Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

E.M.D.R. e percorso analitico

(2003)

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

1. EMDR: desensibilizzazione e rielaborazione

2. Riflessioni sull'utilizzazione dell'EMDR nelle sedute

3. EMDR e approcci "evidence based"

4. L’EMDR come tecnica

Bibliografia

 

 

 

 

 


 

1. EMDR: desensibilizzazione e rielaborazione

 

L'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un intervento psicoterapeutico che, nonostante la sua apparente semplicità può produrre dei risultati significativi (Shapiro, 1995; Shapiro-Forrest, 1997). La sua utilità è stata riconosciuta soprattutto nelle situazioni di emergenza, nel trattamento dei "disturbi post traumatici da stress" ed anche nel lavoro psicoterapeutico con i bambini (Greenwald, 1999). Costituisce a mio avviso anche uno strumento utilizzabile nell'ambito di un percorso analitico articolato.

 

Francine Shapiro scoprì casualmente nel 1987 che certi movimenti oculari facilitavano la chiarificazione, integrazione e rielaborazione di pensieri disturbanti e approfondì l'argomento fino a definire un protocollo di lavoro che è diventato l'intervento psicoterapeutico elettivo per il PTSD (Disturbo post traumatico da stress) e che attualmente, forse per la sua efficacia nel trattamento di molti disturbi dissociativi e per la sua stupefacente semplicità, costituisce un tema su cui si svolgono moltissime ricerche. I tanti studi sull'argomento sono giustificati dal fatto che il successo pratico della tecnica non si accompagna ad un'altrettanto chiara spiegazione teorica. Sembra che tale intervento favorisca la capacità individuale di affrontare esperienze non integrate inducendo un funzionamento sinergico degli emisferi destro e sinistro del cervello e inducendo un'attività mentale simile a quella del sonno REM. Di fatto, in una sessione EMDR le persone riescono in molti casi a rivivere e comprendere in modo razionale situazioni originariamente recepite in modo frammentato e successivamente divenute il cardine di vari disturbi psicologici.

 

La tecnica EMDR viene utilizzata per lavorare su un preciso tema disturbante ("target") di tipo traumatico individuando una convinzione negativa che il cliente ritiene di aver costruito reagendo a quella esperienza. Le convinzioni negative su cui si lavora sono quelle che riguardano direttamente la persona ("non valgo nulla", "sono in pericolo", ecc.) e che in qualche misura sono divenute dei pregiudizi implicitamente attivi nell'ordinaria concezione di sé. Si lavora con l'obiettivo che il cliente giunga a sentire come "propria" una convinzione più ragionevole di quella di partenza (ad.es.: "valgo come le altre persone" o "posso affrontare eventuali pericoli", ecc.). All'inizio il cliente attribuisce alla convinzione negativa ed a quella positiva (che desidera sentire come sua) un punteggio in una scala soggettiva di valutazione riguardante l'intensità delle due convinzioni. Il lavoro si conclude quando la convinzione negativa ottiene un punteggio nullo e quella positiva un punteggio massimo. Si deve tener presente che le persone possono essere intellettualmente convinte di valere quanto gli altri anche se, di fatto, si sentono delle nullità. E' a questo livello (al livello del "sentire una convinzione") che si lavora con l'EMDR e, di fatto, la rielaborazione delle situazioni traumatiche fatta con la sollecitazione data dal terapeuta durante gli esercizi, porta ad una modificazione dei punteggi inizialmente attribuiti alle due convinzioni.

La tecnica si articola in successivi esercizi brevi e molto semplici (ad es. seguire con gli occhi gli spostamenti a destra e a sinistra della mano del terapeuta) durante i quali il cliente non deve cercare né di rilassarsi, né di attivarsi mentalmente, ma deve lasciare che i pensieri fluiscano partendo dal target iniziale e successivamente dalle ultime sensazioni, idee o immagini emerse. Dopo ogni esercizio il cliente riferisce cosa ha pensato ed il terapeuta, di norma, non interviene e invita solo ad andare avanti col successivo esercizio. Riferisco questi approssimativi elementi informativi per sottolineare che il nocciolo dell'EMDR sta nella facilitazione di un lavoro mentale del cliente e non in un "lavoro di squadra" in cui analista e cliente affrontano un problema, come nel normale percorso analitico centrato su difese e vissuti. Ovviamente la tecnica EMDR prevede che il terapeuta prenda delle decisioni uscendo dalla neutralità in certe situazioni e che comunque decida quanto prolungare gli esercizi e se lavorare sul canale visivo o tattile o auditivo. In altre parole, una persona seduta davanti ad un metronomo che oscilla da destra a sinistra mentre pensa ai fatti suoi non fa una seduta di EMDR.

Quando il terapeuta considera "completata" una sequenza di esercizi, propone al soggetto di ripartire dal target iniziale e di avviare un altro ciclo. Il lavoro può essere ripreso nel corso di successive sedute e in qualche misura prosegue a casa, poiché spesso i clienti notano che il lavoro fatto ha avuto degli strascichi emozionali o ha dato luogo a particolari riflessioni o ha fatto riaffiorare dei ricordi.

Quando si giunge al punteggio ottimale, si eseguono alcuni controlli e si completa il lavoro con esercizi che dovrebbero "installare" la convinzione positiva. Queste operazioni vengono svolte in modo abbastanza ritualizzato, come tutto il lavoro EMDR e sono sempre condotte mentre il terapeuta sollecita l'attività dei due emisferi cerebrali con i consueti esercizi.

 

La tecnica è decisamente banale anche se la "passività" del terapeuta è solo apparente e per questo deve essere sconsigliata la pratica selvaggia da parte di "apprendisti stregoni".

Va comunque sottolineato il fatto che anche se l'EMDR viene proposta come tecnica applicabile da terapeuti formatisi in qualsiasi scuola, tale tecnica è in certa misura dipendente da una concezione psicologica e psicoterapeutica cognitivista.

Si consideri ad esempio che quando affiorano emozioni molto potenti i terapeuti sono invitati, se debbono intervenire, a non "guidare" il cliente nella gestione del vissuto emotivo, ma a sottolineare che esso è un aspetto del passato. Se la situazione emozionale non si placa da sola il terapeuta è invitato ad utilizzare tecniche di rilassamento, tra le quali quella del "posto sicuro" che, infatti, viene "preparata" prima dell'inizio del lavoro. In tale fase preparatoria si invita il cliente ad immaginare un luogo fisico, reale o immaginario in cui egli si sente (o si è realmente sentito) in pace ed al sicuro e si procede con l'EMDR per "collegare" il cliente a tale "oasi" in modo che possa tornare là, in caso di necessità.

Questo aspetto della tecnica EMDR costituisce a mio avviso il suo punto più debole, anche se può avere una sua validità in psicoterapie di emergenza in cui il cliente fa solo alcune sedute, non ha esperienze analitiche precedenti e quindi non deve rischiare di star male dopo una seduta. Tale orizzonte concettuale rischia però di essere limitante in un percorso analitico approfondito.

 

EMDR significa “desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari” (anche se in realtà la tecnica non riguarda solo l'induzione di certi movimenti oculari). La parola "desensibilizzazione" suona male per chi fa analisi, dato che rinvia ad una tecnica della terapia del comportamento in cui il paziente viene posto in stato di rilassamento muscolare e viene invitato ad immaginare situazioni per lui ansiogene in modo da associare l'evento temuto allo stato di rilassamento e ad "apprendere" modi non evitanti di reagire allo stimolo temuto. Suona male perché questa rozza psicoterapia assomiglia più ad un lavoro con i topi di un laboratorio che ad un lavoro con le persone. In tale prospettiva non ha spazio l’idea che la persona in questione scelga di agire (per qualche ragione presumibilmente inconscia) in modo irrazionale di fronte a certi stimoli e non importa capire per quale ragione scelga proprio quegli stimoli per attivarsi in modo disadattivo.

 

In realtà l'intento dell'EMDR non è quello di desensibilizzare in modo artificioso le persone rispetto a certe situazioni, ma di "sbloccare" un processo interno di autoguarigione. A questo proposito Francine Shapiro si è espressa con chiarezza: "Questo processo di guarigione scaturiva dall'interno. Il mio ruolo era di guida, di agevolatore e testimone, ma non ero io a causare il mutamento nei miei soggetti" (Shapiro-Forrest, 1997, p.37). L'idea di fondo quindi non è di condizionare un soggetto desensibilizzandolo, ma di favorire un funzionamento mentale ottimale. Per questo il termine desensibilizzazione viene associato a quello di rielaborazione e l'EMDR ha l'obiettivo di far superare la frammentazione con cui molte persone esposte ad una situazione traumatica recepiscono i vari aspetti della loro esperienza. La rielaborazione diventa quindi un'adattiva rivisitazione di esperienze difficili nel quadro di un adeguato esame di realtà.

 

Vorrei sottolineare l'irriducibilità dell'EMDR a due modalità di lavoro analitico che solo superficialmente potrebbero essere ritenute affini: l'associazione libera di tipo psicoanalitico ed il lavoro sugli occhi di matrice reichiana.

 

Nell'associazione libera, il cliente associa e l'analista ascolta, annota, cerca un collegamento fra i pensieri che affiorano e chiude il lavoro fornendo un'interpretazione o chiave di lettura che dovrebbe produrre nel cliente un certo tipo di insight riguardante il materiale emerso.

In pratica, le sedute di EMDR sono sedute di associazione libera, anche se strutturate in fasi successive nelle quali lo psicoterapeuta sollecita a livello oculare (o su altri canali sensoriali) il cliente. Tuttavia, nell'EMDR l'interpretazione non ha spazio. Il cliente non "associa" per arrivare con l'analista ad un chiarimento di materiale inconscio, ma "associa" per ricomporre aspetti non collegati di esperienze che non solo sono state elaborate in modo inadeguato, ma sono state recepite in modo frammentato. Il cliente, in altre parole non deve diventare consapevole di conflitti interni e operazioni difensive, ma deve soprattutto recuperare dei pezzi di vita che non ha proprio recepito, al fine di assemblarli in modo costruttivo. Inoltre, l'EMDR non implica la concezione della mente e dell'inconscio che orientano le interpretazioni di tipo psicoanalitico e questa "neutralità", per chi come me non condivide le premesse teoriche della psicoanalisi, è ovviamente positiva.

L'aspetto di "associazione libera" dell'EMDR non avvicina quindi l'EMDR né alla tecnica psicoanalitica, né ad altri orientamenti psicoterapeutici (non psicoanalitici) centrati sull'attività interpretativa dell'analista.

 

Poiché l'EMDR prevalentemente si traduce nella sollecitazione di certi movimenti oculari, può erroneamente essere collegata al lavoro sugli occhi di matrice reichiana. Pur considerandomi da molti anni distante dall'orizzonte (pseudo)teorico reichiano, ho ricevuto una formazione di base in una scuola che riproponeva gli insegnamenti di Wilhelm Reich e quindi ho confidenza con il lavoro sui "blocchi dell'armatura corporea" ed in particolare con il lavoro sul segmento oculare. Continuo ad utilizzare tecniche corporee ed anche quelle relative al segmento oculare che ritengo tuttora valide, anche se inserisco tali interventi in un approccio analitico più articolato di quello reichiano. Vorrei in ogni caso sottolineare l'irriducibilità della tecnica EMDR al lavoro corporeo.

 

La logica del lavoro corporeo si sviluppa a partire da varie idee strane di W.Reich e da alcune sue intuizioni cliniche molto valide; tra queste intuizioni è centrale quella relativa al fatto che le persone non si difendono dalle emozioni profonde solo concependo la realtà in modi riduttivi e comportandosi in modi irrazionali, ma anche alterando il tono muscolare in vari segmenti corporei deputati all'espressione emozionale (W.Reich 1945). Così come le persone bloccano il diaframma o i muscoli respiratori del torace per "sentire di meno" o irrigidiscono le spalle in modi adatti ad offrire un'immagine "forte", o vittimistica, possono anche congelare lo sguardo in espressioni spaventate, sfuggenti, fredde, "vuote", ecc.

I muscoli estrinseci del bulbo oculare, se mantenuti in uno stato di tensione cronica, possono ridurre sia la mobilità fisica degli occhi, sia la percezione e l'espressione di certe emozioni, incidendo sulla qualità e sull'intensità del contatto. Anche altri muscoli del segmento oculare sono molto significativi per la comunicazione emotiva e per l'espressione del pianto.

 

Il lavoro sugli occhi nella terapia reichiana si svolge nello stesso quadro di riferimento del lavoro sugli altri segmenti dell'armatura, anche se ovviamente non può includere la pressione meccanica su tutti i muscoli del segmento. Si sviluppa quindi principalmente con l'induzione di movimenti espressivi e con esercizi finalizzati a stancare certi muscoli fino ad indurne un rilassamento forzato ed a facilitare quindi l'affioramento di emozioni congelate dalla persistenza del blocco. Lavorando sugli occhi, a volte, le persone entrano in contatto con intense emozioni (difensive o autentiche) e possono, se adeguatamente aiutate dall'analista, comprendere meglio cosa temono, evitano o confondono nelle loro relazioni interpersonali e nel loro dialogo interiore. La dr.ssa Barbara Goldenberg ha introdotto il lavoro con una piccola fonte luminosa nel contesto degli esercizi sugli occhi, ampliando ed approfondendo la qualità dell'intervento sul blocco oculare (E.F.Baker, 1969, pp.72-75).

 

E' curioso che uno degli esercizi sugli occhi, che pratico da quasi vent'anni, sia sostanzialmente identico a quello generalmente svolto nell'EMDR. Esso, come gli altri provoca a volte profonde emozioni, soprattutto di paura, e costituisce un buon espediente per mobilizzare gli occhi e affrontare certe situazioni non elaborate. Gli esercizi "reichiani" sono però assolutamente irriducibili a quelli dell'EMDR per la modalità del loro svolgimento e perché collocati in un diverso rapporto analista-cliente.

 

Gli esercizi per gli occhi elaborati dalla scuola reichiana hanno come scopo quello di stressare i muscoli estrinseci dell'occhio fino ad indurre un loro rilassamento forzato, e quindi devono durare almeno dieci minuti. Quelli dell'EMDR, avendo invece come scopo l'attivazione sinergica dei due emisferi cerebrali, durano molto meno, ovvero quel tanto che serve al cliente per lasciar affiorare un pensiero o una sensazione da comunicare poi al terapeuta.

 

Qualsiasi tecnica psicoterapeutica ha un significato preciso nel quadro di un particolare rapporto interpersonale fra analista e cliente, caratterizzato da certi obiettivi condivisi. Nel caso degli esercizi sul segmento oculare, il cliente è invitato a seguire il movimento della punta di una matita o di una piccola fonte luminosa e ad accogliere le emozioni che può sperimentare. Nell'EMDR il cliente è invitato invece a focalizzarsi su una particolare scena traumatica ed a lasciare che la sua mente sviluppi una catena associativa mentre egli segue il movimento della mano dell'analista.

In entrambi i casi il cliente non è passivizzato ed è invitato a lasciare che affiori ciò che deve affiorare, ma nel lavoro corporeo il cliente è sollecitato a "sentire" e ad esprimere ciò che affiora quando il blocco "cede"; è anche guidato dall'analista a realizzare un'espressione compiuta di ciò che ha sentito ed è aiutato dall'analista a chiarire ciò che può affiorare in modo confuso. Nell'EMDR, invece, il cliente è sollecitato a lasciare che ricordi ed emozioni relativi ad una specifica situazione emergano e si organizzino "naturalmente" in un modo realistico e costruttivo.

 


 

2. Riflessioni sull’utilizzazione dell’EMDR nelle sedute

 

Ho praticato l'EMDR con persone in analisi da almeno un anno e che quindi avevano già avuto l'opportunità di chiarire la loro strategia difensiva, di toccare alcuni vissuti significativi e di attuare dei cambiamenti. Non ho quindi esperienza di sedute di EMDR con persone sconosciute, o in situazioni di emergenza, o con persone con traumi recenti. In ogni caso, le mie riflessioni non riguardano l'utilità (già da altre ricerche dimostrata) dell'EMDR per disturbi psicologici post-traumatici, ma riguardano specificamente l'utilità dell'EMDR nell'ambito di un percorso analitico.

 

Ho notato che a volte i clienti che svolgono una seduta di EMDR nella fase avanzata o conclusiva del loro percorso, fanno un'esperienza abbastanza particolare (che io stesso ho fatto nel corso del mio training per sperimentare di persona -da cliente- la tecnica): non "scoprono" niente di nuovo, ma collegano armoniosamente e con un adeguato coinvolgimento emozionale esperienze recenti ed antiche, conoscenze acquisite ed emozioni significative. In questi casi il lavoro è una sorta di "lusso", ma costituisce un'esperienza valida.

 

Con clienti collocabili "a metà strada", ho notato che il lavoro svolto con la tecnica EMDR aveva spesso esiti positivi anche se mi mantenevo nel ruolo "passivo" di "facilitatore" previsto dal protocollo di base. Ho però anche notato che in altri casi sono stati necessari interventi attivi e focalizzati: a volte, infatti, i clienti entravano in circoli viziosi mentali o in stati emotivi difensivi da cui non uscivano da soli in tempi per me accettabili.

 

Ho notato che lavorando con l'EMDR a volte affiorano ricordi plausibili che erano stati "accantonati" e a volte affiorano probabili pseudo-ricordi che comunque costituiscono almeno una metafora interessante di qualcosa di pertinente su cui il lavoro analitico può dare risultati positivi.

 

Giustamente Francine Shapiro scrive: "se il terapeuta che usa l'EMDR non riesce a raggiungere effetti positivi con un'elevata percentuale di pazienti, egli non dovrebbe automaticamente presumere che è colpa del metodo, bensì dovrebbe almeno considerare la possibilità che il problema è nel modo in cui il metodo viene usato" (Shapiro, 1995, p.353). Sempre la Shapiro ricorda però che "i terapeuti non dovrebbero presumere che l'EMDR sia efficace con tutte le popolazioni cliniche" (p.281). Non a caso, con clienti che hanno una bassissima consapevolezza della loro dimensione emozionale, i trainer consigliano di rinviare un'eventuale utilizzazione dell'EMDR fino al momento in cui essi avranno acquisito un contatto emotivo sufficiente a rendere possibile la rielaborazione delle esperienze.

 

Con circa venti clienti (sui trenta con i quali ho scelto di sperimentare la tecnica) il lavoro è stato decisamente utile. Credo quindi che, almeno in questi casi, esso sia stato svolto correttamente e, per quanto mi riguarda, ciò dimostra la basilare validità della tecnica.

In queste esperienze, ho anche notato alcuni limiti negli effetti del lavoro che credo di poter considerare "strutturali" e che infatti mi spiego sulla base di convinzioni da me consolidate nel tempo e che credo possano costituire utili spunti di riflessione per i colleghi che praticano già l'EMDR. Evidenziando tali limiti non mi propongo di sostenere che la tecnica EMDR sia inadeguata, ma che se usata nel contesto di un percorso analitico debba essere sviluppata in certi modi e non in altri. Voglio cioè dire che come intervento "di emergenza" ha una sua autonomia e può produrre risultati che in base ad aspettative legittime rispetto alla situazione contingente, vanno considerati più che positivi; tuttavia nell'ambito di un percorso analitico, la "forza" dell'EMDR sembra essere inferiore a quella di altri interventi (a cui può essere comunque affiancata) ed i risultati dell'EMDR richiedono ulteriori approfondimenti.

Poiché i miei clienti fanno in genere un percorso analitico molto intenso sia sul piano della ristrutturazione cognitiva che su quello dell'espressione emozionale, ho preferito accantonare temporaneamente o applicare in modo relativamente libero la tecnica ogni volta che capivo di poter lavorare in modo più incisivo seguendo procedimenti alternativi.

 

Quello che sostengo è in sintonia con la tendenza presente nell'EMDR a concepire tale tecnica come una semplice tecnica ed è meno in sintonia con l'altra tendenza che pure mi sembra presente, che considera l'EMDR come una sorta di filo conduttore di una psicoterapia; in quest'ultima prospettiva, "saltando di trauma in trauma" si potrebbe realizzare un progetto psicoterapeutico organico. Ciò che non condivido di questa "tendenza" è l'idea che un'intera psicoterapia possa essere "centrata sul paziente", cioè essere delegata alla persona in analisi. Considerando il percorso analitico come un lavoro finalizzato ad una ridecisione complessiva rispetto ad un intero progetto esistenziale, credo che le provocazioni e le interpretazioni di un'altra persona siano indispensabili per un superamento di atteggiamenti difensivi inconsci molto radicati.

 

Ho notato che lavorando con la tecnica EMDR i punteggi attribuiti inizialmente dal cliente alla sua convinzione "negativa" ed alla convinzione "positiva" si modificano facilmente nella direzione auspicata. Questo è un fatto decisamente apprezzabile. Però il solo lavoro EMDR, affidato alla semplice "capacità autoriparativa della mente", non porta necessariamente a cambiamenti profondi, dato che in certi casi i clienti manifestano reazioni difensive nel corso del lavoro. Una cliente, rivisitando con l'EMDR un'antica situazione traumatica, ha cominciato a sentire il bisogno di avere pace, di "riposare", di essere "tranquilla", di "non esserci", di morire, di suicidarsi. Non ho aspettato "fiduciosamente" che, dopo ben dieci minuti di caduta libera, la sua mente ingranasse una marcia bassa per risalire la china. Non ho nemmeno cercato di rilassarla o persuaderla a ragionare più costruttivamente, ma ho scelto di lavorare in altri modi: ho aiutato questa persona a capire che il suo desiderio di non esserci coincideva col desiderio di sua madre di non aver figli e ho chiarito che oltre ad essere un tentativo difensivo di “stare con la madre” il desiderio di non esserci non esprimeva l’antico dolore, ma la rabbia rispetto ai ripetuti abbandoni e maltrattamenti.

 

In casi di questo tipo, è indispensabile la ricerca del vecchio dolore, svolta per rendere chiaro al cliente che dopo molti anni esso è ancora presente, ma è tollerabile; è pure indispensabile la consapevolezza del fatto che la "speranza" di essere visti a volte si associa all'idea di esibire azioni autodistruttive; inoltre, sia per ridurre le tendenze autodistruttive, sia per attribuire un significato profondo all'esistenza personale occorre che l'analista aiuti il cliente a scoprire l'importanza delle esperienze personali, sia di quelle gioiose, sia di quelle dolorose..

 

E' necessario sottolineare la distinzione fra i risultati della tecnica (valida) e la cornice in cui essa viene inserita. L’EMDR può accrescere le potenzialità di una psicoterapia “minimalista” che a monte è pensata in termini riduttivi. Se le aspettative (o il progetto di lavoro) dello psicoterapeuta sono basse, ovviamente una parziale ristrutturazione cognitiva di una particolare situazione o una modificazione di un particolare stato emotivo possono sembrare risultati notevoli. Se invece l’EMDR viene utilizzata in un percorso analitico costituisce un semplice strumento che come altri può avere una sua utilità.

 

Il lavoro su traumi significativi (più o meno gravi), necessita di un consolidamento nel tempo e inevitabilmente, se non ci si limita ad accogliere come sufficienti dei risultati immediati, rende necessario un proseguimento del lavoro analitico in modi che consentano al cliente di elaborare in profondità (sul piano sia cognitivo che emozionale) il dolore da cui egli era fuggito.

 

L'elaborazione di un lutto richiede infatti tempo. Ciò non significa che l'EMDR non contribuisca a tale processo: significa semplicemente che non è una magia e che non può risparmiare al cliente la lunga e complessa esperienza dell’elaborazione del dolore. Il fatto che molti psicologi considerino un pianto come l'espressione di un lutto non significa che le cose siano così semplici. Nel lavoro del lutto si deve accettare una mancanza di amore o di contatto o di appagamento, si deve accettare la presenza di vissuti di rifiuto, di solitudine e di vuoto e si deve imparare a considerare l'esistenza personale come una realtà che resta significativa anche se alcune perdite o mancanze sono irreparabili. Una ristrutturazione dell'immagine di sé e del progetto esistenziale richiede il chiarimento di molti atteggiamenti difensivi, l'elaborazione profonda del dolore non integrato e l'espressione compiuta e ripetuta del dolore.

 

Ci sono altre ragioni per intervenire nel corso di una seduta di EMDR o per sospendere il lavoro in corso e fare altre cose. Fra queste ragioni, si deve considerare il fatto che molte volte affiorano delle emozioni che non si sviluppano adeguatamente perché le ipertonie muscolari caratterialmente operanti (e anche specifiche contrazioni muscolari al momento accentuate) interrompono la respirazione, la completezza dell'espressione della voce o il pianto. Il lavoro fisico a quel punto è indispensabile. Ciò ovviamente implica che lo psicoterapeuta sia in grado di capire ad esempio quando un pianto è completo, e ciò è tutt'altro che scontato, almeno per gli psicoterapeuti che non hanno fatto un lavoro personale ed un training analitico includente il lavoro corporeo. Inoltre a volte il cliente si lascia andare ad intense espressioni emotive che però sono fasulle perché presentano marcate o sottili sfumature di vittimismo, pseudo-disperazione o rabbia. In questi casi, se lo psicoterapeuta ha una formazione in Analisi Transazionale, Gestalt Therapy, Analisi del carattere può cogliere il significato manipolativo e non espressivo di tali manifestazioni. Se si è formato in psicosintesi, psicoterapia comportamentale e/o cognitiva o in psicoanalisi rischia di capire solo che il cliente "soffre tanto" e magari può cercare di tranquillizzarlo anziché "smascherarlo", oppure può ritenere che l'EMDR proceda benissimo.

 

Nel lavoro da me svolto con l'EMDR nessun cliente ha avuto un insight relativo alla sua attività difensiva. Alcuni clienti hanno intuito di poter fare cose che evitavano di fare, ma non hanno scoperto le ragioni per cui non le avevano fatte; alcuni clienti hanno pensato di aver agito in modo irrazionale, ma non hanno capito che in quelle situazioni avevano seguito una strategia difensiva. Questo non indica un "difetto" della tecnica EMDR, così come il fatto di non volare non indica nei leoni alcuna manchevolezza. Può però rendere possibili degli interventi discutibili a chi applica l'EMDR in modo meccanico. Se uno psicoterapeuta pensa che certe cognizioni siano sbagliate ed altre siano giuste, può considerarsi soddisfatto quando un cliente scopre (da solo, con gli esercizi sui movimenti oculari) di poter vedere una certa situazione in modo più razionale. Tuttavia il cambiamento auspicabile non è la correzione di un "errore", ma la comprensione di una strategia di vita finalizzata all'evitamento di certe situazioni emotive, in cui si finisce anche per fare (apposta) proprio un particolare "errori di valutazione".

 

Varie ricerche sottolineano l'importanza delle alterazioni della memoria che si verificano facilmente nelle situazioni traumatiche: "Queste ricerche indicano che la memoria traumatica è caratterizzata dalla dissociazione e dall'essere immagazzinata come insieme di frammenti sensoriali che hanno limitate o inesistenti componenti linguistiche" (Van der Kolk e AA.VV., 1997). L'EMDR ha appunto come scopo principale quello di consentire alla persona di recuperare una memoria abbastanza integra e tale da favorire un'adeguata elaborazione di certe esperienze.

 

Il lavoro sulle situazioni traumatiche svolto secondo la tecnica EMDR può avere effetti "a cascata" sulla personalità del cliente, ma tali effetti sono lasciati alla casualità del processo, non essendo ottenuti secondo la tipica logica dell'indagine che caratterizza un percorso analitico. In questo senso, la tecnica EMDR può sbloccare delle situazioni anche gravi, provocando la remissione di sintomi disturbanti, ma non ha come oggetto la personalità del cliente e la comprensione della sua intenzionalità difensiva. La struttura difensiva di una persona è operante in genere prima che una situazione traumatica si verifichi ed anche quando i traumi si verificano nell'infanzia il soggetto reagisce ad esso cercando di proteggersi e non "casualmente" o in modi "determinati" dalle circostanze esterne. Da quando il bambino nasce comincia ad interagire con l'ambiente e comincia quindi anche a strutturare modalità difensive di interazione.

 

Francine Shapiro mostra nel resoconto di una seduta sia il valore che il limite della tecnica EMDR e a mio avviso fornisce (senza volerlo) un elemento a favore dell'inserimento della tecnica in un progetto analitico: "Una donna di mezza età non è in buoni rapporti con il padre e ha rifiutato per tutta la vita i suoi tentativi di avvicinamento. Al proprio terapeuta dice che siccome suo padre l'ha abbandonata quando era bambina ora non vuole avere niente a che fare con lui. Durante la seduta EMDR, però, le ritornano alla mente i particolari del giorno in cui lui andò via. Così si rende conto che era stata la madre a cacciare di casa suo padre; non era stato lui a volersene andare. Alcune testimonianze corroborano questa versione della storia, e così la donna si riconcilia felicemente con il padre. Quante persone soffrono perché sono rimaste vittime della fallibilità della loro memoria?" (Shapiro-Forrest, p. 248). Ci sono due osservazioni importanti da fare su questo esempio.

a) Il ricorso esclusivo alla tecnica EMDR in relazione a quel problema ha favorito la riconciliazione col padre lasciando assolutamente intatto il vero problema della cliente: la sua indisponibilità ad elaborare i lutti, la sua rabbia vittimistica e vendicativa, la sua tendenza a "capovolgere i ruoli" entrando in quello "genitoriale-persecutorio" per soffocare il vissuto di bambina rifiutata. Inoltre, senza una guida accurata questa persona non ha chiarito se ha casualmente “dimenticato” che la madre aveva cacciato il padre o se ha dimenticato quel fatto proprio per mantenere un legame terribile ma indispensabile con la madre. Ovviamente tale questione è tutt’altro che marginale in un percorso interiore orientato non solo al superamento di un particolare conflitto, ma a cambiamenti profondi.

b) L'uso della tecnica EMDR senza una teoria di riferimento adeguata consente di trarre conclusioni semplicistiche come quella dell'ultima frase riportata: la cliente non soffriva a causa della “fallibilità della sua memoria” perché soffriva difensivamente e rabbiosamente allo scopo di non accettare il vero dolore consistente nel fatto di essere stata disperatamente sola; può aver vissuto una solitudine intollerabile nel rapporto con la madre o con il padre o con entrambi, ma ha organizzato un intero progetto di vita per evitare di sentire tale solitudine.

 

Anche se recentemente la psicoterapia ha riscoperto l'importanza delle situazioni traumatiche (che, dopo i primi anni di vita della psicoanalisi erano stati posti in secondo piano rispetto all'idea della "conflittualità intrapsichica"), gli irrigidimenti caratteriali, gli atteggiamenti personali ed i sintomi non sono concepibili come effetti meccanici di una situazione traumatica, ma come costruzione adattiva dell'individuo (nei primi anni) ad un certo clima famigliare, a diffuse situazioni frustranti sul piano dei bisogni di accudimento, contatto ed accettazione. I traumi specifici (con la "t" maiuscola) possono esserci ed essere importantissimi, ma le persone ad essi soggette, reagiscono comunque attivandosi con precise modalità difensive che bloccano il contatto con il dolore.

 

Tutte le ricerche (significative e sempre in evoluzione) sulla psicofisiologia del trauma trascurano un fatto fondamentale: al di là di quello che si può capire di ciò che accade nel cervello delle persone che subiscono traumi, quando uno stesso trauma è condiviso da più persone, alcune reagiscono in modo disadattivo o addirittura producendo un PTSD, mentre altre integrano l'esperienza brutta o terribile nel loro percorso esistenziale, con tutto il dolore che comporta. Viktor Frankl (1946), ad esempio, dopo essere stato prigioniero in un campo di concentramento nazista scrisse un libro sull'amore e proseguì la sua carriera con impegno fino alla vecchiaia. In altre parole, l'idea che un trauma sia la causa di un disturbo "post-traumatico" confonde il nesso causale con quello temporale. Le reazioni al trauma non sono reazioni meccaniche di un cervello, ma azioni di una persona che si inseriscono nel progetto di vita già esistente prima del trauma. Le emergenze richiedono giustamente trattamenti di emergenza: i medici in un campo di battaglia possono operare anche senza anestetici, antisettici appropriati o strumenti indispensabili in qualsiasi ospedale, ma non considerano quella situazione come ottimale. In psicoterapia quindi la riflessione teorica sui disturbi psicologici ed anche su quelli scatenati dai traumi dovrebbe essere più complessa di quanto consentito da una logica esplicativa causale-lineare.

 

Il modello dell'Elaborazione Accelerata dell'Informazione che la Shapiro ha suggerito come cornice teorica di riferimento per l'EMDR, oltre ad essere accettata "solo come ipotesi" dalla stessa studiosa (Shapiro, 1995, p.30), non può diventare una vera teoria esplicativa (come lei auspica) in seguito agli sviluppi della neurofisiologia. Infatti, come la neurofisiologia non può in linea di principio risolvere il problema mente-corpo (che è un problema filosofico), non può nemmeno dare una risposta conclusiva a problemi strettamente clinici (che riguardano fatti da collocare a livelli d'analisi diversi da quello fisiologico). La neurofisiologia può appunto far comprendere meglio ciò che a livello del sistema nervoso si verifica in varie situazioni, ma non può spiegare compiutamente l'agire personale. La stessa quantità di alcol produce in Tizio una sbronza allegra ed in Caio una sbronza orribile, dato che Tizio e Caio hanno due storie diverse assimilate in modo personalissimo. La complessità del loro modo di agire dopo l'assunzione di una certa quantità di alcol rende necessarie spiegazioni collocabili ad un livello d'analisi diverso da quello adeguato per la spiegazione di semplici processi chimici.

 

Gli esercizi dell'EMDR sono quindi molto importanti per incidere sulle dissociazioni, ma il cambiamento stabile e profondo di personalità che ci si aspetta da una psicoterapia deve riguardare anche i basilari punti di riferimento cognitivi ed emozionali in base ai quali le persone nell'infanzia hanno costruito un'immagine coerente ma non realistica di loro stesse, dei loro rapporti con gli altri, della realtà.

 

Un singolo sintomo a volte può essere risolto anche in poche sedute, non solo con l'EMDR, ma con qualsiasi approccio psicoterapeutico. L'orizzonte esistenziale di una persona può essere in ogni caso cambiato solo dalla persona in questione in seguito ad un lungo e travagliato confronto sul piano cognitivo ed emozionale con la sua storia personale, sotto la guida attenta di un'altra persona capace di un buon contatto emotivo ed in grado di lavorare sugli atteggiamenti difensivi.

E' la persona che si crea una strategia di vita, non il suo cervello o il suo corpo o la sua mente. Una buona sollecitazione fornita all'attività cerebrale sembra essere un ausilio importante e va all'EMDR il merito di rendere possibile un lavoro semplice e sofisticato. Anche la psicoterapia corporea è di aiuto nell'attivazione e nella "apertura" dei segmenti corporei irrigiditi o bloccati. Tuttavia una psicoterapia non può funzionare come insieme di esercizi per il cervello o per il corpo. Ha senso, a mio avviso, solo come esperienza personale finalizzata alla comprensione di ciò che la persona fa, alla sperimentazione di ciò che può sentire ed alla ridecisione relativa ad un globale approccio alla vita.

 

Il metodo EMDR prevede, soprattutto in presenza di disturbi di una certa gravità, che l'operatore faccia "interventi cognitivi integrativi" per sbloccare la situazione se il cliente si trova in un circolo vizioso che ostacola la capacità "autoriparativa" della mente. La mia sottolineatura del fatto che in molti casi sia ragionevole intervenire per sbloccare situazioni stagnanti non costituisce quindi un'obiezione riguardante il metodo. Tuttavia credo che gli interventi auspicabili in certe situazioni vadano ricondotti ad una logica diversa da quella degli "interventi cognitivi integrativi".

 

La "logica" degli interventi che considero utili nelle situazioni bloccate non è riconducibile al "Modello dell'Elaborazione Accelerata" in base al quale il materiale disfunzionale sarebbe in qualche modo bloccato in una rete neurale nella forma specifica della situazione traumatica. A parte la mia preferenza per modelli psicologici anziché neurologici in psicoterapia e comunque per modelli non meccanici, devo ricordare che tale modello (rigorosamente causale) trascura l'intenzionalità dei processi difensivi ed è dalla stessa Shapiro considerato una "metafora" (1995, p.251). In tanti anni di lavoro mi sono abituato ad ascoltare frasi di questo tipo: "ora mi rendo conto del fatto che quando sono nelle situazioni in cui mi sentivo incapace o confuso o costretto a reagire in un certo modo, ho per un attimo la sensazione di poter prendere una strada o un'altra". Quando i clienti fanno osservazioni di questo tipo notano sempre che "la strada vecchia" li protegge da una sofferenza profonda, molto temuta e scoprono che "la strada nuova" comporta non solo una resa al dolore inevitabile, ma anche una più profonda felicità".

La logica "intenzionalista" che utilizzo come cornice teorica del lavoro analitico non è quindi né una metafora né una lettura soggettivamente gradita dei fatti; essa consente di ordinare i fatti in modi ragionevoli e corroborati da significative conferme fornite dai clienti. In una situazione traumatica è estremamente "comodo" per un bambino (o per un adulto che da bambino si è autoprogrammato in modo difensivo) dissociarsi, confondersi, frammentare la percezione di una situazione che è terribile e che sarebbe tollerabile solo da un adulto molto equilibrato. Su questa base è quindi importante considerare la funzione rielaborativa dell'EMDR non già come una cura per un "difetto" di funzionamento, ma come un intervento che facilita un confronto con situazioni dolorose non integrate.

 

Proprio la limitatezza della cornice teorica dell'EMDR porta a concepire interventi integrativi che a volte sono limitati. La Shapiro suggerisce ad esempio di rispondere ad una cliente che si sente colpevole per una violenza subita nell'infanzia con una frase di questo tipo: "Non capisco. Mi sta dicendo che una bambina di 5 anni può portare un adulto a violentarla?" (Shapiro, 1995, p.265). Questo intervento è a mio avviso perfetto: mette in crisi la logica difensiva di una persona che preferisce sentirsi colpevole piuttosto che vulnerabile ed effettivamente vittima di un'aggressione. In poche incisive parole la Shapiro chiarisce alla sua cliente che prendendosi responsabilità non sue evita il contatto con una sofferenza che è sua e che può oggi accettare e superare. Allo stesso modo, interviene con empatia ed intelligenza nei casi in cui suggerisce ai clienti di approfondire l'espressione di emozioni provocate da un set di movimenti oculari, quando i clienti manifestano il timore di esprimere tali emozioni. Tuttavia l'autrice fa questa osservazione: "La rabbia imprigionata per una vita può essere estremamente spaventosa per il paziente. Il terapeuta dovrà rassicurarlo che questa rabbia è semplicemente la manifestazione della rabbia infantile che è rimasta chiusa nel suo sistema nervoso" (Shapiro, 1995, p.275). A parte il riferimento discutibile al sistema nervoso come "contenitore" della rabbia, l'autrice finisce per "togliere" ad una persona la responsabilità di una sua reazione emotiva e la possibilità di una ridecisione.

 

La deresponsabilizzazione è rassicurante nell'immediato, ma non produce cambiamenti reali perché non è il vero "antidoto" per il "veleno" costituito dai sensi di colpa. Non lavoro mai con i miei clienti affermando che i loro sensi di colpa sono determinati dalla loro nevrosi, così come ad esempio si fa a volte nella terapia comportamentale e cognitiva con pazienti "affetti" da disturbo ossessivo compulsivo (cfr. Dèttore, p.170). Affronto il senso di colpa chiarendo che esso costituisce sempre una difesa che protegge dal dolore. Ad esempio certe persone si colpevolizzano anche quando si rendono conto di non aver dato abbastanza accudimento e affetto ai loro figli. Tali clienti si colpevolizzano infatti sia perché in genere hanno la presunzione di essere "migliori dei loro genitori" (in una logica competitiva), sia perché non vogliono accettare davvero né il loro antico dolore provato nel ruolo di figli, né il dolore che i loro figli possono sentire o aver sentito. Si svalutano per non accettare che la loro infanzia è stata dolorosa perché i loro genitori erano imperfetti (e non già "colpevoli" o "sbagliati") e per non accettare davvero che anche l'infanzia dei loro figli è stata dolorosa. Appena smettono di colpevolizzarsi, cominciano a piangere, a sentire e ad elaborare una genuina (non difensiva e non regressiva) sofferenza, a provare pietà per loro stessi, empatia per i loro figli e per i loro genitori.

 

Noi siamo responsabili di ciò che facciamo e delle risposte emotive che diamo a certe situazioni e in analisi abbiamo bisogno di riconoscere che a volte siamo stati distruttivi per paura e non perché "incapaci" di fare altro; abbiamo anche bisogno di riconoscere come "nostre" le nostre emozioni, sia quelle ragionevoli, sia quelle difensive, per cambiare il nostro rapporto con gli altri e con la vita. Saltare il passaggio dell'assunzione di responsabilità personale riduce la possibilità di fare cambiamenti profondi. Dire ad un cliente che un'emozione non è una risposta "scelta dalla persona" ma una sorta di pacco depositato in un binario morto del sistema nervoso o dire che è "solo il paesaggio che scorre" mentre la persona "è sul treno" (Shapiro, 1995, p.275) forse abbrevia il lavoro psicoterapeutico, ma toglie ad esso la profondità necessaria. Se non si è costretti da fatti contingenti (ad es. il poco tempo disponibile in una situazione di emergenza), l'intervento ottimale nelle situazioni di stallo va valutato di volta in volta alla luce di ciò che serve al cliente. Può essere un intervento non solo cognitivo e deve essere comunque finalizzato alla comprensione della strategia difensiva del cliente e delle nuove scelte di vita che questi può fare.

 


 

3. EMDR e approcci “evidence based

 

Partendo dalla Home Page del sito ufficiale dell'EMDR Institute Inc. si può arrivare alla pagina web intitolata The Efficacy of EMDR (www.emdr.com/efficacy.htm) in cui viene sottolineato, con comprensibile soddisfazione, l'esito di molte ricerche che hanno attribuito al metodo EMDR un alto livello di efficacia per il trattamento di un disturbo tutt'altro che semplice da affrontare come il PTSD (in italiano DPTS, o disturbo post-traumatico da stress). Questo, infatti è l'ambito elettivo di intervento per chi pratica l'EMDR (cfr. Shapiro, 1995, cap.12 ed anche Shapiro-Forrest, 1997, Appendice B).

Si deve tuttavia dire che se l’EMDR accetta senza riserve la logica attualmente prevalente nell’impostazione delle ricerche sulla “efficacia” in psicoterapia, rischia di definirsi come indirizzo psicoterapeutico anziché come tecnica e di finire nel calderone delle psicoterapie focalizzate su sintomi o disturbi specifici, pur restando a mio avviso migliore di altre.

 

Negli ultimi anni si è consolidata una tendenza, tutt’altro che marginale nel variegato mondo delle “psicoterapie”, contraddistinta dall’idea che l’unico modo di arginare il fenomeno (tragico) delle psicoterapie teoricamente confuse e irrilevanti sul piano dei risultati consista nel ridurre l’attività psicoterapeutica ad un insieme di procedure standardizzate di “provata efficacia”.

Questa tendenza prende il nome di "movimento EST" (ove la sigla sta per Empirically Supported Treatment) o di "approccio evidence based" alla psicoterapia (cfr. Lyddon-Jones Jr, 2001)

Drew Westen (2004) ha evidenziato le debolezze metodologiche dei presupposti che stanno alla base delle psicoterapie “evidence based”, e i dati riportati dagli stessi sostenitori di tali psicoterapie mostrano che in realtà i risultati documentati non sono poi così strepitosi. Tuttavia, tale impostazione oltre ad essere discutibile nelle sue premesse e a non garantire successi esaltanti, è superficiale. Comporta infatti una rinuncia pregiudiziale a qualsiasi tentativo di collegare un particolare disturbo alla personalità, alla storia ed al progetto di vita di chi manifesta tale disturbo. Comporta quindi una rinuncia (razionalizzata ma non razionale) a toccare e scalfire le modalità difensive personali di cui un particolare disturbo è semplicemente l’aspetto più visibile, ma non certo quello più significativo.

 

Nel nuovo ma già complesso universo dell’EMDR, di fatto convivono due anime: quella riduzionista, scientista, causalista e quella limpidamente tecnica.

Solo la seconda anima consente un inserimento dell'EMDR in un approccio analitico approfondito che può accogliere varie tecniche (gestaltiche, corporee, ecc.) utilizzabili per favorire un maggior contatto emotivo e i necessari cambiamenti nella struttura del carattere, nell’identità e nel progetto di vita delle persone.

La prima anima dell’EMDR associa invece strettamente la tecnica ad approcci cognitivisti e comportamentisti che tendono ad ignorare la dimensione personale del rapporto psicoterapeutico. In tale prospettiva vengono a mio avviso teorizzati in modo discutibile il rilassamento, la “desensibilizzazione” e la “installazione” di particolari risorse. In questo modo l’EMDR diventa un indirizzo psicoterapeutico concepito per il raggiungimento di un maggior benessere, ma non per una compiuta espressione delle potenzialità delle persone.

 

a) Rilassamento

Le tecniche di rilassamento associate all'EMDR (come ad esempio l'esercizio del "posto sicuro"), quando vengono applicate in presenza di stati d'animo di dolore profondo mirano proprio a placare il dolore dei clienti anziché a consentire un approfondito lavoro del lutto; quando vengono invece applicate in relazione a stati d'animo "brutti", ma difensivi, servono semplicemente a non analizzare tali stati d'animo come difese. In tal modo l'operatore EMDR rinuncia a fare analisi per portare avanti una terapia "centrata sul paziente" (cfr. Shapiro, 1995, p.282 e 305). Considero errato tale approccio, come pure quello della "terapia centrata sul cliente" di Carl Rogers (1951) perché le persone in psicoterapia, anche se usano al meglio le loro risorse mentali, non possono smascherare da sole la strategia difensiva che inconsapevolmente seguono.

 

A questo proposito occorre fare una marcata distinzione fra l'applicazione dell'EMDR con persone sconosciute che non sono in psicoterapia e l'uso dell'EMDR con persone che stanno facendo un percorso analitico. Nel primo caso, data la possibilità che il lavoro "improvvisato" (ad esempio con una popolazione colpita da un terremoto) produca sviluppi emozionali a cui le persone non sono minimamente preparate, trovo estremamente raccomandabile che un terapeuta EMDR sia così prudente da preparare il cliente a "gestire" con tecniche di rilassamento eventuali emozioni "disturbanti". La cosa deve invece ovviamente essere valutata in termini diversissimi se l'EMDR è applicata con una persona ben conosciuta, che sta facendo analisi, che non è "emotivamente sprovveduta" e che in ogni caso può telefonare all’analista. Proporre in tutti i casi tecniche di rilassamento significa limitare il lavoro psicoterapeutico. Ciò si giustifica solo se l'operatore che fa EMDR non ha fatto analisi (cosa abbastanza frequente), non sa per esperienza personale che le emozioni autentiche sono molto intense, non distingue fra emozioni autentiche e difensive, non è in grado di guidare i clienti a compiere un adeguato lavoro del lutto, non sa che l'elaborazione del dolore porta ad una felicità profonda che non è in alcun modo assimilabile al "rilassamento".

 

I clienti vengono in analisi perché stanno male e vogliono star bene, non per ribaltare tutto il loro progetto esistenziale. Vogliono le loro difese, ma non le escrescenze sintomatiche di tali difese. Un analista sa (o dovrebbe sapere) che il disagio di cui il cliente è consapevole (e su cui è giusto intervenire) è l'aspetto più superficiale del suo rapporto con se stesso, con gli altri e con la realtà. Questo è ciò che non vogliono capire i sessuologi, gli esperti in terapie brevi, gli psicoterapeuti comportamentisti. Il problema profondo di tutti i clienti riguarda l'intolleranza (infantile) per il dolore e la gestione superficiale della vita personale che permette di non accettare il dolore come componente fondamentale dell'esistenza. Le terapie brevi, quelle più banali o quelle più sofisticate non lavorano in questa direzione ed i professionisti che fanno riferimento a questi indirizzi e che si sono formati in scuole tecnicistiche non conoscono la differenza fra una vita vissuta a tinte forti (molta gioia, molto dolore, intensa felicità di essere vivi) ed una vita vissuta in modo rattrappito, superficiale, magari con pochi sintomi. Molte scuole riconosciute non richiedono un'analisi personale. Altre scuole (come ad esempio quella psicoanalitica) prevedono un'analisi personale che però ha il difetto di essere molto intellettualizzata e inadeguata per una comprensione profonda dei vissuti personali e per un superamento di atteggiamenti caratteriali difensivi. Tutto ciò, ovviamente, crea grossi problemi, sia che si utilizzi l’EMDR, sia che si faccia psicoterapia in altri modi.

 

Voglio riportare una seduta che può chiarire meglio la necessità di passare in certi casi dal lavoro standard dell'EMDR ad un lavoro analitico (anche corporeo) molto profondo, anziché far "rilassare" il/la cliente con qualche rassicurazione o con l'esercizio del "posto sicuro".

 

Antonia era in una fase avanzata del suo percorso e, dopo aver superato alcuni disturbi ingombranti per cui aveva inizialmente cercato aiuto, stava affrontando stati emotivi abbastanza intensi sperimentati nell'infanzia. Nella sua prima seduta di EMDR, dopo aver scelto come target su cui lavorare un episodio all'asilo in cui si era sentita molto isolata e non protetta, mette a fuoco la convinzione negativa relativa a tale situazione: "Io non vado bene". Per via del lavoro analitico già svolto non dà un punteggio alto a tale convinzione, ma sente che in qualche misura essa è ancora presente in lei. Sceglie come convinzione positiva, da consolidare sul piano del sentire, quella riassumibile con le parole "Io sono abbastanza forte e sono sveglia".

 

Dopo alcuni esercizi con i movimenti oculari, Antonia si "ritrova" isolata dagli altri bambini in un angolo con dei cuscini. Dice che lì si sente protetta, ma anche in gabbia. Mi chiede se può urlare e le rispondo che può farlo, se sente di volerlo fare. Grida "Aiuto!" con molta voce, ripetutamente e poi si scioglie in lacrime e singhiozzi. Nonostante il pianto sia "fisiologicamente completo" e abbastanza profondo, ho l'impressione che l'esperienza fatta sia stata più una parziale regressione che un'autentica rielaborazione emotiva.

 

A questo punto, piuttosto che proseguire con altri esercizi di EMDR preferisco chiederle cosa sente e mi risponde che, urlando, ha avuto la sensazione di non essere ascoltata da nessuno e ha sentito di volersi chiudere. Ciò mi conferma che l'EMDR ha riattivato vissuti molto profondi, ma che la regressione almeno in parte c'è stata: Antonia, in altre parole, "era là" (in qualche misura) e non era "qui, nel mio studio, in contatto con l'esperienza dell'asilo". Noto anche una scarsa mobilità della sua bocca e le chiedo se ha delle sensazioni sulle labbra. Mi risponde di sentire un formicolio sulle labbra (e un po' anche attorno agli occhi).

 

Tali sensazioni nella bocca o attorno agli occhi o nelle mani si presentano spesso in analisi, soprattutto nel corso di esercizi fisici che comportano un'intensificazione della respirazione. Da un punto di vista medico rappresentano un segno lieve di iperventilazione e infatti non devono essere portate troppo avanti. Tuttavia non costituiscono un semplice esito "meccanico" di un processo fisiologico, ma indicano che lo stato di attivazione fisiologica ha fatto affiorare emozioni non riconosciute e non adeguatamente espresse. Infatti, quando una persona sente il formicolio nelle mani perché trattiene un gesto affettuoso o una richiesta di contatto, se colpisce il materassino con i pugni registra un'intensificazione della sensazione, mentre se stringe le mani dell'analista nota una improvvisa scomparsa del disturbo. Se invece trattiene della rabbia sente crescere il formicolio stringendo teneramente le mani dell'analista e supera la sensazione fastidiosa solo colpendo il materassino. In questi casi si deve procedere per prova ed errore "verificando" gli effetti di vari gesti espressivi.

 

Decido di rinviare ad un'altra seduta il completamento del lavoro con l'EMDR per concludere quella attuale in modo accettabile e possibilmente utile. Invito quindi Antonia a lavorare fisicamente sulla bocca in vari modi con un tovagliolino di spugna, facendole mantenere il contatto con i miei occhi. Sente di voler "immergere il viso nel tovagliolino", lo fa e piange nuovamente con lacrime e singhiozzi. Quando rialza il viso mi dice che il formicolio è calato sensibilmente, ma non è scomparso, e che ora esso è presente, un po', anche nelle braccia. A questo punto penso che l'espressione fisica dell'emozione possa risultare completa solo se meglio identificata sul piano cognitivo.

GF. Perché piangevi?

A. Sentivo una solitudine immensa.

GF. Già. Non è la prima volta. Ma perché piangere, ora, non ti fa trovare pace?

A. Non so.

GF. Farò la cavia: stringi la mia mano con le tue e cerca di scoprire quale tipo di comunicazione fisica ed emozionale senti di voler manifestare, posto che io posso rappresentare qualsiasi persona.

[Antonia fa varie "prove": il formicolio nelle braccia cala (ma non scompare) sia tirandomi verso di sé e dicendomi "stammi vicino", sia respingendomi e dicendomi "no!"].

GF. Forse non senti né il bisogno di "chiedere" né quello di respingere. Forse vorresti sentirti libera di dire "no!" anche ad una persona da cui desideri vicinanza o sostegno.

A. [Con un guizzo degli occhi mi fa capire che finalmente abbiamo toccato il punto giusto]. E'così! Il formicolio è scomparso. Avevo già sentito la mia paura di dire dei "no" all'interno di rapporti significativi, ma ora questa cosa è più "chiara", dentro di me. Nessuna persona, anche se cara, può obbligarmi a fare ciò che non voglio.

GF. Bene. Hai fatto dei compromessi perché eri piccola. Hai fatto quel che potevi per sopravvivere allora … e per crescere. Ora sai di essere cresciuta.

 

Questo piccolo esempio mostra che effettivamente l'EMDR può riaprire delle situazioni emotive non elaborate (o non sufficientemente elaborate, nel caso di clienti in analisi da tempo). Ciò rende la tecnica tanto preziosa. In tale lavoro possono però attivarsi delle operazioni difensive che richiedono interventi appropriati, anche cognitivi, ma non solo cognitivi. La regressione era difensiva perché in fondo per Antonia era più comodo "disperarsi da bambina” in modo confuso che accettare da persona adulta il dolore di un'infanzia "definitivamente conclusa e dolorosa". Il "rattrappimento agitato" che produceva sensazioni di formicolio era ugualmente difensivo perché confondeva la percezione delle emozioni profonde relative ad un preciso problema. Antonia aveva avviato un pianto di dolore, ma era poi scivolata in un pianto confuso. Sentirsi piccoli, in difficoltà e magari in pericolo, per quanto penoso, è più "comodo" che accettare che non c'è più pericolo, incertezza, ma nemmeno speranza: la storia è stata brutta e tale resterà nel ricordo perché è finita male. In analisi si lavora sull'infanzia per salvare ciò che resta della vita adulta, dato che l'infanzia non ha avuto un lieto fine. Ovviamente il problema di Antonia non era con l'asilo, ma con la madre: proprio la mancanza di sostegno materno la faceva sentire così in difficoltà con gli altri bambini.

 

b) Desensibilizzazione

La desensibilizzazione rispetto ad uno stimolo non è di per sé una cosa buona. Se fossimo insensibili al calore ci ustioneremmo facilmente e il fatto di essere sensibili sul piano fisico ci rende prudenti, così come il fatto di essere sensibili sul piano psicologico ci rende umani. Tuttavia, anche nei casi in cui lo stimolo non è oggettivamente disturbante e la reazione ad esso risulta irrazionale, la semplice desensibilizzazione resta una cosa sbagliata perché può far sentir meglio un cliente e dar soddisfazione ad uno psicologo, ma non risolve il problema. Infatti, la reazione inappropriata ad uno stimolo ha delle ragioni. Con le risposte inappropriate a certi stimoli, le persone mantengono un distacco emozionale rispetto a qualcos'altro; istituire un ulteriore distacco rispetto agli stimoli in questione costituisce quindi una sorta di ulteriore repressione. Della prima repressione è responsabile la persona in psicoterapia, ma della seconda è responsabile lo psicoterapeuta comportamentista.

 

Molti miei clienti hanno superato delle reazioni allergiche alle cose più strane (graminacee, peli degli animali ecc.) facendo un lavoro analitico riguardante la loro propensione a dire ciò che non volevano piuttosto che ad ammettere (dolorosamente) che desideravano ciò che non potevano avere. Dire "Accidenti, non sopporto qualcosa!" è più comodo che dire "vorrei amore da chi non sa amarmi". Le persone allergiche non tollerano sul piano interpersonale le mancanze proprio concentrandosi su ciò che non vogliono. Con i sintomi allergici estendono in modi anche ridicoli il loro atteggiamento caratteriale difensivo. Un mio cliente (un medico) che era certo di essere oggettivamente allergico ad un sacco di cose, perché aveva fatto tutti i test "scientificamente validi", smise comunque di gonfiarsi il naso e gli occhi in primavera quando cominciò a piangere per tutto ciò che non aveva avuto e che (non essendo più un bambino) non poteva più avere. Riconobbe il cambiamento nonostante l'incontrovertibile oggettività dei test. Se fosse stato "desensibilizzato" avrebbe perso l'occasione di accogliere nella sua vita una fetta di dolore che "era suo" e che lo ha reso più umano, più felice e capace di chiedere affetto. Analoghe considerazioni valgono per paure strane e cose del genere.

 

La logica della desensibilizzazione costituisce un tentativo di rendere le persone distaccate emotivamente da una situazione rispetto alla quale sentono un coinvolgimento patologico. In altre parole, la classica desensibilizzazione era ed è l'opposto della rielaborazione: la sensibilità patologica blocca quella autentica e la desensibilizzazione blocca quella patologica quando quest'ultima è troppo ingombrante. La rielaborazione (tipica di un lavoro analitico non intellettualistico) porta invece a sostituire la sensibilità irrazionale con la sensibilità profonda.

 

Francine Shapiro ha scritto, a proposito dell'EMDR: "Il processo di apprendimento e di trasformazione non si limita a guarire il dolore. L'EMDR può essere utilizzato in modo specifico anche per migliorare la prestazione" (Shapiro-Forrest, 1997, p.268). L'espressione "guarire il dolore" non è accettabile. Il dolore non può essere "guarito" perché proprio l'autentica esperienza del dolore rende possibile il superamento di ogni disturbo emotivo. Quando una persona risulta in grado di accettare il dolore (inevitabile) oltre che la gioia, non sente più l’esigenza di mantenere dei disturbi psicologici. La distinzione fra dolore (il dispiacere per una perdita o un'impossibilità, accettato pienamente senza barriere o deformazioni difensive) e pseudosofferenza (depressione, senso di colpa, pantano masochistico, invidia, rabbia difensiva, confusione, ecc.) non è una sottigliezza interessante per gli intellettuali, ma è il criterio basilare che consente di capire su cosa "lavorare" e cosa cercare. L'analisi aiuta a cercare il dolore autentico per liberare le persone da pseudosofferenze irrazionali.

 

Da quel che ho visto, l'EMDR può favorire sia un'elaborazione autentica delle situazioni difficili, sia un'elaborazione orientata nella direzione di un certo distacco emotivo. La differenza nei risultati dipende dalla modalità dell'applicazione della tecnica. Per questo, un'adeguata formazione degli operatori EMDR, includente la capacità di distinguere a livello personale ed a livello teorico fra dolore e pseudosofferenza, sarebbe opportuna e indispensabile.

 

Nei testi fondamentali dell'EMDR ricorrono sia affermazioni confuse che non sottolineano la differenza fra dolore ed emotività difensiva (cfr. Shapiro-Forrest, 1997, pp.170, 174, 195, e 243), sia affermazioni impeccabili che implicano la consapevolezza di tale differenza : "…l'EMDR non elimina e nemmeno attenua emozioni sane e adeguate, incluso il dolore. Può invece permettere ai pazienti di portare il lutto con un maggior senso di pace interiore" (Shapiro, 1995, p.231). Nelle pagine che fanno seguito a questa citazione, la Shapiro usa però concetti come "dolore eccessivo" e "dolore patologico" senza concettualizzare adeguatamente tali espressioni. Il dolore non è mai “eccessivo” e se è “patologico” non va ragionevolmente definito come dolore, ma come depressione, senso di colpa, pantano masochistico, rabbia passiva, ecc.. Occorre quindi che su una questione così basilare e delicata come la distinzione fra lavoro del lutto e difese rispetto a tale processo integrativo e positivo, nei corsi di formazione in EMDR si facciano i dovuti approfondimenti, dato che non tutte le scuole di psicoterapia hanno idee chiare sull'argomento. Tale distinzione non è un lusso, ma una necessità. Da essa dipende infatti la possibilità di capire cosa i clienti stanno facendo mentre procedono da un esercizio all'altro. Da essa dipende anche la possibilità di valutare in modo rigoroso se il cliente sta elaborando dei vissuti o si sta chiudendo in un circolo vizioso difensivo. Una volta chiarito bene che il dolore non si "lenisce", ma si integra, sarà ben chiaro che le convinzioni negative dei clienti non sono mai l'effetto di una situazione dolorosa, ma sono aspetti cognitivi di una risposta difensiva ad una situazione dolorosa.

 

La tipica rassicurazione che si invita a porgere ai clienti che stanno molto male ("sì, questo stai sentendo, ma è roba vecchia") mira a far prendere una distanza da emozioni scomode per il cliente e forse per lo psicoterapeuta; il tipico invito a rifugiarsi in un posto sicuro quando si sta troppo male, mira a "placare" dei sentimenti non analizzati. Infatti, il cliente che manifesta una sofferenza difensiva non dovrebbe essere messo in condizione di calmarsi, ma di spezzare quel circolo vizioso ed accedere al dolore autentico da cui sta scappando. Il cliente che invece sta elaborando un vero dolore non dovrebbe affatto calmarsi, ma attraversare tutte le fasi del suo lutto.

 

L'unica "desensibilizzazione" rispettosa delle persone consiste nel rendere le persone meno "patologicamente sensibili" e ciò si può ottenere proprio rendendole più sensibili sul piano autenticamente emozionale. Per orientarsi in questa direzione, l'EMDR deve armonizzarsi con un lavoro analitico di più ampio respiro che aiuti le persone a gestire nei tempi necessari le emozioni profonde e temute.

 

c) Installazione di risorse

Nella cosiddetta fase di "installazione" il lavoro dell'EMDR mira a stabilizzare (con l'induzione dei consueti movimenti oculari) una convinzione positiva che nel corso di una o più sedute il cliente è riuscito a sentire come sua. Un po' come quando a scuola, dopo aver studiato si fa il "ripasso", per "fissare" i nuovi contenuti appresi. Al di là quindi della brutta espressione (più da ingegneri o da meccanici che da psicologi), la fase di installazione costituisce il consolidamento di un lavoro realmente compiuto dal cliente. Il cliente ha elaborato una situazione e scoperto di poter "far sue" certe convinzioni che inizialmente considerava giuste solo in linea di principio e consolida quindi il lavoro fatto concentrandosi su tale risultato mentre l'operatore EMDR gli offre la solita appropriata sollecitazione.

 

Questo coronamento di un lavoro fatto dal cliente e relativo ad una convinzione razionale ed acquisita realmente dal cliente è un aspetto che considero positivo. Purtroppo, però, se l'EMDR viene interpretata come una tecnica finalizzata a produrre benessere a qualsiasi costo, ed indipendentemente da un percorso interiore di consapevolezza, il concetto di "installazione" può far venire strane idee e dar luogo ad "approfondimenti" della tecnica decisamente discutibili.

Trascrivo da una Newsletter di EMDR Italia alcuni passi.

"Nel suo lavoro che troviamo negli atti dell'EMDR European Conference di Roma, il Professor Brurit Laub dell'Università di Gerusalemme, elenca una serie di risorse installabili nei pazienti, raggruppandole per generi:

1)Risorse metaforiche. Per esempio un'aura luminosa che protegge dalle voci critiche, un'ancora che simbolizzi sicurezza e stabilità, una bussola che simbolizzi una chiara direzione.

2)Risorse correttive. Episodi immaginari che concludano esperienze interrotte o modifichino in meglio quelle negative. Per esempio, evocare e vivere una scena in cui la madre, al contrario di quanto è in realtà avvenuto, conforti il paziente dopo l'evento traumatizzante.

3)Fusione (temporale) di risorse. A volte i pazienti preferiscono unire delle proprie risorse relative al passato a risorse disponibili nel loro presente, formando così un'unica e potente risorsa attuale.

4)Risorse relative all'ambito interno del paziente. Per esempio risorse spirituali, anche esplicitate in riti che chiamino sul paziente la protezione del Signore" (EMDR-Italia, 2003, p.13).

 

Questo professore elenca ben 10 tipi di risorse "installabili". Praticamente installa tutto, anche se sembra non sia riuscito ad installare gli occhi azzurri, la vittoria nel campionato di calcio e una notte con Michelle Pfeiffer. La mania dell'installazione è a mio avviso innocua per i pazienti, quanto lo sono le terapie rilassanti con musiche indiane e incensini accesi. Non fa bene, ma non credo possa creare danni. Tuttavia resta un intervento errato perché proposto come intervento psicoterapeutico. Non c'è alcuna utilità nel far immaginare ad un cliente di avere una bussola: se il padre non gli ha fatto da guida, egli deve elaborare il dolore riguardante il fatto di aver avuto un padre che non faceva il padre e se oggi deve prendere delle decisioni deve accettare il fatto che da grandi si decide comunque e si rischia sempre di sbagliare. Se una persona ha avuto una madre che ha reagito in modo distruttivo ad una sua vicenda traumatica, sembra ragionevole che tale persona elabori il dolore dell'evento traumatico ed anche quello di aver avuto una madre distruttiva. Non vedo l’utilità di un lavoro volto ad installare un’illusione.

 


 

4. L’EMDR come tecnica

 

Francine Shapiro da un lato ha scoperto e proposto l'EMDR come tecnica utilizzabile da psicoterapeuti di varie scuole, e dall'altro ha suggerito la possibilità che l'EMDR venga concepita come una sorta di ombrello capace di "accogliere" le varie forme di psicoterapie (Shapiro, 1995, p.53). Su questo, si deve dire che al di là dei meriti della tecnica, è difficile pensare all'EMDR come al cardine di tutte le psicoterapie, dato che la teoria di riferimento è per la stessa Shapiro una semplice "ipotesi di lavoro" da perfezionare (op.cit.p.54); è anche difficile pensare che una teoria riduzionistica, articolata in una logica causale-lineare, possa costituire il fondamento di teorie dell'analisi più complesse. Per questo penso che L'EMDR debba consolidarsi come tecnica.

 

Scrive Francine Shapiro: "E' possibile che le vittime di tutto il mondo imparino che è positivo passare dal ruolo di vittime a quello di sopravvissuti per poi rifiorire? Onorare i morti, le perdite e le esperienze è una conseguenza naturale di eventi che non saranno dimenticati, anche se accettiamo aiuto per mettere il passato nel mondo che gli compete" (Shapiro-Forrest, p.259). Queste parole testimoniano la sensibilità personale della Shapiro e aprono le porte alla speranza: un metodo semplice, applicabile in poche sedute e capace di produrre risultati positivi per la vita di molte persone è una cosa sicuramente preziosa. A prova di ciò vanno menzionati i risultati ottenuti dal Programma di Assistenza Umanitaria (EMDR-HAP) costituito da clinici formati in EMDR che aiutano gratuitamente le persone in luoghi colpiti dalla violenza della guerra o da calamità naturali (Cfr.Shapiro-Forrest, p.271). Questa sincera volontà di individuare ed applicare un metodo capace di offrire risultati immediati e significativi merita un sincero apprezzamento.

 

Un percorso analitico valido richiede tempo. Produce risultati qualitativamente elevati che investono tutto l'orizzonte esistenziale di una persona. Ma quante persone possono permettersi un percorso analitico lungo e costoso? E anche se gli ostacoli economici e culturali potessero essere rimossi, se le richieste di un lavoro analitico non centrato sui sintomi si moltiplicassero, quanti analisti potrebbero rispondere ad una tale domanda? Qualsiasi analista prima o poi si chiede: "quante persone potrò aiutare nella mia vita?" e inevitabilmente risponde: "poche". Il limite del lavoro analitico non riguarda solo la qualità dei suoi risultati, ma anche la possibilità di intervenire in modo quantitativamente significativo sui disturbi psicologici. Questo limite resta a mio avviso insuperabile. Il pregio maggiore dell'EMDR è proprio quello di poter diventare uno strumento utile a milioni di persone.

 

Se si riconoscono i limiti i limiti del lavoro analitico si giunge facilmente a riconoscere la necessità di utilizzare ed approfondire ogni strumento adatto a migliorare qualitativamente tale lavoro e a ridurre in qualche misura i suoi tempi. Per questo credo che meriti di essere attentamente valutato il contributo che l'EMDR può dare al percorso analitico. Credo però che a questo scopo l'EMDR richieda degli approfondimenti significativi.

 


 

Bibliografia

 

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