasi consuetudine ad abbracci e baci finalizzata solo ad affermare che si è espansivi e "spontanei" in quanto iscritti ad un immaginario club analitico. In genere uso il "tu" con i clienti, sia perché credo che il rispetto reciproco non dipenda dalle abitudini linguistiche, sia perché trovo bizzarro dare del lei ad una persona che condivide con me esperienze realmente intime. Il rapporto interpersonale è informale solo perché il formalismo implicherebbe una relazione fra estranei, cioè una bugia. Non credo di dover sembrare uno "schermo neutro" per facilitare le proiezioni dei clienti, dato che i clienti proiettano comunque la valanga di cose che vogliono proiettare. Per rapporto informale intendo un rapporto congruente con la realtà effettiva della relazione analitica in cui due persone non estranee, legate da un impegno comune e da profondi sentimenti, fanno un lavoro che riguarda la vita intima del cliente.

 

Il rapporto analitico non deve essere inquinato da complicazioni che potrebbero rendere meno obiettivo l'analista o alimentare illusioni difensive del cliente o consentire al cliente di invadere con atteggiamenti distruttivi settori privati della vita dell'analista. Le occasioni di incontro amichevole fuori dalle sedute non sono a priori da escludersi. Ad esempio in un rapporto analitico che comprende un lavoro di supervisione, la frequentazione da colleghi si aggiunge a quella strettamente analitica. Ciò può essere ben gestito, anche se richiede una certa vigilanza ed una certa attenzione.

 

Nella stessa logica considero teoricamente insostenibile la "incompatibilità" fra l'avere in analisi un cliente ed anche un suo famigliare. Ho avuto in analisi coniugi, amanti, fratelli ed anche genitori e figli, senza difficoltà particolari. Infatti il compito dell'analista non è di "difendere" o "giustificare" il cliente, ma analizzare ciò che questi fa nella sua vita. Se due coniugi hanno un conflitto, compito dell'analista non è stabilire chi sia il cattivo e chi la vittima, ma chiarire con ognuno le intenzioni difensive manifestate nel rapporto.

 

Il percorso analitico focalizzato sull’intenzionalità difensiva e sui vissuti non integrati non è specificamente rivolto ad un particolare gruppo di clienti definito da criteri diagnostici; posso dire che si è rivelato positivo con clienti che (secondo le categorie della psicologia psicoanalitica) hanno un "Io forte" o un "Io debole". Allo stesso modo ho registrato risultati non abbastanza soddisfacenti o insoddisfacenti con persone che potevano essere incluse in entrambi i gruppi. Preferisco non pensare mai che un lavoro non produttivo sia stato tale per via della "inguaribilità" del cliente o della sua "patologia". Quando si dice qualcosa del genere si afferma qualcosa di non falsificabile. Se con un cliente mi accorgo di non aver raggiunto gli obiettivi stabiliti, continuo a pensare (e sperare) che egli possa avere migliori possibilità con un altro analista. Anche l'idea secondo cui tutti possono cambiare con l'aiuto "giusto" non è falsificabile, ma è più ragionevole e comunque più bella.

 

Concordo con chiunque sostenga l'importanza del setting. Sarebbe improponibile una seduta sotto la pioggia o su un'automobile con i freni rotti in una strada in discesa. L'analisi richiede un dato ambiente. In analisi si lavora sulle sfumature della comunicazione e quindi è indispensabile che l'analista ed il paziente stiano a meno di cinque metri di distanza. Fatte queste precisazioni, devo manifestare la mia perplessità per le tante pagine scritte dagli psicoanalisti sulla questione "lettino o poltrona?". Quando lavoravo in modo più continuativo sul piano fisico facevo le sedute in una stanza vuota, seduto su un cuscino posato a terra mentre il cliente stava seduto o steso sul materassino posato a terra. Quando tenevo gruppi di 36 ore, facevo sedute nello studio, nel tragitto per raggiungere il bar, di fianco ad un altro cliente che russava a notte fonda. Ora lavoro generalmente seduto su una poltrona che mi sembra comoda con clienti seduti su un’altra poltrona, ma quando occorre i clienti fanno lavoro fisico in piedi o su un lettino. Quando un cliente mi telefona nell'orario delle chiamate e anziché chiedermi uno spostamento della seduta mi chiede di chiarire una situazione che sta affrontando con difficoltà, faccio un po' di lavoro analitico dove mi trovo (a casa o in autostrada o al ristorante) mentre il cliente sta da qualche altra parte con il suo telefono in mano. Ho grosse difficoltà a stabilire il valore analitico della poltrona, del materassino, del bar o dell'autostrada e credo che la questione non sia rilevante.

 

Credo invece che conti molto la chiarezza del contratto, cioè l'obiettivo per cui si lavora. Facendo supervisione ho notato che molte volte le difficoltà dei giovani colleghi in formazione derivavano proprio dall'aver accettato un cliente senza definire l’obiettivo da raggiungere e senza chiarire che sarebbe stato compito del cliente raggiungerlo. Prendere in analisi qualcuno semplicemente perché “sta male” significa proporsi di fare qualcosa "per" una persona anziché “con” una persona, e questo vanifica le possibilità, già tutt’altro che scontate, di un cambiamento.

 

Anche la frequenza delle sedute merita qualche considerazione. Può sembrare ovvio che una maggior frequenza acceleri il cambiamento (se il lavoro è abbastanza produttivo da facilitare qualche cambiamento). Tuttavia non è vero che cinquanta sedute in due mesi possano produrre gli stessi risultati di cinquanta sedute in un anno. Il lavoro analitico in senso stretto è quello che si fa nell'ora di analisi, ma il "lavoro" vero e proprio è costituito dall'elaborazione fatta dal cliente e dalle nuove esperienze che decide di fare sulla base degli elementi acquisiti nelle sedute. Infatti, per elaborazione intendo la verifica e la sperimentazione nella realtà sociale delle possibilità e delle ipotesi emerse nella seduta. Se un cliente riesce a chiarire che il suo atteggiamento protettivo verso la moglie corrisponde ad una svalutazione, verificherà con lei cosa succede se smette di trattarla come una bambina. Su questi sviluppi potrà lavorare nella seduta successiva. In genere una seduta settimanale è necessaria e sufficiente e solo in momenti molto particolari una seconda seduta può essere utile. Quando il lavoro è impostato ed il cliente ha acquisito la capacità di non "scollegarsi", passo a sedute quindicinali.

 

La durata dell'analisi va discussa su un piano di realtà ed in relazione agli obiettivi stabiliti. Per l'analista può essere gratificante dire che ha "risolto un caso" in un anno o "risolto un problema" in cinque sedute. Oppure può essere gratificante pensare di essere stato indispensabile per più di dieci anni. Queste cose però non dovrebbero contare. Solo considerando superficialmente un "caso" o un "problema" si può credere che esso sia stato risolto in tempi brevi. Che un cliente riesca a dormire la notte o a fare sesso se non lo faceva, non significa che abbia "risolto" qualcosa. Forse ha effettuato il cambiamento che si proponeva, ma non ha modificato la sua propensione a "tradire se stesso" di fronte alle difficoltà. Se l'obiettivo del lavoro analitico non è la "cura" di qualche sintomo, ma una chiarificazione dell'intenzionalità difensiva ed un'esplorazione delle capacità di vivere ad un livello emotivo intenso, occorre tempo. I sintomi iniziali a volte scompaiono dopo qualche mese, ma il cliente non va incoraggiato a credersi "guarito", e va piuttosto aiutato ad individuare le vere difficoltà che può superare solo pagando il prezzo di un confronto con il lato doloroso della sua vita. Facendo tale confronto può infatti scoprire che il dolore è tollerabile e che l’apertura emotiva alle esperienze dolorose comporta anche la possibilità di un’analoga apertura alle esperienze gioiose e soprattutto alla felicità di vivere una vita intensa e preziosa.

 

Utilizzo il termine "analisi" in un modo assolutamente generico e diverso da quello con cui nell'ambito psicoanalitico si contrappone l'analisi alla psicoterapia (anche psicoanalitica). Con il termine mi riferisco quindi a qualsiasi orientamento psicoterapeutico che non si propone di favorire dei cambiamenti comportamentali prescindendo dalla consapevolezza dei clienti, ma che si propone di chiarire ("analizzare") le convinzioni e le esperienze emotive dei clienti favorendo un cambiamento consapevole.

In tale accezione del termine, quindi, la psicoanalisi classica è "analisi" (anche se molto discutibile), così come pure sono “analisi” la psicoterapia psicoanalitica, l'Analisi del carattere, l'Analisi transazionale. Persino certi sviluppi della psicoterapia cognitiva in questa accezione del termine possono essere considerati analitici.

Non considero però "analitiche" l'ipnosi, la Programmazione Nurolinguistica, la Terapia Comportamentale classica. Questo non significa ovviamente che un buon lavoro fatto con la PNL non possa essere più utile di un lavoro analitico svolto con poca cura o basato su premesse teoriche errate. Per questo, la mia predilezione per gli approcci analitici non mi rende necessariamente vicino a qualsiasi approccio analitico.

 

Utilizzo invece l’espressione “lavoro analitico sull’intenzionalità difensiva e sui vissuti non integrati” (o quella più breve “lavoro analitico”) per riferirmi in modo specifico all'approccio psicoterapeutico che utilizzo. Tale approccio implica che le difese siano processi intenzionali (anche se non consapevoli) e che l'elaborazione dei vissuti non integrati sia indispensabile per il superamento di eventuali sintomi e per la modificazione di aspetti non adattivi della personalità. Il lavoro analitico tende quindi a chiarire ai clienti

a) che agiscono anche quando non si sentono responsabili di ciò che fanno,

b) che agiscono intenzionalmente (anche se non consapevolmente) quando manifestano sintomi o disturbi psicologici,

c) che in questi casi agiscono difensivamente, per evitare il contatto emotivo con vissuti dolorosi che nell’infanzia erano intollerabili.

Esso, inoltre, aiuta i clienti a

a) entrare in contatto (senza regredire) con i loro vissuti non integrati,

b) ad elaborarli verificando di poter sentire ed esprimere le emozioni dolorose temute,

c) a verificare che tali emozioni intollerabili nell’infanzia sono oggi tollerabili,

d) ad accettare il loro dolore antico ed anche l’idea secondo cui il dolore (come pure come la gioia e la felicità) fa inevitabilmente parte dell’esistenza umana.

 

Il lavoro analitico si caratterizza per il suo obiettivo e non per l’uso di particolari tecniche; anzi, utilizza qualsiasi tecnica rispettosa del cliente che possa aiutarlo a comprendere i suoi atteggiamenti difensivi e ad integrare i suoi vissuti non elaborati.

 

Tale approccio è una sintesi coerente dei contributi teorici e tecnici di autorevoli studiosi ed analisti che, in linguaggi diversi e in orizzonti teorici diversi, hanno considerato le difese come processi intenzionali e hanno mostrato che l'elaborazione dei vissuti non integrati è indispensabile per il superamento di sintomi e per la modificazione di aspetti della personalità non adattivi.

Tale approccio considera i disturbi psicologici come modi di vivere e favorisce una ridecisione riguardante il progetto esistenziale personale.

 

La mia insofferenza per il termine “psicoterapia” è scontata, dal momento che non credo che il lavoro analitico sia una terapia. Tuttavia il termine è diventato molto comune ed è anche stato utilizzato dai legislatori per definire la professione che svolgo. Rifiutando l'uso di tale termine dovrei fare dei veri salti mortali linguistici per formulare frasi elementari e quindi includo paradossalmente nell'ambito della psicoterapia anche il mio approccio analitico, che però costituisce un tentativo di aiutare le persone a non considerarsi malate e a sentirsi responsabili delle loro scelte di vita e delle loro possibili ridecisioni. Dovendo quindi utilizzare il termine in questione devo anche sottolineare la distinzione fra le varie psicoterapie analitiche (che tendono in un modo o in un altro a chiarire ai clienti le ragioni per cui manifestano particolari disturbi psicologici) e le varie psicoterapie non analitiche (che tendono semplicemente ad indurre cambiamenti nel comportamento e negli stati d’animo senza affrontare gli aspetti della personalità che stanno alla base dei disturbi psicologici).

 

Non utilizzo il concetto di difesa nell'accezione psicoanalitica del termine (secondo la quale certe istanze psichiche si oppongono a determinate pulsioni inconsce, determinando una conflittualità intrapsichica). In primo luogo non tratto i problemi psicologici a livello d'analisi intrapsichico, ma a livello d'analisi della persona; in secondo luogo non credo che le difese costituiscano una barriera rispetto alle "pulsioni", ma credo che costituiscano modi con cui le persone inconsapevolmente ed intenzionalmente evitano di mantenere il contatto con certe emozioni ed in particolare con alcuni vissuti dolorosi.

A maggior ragione non parlo mai di "meccanismi di difesa" perché la natura intenzionale degli atteggiamenti e dei comportamenti difensivi non permette una riduzione di tali azioni a "meccanismi".

 

L'assunto basilare del lavoro analitico è quello secondo cui fare analisi non significa capire cosa "accade" nella "mente" del cliente, ma cosa egli fa (dialogando con se stesso, assumendo determinati atteggiamenti corporei, attivandosi nelle relazioni interpersonali) per evitare il contatto emotivo con situazioni dolorose che "gli appartengono" e che non può modificare. L'approccio centrato sull'analisi dell'intenzionalità difensiva si contrappone quindi alle letture causali dei disturbi psicologici che considerano tali disturbi come l'effetto di conflitti intrapsichici o di conflitti interpersonali. In altre parole, dal mio punto di vista, le persone nel percorso analitico possono diventare consapevoli delle ragioni per cui agiscono difensivamente e quindi scegliere di cambiare.

Il concetto di intenzionalità difensiva che sta alla base del lavoro analitico non implica assunzioni metafisiche sulla natura umana e i concetti fondamentali per la comprensione del lavoro analitico possono essere utilizzati senza associare la teoria a particolari dottrine filosofiche. Il lavoro analitico riguarda anche le convinzioni difensive delle persone e quindi in certi casi anche le loro (esplicite o implicite) convinzioni filosofiche; non mira tuttavia a trasmettere dei contenuti, ma a mettere in discussione l’irrazionalità (pregiudizi, svalutazioni, incoerenze) che i clienti più o meno consapevolmente manifestano quando ragionano sulle questioni significative della loro vita.

 

Utilizzo anche il termine "persona" nella sua accezione più scontata, non metafisica. Quale che sia l'idea di "persona" che ognuno ha il diritto di avere, in psicoterapia possiamo parlare di persone riferendoci semplicemente agli esseri umani e risparmiarci anche le domande "terribili" sull'argomento che si devono porre gli studiosi di altre discipline.

Le persone quindi sentono, pensano, agiscono intenzionalmente (consapevolmente o inconsapevolmente). Le persone esistono nella realtà (ed anche qui possiamo risparmiarci di rispondere ai quesiti filosofici relativi alla natura della realtà) e sono "sospese" fra il loro passato ed il loro futuro. Le persone sono nate, moriranno e nel frattempo agiscono. Agendo, risultano "leggibili" sulla base di quello che fanno, di quello che dicono di pensare e sentire, di quello che mostrano (anche a livello di linguaggio corporeo), degli obiettivi che dichiarano e di quelli che effettivamente raggiungono o evitano di raggiungere.

Le macchine si muovono perché alimentate da fonti di energia esterne e grazie ai meccanismi che le rendono tali. Le persone agiscono, e in un percorso analitico è indispensabile che scoprano di agire anche quando credono di "non riuscire a fare certe cose" o di "non riuscire a non fare" altre cose, o di essere "spinte" ad agire in certi modi da qualcosa o da qualcuno.

Il rifiuto di trattare le persone come macchine rotte o difettose (da aggiustare o "curare") si traduce in un modo di teorizzare i disturbi psicologici ed i cambiamenti, secondo il quale le osservazioni introspettive e quelle oggettive (riguardanti il comportamento, il modo di strutturare relazioni, il modo di utilizzare il corpo) danno luogo a concetti teorici collocabili a livello d'analisi della persona complessivamente intesa e non ai livelli d'analisi tipici dei vari riduzionismi psicologistici, comportamentistici, fisiologici o relazionali.

 

Utilizzo il concetto di vissuto, come concetto teorico e non per parlare in modo generico di aspetti interiori. Considero come "vissuti" i bisogni, i desideri e le emozioni che una persona adulta sente nel presente, ma che non costituiscono una reazione a stimoli (interni o esterni) attuali e costituiscono la riattualizzazione di esperienza passate. Se una persona sente un rifiuto come doloroso, prova un'emozione, ma se in presenza di un rifiuto prova un senso intollerabile di vuoto, sta sperimentando un vissuto, anche se è convinta di soffrire per qualcosa di attuale. Se una persona desidera la compagnia di altre persone, sente un desiderio, ma se cerca compagnia per ottenere un senso di sicurezza, di accettazione, di sostegno, sta sperimentando un vissuto che risale alla sua infanzia. Ovviamente tale distinzione si basa sul presupposto secondo il quale solo i bambini provano certi tipi di dipendenza e che non disponendo ancora di risorse adulte sentono bisogni psicologici che, se non soddisfatti, danno luogo ad esperienze emotive assolutamente intollerabili.

 

I vissuti sono sensazioni di bisogno o emozioni sfiorate nell'infanzia, ma non adeguatamente integrate. I bisogni non soddisfatti nell'infanzia e non accettati (dolorosamente) come insoddisfacibili, si traducono in sensazioni di bisogno che orientano l'agire adulto in modi irragionevoli oppure sono costantemente evitate con atteggiamenti e strategie difensive. Le emozioni troppo dolorose ed escluse nell'infanzia dalla consapevolezza con qualche modalità difensiva, sono nella vita adulta come dei debiti non pagati da cui le persone si scollegano cercando di sentir poco o aggrappandosi a soddisfazioni illusorie o stando male in modo superficiale e irrazionale (depressione, senso di colpa, senso di oppressione ecc.).

Il lavoro analitico, chiarendo ed interrompendo le difese, porta la persona a confrontarsi con i vissuti dolorosi non elaborati ed a scoprire che al presente essi sono tollerabili anche se nell'infanzia erano assolutamente ingestibili in assenza di un sostegno genitoriale.

 

In analisi l'elaborazione del dolore antico consiste in ripetute esperienze emotive in cui il cliente “ritrova” dei vissuti dolorosi, mantenendo una piena consapevolezza di essere un adulto che riprende ed elabora emozioni antiche sentite attualmente. Tale processo va distinto dalla regressione. Nella regressione la persona sente ed esprime dei vissuti senza sentirsi allo stesso tempo al sicuro nella sua condizione di adulto. La regressione in analisi è sempre e comunque dannosa e non solo inutile. Le esperienze non integrate e non superate vanno cioè elaborate sia sul piano delle sensazioni sia in piena lucidità e non è bene che le persone "recuperino" dei vissuti senza sapere che stanno "rivivendo" delle emozioni o sensazioni "antiche". Le psicoterapie centrate sull'abreazione emotiva sono molto pericolose quando confondono il ruolo della rielaborazione emozionale con l'espressione regressiva di emozioni, perché rischiano di attivare espressioni emozionali confuse e difensive. In psicoterapia non si deva mai permettere che un cliente "si lasci andare" ad esperienze emotive regressive.

 

In quasi tutti i testi di psicoterapia manca un'accurata e ragionevole definizione di un'emozione fondamentale come il dolore psicologico. Il dolore, pur costituendo uno dei "colori" fondamentali dell'esperienza umana è un'emozione "scomoda" che i bambini non imparano ad affrontare con i genitori e che continuano ad evitare da adulti. L'esperienza e l'espressione autentica del dolore psicologico non rientra nel modo in cui normalmente gli adulti affrontano la loro esistenza. Credo che le lacune relative al dolore psicologico presenti nelle teorizzazioni psicologiche dipendano dal fatto che anche gli psicologi in molti casi evitano il contatto emotivo con il dolore.

Il dolore è la risposta emozionale ad una circostanza in cui si riscontra, accettandola, una mancanza o una perdita. L'esperienza emotiva del dolore è caratterizzata dal fatto di mantenere il contatto con il desiderio o bisogno sentito ed anche con l'oggettiva impossibilità di trovare soddisfazione. Il dolore, nella sua espressione immediata, semplice, non difensiva, è riconducibile all'espressione "vorrei, ma non è possibile". L'emozione dolorosa anche sul piano fisiologico è identificabile con un'attivazione del sistema parasimpatico, come la gioia, anche se la qualità dell'emozione è spiacevole. Nel dolore non c'è "tensione" come nella rabbia, o "allarme" come nella paura. C'è una semplice adesione morbida, limpida alla realtà, che si traduce in uno stato psicologico e fisiologico di resa. Sul piano interiore la tristezza, o dolore psicologico, è un'emozione adattiva, perché permette all'individuo di abituarsi ad una situazione non voluta, ma immodificabile. Se il dolore è intenso, si esprime nel pianto e il pianto aiuta la persona a sentire e manifestare il senso di mancanza per ciò che è desiderato o sentito come necessario, ma che è anche impossibile.

 

Nel dolore, come nel piacere, non c'è né timore né speranza. Nella gioia non speriamo perché abbiamo ciò che vogliamo, nel dolore non speriamo perché "disperatamente" accettiamo una mancanza. La rabbia e la paura sono incompatibili con il dolore perché implicano una speranza. Nella rabbia l'individuo si oppone a qualcosa perché ritiene possibile ottenere ciò che vuole o pensa di poter respingere ciò che non vuole. Nella paura l'individuo si attiva per prepararsi al peggio, ma considera il peggio come un'eventualità e quindi spera mentre teme; spera proprio perché teme.

Nelle situazioni frustranti ma non definitive, ingiuste e modificabili oppure incerte o bizzarre, può aver senso una risposta emotiva di rabbia che prepara ad una lotta, come possono aver senso reazioni di paura o incredulità. Tali risposte emotive però non sono comprensibili (se non come difese psicologiche) quando si riferiscono perdite o mancanze certe e definitive. In questi casi, chi dice "non ne posso più!" non prova dolore, ma si ribella implicando (non realisticamente) la possibilità di una situazione alternativa; chi dice (con le parole o con il suo atteggiamento) che tale situazione non è "giusta", si ribella implicando la possibilità (inesistente) di un cambiamento o di un atto riparativo; chi dice (con le parole o con il suo atteggiamento) che un certo stato di cose è "incredibile", cerca (con l'incredulità) di non accettare quello che, appunto, è credibile perché è già realtà.

 

Quando in psicoterapia si parla di angoscia, depressione, senso di colpa, invidia, gelosia, confusione come di “stati d'animo dolorosi”, ci si preclude la possibilità di interpretare questi complessi stati d'animo come artefatti cognitivi ed emozionali difensivi che, proprio introducendo la speranza con la paura e la rabbia, riducono o annullano il contatto con il dolore. Ovviamente una persona fobica o depressa sta male anche se evita il suo dolore. Tuttavia, solo comprendendo che soffre, ma in modo da evitare il suo vero dolore, abbiamo la possibilità di aiutarla a liberarsi del suo (superfluo) "star male" ed a convivere con il suo (inevitabile, ma tollerabile) dolore.

 

Ovviamente ci si può chiedere perché le persone si creino sofferenze atroci e anche stupide per evitare una sofferenza autentica che costituisce una componente essenziale dell'esistenza umana. La risposta più ragionevole a tale quesito sta nel fatto che le persone nascono incomplete e si completano durante la crescita sviluppando gradualmente l'autocoscienza e le varie "risorse" psicologiche adulte. Finché la maturazione individuale non è completa, i "cuccioli umani" non sanno elaborare il dolore; possono farlo se ricevono l'appoggio delle figure genitoriali. I genitori infatti non hanno solo il compito di procurare il cibo ai figli finché essi non diventano autonomi per la loro sussistenza, ma hanno anche quello di "prestare" le loro risorse psicologiche ai figli fino a quando essi completano il loro sviluppo.

Se muore la nonna ed il bambino viene lasciato a se stesso non "digerisce quell'esperienza", ma si irrigidisce, si arrabbia, si dissocia, si confonde, si distrae, e comunque scappa dal contatto con la realtà. Fra le braccia della madre, che conferma che la nonna è morta, che era tanto cara e che manca tanto, che non c'è più, ma è stata tanto amorevole, il bambino può sciogliersi nel pianto, lasciarsi attraversare dai singhiozzi, sentire il dolore e superarlo gradualmente, scoprendo che quella lacuna nel suo "mondo" lascia comunque integro, significativo e apprezzabile ciò che resta.

 

Le difese attuate dal bambino rispetto al dolore (rispetto al dolore reale sperimentato in situazioni reali e non rispetto a pulsioni misteriose), presuppongono una convinzione profonda (e all'epoca ragionevole) relativa all'intollerabilità del dolore. In altre parole, i bambini sfiorano il dolore e (se lasciati a se stessi) lo classificano come intollerabile prima di prenderne le distanze difensivamente. Le operazioni difensive, complesse o rudimentali, mature o "primitive", più o meno ricostruibili verbalmente o assolutamente "immediate", restano comunque come dei macigni posati in mezzo alla strada. L'analisi porta a vedere tali macigni, a rimuoverli e a sperimentare che la strada è percorribile.

La psicoterapia infantile può essere "riparativa" (e favorire una modificazione del rapporto reale con la figura materna e con quella paterna), mentre quella degli adulti deve essere analitica e favorire la scoperta delle risorse, già disponibili ma non utilizzate, che consentono la gestione del dolore. Il percorso analitico non è quindi né un'esperienza riparativa, né un percorso di “crescita”, ma un lavoro volto a chiarire i problemi ed ad utilizzare le risorse (non ancora utilizzate) del cliente.

 

Il "lavoro del lutto" (nell'accezione del termine da me utilizzata, che non coincide con quella psicoanalitica) è costituito dalla costante ed incondizionata focalizzazione su un dolore riconosciuto ed accettato. Comporta, se il dolore non è davvero superficiale, l'esperienza del pianto che (a ondate successive) si presenta come necessità fisica di espressione emotiva. Comporta anche il lavoro cognitivo di "ristrutturazione" del campo esistenziale della persona. In questa "ristrutturazione" la persona si abitua a riconoscere la sua esistenza come "sua" e come "significativa" in assenza di qualche elemento che prima era considerato parte integrante di ciò che la persona riconosceva come "la sua vita".

 

Il lavoro del lutto è necessario non solo quando muore una persona cara, ma anche quando la persona sperimenta una perdita irreparabile sul piano della salute, dell'immagine di sé, dei suoi progetti. Ogni perdita va elaborata consapevolmente e "sentitamente" fino a quando la persona non sente di poter accettare la sua vita con una specifica mancanza. Il lavoro del lutto se viene avviato (e quindi se non viene interrotto o deviato su binari difensivi, depressivi, colpevolizzanti, ecc.), giunge sempre ad una conclusione. La conclusione del lavoro del lutto non si traduce in una sorta di insensibilità: il dolore per ciò che è perso o che non può essere ottenuto resta, ma viene percepito con minore intensità, perché è divenuto “sfondo” anziché “figura”.

Normalmente le persone non risolvono i loro lutti perché non li avviano e non li avviano perché nell’infanzia hanno imparato ad evitare il dolore.

 

Il concetto di ridecisione è fondamentale in tutti gli approcci analitici che concepiscono le difese individuali come azioni intenzionali e non come risultati di certi fattori causalmente determinanti. Il cliente, comprendendo che agisce difensivamente per evitare il contatto col dolore (ma al prezzo di limitare pesantemente l’esperienza della gioia e della felicità), finisce per riconoscere che i suoi sintomi ed i suoi tipici atteggiamenti non sono necessari attualmente, dato che sente di avere risorse sufficienti per affrontare i momenti belli come quelli brutti della sua esistenza. Attua quindi un cambiamento consapevole che comporta una ridefinizione di sé e della realtà.

Il lavoro analitico mira a rendere il cliente consapevole di aver costruito una strategia difensiva, di aver pensato, sentito e agito in modi che lo proteggevano da vissuti che ora può accettare. Quando il lavoro analitico raggiunge questo obiettivo rende possibile al cliente un ripensamento complessivo della sua vita e la decisione di vivere per costruire anziché per non sentire.

L’analisi non insegna a nessuno come vivere o cosa costruire, perché ogni persona ha delle caratteristiche individuali, ha una storia particolare e specifici legami affettivi. Essendo ciò che è e che è diventata ha particolari obiettivi da realizzare e particolari qualità da esprimere. In fondo, se il percorso analitico si sviluppa positivamente, la persona decide semplicemente di vivere una vita umana nei modi che le corrispondono.

Prima o poi faremo un bilancio della nostra vita e ci accorgeremo di aver poco tempo. Non credo che rimpiangeremo ciò che non abbiamo ricevuto, ma ciò che non abbiamo fatto. Non c’è modo di stabilire come “dovremmo” vivere, ma tutti possiamo sapere se stiamo vivendo la nostra vita immaginando di concluderla ora e di farci questa domanda: cosa non abbiamo ancora osato esprimere o fare?

Se siamo liberi da paure antiche ed irrazionali (la paura del rifiuto, del disprezzo, della solitudine) possiamo dedicarci a costruire la nostra vita, sapendo che quando non ci sarà più tempo, perderemo sicuramente delle gratificazioni ancora immaginabili, ma sapremo di non avremo rinunciato ad esprimere le nostre potenzialità e ad aver cura di noi stessi, delle persone e delle cose che abbiamo amato.