Questo lavoro è stato
pubblicato con lo stesso titolo su questo sito nel 2004.
Al testo sono state fatte alcune correzioni, alcuni tagli ed alcune aggiunte nel 2006.
2. Bisogni e desideri
3. Emozioni
4. Immagine di sé
5. Relazioni
6. Convinzioni
7. Azioni
8. Il percorso analitico e la
filosofia implicita nella vita quotidiana
9. La normalità irrazionale
Bibliografia
1. Il concetto di funzionamento psicologico adulto
Non utilizzerò l’espressione “funzionamento psicologico adulto” per indicare i normali comportamenti degli adulti, dato che normalmente gli adulti funzionano psicologicamente seguendo strategie “difensive” elaborate nell’infanzia per evitare il contatto emotivo con esperienze troppo dolorose per essere accettate. Utilizzerò invece tale espressione per indicare i modi di pensare, comunicare ed esprimere sentimenti che costituiscono potenzialità specifiche degli adulti; tali potenzialità vengono manifestate da poche persone che hanno vissuto gli anni dell’infanzia in famiglie strane (amorevoli, protettive, accettanti, capaci di dare sostegno e guida) e da poche persone che hanno fatto un percorso analitico abbastanza approfondito e non orientato al semplice superamento di sintomi e disagi circoscritti. Normalmente, purtroppo, le persone vivono al di sotto delle loro potenzialità psicologiche.
Concetti come "difesa" e "intenzionalità difensiva" non vanno confusi con il concetto psicoanalitico di "meccanismo di difesa". (A.Freud, 1936). Mentre nella concezione psicoanalitica i meccanismi di difesa rinviano ad un'opposizione dinamica fra difese e pulsioni, nell'approccio analitico a cui faccio riferimento il concetto di difesa rientra in un quadro concettuale molto più semplice, non speculativo e aderente al piano osservativo: le persone producono sintomi, disturbi, atteggiamenti caratteriali, immagini di sé, convinzioni irrazionali, semplicemente perché con tali "difese" si proteggono. Non si proteggono dalle pulsioni (concepite dagli psicoanalisti come “naturalmente minacciose”), ma dal dolore.
Il dolore è un aspetto costitutivo dell'esperienza umana e tutte le persone adulte hanno risorse psicologiche sufficienti per accettare il dolore che non può essere evitato. Solo i bambini sono incapaci di elaborare le esperienze dolorose, ma possono accettarle e superarle con il sostegno dei genitori. Quando i genitori, non riescono a svolgere tale ruolo supportivo, i bambini reagiscono riducendo o alterando il contatto emotivo con le esperienze dolorose.
Gli analisti e gli psicoterapeuti che, come me, considerano le difese come azioni (intenzionali), a differenza di quelli che adottano una lettura causale dei disturbi psicologici, non si propongono di "curare" o "guarire" i clienti, ma di chiarire le loro strategie difensive, per facilitare l'elaborazione adulta del dolore, rendendo superflui i sintomi psicologici, le varie convinzioni irrazionali e gli atteggiamenti che limitano l'espressione delle potenzialità individuali.
Il modo "adulto" di sentire, pensare e agire che descriverò non deriva quindi da speculazioni metafisiche sull'essenza dell'uomo o da operazioni riduzionistiche di tipo scientista, ma dall'osservazione di come le persone cambiano quando con il lavoro analitico superano la paura di affrontare il lato doloroso della realtà.
Cercherò di descrivere il funzionamento psicologico adulto come un insieme di sentimenti, atteggiamenti, modi di affrontare la realtà, che sono diversi sia dalle tipiche modalità difensive definite nevrotiche o psicotiche, sia dalle cosiddette modalità normali di funzionamento psicologico. La normalità psicologica implica infatti forme gravi di irrazionalità e di distruttività che non sono in genere riconosciute. Gli studiosi del comportamento umano (essendo spesso psicologicamente "nella norma") identificano come "patologie" solo ciò che riescono a percepire come irrazionale o distruttivo, ovvero vedono gli aspetti più gravi del funzionamento psicologico difensivo. Se l'umanità fosse fatta di persone quasi cieche, solo la completa cecità sarebbe considerata un disturbo della vista. In psicologia e psicoterapia succede qualcosa del genere e la mancata comprensione dei disturbi psicologici "normali" dà luogo a complicate teorie sulla “patologia psichica” ed a specifiche “terapie” da applicare a chi risulta "malato" (cioè appena un po' più irrazionale degli psicologi).
Queste riflessioni consentiranno di comprendere i "disturbi psicologici" come eccessi di normalità. Per aiutare i clienti ad elaborare le loro esperienze dolorose l’analista deve avere una formazione personale (non solo teorica) che gli consenta di non temere il confronto con il dolore inevitabile e di capire quindi come i clienti evitano di sentire emozioni intense. Nelle sedute l'analista non solo utilizza le sue conoscenze teoriche e tecniche, ma utilizza anche il proprio modo di affrontare l'esistenza per percepire (e non solo capire) le operazioni che i clienti fanno quando interrompono il contatto emotivo.
In fondo, anche gli ingegneri, gli etologi, i chirurghi non devono solo conoscere le teorie e le procedure che giustificano il loro operare, ma devono anche vedere ciò di cui si occupano. Questa necessaria competenza "soggettiva" non rende i loro interventi "misteriosi". Lo stesso vale per chi fa psicoterapia. Non c'è nulla di strano nel fatto che un analista debba sentire le sue emozioni quanto basta per percepire immediatamente che un cliente che "si detesta" sta alterando il contatto emotivo. Se l'analista si detestasse a sua volta potrebbe solo affermare che il cliente "sta facendo progressi", oppure, nel migliore dei casi, potrebbe ricordare di aver letto in un libro che l’autosvalutazione aveva a che fare con i disturbi psicologici.
La psicoterapia in genere trascura o sottovaluta le modalità difensive in cui le persone organizzano la loro esistenza personale. Tuttavia, il lavoro analitico dovrebbe favorire proprio una trasformazione del rapporto complessivo con la realtà che il cliente ha scelto (e che a valle produce anche certi sintomi); da tale trasformazione dipende infatti non solo una riduzione dei disturbi più evidenti, ma soprattutto l’espressione delle potenzialità individuali.
Se uno psicoterapeuta condivide
la strategia esistenziale di base (difensiva) del cliente e si propone di
modificare un particolare sintomo, non può aiutare il cliente a modificare il
complessivo modo di vivere che rende possibili i sintomi.
Gli psicoterapeuti che focalizzano la loro attenzione su particolari disagi dei clienti tendono a concepire tali disagi come "mancanze", "errori", o "guasti". Cercano quindi di essere accoglienti e rassicuranti allo scopo di sviluppare nei clienti capacità non giunte a maturazione, o di far rilassare i clienti che si trovano in uno stato di paura o di tensione, o di correggere un particolare vizio cognitivo o di incoraggiare la "espressione" di ciò che sembra "bloccato". I clienti in psicoterapia, però non sono vittime passive dei loro disturbi. Sono attivi fin dalla nascita. Vivono fin dall'infanzia per non soffrire e scelgono quotidianamente di irrigidirsi, confondersi o bloccarsi per non sentire quella fetta di dolore che caratterizza la loro vita. Proprio per questo vivono "assediati" dalla loro autentica (non riconosciuta e non accettata) sofferenza e producono nuove forme di sofferenza superficiali, superflue ed irrazionali. Se gli psicoterapeuti condividono gli atteggiamenti difensivi "normali" dei loro clienti possono "vedere" solo gli eccessi di normalità che gli stessi clienti riconoscono come disfunzionali.
Per queste ragioni, proprio l'ancoramento personale dell'analista ad una strategia esistenziale adulta permette un'adeguata comprensione sia dei disturbi psicologici più evidenti, sia dei disturbi "normali" e tale aspetto rende il lavoro analitico non riduttivo e non superficiale.
Se si vive nell'accettazione della gioia e del dolore, cioè se si vive su un piano adulto, i sintomi non sono possibili e le difese psicologiche risultano superflue. La mia esperienza personale, sia quella fatta come cliente in analisi, sia quella fatta come analista, mi ha portato ripetutamente a verificare che quando le persone affrontano la realtà, accettando la gioia ed il dolore ed esprimendo compiutamente il dolore inevitabile col pianto, risultano liberi da sintomi, chiusure e manifestazioni irrazionali.
Se l'accettazione del lato doloroso dell'esistenza rende
superflui i sintomi ed anche i normali atteggiamenti difensivi, un percorso
analitico deve chiarire ai clienti che il dolore autentico non ha nulla a che
fare con ciò che essi sentono normalmente; deve chiarire inoltre che essi
possono accettare il dolore e liberarsi delle loro (comunque penose) modalità
difensive. La sofferenza (o tristezza o dolore) ha caratteristiche
irriducibili a quelle dell’essere depressi, del lamentarsi, dell'essere
irritabili, del tormentarsi con i sensi di colpa.
Come ho sottolineato, non è ragionevole opporre l'agire in modi difensivi all'agire in modi "normali" e occorre utilizzare un termine o un'espressione che possa indicare i comportamenti e gli atteggiamenti che costituiscono l'alternativa ai "disturbi psicologici" ed anche alla stessa normalità. Tuttavia, la scelta di un termine adatto ad indicare questo insieme di modalità non difensive è stata per me quasi un incubo.
Ho prima di tutto pensato all'espressione "modo adulto di vivere". Tale espressione aveva il vantaggio di sottolineare l'opposizione fra diversi "modi di vivere" e di non focalizzare l'attenzione su comportamenti specifici. Inoltre implicava il radicamento delle difese nell'infanzia, cioè nell'epoca in cui non si è adulti. Tuttavia, "modo adulto di vivere" suonava molto male e avrebbe appesantito l'esposizione.
L'espressione "funzionamento psicologico adulto" suonava meglio, ma da un lato richiamava alla mente varie teorie psicologiche che non mi piacciono (cioè i vari tipi di "funzionalismo") e da un altro lato mi faceva pensare più all'efficienza di una macchina che ad un orientamento esistenziale personale. Temevo inoltre che l’espressione creasse confusione con lo stato dell’Io Adulto dell’Analisi Transazionale (Berne, 1961, 1964). Ho quindi accantonato provvisoriamente anche questa espressione.
Ho considerato il termine "genitalità" utilizzato da Wilhelm Reich (1942a; 1942b), scacciando però subito l'idea, perché non volevo "perdermi" in un mare di precisazioni volte a distinguere il mio punto di vista da quello reichiano.
L'espressione "modo razionale di esistere" costituiva una possibilità di delimitare abbastanza bene la "estensione" dei comportamenti e degli atteggiamenti a cui volevo riferirmi, ma non caratterizzava la loro "qualità": infatti quando si vive in modo non difensivo si è sempre razionali, proprio perché si è immersi in un'intensa dimensione emozionale priva di confusioni, ambivalenze, incongruenze. Tale espressione però rischiava di suggerire un'opposizione (inesistente) fra razionalità ed emotività.
Ho anche preso in considerazione una soluzione poco elegante ma corretta: parlare semplicemente di atteggiamenti, comportamenti e modi di esistere "non difensivi". Mi sono accorto però di scrivere paragrafi farraginosi, poco scorrevoli, decisamente faticosi da leggere.
Mi sono trovato quindi senza una parola o un'espressione adatta ad indicare le idee fondamentali di questo lavoro.
Non trovando una soluzione migliore ho optato per quella che mi sembrava meno disturbante e ho scelto di usare l'espressione "funzionamento psicologico adulto". Desidero però fare alcune precisazioni:
a) definisco il termine "adulto" come sinonimo di "non difensivo",
c) non intendo utilizzarle tale espressione in riferimento a particolari teorie psicologiche,
c) non implico alcun riferimento a "meccanismi mentali",
d) mi riferisco con questa espressione a "modi di sentire, pensare, agire, esistere" delle persone.
In conclusione, utilizzerò l'espressione "funzionamento psicologico adulto" per riferirmi al contatto emotivo con la realtà interiore ed esterna ed alla comprensione razionale della realtà interiore ed esterna.
Spesso si usa l'aggettivo "adulto" in opposizione a "infantile" per svalutare alcuni comportamenti. Ad esempio, quando si dice che una certa persona anziché affrontare la vita da adulto si comporta in un modo "infantile", si svaluta un certo modo di agire. In queste pagine, l'espressione "funzionamento psicologico adulto" non sarà mai usata per alimentare sentimenti di disprezzo, ma per delimitare l'ambito dei comportamenti e degli atteggiamenti realistici, ragionevoli, efficaci e implicitamente quello dei comportamenti e degli atteggiamenti difensivi su cui si deve focalizzare il lavoro analitico.
Voglio sottolineare che non userò l'espressione "funzionamento psicologico adulto" come espressione descrittiva di un oggetto o di uno stato di cose osservabile (come quando si dice "queste sono api" o "questa è acqua"). Il funzionamento psicologico adulto (o non difensivo) non è una "cosa", ma un concetto introdotto nella cornice teorica del lavoro analitico per isolare da una massa eterogenea di aspetti della vita delle persone certi atteggiamenti, comportamenti, modi di comunicare. Tale estrapolazione è arbitraria e convenzionale come in tutti i casi in cui si introduce un concetto in una teoria.
Il "transfert" esiste nella teoria psicoanalitica (ed in altre), ma non "nella realtà". Costituisce un modo di raggruppare situazioni diverse fra loro (clienti infuriati con gli analisti o innamorati degli stessi o con una marcata tendenza a trattarli come se fossero genitori buoni o cattivi, ecc.) per evidenziare che hanno una funzione comune. Allo stesso modo l'inflazione “esiste” solo nelle teorie economiche che cercano di spiegare fatti altrimenti incomprensibili (i cartellini sui prodotti che riportano prezzi sempre più alti, gli stipendi esauriti il ventesimo giorno del mese e cose del genere). Mai si osserverà un oggetto denominabile "transfert" o "inflazione", e mai si scoprirà nella stanza delle sedute o in una piazza affollata una "cosa" denominabile "funzionamento psicologico adulto".
Con l'espressione “funzionamento psicologico adulto” mi riferisco quindi alla capacità (potenzialmente presente in ogni persona) di rispondere emotivamente alla realtà e di comprenderla razionalmente sia quando essa risulta piacevole, sia quando essa risulta spiacevole. Tale competenza emozionale e cognitiva rende possibile una realistica concezione di se stessi e una costruttiva tendenza ad agire in modi rispettosi del bene proprio ed altrui. In altre parole, il funzionamento psicologico adulto rinvia a ciò che spesso viene descritto con i termini "equilibrio psicologico", "centratura personale", "accettazione di sé e degli altri", ecc.
Lavorando sulle mie difficoltà nella mia analisi personale e poi sulle difficoltà dei miei clienti, come analista, ho avuto modo di verificare che i vari disturbi o sintomi, le varie chiusure, i vari "blocchi", le varie propensioni ad agire in modo irrazionale e distruttivo, pur provocando spesso della sofferenza servivano immancabilmente ad evitare il contatto con emozioni molto spiacevoli sfiorate nell'infanzia, e classificate come insostenibili e "messe da parte".
Il recupero di tali emozioni (svolto senza regressione e quindi con la consapevolezza di essere al sicuro nel presente mentre si accede a vissuti del passato non integrati) rende possibile una loro accettazione ed il superamento della paura di sentirsi travolti da esse. Il recupero di tali vissuti ed il superamento della paura di affrontarli non rende le persone "uguali": esse continuano a vivere in modi diversi, ma per certi aspetti scoprono modi simili di sentire e concepire la loro esistenza e le altre persone. Parlerò quindi di “funzionamento psicologico adulto” (o “non difensivo”) per indicare i modi di pensare, sentire ed agire che emergono in tutte le persone che riescono ad accettare la realtà così come è, ad esprimere senza paura la gioia ed il dolore e ad impegnarsi nella vita anziché difendersi dalla vita.
2. Bisogni e desideri
Le persone agiscono per qualche scopo, non a causa di qualche meccanismo. Nel lavoro analitico questa affermazione deve essere considerata fondamentale non tanto per l'adesione ad una particolare dottrina filosofica, ma perché indipendentemente da cosa si vuol credere sull'essenza della vita e degli esseri umani, se si vuole analizzare il comportamento umano si deve considerare l'intenzionalità implicita in ogni movimento che non sia un puro riflesso. Anche il più ortodosso sostenitore del riduzionismo meccanicistico, al ristorante ordina i tortelloni pensando semplicemente che li apprezza e vuole mangiarne un piatto. Le convinzioni ontologiche e in generale filosofiche degli analisti e degli psicoterapeuti non dovrebbero incidere sulle particolari letture dei problemi di cui ci si occupa in psicoterapia, perché in psicoterapia si lavora sul modo in cui le persone vivono e non si deve stabilire cosa "essenzialmente" sono. La lettura "intenzionale" del comportamento umano, in altre parole, è indispensabile in analisi per ciò che consente di capire e cambiare e non perché "derivata" da una particolare filosofia.
Conta quindi che chi fa psicoterapia riconosca (al di là di come preferisce concepire la vita, la natura dell’uomo e il problema mente-corpo) che le persone agiscono. Se compiono delle azioni desiderano raggiungere certi obiettivi e non altri. Questa lettura del comportamento umano come insieme di atti intenzionali permette a chi fa psicoterapia di aiutare i clienti a individuare bisogni, desideri, scopi, emozioni, difese, ad assumersi la responsabilità per le azioni compiute e a decidere o ridecidere gli obiettivi specifici o generali della loro vita.
Il cambiamento nel percorso analitico si realizza quando una persona comprende che i suoi "sintomi" o "disturbi" non sono “cose che capitano” e che devono essere "curate" da altri, ma che sono azioni collocabili in un progetto complessivo con cui fin dall'infanzia si protegge dal contatto con certi stati d'animo dolorosi. A quel punto tale persona può anche riesaminare le ragioni di quel progetto di vita e scegliere di vivere in un altro modo pagando altri prezzi (l'accettazione, oggi tollerabile, del dolore inevitabile), pur di liberarsi dalla distruttività che caratterizza il suo modo difensivo di pensarsi, interagire con gli altri, affrontare la vita.
Limitandoci al piano psicologico, dobbiamo affermare inizialmente che le persone fin dalla nascita sentono dei bisogni o/e dei desideri. La soddisfazione di tali bisogni/desideri produce gioia e la frustrazione produce dolore. Anche in questo caso non è auspicabile introdurre nella teoria del lavoro analitico premesse filosofiche riguardanti l'edonismo, l'egoismo o l'altruismo. Sia che una persona sia interessata a bersi il suo caffè o che sia interessata a contribuire ad un progetto umanitario, desidera qualcosa e cerca di ottenere il piacere di centellinare il caffè o il piacere di sapere che molte persone sopravvivranno a qualche catastrofe.
Alla nascita esistono praticamente solo bisogni, sul piano psicologico, e il concetto di bisogno rinvia ad un’impellente necessità di soddisfazione, in assenza della quale l'intero campo psicologico è gravemente turbato. Nella vita adulta i bisogni psicologici sono pochi, anche se i desideri sono moltissimi. Gli adulti possono tollerare praticamente qualsiasi frustrazione psicologica, con l’eccezione di frustrazioni eccezionali, come ad esempio la deprivazione sensoriale.
Il fatto che gli adulti spesso "crollino" di fronte a situazioni gravemente o lievemente traumatiche si può spiegare ipotizzando la presenza di bisogni psicologici molto diffusi anche nella vita adulta oppure ipotizzando un funzionamento psicologico non adulto. Se si ipotizzano bisogni psicologici adulti si può concludere che certi traumi attuali causano delle patologie psicologiche; se si ipotizza che gli adulti abbiano pochissimi bisogni psicologici, certe reazioni irrazionali a situazioni traumatiche devono essere spiegate non come effetti del trauma, bensì come risposta difensiva individuale alla situazione traumatica.
La prima linea esplicativa di tipo causale è molto semplice ed elegante, ma poco ragionevole. Immaginiamo che tornino a casa due soldati che hanno partecipato alla stessa operazione militare in cui tutti i loro compagni sono stati uccisi. Il primo manifesta rilevanti sintomi da PTSD (disturbo post traumatico da stress) mentre il secondo è semplicemente addolorato per gli amici persi sul campo e felice di essere di nuovo a casa. Non è logico imputare al trauma l'esito "post-traumatico", dato che il secondo soldato non ha manifestato gli stessi disturbi. E' ancor meno logico mantenere in piedi lo stesso impianto concettuale e concludere che la depressione di una certa persona è stata causata dalla perdita del lavoro. E' più razionale affermare l’esistenza di “bisogni” solo quando tutte le persone crollano in seguito a situazioni che impediscono il soddisfacimento di tale bisogno.
Sul piano fisico, la sete indica un bisogno (fisico) perché prima o poi tutti crollano per disidratazione. La necessità di stimolazione sensoriale è un bisogno (psicologico) perché prima o poi tutti crollano in condizioni di deprivazione sensoriale. Tuttavia, non possiamo parlare di bisogni, ma solo di desideri, quando diciamo che gradiremmo avere una vita tranquilla, un lavoro sicuro, una relazione di coppia soddisfacente, una società veramente democratica, un clima poco piovoso, ecc. Se c'è anche una sola persona che è tornata psicologicamente "intatta" da un campo di concentramento, che ha attraversato senza "crollare" delle difficoltà economiche o sentimentali, o che è riuscita a superare dei lutti o dei traumi, ecc. dobbiamo dire che tali situazioni hanno frustrato anche in modo terribile dei comprensibili desideri, ma non possiamo dire che esse hanno frustrato dei bisogni. Se non ci esprimiamo in questo modo finiamo per parlare in modo confuso di bisogni e di desideri.
Una volta stabilito che i bambini hanno moltissimi bisogni psicologici (Montagu, 1971; Stern, 1977; Bowlby, 1988; Liotti, 1996) e gli adulti hanno molti desideri e pochissimi bisogni psicologici, abbiamo l'onere di spiegare perché tanto spesso le persone crollano sul piano psicologico di fronte a situazioni traumatiche e addirittura in seguito a frustrazioni minime. A questa domanda la risposta più ragionevole, anche se per certi aspetti difficile da accettare, è quella che implica un permanere nella vita adulta della percezione di bisogni che tali erano nell'infanzia, del permanere di valutazioni relative alla tollerabilità del dolore tipiche dell'infanzia, del permanere di reazioni difensive al dolore strutturate nell'infanzia. Le situazioni non concluse, non risolte, non superate, in questa linea interpretativa restano come un debito non pagato e le risposte date ad esse per non affrontarle permangono nel tempo al di sotto della consapevolezza e possono essere modificate solo se riesaminate consapevolmente su un piano razionale ed emozionale.
Il fatto che una persona sia convinta di sentirsi depressa a causa dell'abbandono del fidanzato o della fidanzata non spiega nulla. Spiega solo che quella persona vuol credere così ed è compito di chi fa analisi chiarire per quale vera ragione tale persona ha risposto in modo così irrazionale ad una spiacevole, ma tollerabile situazione difficile.
Le persone adulte "crollano" di fronte a frustrazioni dei loro desideri non a causa della gravità della frustrazione (dato che a volte reagiscono malissimo anche a difficoltà ridicole) ma allo scopo di non affrontare un grave o lieve dolore attuale che è irrazionalmente temuto. In altre parole, gli adulti temono irrazionalmente il dolore attuale se nell'infanzia hanno dovuto gestire da soli delle esperienze simili troppo penose per le loro capacità, le hanno classificate come intollerabili ed hanno attivato modalità difensive “senza scadenza” adatte a non far sentire mai più tale dolore. A non sentire quel dolore ed a non sentire mai più alcun dolore simile ad esso.
Ad esempio, se un bambino è stato umiliato da un'insegnante ed è stato capito, accolto e protetto dai genitori fino ad ottenere le scuse dell'insegnante o un suo allontanamento dalla scuola, dopo vent'anni, di fronte ad una analoga umiliazione ricorderà quel che è accaduto, il dispiacere di allora, la protezione ottenuta allora, ma sentirà anche la capacità di affrontare la situazione attuale dandosi comprensione, fiducia e protezione e utilizzando le attuali risorse fisiche, mentali e magari legali per uscirne nel modo migliore. Se un altro bambino sottoposto alla stessa umiliazione e non protetto dai genitori ha percepito quel dolore come intollerabile e si è dissociato dal senso di impotenza e disperazione appena sfiorato, diventando autosvalutante o violento, dopo venti o quarant'anni, in circostanze vagamente simili, reagirà autosvalutandosi o esercitando una violenza cieca e irrazionale. Dirà che è convinto di non valer nulla o che "ha perso il controllo accecato dall'ira", ma in entrambi i casi razionalizzerà delle azioni fatte deliberatamente, anche se inconsapevolmente, allo scopo di non rivivere un tipo di esperienza valutata con i criteri di venti o quarant'anni prima, e ritenuta da evitare assolutamente nei modi allora ritenuti più economici ed efficaci.
Può sembrare a molti poco convincente l’idea secondo cui nella nostra vita quotidiana inconsapevolmente facciamo moltissime cose che non si spiegano in relazione a sollecitazioni e intenzioni attuali e che costituiscono tentativi di rispondere al nostro passato. Tuttavia l’esempio che ora riporto può essere illuminante.
Un cliente, che chiamerò Antonio, da un paio d’anni aveva iniziato un percorso analitico lamentando disturbi “psicosomatici”. Il lavoro svolto aveva permesso di demolire il mito inizialmente indiscusso di un’infanzia particolarmente felice e spensierata e quello dei “sintomi che improvvisamente lo assalivano”. Avevamo ben chiarito che l’andamento dei suoi disturbi non era l’effetto di eventi “che non riusciva a gestire” o di “eventi casuali neurovegetativi interni”: egli “stava male” soprattutto quando rispondeva con molta rabbia a situazioni frustranti e inoltre controllava l’espressione di tale ostilità chiudendosi in una passività vittimistica e carica di pretese, “implodendo con rabbia”. In questo periodo i sintomi si erano ridotti ed anche i farmaci che inopportunamente uno psichiatra aveva da tempo prescritto erano stati dimezzati. Tuttavia Antonio faceva fatica ad a rinunciare alla sua identità di malato, e ad assumersi la responsabilità del suo rancore passivo nei confronti di chi non gli dava oggi un “riconoscimento” ed un’attenzione che non aveva mai conosciuto nell’infanzia. Discutendo con me un episodio di tensione sperimentato con la moglie, mi disse che all’idea di una crisi nel rapporto sentiva di perdere non solo e non tanto delle sicurezze relative alla sua vita quotidiana, ma di “perdere l’affettività”.
A. Non potrei condividere con nessun’altra donna ciò che condivido con lei. Ora penso che se la nostra storia finisse potrei farmene una ragione e potrei continuare a vivere, pur con un dolore immenso, ma l’altra sera quando ho sentito quella incomprensione “mi è mancato il terreno sotto i piedi”.
GF. Mi parli di due cose diversissime: da un lato mi descrivi la sensazione di un crollo e da un altro lato mi parli del dolore di una eventuale separazione. Quest’ultima emozione è comprensibile, mentre la sensazione di non avere il terreno sotto i piedi, salvo in caso di terremoto, ha l’aspetto di un vissuto, cioè di un’esperienza che i bambini fanno quando, dipendendo completamente dalla figura di accudimento, vengono ignorati, abbandonati o rifiutati.
A. Ormai sai bene che mia madre non è mai stata molto attenta a me, ma ricordo che ci fu un periodo in cui i miei attraversarono delle difficoltà e in cui mia madre divenne particolarmente fredda con tutti e soprattutto con me. Ricordo un giorno in cui andai a cercarla nella sua stanza e lei non si accorse che io ero lì. Era presa dai suoi pensieri e io non riuscii a dirle nulla. Io ho sempre sentito il bisogno dell’attenzione degli altri, di un’attenzione a cui potermi “appoggiare” e mi sento impazzire quando qualcuno cambia repentinamente il suo atteggiamento nei miei confronti trattandomi come se fossi trasparente.
Dopo questa comunicazione iniziamo a lavorare su quella situazione antica che Antonio collega alla sua convinzione basilare di “non essere importante” e ad un certo punto, conducendo un dialogo immaginario con la madre “assorta nei suoi pensieri”, egli le chiede (su mio invito) di “dargli calore” (dato che si era sentito “congelato”).
Dopo aver espresso quella richiesta, Antonio ha la voce alterata e il pianto in gola, ma “non riesce” a piangere. Faccio alcune pressioni sui punti più tesi del viso e della gola e gli dico che forse ha fatto bene allora a non chiedere nulla, perché allora, forse, “avrebbe provato un dolore più grande di lui”. Antonio scoppia in un pianto profondo e, pur trattenendo in parte i singhiozzi, entra in contatto con il dispiacere che da sempre evita di sentire chiudendosi in una passiva ostilità e “contorcendosi” nel rancore per una “ingiusta ferita”.
Dopo essersi lasciato andare a questa emozione, Antonio mi dice che crede davvero che quel pianto fosse “al di là delle sue capacità” quando era piccolo.
A. Credo di essermi sempre trattenuto per non sentire “questa roba”. Ora capisco di essermi sempre impedito di sperimentare delle emozioni davvero profonde.
GF. Ora tu sei più grande delle tue emozioni e puoi lasciare che esse ti attraversino e rendano intensa la tua vita. Se accetti il dolore in tutta la sua intensità puoi fare anche esperienze di felicità altrettanto intense.
I bambini nascono con una grande sensibilità, ma con un'autocoscienza inesistente, una capacità di esaminare la realtà ed una capacità di affrontare la realtà praticamente nulle. In altre parole, non hanno le risorse tipiche degli adulti. I neonati non tollerano alcun dispiacere e sprofondano facilmente nella più cupa disperazione per qualsiasi frustrazione e per questo hanno bisogno della madre per sentirsi "pieni", al sicuro, sereni.
I bambini, nei primi anni di vita, possono gestire delle frustrazioni più specifiche, ma solo con il sostegno attivo di una figura genitoriale. In assenza di tale sostegno i bambini non riescono ad elaborare il dolore, ma riescono a sottrarsi al contatto con il dolore. A tale scopo utilizzano strategie rozze o raffinatissime, ma comunque efficaci e non casuali, perché capaci di produrre un distacco emotivo o forme di sofferenza più lievi di quella sfiorata e classificata come ingestibile.
Il bambino capriccioso sempre in ansia per l'ottenimento di cose non realmente indispensabili evita comunque di sentirsi rifiutato nei suoi bisogni affettivi basilari, dato che li dimentica proprio concentrandosi sulla ricerca di cose superflue. Soffre superficialmente e rabbiosamente per la mancanza di un giocattolo se i genitori rinviano l'acquisto, ma non sente di essere privato della sicurezza di base sul piano personale, dato che sul piano personale, affettivo, non cerca alcun contatto. Il bambino che si è ritirato in una "fortezza" dove è irraggiungibile evidentemente non sta bene, ma non soffre continuamente per un contatto cercato e negato. Di fatto vegeta, ma non soffre in modo bruciante come farebbe se continuasse a cercare il calore da una madre non empatica. Gli esempi sono infiniti, ma tutte le volte che nel lavoro analitico fatto con adulti si individuano atteggiamenti irrazionali (controdipendenza, sfida, distacco, pretesa, invidia, dissociazione, ostinazione, scissione, rabbia, confusione, ecc.) ed anche sintomi che comportano sofferenza (depressione, autosvalutazione, fobie, senso di colpa, ecc.) si finisce per scoprire che tali modi di agire impediscono sempre una reale vulnerabilità: le persone che agiscono difensivamente magari stanno malissimo, ma evitano sempre e comunque di esprimere in modo limpido dei desideri e di rischiare un rifiuto diretto. Tale rifiuto oggi sarebbe molto simile a quel dolore antico che nell'infanzia aveva fatto percepire sia la mancanza di una gratificazione sia la mancanza di sicurezza.
Questo punto è importante: per gli adulti le gratificazioni sono gratificazioni, cioè sono preferibili alle frustrazioni, mentre per i bambini le gratificazioni oltre a procurare un piacere procurano sicurezza. I bambini non tollerano il non essere visti, accettati, confermati nel loro esistere perché non hanno gli strumenti per darsi da soli la sicurezza di base. Se non accettati o non gratificati si trovano "scoperti", si sentono "vuoti" o "persi nel vuoto". Non sanno gestire da soli la mancanza di qualcosa perché da soli non sanno né dirsi nulla, né consolarsi, comprendersi, farsi compagnia.
Un adulto da solo sta comunque con sé, mentre un bambino da solo "non sta proprio": sprofonda nel vuoto. Più il bambino è piccolo, più è privo di risorse e più trova intollerabili le frustrazioni più lievi. Nascendo piccolissimi, noi umani abbiamo bisogno di essere "protetti" dai genitori prima di poter essere in grado di affrontare la realtà così come è, cioè sia piacevole, sia dolorosa. In assenza di un'adeguata protezione nei mesi e negli anni più delicati ci organizziamo in modo da ridurre il contatto, la consapevolezza, il coinvolgimento con la vita e così riusciamo a sopravvivere. Le difese infantili sono quindi adattive e costruttive, ma una volta strutturate funzionano come il programma di un computer: se non vengono tolte, continuano a procedere dopo dieci, venti o cent'anni nello stesso modo o allo stesso scopo, anche quando sono diventate inutili o addirittura dannose. Persone di trent'anni che si preoccupano "di cosa pensa la gente" o di "non restare sole" stanno sulla rotta esistenziale fissata dal pilota automatico inserito due decenni prima e purtroppo sprecano molte opportunità della vita reale in cui attualmente sono immerse.
Vediamo ora di ricapitolare le idee appena sviluppate.
1) I bambini non tollerano il dolore e gli adulti possono tollerare qualsiasi dolore psicologico.
2) Gli adulti continuano ad evitare il dolore psicologico per ragioni che erano valide solo nella loro infanzia.
3) Gli adulti, quando soffrono in seguito alla loro distruttività difensiva, in realtà evitano una sofferenza profonda, pulita, limpida (a costo di star male in modi superficiali) e soprattutto vogliono evitare di ri-sentire il dolore antico da cui hanno scelto di difendersi.
4) La maggior parte dei desideri, delle emozioni, delle azioni adulte rientra in una strategia difensiva.
5) Gli adulti vivono costantemente nella gioia e nel dolore, perché la vita adulta implica uno sfondo di dolore nei momenti più belli ed uno sfondo di gioia nei momenti più brutti. Proprio l'apertura incondizionata al dolore consente di sperimentare la gioia e la felicità in modo limpido e intenso.
Queste cinque assunzioni non sono dogmi di una religione psicoterapeutica particolare, ma costituiscono un tentativo a mio avviso ragionevole di collegare certe importanti acquisizioni della psicologia dell’età evolutiva a ciò che emerge dal lavoro analitico.
Purtroppo ci sono modi diversi di inquadrare teoricamente i risultati del lavoro psicoterapeutico ed anche modi diversissimi di svolgere tale lavoro; quindi, queste cinque assunzioni di base che condivido con altri colleghi e maestri non sono condivise da tutti gli psicoterapeuti.
Secondo il mio punto di vista, un percorso analitico favorisce cambiamenti profondi se il cliente arriva a capire che attualmente può gestire tutto il dolore (attuale ed antico) inevitabile e può quindi accedere ad un livello più profondo di emotività che include anche aspetti più profondi di gioia e di felicità.
In sintesi il percorso analitico può considerarsi ragionevolmente concluso quando il cliente sa e sente di aver modificato la sua strategia di vita e la sua implicita concezione della realtà con l'aiuto di una persona che lo ha accompagnato nel capire le sue azioni e nel sentire le sue emozioni profonde. In questo caso il cliente sa di non essere stato malato e di non essere stato “guarito”; sa di aver riesaminato la sua strategia esistenziale ridecidendo i suoi obiettivi (cfr. Goulding e Goulding, 1979).
Quando le persone manifestano un funzionamento psicologico adulto ricordano e rispettano antichi bisogni, ma non cercano di negarli o di soddisfarli e quindi reagiscono emotivamente alle situazioni attuali in modi comprensibili. Provano ed esprimono gioia quando si sentono gratificati, provano ed esprimono dolore (piangendo senza trattenersi) quando sperimentano perdite o mancanze o frustrazioni irrimediabili, si arrabbiano in situazioni spiacevoli che possono essere modificate solo in modi apertamente aggressivi, provano paura nelle situazioni pericolose (e decidono se fuggire, combattere o restare immobili). Nelle varie situazioni sentono comunque la felicità di essere vivi, l’amore per se stessi e l’amore per le persone con cui hanno stabilito un rapporto significativo.
Con queste ultime considerazioni siamo già entrati nel tema del prossimo capitolo.
3. Emozioni
Le persone che vivono la loro vita su un piano adulto, non solo sperimentano le emozioni gioiose e quelle dolorose, ma sperimentano costantemente la compresenza di gioia e di dolore. Infatti nessuna esperienza umana, se si è in contatto con la realtà, risulta positiva o negativa senza implicare almeno "sullo sfondo" qualcosa di opposto. Si può essere felici per l'esito di un esame istologico, ma ciò non toglie la consapevolezza della perdurante vulnerabilità individuale, dato che proprio per questa realtà tali esami vanno fatti; ciò non toglie neppure la consapevolezza delle sfortune che purtroppo colpiscono molti nostri simili. Allo stesso modo, sentire un dolore fisico costituisce un dispiacere che non esclude la consapevolezza della salute restante: proprio perché le gambe e gli organi interni stanno bene siamo così focalizzati sul dispiacere costituito dal fatto che quel dito ci fa male.
In altre parole, gli adulti non vedono mai tutto rosa o tutto nero perché guardano una realtà che è in ogni istante sia gratificante, sia frustrante. La somma degli stimoli piacevoli e spiacevoli ci dà la percezione complessiva della realtà in ogni momento: se la gioia è "in evidenza", la tristezza è "sullo sfondo" e se la tristezza è "in evidenza", la gioia è "sullo sfondo". La gioia cieca che ignora lo sfondo di dolore indica un'emotività difensiva, così come la cieca trascuratezza per le cose belle quando alcune cose non vanno bene indica un'emotività difensiva. Tali esasperazioni costituiscono un rifiuto della realtà che è costitutivamente ed inevitabilmente fatta di gioia e di dolore. Quando le persone funzionano su un piano adulto mantengono il contatto con la realtà così come è e non come pretendono che sia; per questo non hanno motivo di sentirsi onnipotenti quando qualcosa va per il verso auspicato e non hanno nemmeno mai motivo di vedere tutto nero, esprimendo una sorta di protesta confronti della realtà.
In fondo, distinguiamo i "discorsi seri" da quelli superficiali quando percepiamo in chi li fa la consapevolezza del fatto che la vita non è semplicemente bella o brutta, ma un’avventura che include esperienze meravigliose e terribili e soprattutto l’intreccio di bellezza e orrore, pienezza e vuoto, compimento e limitazione.
L’insieme delle sfumature emotive più o meno gioiose o tristi costituisce la parte più rilevante dell'esperienza emozionale quotidiana, se questa è vissuta su un piano adulto. Sono pure presenti i momenti di ragionevole rabbia o paura, ma le situazioni in cui decidiamo di combattere o in cui temiamo qualche eventualità non sono frequenti e hanno comunque la loro conclusione piacevole oppure spiacevole.
Normalmente, purtroppo, la gente sguazza nelle sfumature della rabbia difensiva e nelle sfumature della paura difensiva per evitare il contatto con la realtà, dato che essa implica sempre e comunque in qualche misura l'esperienza del dolore.
Un'aggressione verbale o fisica o sessuale, una prevaricazione, una manifestazione ingiustificata di disprezzo fanno ragionevolmente arrabbiare, perché la rabbia è come il vomito e costituisce una reazione di rigetto verso qualcosa che non si vuole. Zittire quindi uno che parla a sproposito serve ad interrompere un estraneo che infastidisce, così come picchiare un aggressore serve ad evitare che ci colpisca. Tuttavia in genere le persone sono arrabbiate con altre persone da cui si aspettano delle gratificazioni e in tal modo non "rigettano" delle persone sgradite, ma rigettano solo il loro dolore per un rapporto non soddisfacente. Ciò è del tutto irrazionale. Le accuse, le pretese vittimistiche ecc. servono solo a non sentire un dolore reale e presente. La rabbia difensiva implica la pretesa (e quindi la speranza) che “giustizia sia fatta”, mentre in realtà una situazione dolorosa (non “ingiusta”) si è già verificata.
Anche la paura e le sue varianti (ansia, angoscia, panico, ecc.) sono in genere irrazionali. La gente non si angoscia normalmente quando è davvero in pericolo, ma si angoscia per banalità inconsapevolmente caricate di un significato irreale: le persone si angosciano per un esame, per le loro prestazioni sessuali, per problemi economici non realmente gravi, per quello che penserà la gente, ecc. Si angoscia per cose non importanti o per cose che comunque esistono o si verificheranno prima o poi (come ad esempio la morte) e che quindi sono una certezza (dolorosa) e non un’eventualità temuta.
Quando la rabbia non è finalizzata ad eliminare una situazione negativa serve ad esprimere la pretesa che la realtà non sia quella che è, anche se è comunque quella che è; serve quindi a non accettare un dolore dato. Quando la paura non è giustificata da un grave pericolo, serve o ad alimentare la pretesa di inutili "rassicurazioni" o a negare che qualcosa di brutto è inevitabile, ed in entrambi i casi protegge dal contatto con un dispiacere che fa già parte della vita personale. Nella paura c'è incertezza e c'è quindi speranza. Nella paura manca la consapevolezza dell'impotenza rispetto a certi dispiaceri già nostri o comunque inevitabili. La rabbia difensiva e la paura difensiva allontanano dalla consapevolezza del lato doloroso della vita e quindi dall'esperienza interiore profonda di esistere come esseri umani, essenzialmente forti e deboli e comunque fragili e destinati a morire.
Vivere in contatto con la realtà esterna e con i propri desideri porta gli adulti all'accettazione del dolore, sia quando esso è "in rilievo", sia quando esso è “sullo sfondo”. Tale accettazione dà profondità al sentire quotidiano e libera l'esperienza ordinaria da molte forme di sofferenza difensiva. In genere le persone non funzionano psicologicamente in modo adulto e preferiscono (come nell'infanzia) negare delle evidenze, fingere, pretendere, o anche creare nuove forme di sofferenza prive però del senso di definitività che caratterizza il dolore autentico, profondo, adulto.
C'è un insieme variegato di stati d'animo difensivi che si reggono su premesse cognitive inconsistenti e sulla paura di sentire profondamente il lato doloroso della vita. Tale insieme di emozioni comprende la timidezza, l'arroganza, l'invidia e la sfrontatezza, la gelosia, l'attaccamento ai rituali e la sciattezza, la metodicità e la "caoticità" nell'agire, la lucidità anaffettiva e la confusione emozionale, l'euforia, i sensi di colpa, il vittimismo, l'ingenuità e la diffidenza, la competitività attiva e quella sleale (tipica di chi evita di competere per paura di non vincere), la tendenza a recriminare, quella a fantasticare, ecc. Tra le emozioni difensive più frequenti spiccano il distacco (spesso frainteso con l'essere "equilibrati), la rabbia (spesso fraintesa come una naturale reazione alle frustrazioni), la depressione (che non ha nulla a che fare con la tristezza ma che costituisce una radicale difesa dalla tristezza) ed il senso di colpa (spesso frainteso con il senso di responsabilità morale).
In molti casi i genitori pretendono che i bambini sentano qualcosa e non solo che facciano qualcosa. Questa violenza è più sottile, ma più devastante di qualsiasi franca repressione riguardante il comportamento. E' stupido e violento dire a un bambino che la masturbazione è peccato, ma è ancor peggio dirgli "sei così buono che non dovresti aver voglia di fare cose sporche".
I bambini difficilmente si ribellano a questo tipo di pretese anche perché non rischiano solo una punizione, ma un non riconoscimento. Si abituano quindi a sentire ciò che non sentono e a non sentire ciò che sentono. Per riuscire in questa impresa devono “aggiustare” la loro stessa identità. Se una persona esce indenne dagli anni dell’infanzia oppure li elabora in un percorso analitico può sicuramente porsi il problema di cosa fare in date circostanze, ma non si pone mai il problema di “cosa dovrebbe sentire", semplicemente perché non capisce il senso di tale problema. Il rifiuto per ciò che si sente è un aspetto di una svalutazione della propria persona ed è molto frequente nelle normali forme di esperienza e comunicazione emotiva.
Gli adulti che funzionano psicologicamente su un piano adulto sono consapevoli di essere sospesi fra il loro passato ed il loro futuro, fra la gioia ed il dolore, fra la vita e la morte (Yalom, 1980). Con questa consapevolezza giocano al gioco della vita esprimendo ciò che sono, facendo ciò che sentono piacevole o giusto, spendendo il tempo a disposizione in modo costruttivo per il loro bene e per quello delle persone a cui si sentono legate. Fanno da soli, quando possono, ciò che devono o vogliono fare e chiedono aiuto quando non riescono a cavarsela da soli. Non pretendono da se stessi di dimostrare un’assoluta autonomia e non pretendono dagli altri la disponibilità ad aiutarli. Registrano costantemente con soddisfazione cosa riescono a ottenere e a fare e registrano costantemente con tristezza i loro limiti ed i limiti delle persone da cui ricevono frustrazioni. Non vivono nella paura perché hanno sempre a disposizione un bilancio aggiornato delle cose belle e di quelle brutte e vivono l'avventura della vita senza pretendere che essa sia una favola.
Se per gli adulti gioia e dolore sono sempre compresenti anche se una delle due emozioni è in rilievo e l'altra è sullo sfondo, per gli adulti la felicità costituisce "lo sfondo dello sfondo", ovvero "la cornice del quadro". Per felicità non intendo una gioia molto grande, ma uno stato d'animo relativo alla consapevolezza di esserci, di essere preziosi (come tutte le altre persone), di essere vivi, di essere impegnati in un percorso a volte lieve ed a volte difficile, ma comunque importante per ciò che permette di sentire, di capire e di fare. Ogni persona è l'unica persona "fatta così" in tutto l'universo ed ha uniche ed irripetibili occasioni di fare qualcosa per sé e per gli altri. Questa responsabilità e questo dono rendono tutti gli istanti assolutamente particolari e producono un tipo di piacere che non è assimilabile alla gioia (ovvero all'essere gratificati) perché va al di là delle contingenze gioiose o dolorose dell'esistere e riguarda il fatto in sé di esistere.
La felicità, ovviamente è il primo stato d'animo ad essere "bruciato" quando si vive in una logica difensiva, cioè quando si vive per non soffrire e per ottenere un tipo di appagamento che era possibile solo quando si era abbastanza piccoli da non capire la complessità della vita. Per un bambino gratificato, non è gioioso quell'istante, ma è gioiosa tutta la vita, tutta l'eternità, semplicemente perché il bambino vive nell'istante. Nessun adulto può sperimentare una gioia "assoluta" come quella dei bambini perché gli adulti sanno troppe cose e possono stare bene, ma in altri modi. Se quindi un adulto persegue un progetto difensivo di prolungamento e "coronamento" di un'infanzia infelice (già conclusa) può solo essere ansioso, arrabbiato, illusoriamente ottimista, ma non può mai sentirsi felice.
La felicità è un'emozione sperimentabile solo dagli adulti che vivono in modo adulto. Non coincide necessariamente con stati di coscienza particolari o con esperienze "di vetta" o mistiche. E' alla portata di tutti, anche di chi non fa meditazione o non pratica lo zen, se semplicemente sa dire "grazie!" e "che peccato!", se sa ridere e piangere.
Un’importante conseguenza delle riflessioni appena svolte, riguarda il fatto che chi vive su un piano adulto, sente amore per sé e può provare anche il piacere di amare i suoi simili (alcuni o molti o al limite tutti). L'amore per sé permette di riconoscere gli altri come persone, come soggetti senzienti, potenzialmente felici o infelici e quindi preziosi.
4. Immagine di sé
Da quando diventiamo, nell'infanzia, consapevoli di essere individui distinti dagli altri, cominciamo ad avere delle precise idee relative a noi stessi ed agli altri, e tale processo dipende ovviamente dalla qualità dell'accudimento ricevuto e delle capacità empatiche delle figure genitoriali, come ha mostrato la teoria dell'attaccamento (Cfr. Bowlby, 1988). Se non dobbiamo proteggerci da eccessivi rifiuti, abbandoni, risposte non empatiche, nell’infanzia sviluppiamo gradualmente la capacità di pensare a noi stessi ed agli altri in modo realistico.
Chi mantiene un'immagine di sé contraddittoria o riduttiva fa la fatica costante di pensare irrazionalmente per giustificare tale immagine e le “ragioni” rilevanti per questo spreco di energia sono immancabilmente di tipo emotivo. Le immagini di sé fasulle (anche se superficialmente spiacevoli) servono soltanto a non sentire il dolore e vengono costruite nell'infanzia quando l'elaborazione del dolore è impossibile.
A volte è molto facile capire perché una persona si pensa in un modo che non rende giustizia a quel che è ed a quel che fa, mentre altre volte la comprensione risulta più complicata e si sviluppa attraverso vari passaggi intermedi.
Se una persona si sente "inadeguata" (non inadeguata a suonare il flauto o a riparare una lavatrice, ma inadeguata in un'accezione "assoluta" ed incomprensibile del termine), con tale immagine negativa di sé, di fatto, "salva" la figura genitoriale che la trascurava e che non si prendeva la responsabilità di tale trascuratezza proprio dicendo in mille modi "sei un peso" (o "non mi meriti" o "sbagli sempre"). Tutti i bambini sono dei "pesi" (dato che hanno bisogno di tutto e non fanno niente di "utile"), ma per un genitore che funziona su un piano adulto, un figlio è un peso delizioso. Se un bambino viene respinto da un genitore svalutante ha due possibilità: capire che il genitore dice sciocchezze e quindi è inaffidabile, oppure pensare che il genitore lo capisce. Nel primo caso si sente assolutamente solo ed in balia di una mina vagante, mentre nel secondo caso si sente sbagliato ma capito e quindi al sicuro. Immancabilmente i figli di genitori svalutanti si sentono privi di valore, anche se non sanno perché. Alcuni sottolineano alcuni reali loro limiti per giustificare la loro totale inadeguatezza ed altri passano la vita a far cose sbagliate pur di dimostrare che combinano solo guai. In ogni caso non sentono mai la solitudine che nell'infanzia era troppo pesante per le loro deboli spalle.
Se un adulto si sente sbagliato ed anche speciale, aggiunge una complicazione al quadro di base che è più o meno lo stesso. Nega di sentirsi sbagliato, considera la svalutazione del genitore giusta ma solo provvisoriamente valida e quindi modificabile. Si inventa che se riuscirà a fare qualcosa di importante potrà annullare l'incantesimo. Diventerà quindi un bambino e poi un adulto ostinatamente dedito a dimostrare che è speciale in qualcosa (il sollevamento pesi o l'algebra, la pulizia della casa o la religiosità, la carriera o la sensualità, ecc.); pagando il prezzo di un'ansia costante riuscirà a restare distaccato dalla pena costituita dall'essere stato comunque non importante per quella figura genitoriale. Vivrà la sua vita come un calciatore che alla fine della partita più infausta del campionato continua a dare calci alla palla per mandarla in rete in uno stadio vuoto, nell'illusione di poter modificare un punteggio ormai definitivo. Le persone così rigidamente competitive hanno l'idea fissa di dimostrare "quanto valgono", ma hanno anche un "retropensiero" costantemente presente riguardante il non valer nulla. In questa chiave di lettura si spiega la compresenza di valutazioni sia irrazionali (come l’essere inadeguato “in assoluto") sia contraddittorie di sé (l’essere assolutamente inadeguato ma anche assolutamente speciale). La complessità di questa immagine di sé non toglie nulla però alla drammatica semplicità del vissuto profondo, consistente nell'esperienza della non accettazione in un'epoca in cui l'accettazione rendeva possibile una sensazione di sicurezza ed in cui la non accettazione costituiva un'esperienza di solitudine troppo dolorosa per essere sostenuta.
Le immagini di sé difensive sono infinite e comportano delle sfumature che rendono differenti anche quelle più simili. Ogni immagine di sé difensiva condensa un particolarissimo insieme di reazioni ad una particolarissima storia personale.
Gli adulti che funzionano psicologicamente su un piano adulto non hanno motivi per vedersi in modi non realistici ed hanno invece molte ragioni per conoscere esattamente che tipo di persona sono. Sia che abbiano avuto un'infanzia felice, sia che abbiano elaborato in un percorso analitico un'infanzia infelice, sanno di essere quel che sono e di potersi amare per quello che sono. Tutti gli adulti che vivono in modo adulto condividono l’idea basilare di essere persone preziose perché "ricche" di esperienze uniche, capaci di gioire ed anche di soffrire, capaci di sentire compassione per loro stessi. Sanno quindi di non essere nullità, ma, appunto, persone, Persone importantissime come tutte le persone.
Oltre a sentirsi amabili, si vedono e si pensano come persone caratterizzate da particolari capacità e limiti. Quando una persona si sente amabile, non si illude di poter o dover "comprare l'amore altrui" con l'esibizione di specifiche competenze, abilità, conoscenze, attitudini, risorse. Non ha quindi alcun motivo per attribuirsi capacità superiori a quelle che realmente possiede, né di temere la scoperta di qualche limite, né di inorgoglirsi per qualche particolare caratteristica personale.
Quando si parla di problemi di "autostima" si fa molta confusione, poiché non c'è alcuna ragione per pensare che le persone dovrebbero avere una "buona autostima", anziché una stima di se stessi ragionevole, alta o bassa a seconda degli ambiti di valutazione.
Ciò che è davvero importante per le persone e che dà ad esse la capacità di avere un buon dialogo interno ed una buona capacità di interagire con gli altri è semmai la capacità di amarsi, non di "stimarsi". Perché mai una persona si dovrebbe stimare particolarmente sul piano estetico se è brutta o si dovrebbe stimare molto intelligente se non lo è? Allo stesso modo, perché si dovrebbe vergognare di non avere capacità sportive se non ha il fisico adatto? E comunque perché dovrebbe fingere di avere una solidità economica che non ha o una cultura che non possiede? Queste preoccupazioni sulla stima non sono ragionevoli su un piano adulto perché un adulto ha bisogno di conoscere esattamente i propri limiti e le proprie capacità per potersi regolare nelle scelte da fare. Allo stesso modo ha realisticamente tutto l'interesse a far conoscere sia i suoi limiti, sia le sue capacità per non creare negli altri aspettative che deluderebbe e per favorire delle realistiche aspettative. Ad un mercatino può risultare vantaggioso (solo sul piano economico) far sembrare di qualità della merce scadente, ma nei rapporti umani, la irragionevole stima di sé e la falsa modestia producono solo equivoci.
Le persone che vivono in una logica difensiva, non solo vedono se stesse in modi irrealistici, ma a volte costruiscono pregiudizi sugli altri. Spesso le persone vengono svalutate per via di pregiudizi individuali o socialmente rilevanti. Spesso si subisce l'intolleranza altrui per via del colore della pelle o della posizione sociale. Questo non è umiliante, dato che umilia solo i portatori dei pregiudizi, ma è comunque penoso da sopportare anche se si è determinati a reagire.
E' penosa da sopportare anche la (pseudo)accettazione ottenuta semplicemente sulla base di qualche aspetto non essenziale. Essere ben accolti in quanto europei o in quanto laureati, a mio avviso è penoso (anche se sicuramente più comodo) quanto essere esclusi in quanto extracomunitari o in quanto analfabeti. Solo le persone propense ad appoggiarsi a certe illusioni difensive possono sentirsi bene quando si sentono accettate per qualche aspetto non essenziale della loro persona.
E’ inevitabile e ragionevole soffrire per la disgrazia di vivere con tanti nostri simili incapaci di rispetto (dato che tale disgrazia ci appartiene davvero) e non è ragionevole soffrire per la vergogna di "valere poco". Il fatto di mantenere una realistica immagine di sé dipende quindi dalla disponibilità, tipica di chi psicologicamente si colloca su un piano adulto, ad accettare il dolore del passato e quello attualmente costituito dalla tanto frequente mancanza di contatto degli altri.
5. Relazioni
Le persone che si collocano psicologicamente su un piano adulto godono della loro personale e costante compagnia e cercano altre persone solo se sanno di poter in tal modo fare qualcosa di buono, ricevere qualcosa di buono, dare qualcosa di buono o divertirsi. Incontrare altre persone per "passare il tempo" serve soprattutto ad evitare un senso di solitudine che non riguarda il presente, ma il passato non elaborato. Nei rapporti con estranei, con semplici conoscenti, con amici, con parenti, nei rapporti famigliari o in quelli di coppia, normalmente le persone evitano di incontrare altre persone su un piano adulto e manifestano soprattutto le loro difese psicologiche.
Gli atteggiamenti caratteriali (Reich, 1945) non sono particolari azioni, ma modi abituali di entrare in rapporto con gli altri evitando un contatto emotivo profondo. Essi sono quindi sempre presenti, anche se si manifestano soprattutto nelle relazioni più intime. Nelle relazioni interpersonali normalmente non vengono solo attivate le difese caratteriali, ma vengono anche instaurate forme lievi o rilevanti di sfruttamento psicologico. L'Analisi Transazionale (Berne, 1964) ha fornito una casistica abbastanza ricca di manipolazioni nelle relazioni, finalizzate all'ottenimento di vantaggi psicologici immaginari, che si spiegano essenzialmente con la mancata accettazione ed elaborazione di tragiche vicende dell'infanzia.
In genere le persone iniziano un percorso analitico per risolvere un particolare problema di cui non capiscono il senso, ma lavorando sul modo in cui strutturano il tempo e in cui evitano o cercano di incontrare gli altri, capiscono di riempirsi la vita di pseudoamicizie, pseudodivertimenti e persino pseudo impegni (culturali, sociali, ecc.) allo scopo di non sentire una solitudine antica, lacerante che le perseguita da anni o decenni come un debito non pagato. Il loro modo di strutturare il tempo e di costruire relazioni interpersonali poco sentite e poco comprensibili ha la stessa funzione difensiva dei loro sintomi, anche se è più facilmente razionalizzabile.
Le persone che vivono psicologicamente su un piano adulto possono a volte sembrare "strane" o "misantrope" semplicemente perché si sottraggono ai rituali verbali e sociali più comuni che costituiscono una sorta di droga collettiva. In realtà sono sinceramente aperte nei confronti degli altri, ma non ignorano il fatto che normalmente le persone rifiutano di costruire rapporti rispettosi e costruttivi.
Gli adulti che vivono su un piano adulto hanno sempre una vita piena di cose da fare perché amano se stessi e tutto ciò in cui si rispecchiano. Accettano la loro tenerezza e possono amare bambini e animali; amano la loro debolezza e possono essere disponibili verso persone care in difficoltà; amano il loro lato giocoso e possono essere interessati a fare cose divertenti con le rare persone capaci di divertirsi senza creare complicazioni; hanno una sentita convinzione della loro personale dignità e quindi possono assumere impegni sociali o politici allo scopo di rendere più dignitosa la vita di tutti; inoltre sentono una comprensibile curiosità per le questioni attinenti a ciò che amano e quindi possono apprezzare certe letture, certi studi o certi tipi di impegno. Quando si ama in una discreta misura se stessi, si ama sicuramente una buona fetta di realtà e ciò produce giornate piene di impegni, letture ed anche incontri. Gli incontri con persone con cui si condividono piaceri, interessi, impegni, valori e con cui si fanno cose sentite come importanti hanno comunque un sapore decisamente diverso da quello dei normali incontri fra persone allergiche alla loro vita emotiva.
Un cliente molto socievole ma inconcludente, mi disse che in realtà non aveva interessi di nessun genere e che spesso era insoddisfatto dei rapporti con le persone che frequentava. Gli risposi che se non aveva voglia di fare, conoscere e dare nulla, probabilmente aveva un interesse prioritario che occupava tutto lo spazio della sua vita. In realtà era interessato a farsi accettare. Continuava a cercare un'accettazione che non aveva avuto quando era troppo piccolo per amarsi da solo, e non trovava mai nelle sue frequentazioni superficiali alcuna carezza o pacca sulla spalla che lo facesse sentire “a posto”. Ha appena cominciato a riconoscere che fondamentalmente egli ama essere amato in un modo attualmente impossibile, perché nel mondo dei grandi l'accettazione non dà sicurezza, ma, quando non è semplicemente inutile è soltanto gratificante e piacevole. Per il bisogno d'amore che sente può solo piangere fino ad accettare un senso irreparabile di mancanza. Questo non lo farà sentire bene "retroattivanente", ma lo aiuterà a provare compassione per se stesso e a diventare amichevole ed amorevole con se stesso. Ciò lo aiuterà inevitabilmente ad amare parti del mondo simili a quelle di sé che progressivamente esplorerà e a costruire anche relazioni soddisfacenti.
L'ambito delle relazioni di coppia e delle relazioni famigliari è un ambito in cui le persone convogliano la maggior parte della loro emotività e in cui, quando non vivono su un piano psicologico adulto, fanno i danni maggiori. Quando ci si innamora si fa in genere molta confusione fra le aspettative inconsapevoli radicate in bisogni infantili insoddisfatti e le aspettative profonde e ragionevoli riguardanti un'altra persona che potrà essere più o meno compatibile su un piano reale e attuale, ma sicuramente sarà incapace di colmare certi "vuoti antichi". I bisogni antichi (relativi a vicende infantili non integrate e non superate) producono inevitabilmente fantasie irrealistiche di gratificazione e di appagamento proiettate sui figli.
Nelle relazioni intime sperimentate su un piano adulto è assente qualsiasi sensazione di bisogno. Se si vive su un piano adulto si sa che i bisogni psicologici sono stati già soddisfatti oppure si accetta che se non sono stati soddisfatti nell’infanzia non potranno esserlo nella vita adulta. In tal modo si può pensare agli amici, al/alla partner o ai figli come a persone distinte da sé, amabili ed amate, ma non come a persone da utilizzare per rafforzare le proprie illusioni rassicuranti.
La coppia costituisce un'espansione di due singoli progetti di vita caratterizzati da un personalissimo, ma condivisibile modo di amare la vita. In una relazione di coppia ci si conosce, si condividono i piaceri, si ha cura dell'altra persona, si condivide la cura dei figli (se ci sono) e degli altri ambiti della vita che si hanno a cuore. La "noia della convivenza" non ha nulla a che fare con il fatto di convivere, ma con il fatto di non vivere davvero.
Prescindendo dal fatto che una relazione diventi una stabile e significativa relazione di coppia o che resti un incontro occasionale, la sessualità ha un ruolo importantissimo nella vita delle persone. Ciò vale anche se normalmente essa è purtroppo repressa o espressa in modi irrazionali ed insoddisfacenti. Si potrebbe scrivere un ponderoso volume sulla follia implicita nelle più comuni concezioni della sessualità (quelle “da bar” e quelle di illustri intellettuali), ma resta il fatto che per chi si colloca psicologicamente su un piano adulto, la sessualità è piacevole e riguarda il “fare” (come risulta dall’espressione “fare l’amore” o “fare all’amore”) e non il “ricevere” o il “dimostrare qualcosa”. Nonostante il parere dei sessuologi, non esistono “problemi sessuali” anche se la sfera sessuale spesso è problematica per le persone che convogliano in tale ambito i conflitti emotivi non risolti. Le coppie che affermano di avere problemi solo sessuali mentono (consapevolmente o inconsapevolmente) perché riversano in quel settore particolarmente delicato e profondo della loro comunicazione tutti gli aspetti irrisolti della loro relazione.
La vergogna per il proprio piacere (sessuale o non sessuale) non è ragionevole; i bambini accettano di disprezzare il piacere che provano nel contatto fisico semplicemente per sentirsi “riconosciuti” dai genitori. Condividendo il disagio irrazionale dei genitori per la fisicità ed il piacere si illudono di condividere qualcosa con loro e si sentono meno soli. Da grandi perfezionano l’opera. Le persone che disprezzano il piacere sessuale (“giustificandolo” solo se associato alla procreazione o all’amore o alla prospettiva di una relazione stabile) non hanno semplicemente “le loro idee”, ma sono in conflitto con loro stesse, con la loro capacità di esprimersi, di gioire, di darsi valore. Se il piacere sessuale fosse un crimine tutte le volte che non è subordinato a finalità “ulteriori”, più “serie”, si dovrebbe considerare spregevole anche la contemplazione di un paesaggio di montagna nei casi in cui non si è impegnati in una spedizione di soccorso.
Se su un piano psicologico adulto la relazione di coppia si fonda sul desiderio di intimità e a volte anche sull’amore (e non su sensazioni di "incompletezza" o di bisogno), ogni "bisogno" di innamorarsi è irrazionale, e rientra in un progetto difensivo e inevitabilmente distruttivo. Lo stesso vale per la relazione con i figli: non è possibile da adulti aver bisogno di altre persone e soprattutto aver bisogno di qualcuno che non esiste ancora. I figli costituiscono un ambito di impegno, non di gratificazione. Danno felicità in quanto esistenti, per il fatto che ci sono e sono felici, ma non possono riempire dei vuoti affettivi.
L'unica ragione adulta per fare dei figli è quella di voler fare una cosa (un'altra cosa) bella con il/la partner se il/la partner è una persona già conosciuta, di cui ci si fida, con cui si sta bene, con cui ci si sente in un rapporto di intimità. A ciò non si può fare alcuna ragionevole obiezione, mentre si deve obiettare con decisione all'idea che senza figli la vita di coppia sia scialba. La vita di coppia, in quanto tale non è scialba, dato che include già due vite, ognuna delle quali è preziosa. Se una relazione a due è insoddisfacente, una a tre o a quattro sarà ancor più insoddisfacente perché caricata di ulteriori illusioni (e delusioni).
Le relazioni di coppia, come tutte le relazione umanamente significative oltre a non aver niente a che fare con vissuti di bisogno, non hanno nemmeno nulla a che fare con i doveri. Chi si colloca su un piano adulto può accettare che siano regolamentati dalla società i rapporti fra estranei, ma non i rapporti più intimi basati sulla libera scelta, sulla condivisione di profondi sentimenti, sulla sentita disponibilità verso un’altra persona.
Quando in una relazione di coppia viene sentito il peso dei doveri, la relazione non ha basi reali. Ciò vale anche per tutte le altre relazioni intime ed in particolare per quelle famigliari. Di fatto, purtroppo, le relazioni fra genitori e figli, fra figli e genitori ed anche fra fratelli e parenti sono in genere caratterizzate più da presunti obblighi che da una reale vicinanza.
Su un piano adulto si sceglie un/una partner, così come si scelgono gli amici, sulla base di compatibilità profonde, del piacere e dell’utilità di ciò che si può fare assieme. Di fatto, questo normalmente non avviene e le persone scelgono partner e amici proprio perché con loro sanno di poter evitare l’intimità e la condivisione di esperienze autentiche. In ogni caso, su un piano adulto o difensivo le persone si sentono legate ad amici e partner che hanno scelto. Nei rapporti famigliari e di parentela non si è scelto nulla, ma si ritiene quasi scontato il fatto che ci siano dei legami profondi. In realtà tali rapporti stanno in piedi sulla base delle pretese e dei doveri a cui le persone normalmente non riescono a sottrarsi.
I legami "di sangue" non incidono in alcun modo sulla possibilità di essere compatibili o in sintonia o in intimità. Se con un genitore o con un figlio o con un fratello o con un lontano cugino esiste davvero un legame profondo esso non ha nulla a che fare con “il sangue”. A volte chiedo ai miei clienti: “Se fossi nato (o nata) in un’altra famiglia e incontrassi per la prima volta in un viaggio in treno tuo padre, o tua madre, o tuo fratello, prima di scendere chiederesti il loro numero di telefono per non perdere l’occasione di consolidare il rapporto, fare cose assieme e dare un aiuto in caso di necessità? Le risposte che ottengo dai miei clienti sono in realtà sconfortanti. Quante persone hanno costruito in decenni un rapporto di sincera amicizia, comprensione e rispetto con i genitori (o con i figli). Quante persone sanno veramente "chi sono" i loro genitori e quali genitori sanno davvero "chi sono" i loro figli? Quali interessi profondi, valori, ideali, passioni, sentimenti sono veramente condivisi fra genitori e figli o fra fratelli o fra parenti in generale? A volte i rapporti fra parenti sono umanamente rilevanti, così come i rapporti fra amici, ma in genere ciò non accade e irrazionalmente si pensa che avere rapporti di parentela sia più importante del fatto di avere in comune il colore degli occhi o dei capelli.
In realtà il “cappio al collo” costituito da inesistenti rapporti famigliari serve semplicemente (su un piano difensivo) ad alimentare un “senso di appartenenza” ed a mitigare il profondo senso di smarrimento e solitudine sperimentato nell’infanzia e non accettato.
Su un piano adulto, cioè nel rispetto incondizionato del buon senso e dell'emotività profonda, non c'è alcuna ragione per considerare "più uguali degli altri" i rapporti di parentela o i "legami di sangue". I rapporti umani sono belli quando sono autentici, intensi, arricchiti dalla condivisione di esperienze, valori e sentimenti significativi, sia quando uniscono figli e genitori, fratelli o lontani parenti, sia quando uniscono persone nate in famiglie diverse.
Il funzionamento psicologico adulto libera ovviamente le persone da obblighi, rituali, compromessi con persone essenzialmente estranee, ma “di famiglia”. Comporta ovviamente il dolore relativo alla consapevolezza di "non far parte di nulla", di essere in un grande mondo con la responsabilità di costruire rapporti e senza la garanzia di poter pretendere nulla sulla base di qualche legame precostituito. Tale dolore è tanto più profondo quanto più si lega al ricordo sentito della solitudine sperimentata (proprio con i genitori!) nell’infanzia.
Nel percorso analitico le persone, in genere, devono lavorare sia sull’illusione di avere rapporti significativi con i genitori, sia sulla rabbia irragionevole nei loro confronti. L’ostilità, a volte sentita e a volte disconosciuta e manifestata indirettamente, è riconducibile alla non accettazione del dolore che ha nell’infanzia caratterizzato il rapporto con i genitori. Tale ostilità implica in realtà la pretesa (e la speranza) di qualche forma di esperienza riparativa nel presente. Quando i clienti capiscono che tale rabbia e tale speranza non hanno senso, perché essi non possono ottenere oggi nemmeno dai genitori ciò che sentono come mancanza interiore e che poteva farli sentire “appagati” e “al sicuro” solo quando erano molto piccoli, cominciano a sentire il loro dolore ed anche a capire che i genitori non potevano fare di più. Purtroppo, quando i clienti arrivano a sentirsi in pace con i genitori scoprono di non aver mai condiviso nulla di significativo con loro e di non poter condividere nemmeno il dolore relativo al fallimento del rapporto.
Credo sia il caso di spendere qualche parola anche sul rapporto fra le persone e la società. Le persone che si pongono psicologicamente su un piano adulto riconoscono facilmente la complessità ed il valore della loro vita individuale. Ciò le porta a considerare preziose anche le altre persone e quindi le loro esigenze. Questo collegamento psicologico fra l’accettazione di sé, l’empatia e la fattiva solidarietà emerge con chiarezza dal lavoro analitico e non ha nulla a che fare con le speculazioni moralistiche focalizzate sui concetti confusi di egoismo e altruismo
Se si è in contatto con la propria sofferenza non è difficile immaginare "sentitamente" che i nostri simili possano soffrire in modo altrettanto difficile da sopportare. Questa consapevolezza intima, unita alla conoscenza ovvia del fatto che le regole della convivenza sociale hanno effetti notevolissimi sulle vite reali di persone come noi, conduce all'interesse appassionato e profondo per le vicende sociali e politiche e ad una profonda irritazione per qualsiasi mistificazione ideologica riguardante la natura dei rapporti fra individuo e società.
Uno stato d’animo che caratterizza il funzionamento psicologico adulto è il sentirsi vicini agli altri esseri umani. La svalutazione delle altre persone considerate individualmente o come gruppo (non la svalutazione di comportamenti stupidi o criminali) deriva dalla svalutazione di parti di sé che gli altri in qualche modo rappresentano. Se ci poniamo su un piano adulto e se quindi non partiamo da visioni riduttive di noi stessi abbiamo immediatamente accesso alla convinzione che le vite delle altre persone siano troppo delicate per essere trattate con incuria o sfruttate o calpestate per interessi particolari.
Ovviamente, il passaggio dal sentimento di solidarietà ad un particolare tipo di convinzione o impegno di tipo politico è complesso e implica delle valutazioni e delle conoscenze che sul piano psicologico sono irrilevanti. In altre parole, non si può derivare dalla conoscenza del funzionamento psicologico adulto quale tipo di conseguenza pratiche le persone possano trarre nelle varie circostanze, ma è chiaro che da tale conoscenza si può derivare l'idea che non è possibile porsi su un piano adulto e cercare con la politica di favorire interessi particolaristici.
Il funzionamento psicologico adulto costa dolore anche nelle sue implicazioni sociali e politiche. Si soffre sapendo che oggi stiamo in una piccola fetta di mondo che ci garantisce cibo e molte sicurezze proprio perché per in tale ambito geografico sono confluite risorse sottratte a nostri simili sfruttati con il colonialismo ed anche perché nella nostra stessa società i beni non sono ripartiti in modo razionale, ma in base a “leggi del mercato” che implicano più o meno pesanti forme di sfruttamento. Certamente, molti di noi non sono responsabili individualmente di questi disastri, ma sono responsabili di ciò che fanno per peggiorare o migliorare la società in cui vivono. Si soffre anche vedendo che quotidianamente si dicono e si scrivono idiozie politiche volte a mantenere in piedi interessi privati ed anche interessi "impersonali" di aziende che non sono praticamente "di nessuno", ma fanno male a tutti portando ricchezza a pochi. Si soffre vedendo quanto la nevrosi e l'ingenuità inducano anche persone economicamente svantaggiate ad appoggiare rappresentanti politici che si vendono bene e che offendono la loro dignità e calpestano i loro interessi. Si soffre vedendo che anche i partiti politici che portano avanti un progetto sociale basato sulla solidarietà debbano annacquare i loro programmi ed il loro linguaggio per ottenere l’appoggio di elettori pieni di pregiudizi e di paure. Si soffre anche costatando che se ci si vuole impegnare attivamente per il cambiamento sociale non si sa con chi farlo, dato che un certo grado di irrazionalità è presente in qualsiasi organizzazione sociale e politica. Anche il semplice esercizio del voto il più delle volte comporta la decisione di scegliere il male minore. Vivere da adulti in un modo irrazionale e violento comporta comunque sia il dolore dovuto agli orrori che possono col tempo essere superati, sia il dolore per gli orrori che sono da accettare come immodificabili.
Il funzionamento psicologico adulto si traduce inevitabilmente in atteggiamenti, sentimenti e pensieri sul rapporto con la natura e col mondo animale. Se si è in contatto con le emozioni profonde, si attribuisce un profondo valore all'essere persone, ma anche all'essere vivi. Se si sente la vita che scorre nel respiro, nelle vene, nei movimenti, si è sensibili anche nei confronti della vita in generale. Gli animali ci sono simili nel sentire e nel desiderare, anche se vivono in modi non identici al nostro. Le piante, l'erba, i fiori vivono in modi ancor più "distanti" dal nostro, ma vivono. Il contatto con noi stessi ci porta a sentire che gli animali e la natura in generale ci sono in qualche misura affini.
Ovviamente il funzionamento psicologico difensivo rende possibili le proiezioni più assurde sugli animali e gli atteggiamenti più strani verso la natura. Ci sono persone che prendono un cane o un gatto per non sentire la solitudine, cioè per ignorare un senso di solitudine che li riguarda da sempre e che non vogliono affrontare. A tali condizioni stabiliscono relazioni più fantastiche che reali con gli animali domestici godendo irrealisticamente della loro "compagnia" o "comprensione" (come se essi fossero dei genitori). Le cose a volte sono più complesse perché spesso gli animali domestici vengono a rappresentare parti disconosciute del proprietario, e vengono quindi maltrattati.
Estendendo il discorso agli animali non domestici si dovrebbero toccare argomenti complessi e scabrosi, tra i quali spicca quello riguardante la sperimentazione scientifica spesso crudele e inutile su esseri viventi e senzienti. D'altra parte, la violenza gratuita perpetrata soprattutto nell'ultimo secolo sull’ambiente naturale rende comprensibile quanto sia irrazionale il rapporto degli umani con la loro stessa vita. Il collasso ecologico del pianeta procede implacabilmente mentre le persone (anche quelle che contano di più) fanno del loro meglio per peggiorare la situazione.
Il funzionamento psicologico adulto produce empatia e amore verso la vita in generale oltre che verso le persone. Consente di sentire molto e di fare cose sensate, ma comporta anche la consapevolezza dolorosa della distruttività che tanto spesso caratterizza le relazioni delle persone con i loro simili, con gli animali e con la natura in generale.
6. Convinzioni
Se consideriamo razionale il pensiero che non porta a contraddizioni e che non nega la realtà, dobbiamo riconoscere che gli esseri umani non sono sempre razionali. Uno dei principali obiettivi del lavoro analitico è proprio quello di capire perché le persone normalmente intelligenti facciano spesso tanta fatica per mantenere e alimentare convinzioni irrazionali.
L’idea molto comune secondo cui gli esseri umani agiscono a volte “spinti” dalla ragione e altre volte “spinti” dalle emozioni non è molto sensata poiché la ragione e le emozioni non sono “cose” che “spingono” le persone. Quando parliamo della razionalità o dell’emotività, infatti, ci riferiamo a ciò che le persone fanno, alle loro capacità ed ai loro scopi. Inoltre, fra razionalità ed emotività non possiamo concepire alcuna opposizione, perché il comportamento emotivo ha come elemento caratterizzante un’attività cognitiva e perché qualsiasi convinzione ha grandi o piccoli risvolti emotivi.
Dobbiamo piuttosto fare una netta distinzione fra le convinzioni/emozioni con cui le persone rispondono alla realtà (interna o esterna) e le convinzioni/emozioni con cui le persone evitano di entrare in contatto con qualche segmento della realtà.
Le emozioni basilari (gioia, dolore, rabbia, paura), in tutte le loro sfumature, costituiscono risposte razionali alla realtà e sono quindi sia comprensibili che adattive. Le emozioni difensive sono invece attivate dalle persone proprio per evitare il contatto con qualche aspetto doloroso della realtà e non risultano quindi comprensibili.
Le persone che si collocano psicologicamente su un piano adulto accettano la realtà, sia quando essa è piacevole, sia quando è dolorosamente spiacevole e immodificabile, sia per modificarla quando è spiacevole ma può essere modificata. Tollerando il dolore non sentono l’esigenza di negare la realtà e si formano o mantengono solo le convinzioni che sono logiche o giustificate dai fatti. Le persone che sono orientate in senso difensivo perché continuano a temere il dolore che nell’infanzia avevano percepito come intollerabile, hanno invece molte ragioni per attivare qualsiasi convinzione adatta a ridurre o impedire l’esperienza emotiva del dolore.
Le convinzioni delle persone a volte sono consapevoli e a volte non lo sono, ma in ogni caso “funzionano” benissimo e contribuiscono al mantenimento di un rapporto adulto o difensivo con la realtà in generale e con le altre persone in particolare.
La convinzione secondo cui i cani sono più pericolosi degli esseri umani (che può tradursi in manifestazioni di eccessiva prudenza o in comportamenti fobici) è irrazionale e può essere smentita da qualsiasi libro di storia. La normale distruttività degli esseri umani ha consentito dei normalissimi bagni di sangue in tutte le epoche e ciò non è assolutamente paragonabile a ciò che possono fare i cani anche quando sono affamati. Inoltre sfido chiunque a dimostrare che i cani impazziscono più spesso degli esseri umani. Se dovessi trovarmi su un'isola deserta con un essere umano scelto a caso o con un cane scelto a caso, non esiterei ad optare per il cane perché avrei più probabilità di non essere infastidito e di non trovarmi in pericolo.
In genere le persone che manifestano convinzioni irrazionali cercano di focalizzare la loro attenzione su situazioni diverse da quelle che effettivamente temono da sempre e che non hanno elaborato.
La paura di sentire emozioni (già in passato) ritenute insostenibili porta le persone a sentire e ad esprimere emozioni difensive e a fare cose strane. Dopo aver strutturato modi di vivere incomprensibili le persone devono quindi inventare ragioni (quasi) plausibili per spiegare i loro atteggiamenti, i loro comportamenti ed i loro stati d’animo.
Le convinzioni irrazionali possono quindi avere una funzione difensiva sia come condizione iniziale per lo sviluppo di emozioni difensive, sia come elementi delle razionalizzazioni successivamente elaborate per giustificare le manifestazioni difensive.
Nella vita adulta le convinzioni irrazionali dell’infanzia portano le persone a vivere in modi poco costruttivi e poco comprensibili (Weiss–Sampson, 2001). A quel punto alcune ideologie , semplicistiche o intellettualmente sofisticate, consentono alle persone di collocare la loro vita impoverita in un orizzonte di significato condivisibile. Si sviluppa così sia l’accettazione dei luoghi comuni che le varie tradizioni affermano, sia l’interesse per particolari ideologie caratterizzate da svalutazioni, illusioni e banalità intellettualizzate. Di questo la psicoterapia si occupa raramente perché un diffuso ma confuso rispetto per il pluralismo intellettuale fa pensare che un delirio soggettivo sia una malattia, ma che un delirio collettivo sia sempre e comunque un gioiello della cultura da proteggere come un’opera d’arte.
I pregiudizi, sono di vari tipi: riguardano la “natura” dell’uomo, il valore delle persone, la “superiorità” o “inferiorità” delle persone, dei gruppi, sociali, delle culture, delle nazioni, il rapporto con l’autorità e con l’altro sesso, la famiglia, il piacere, il dovere e mille altri temi. Buona parte delle tradizioni popolari ed anche della storia della filosofia e della scienza è costituita da pregiudizi.
Non solo le persone normalmente danno un grande valore al matrimonio senza essersi mai interrogate sulle ragioni che giustificano una consuetudine così bizzarra, o aderiscono a religioni di cui non sanno quasi nulla e che non hanno nemmeno confrontato con altre religioni, oppure dichiarano di amare la loro “patria” senza capire perché se fossero nate altrove dovrebbero sentire amore per un’altra “patria”, ma accettano acriticamente qualsiasi moda (riguardante l’abbigliamento o l’alimentazione o le letture da sfoggiare per sembrare intelligenti) e credono fermamente a qualsiasi idiozia propagandata dagli “esperti”. Le persone normalmente fanno di tutto per sentirsi “riconosciute” e rinunciano volentieri a “sentirsi bene” perché vivono qualsiasi esperienza di solitudine come intollerabile.
Se si vive psicologicamente su un piano adulto, cioè rispettando la realtà interiore ed esteriore, si è consapevoli di scegliere quello che si fa e ci si sente responsabili delle proprie scelte. Si sente che la vita individuale è preziosa e che non può quindi essere sprecata per seguire passivamente norme di condotta incomprensibili solo perché esse sono accettate da molte persone.
Vorrei ora accennare (per fare uno dei mille possibili esempi) a due convinzioni molto radicate, che sono fondamentalmente storpiamenti di idee filosofiche non comprese e che sono spesso usate per razionalizzare l’ostilità irrazionale ed altri atteggiamenti difensivi. Mi riferisco alle convinzioni più comuni (e confuse) su presunti diritti e doveri”, che non hanno grosse conseguenze sul piano sociale, ma che disturbano pesantemente le relazioni interpersonali.
Sul tema dei doveri è possibile avere molte posizioni di principio, come la storia della filosofia mostra, tuttavia il fatto di avere un rapporto adulto con sé e con gli altri sgombra il terreno da penosi tormenti.
Il concetto di dovere viene in genere utilizzato nei casi in cui riteniamo necessario fare qualcosa che contraddice un nostro desiderio. Tuttavia, per comprendere questa situazione non dobbiamo ricorrere a concezioni metafisiche, facilmente contraddette da altre. Ciò che sicuramente si verifica nei “conflitti fra piacere e dovere” è la tensione fra due opzioni possibili, sentite come desiderabili. Consideriamo un esempio molto semplice: una persona ha preso un certo impegno per un dato giorno con gli amici, ma si sente molto stanca e non ha voglia di puntare la sveglia all'alba per arrivare nel luogo dell'incontro. Non c'è alcuna necessità di immaginare un’opposizione fra un ipotetico "piano dei doveri" (sul quale comparirebbe una scritta luminosa "Devi mantenere gli impegni!") ed un “piano dei desideri”, o fra il piano della ragione e quello delle emozioni, o fra una parte di un ipotetico "Io" ed il piano delle “pulsioni”. Queste topografie metafisiche o dinamico-energetiche non tolgono nulla al fatto che la persona di questo esempio, da un lato desidera alzarsi presto per incontrare gli amici e da un altro lato desidera dormire. Entrambe le opzioni hanno conseguenze sia desiderabili (incontrare gli amici oppure riposare), sia indesiderabili (rinunciare all’incontro oppure rinunciare a qualche ora di sonno). Nella comunicazione quotidiana le chiacchiere sui doveri consentono semplicemente di provare rabbia oppure sentirsi “bravi” (e quindi accettabili), ma soprattutto allontanano dalla consapevolezza relativa al fatto che ogni nostra scelta comporta una piccola morte. Anche la scelta più gradita “ammazza” tutte le alternative possibili e tutte le grandi o piccole gioie che esse avrebbero arrecato.
Tormentoni pseudomorali del tipo "non posso divorziare perché mi sentirei ignobile a far soffrire il/la partner" o "non posso trasferirmi all'estero perché i miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare" si basano su antichi ricatti affettivi che i bambini hanno accettato per non sentirsi soli e che continuano ad accettare perché hanno consolidato un’identità di un certo tipo che allora li proteggeva dal dolore. Chi fa le sue scelte restando su un piano adulto non ha subito ricatti affettivi nell'infanzia oppure se ne è liberato ed è quindi consapevole del fatto che qualsiasi scelta sarà disprezzata da qualcuno e ciò non ha molta importanza. E’ inevitabile che anche le decisioni più innocenti siano oggetto di disprezzo o di derisione almeno da parte di alcuni milioni di persone, se si considera che su questo pianeta conviviamo con miliardi di nostri simili.
Un'altra idea bizzarra che spesso viene accettata come "ovvia" o filosoficamente “fondata” riguarda la "esistenza" (in un'accezione molto vaga del termine) di alcuni "diritti". Molto spesso, le persone che vivono seguendo una strategia difensiva si creano molte limitazioni gratuite illudendosi di compensare adeguatamente tali rinunce con l'idea di aver diritto a qualcosa.
L’'idea terribile per molti da accettare, ma del tutto scontata se ci si pone su un piano psicologico adulto, è l'idea di non aver diritto a nulla. L’idea di aver dei diritti si associa a vari atteggiamenti caratteriali, ma va comunque demolita con un'utilizzazione implacabile del buon senso e con la presentazione di controesempi. Voglio limitarmi a considerare le persone che sono molto socievoli e servizievoli, per poi sbottare con la fatidica frase ("non è giusto!") quando non vengono ricambiate e le persone che non chiedono mai nulla, ma trovano ingiusto che gli altri non capiscano che loro hanno diritto ad essere accettate, aiutate, considerate, ecc.
Le “teorie” di riferimento per questi clienti sono molte e comunque impropriamente usate; esse vanno dalla morale "naturale" o cristiana a varie forme "addomesticate" di umanesimo laico.
Nelle sedute concedo subito che abbiamo dei diritti stabiliti per legge. Quando parliamo però di diritti in tal senso non parliamo di "sostanze" che sono “presenti” da qualche parte. Se si verifica qualcosa di illegale che ci offende non abbiamo motivo di dire che ciò "non doveva succedere", ma possiamo semplicemente far causa a qualcuno (se abbiamo le prove e il denaro per gli avvocati). Tutto qui. Ovviamente, tale "diritto" del tutto pratico e non "assoluto" vale nei limiti in cui una legge che lo afferma ha validità e nei limiti in cui ci sono le condizioni per una applicazione di tale legge. Il diritto sancito dalla legge è quindi semplicemente il riconoscimento collettivo (in una particolare situazione storica, sociale e geografica) della possibilità di avviare determinati procedimenti che (se tutto va per il meglio) garantiscono qualche forma di risarcimento per qualche danno subito.
Credo si debbano rispettare le persone che credono che Dio attribuisca agli uomini certi diritti, ma da ciò non consegue la necessità di rispettare le conseguenze arbitrarie che le persone orientate difensivamente sul piano psicologico traggono da tale convinzione. Il fatto di spiegare la realtà in termini religiosi o laici non toglie nulla al fatto che certe cose sono per noi piacevoli, altre sono dolorose e che non ha senso parlare di diritti (umani o divini) per implicare che le cose dolorose non dovrebbero verificarsi. Alle persone che nelle sedute trovano “ingiusto” un rifiuto dei loro genitori o dei loro amici o del/della partner, faccio notare che hanno vissuto molti anni, mentre certi bambini nascono e immediatamente muoiono. Sottolineo che proprio l’imperscrutabile volontà divina o la selezione naturale o il caso hanno reso possibili sia il loro privilegio di vivere più di qualche secondo, sia la sfortuna di essere stati poco amati. Sottolineo quindi che non ha alcun senso protestare e ribadire che una certa situazione “non doveva” verificarsi e sottolineo che l’unica cosa sensata che possono fare (indipendentemente dalle loro convinzioni filosofiche o religiose) è accettare che certe esperienze della loro vita sono state, sono e saranno gioiose, mentre altre sono state, sono e saranno dolorose. Le chiacchiere sui diritti alimentano solo la pretesa di vivere in una favola anziché nella vita reale.
Le convinzioni irrazionali ed i pregiudizi hanno molte sfaccettature e servono a non elaborare particolarissime esperienze dolorose. Ho accennato alle convinzioni irrazionali sui doveri e sui diritti, ma le convinzioni irrazionali sono infinite. Alcune sono più frequenti ed altere più rare; alcune orientano solo progetti difensivi individuali, mentre altre danno luogo ad ideologie di massa.
Ciò che più mi preme sottolineare è il fatto che quando abbiamo capito che una certa convinzione non è razionalmente fondata non abbiamo ancora capito perché una persona abbia fatto la fatica di prendere a calci la sua intelligenza accettando una convinzione irrazionale. Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare oltre la logica e la scienza e dobbiamo comprendere le ragioni psicologiche che giustificano l’attaccamento ad un’idea irrazionale. In tal caso arriviamo facilmente a chiarire che le “ragioni dell’irrazionalità” sono riconducibili alla paura di accettare il lato doloroso della vita. Tale paura, perfettamente comprensibile nell’infanzia quando le figure genitoriali non forniscono un adeguato senso di sicurezza, attiva un progetto difensivo senza scadenza che porta le persone adulte a non manifestare un funzionamento psicologico adulto.
Il funzionamento psicologico adulto in genere non comporta l’accettazione di particolari idee, e infatti le persone che fanno un buon lavoro analitico restano molto diverse le une dalle altre. Comporta solo una sorta di allergia per le convinzioni irrazionali e per ogni negazione della realtà.
7. Azioni
Nel funzionamento psicologico adulto, le persone agiscono sapendo che ciò che fanno è intenzionale, riconoscendo che agiscono per un preciso scopo e inoltre dandosi solo degli obiettivi realizzabili e costruttivi.
Spesso, purtroppo, le persone negano di essere responsabili di ciò che fanno (ad es. quando affermano di essere stati sopraffatti da un impulso o di aver agito “senza una precisa ragione”), oppure non riconoscono (con gli altri o anche con loro stesse) i veri obiettivi del loro agire (ad es. quando affermano di aver agito per essere utili mentre hanno agito per sentirsi indispensabili), oppure si danno obiettivi non realistici (ad es. quello essere accettati e quindi sentirsi al sicuro, anche se ciò poteva essere ottenuto solo nell’infanzia e non certo come risultato di qualche particolare azione).
Le azioni degli individui spesso sono decisamente irrazionali. Spesso le persone lavorano per guadagnare più del necessario, incontrano altre persone senza fare nulla di utile o di realmente piacevole, competono inutilmente, fanno più cose per rabbia che per amore. In genere i vari gruppi sociali e le stesse nazioni non fanno di meglio e producono infelicità su più larga scala.
Il funzionamento psicologico adulto è possibile dal momento in cui l’accettazione del dolore rende superfluo agire per scopi difensivi. Se si accetta di non essere stati amati non si sente l’esigenza di agire per ottenere (almeno) considerazione. Se si accetta di aver sperimentato nell’infanzia una solitudine insopportabile non si perde tempo a far cose strane per alimentare l’illusione di ottenere una compagnia compensativa o riparativa. Se si riesce a piangere quando è necessario, si evita di avanzare pretese irragionevoli, non si inventano pericoli inesistenti, non si combattono nemici immaginari e si può agire per qualcosa anziché contro qualcuno.
Le persone che si collocano su un piano adulto agiscono essenzialmente allo scopo di:
A) ricevere,
B) dare,
C) fare,
D) divertirsi.
Su un piano adulto si tende a ricevere solo cose realmente utilizzabili nel presente e non cose concepite come rassicurazioni o compensazioni illusorie. Si tende a dare ciò che serve davvero agli altri e non qualsiasi cosa o aiuto che faccia sentire importanti o indispensabili. Si tende a fare con passione, con cura, con impegno ciò che rende migliore la vita reale (propria e delle altre persone) e non si spreca fatica a fare cose solo per distrarsi dalla propria vita, dalla propria identità reale, per negare certi vissuti dolorosi, o per costruire legami fittizi. Quando poi si cerca il divertimento ci si concede un reale svago un reale piacere, qualche forma di gratificazione fisica o mentale; non si cerca di sentirsi felici se non si è felici e non si cerca il divertimento allo scopo di dimenticare le cose che nella vita vanno dolorosamente accettate o affrontate e modificate.
Ovviamente questi quattro obiettivi non sono esclusivi e certe azioni possono costituire l’occasione per raggiungere più scopi: ad esempio si può fare nuoto per divertirsi ed anche per fare dei movimenti utili al proprio corpo.
Va anche notato che una persona può agire in modo da ottenere dei risultati indiscutibilmente positivi per sé e/o per gli altri, pur essendosi attivata per scopi decisamente irrazionali. E’ preferibile (da un punto di vista sociale) che un bambino rifiutato dai genitori e quindi convinto di “non aver diritto” a fare cose per sé, si dedichi alla ricerca medica piuttosto che alla “pulizia etnica” della sua regione; tuttavia, se una persona si dedica ad un’attività impegnativa per “non sentirsi egoista” o per paura di fare cose piacevoli, anche se produce dei risultati socialmente utili si fa del male limitando l’espressione di importanti parti di sé e negando l’importanza della sua esistenza personale.
Anche quando non ci sono vissuti di “mancanza” non elaborati, si prova piacere a ricevere affetto, stima, aiuto e si possono sicuramente fare molte cose per ottenere tali gratificazioni. La ricerca di tali gratificazioni è irrazionale solo quando si basa su sopravvalutazioni o fraintendimenti, ovvero quando le persone per farsi accettare fanno cose inutili o dannose o quando agiscono spinti da un (antico) “bisogno” di accettazione. In tal caso ciò che si ottiene inevitabilmente non basta mai e l’escalation della disponibilità, dell’accondiscendenza o della ricerca del successo è inevitabile e comunque frustrante.
La disponibilità a “dare” costituisce una semplice conseguenza del rispetto per la propria persona e della comprensione del fatto che gli altri come noi possono soffrire e anche apprezzare l’aiuto ricevuto. Su un piano adulto si capisce benissimo la disponibilità a dare sostegno, aiuto, comprensione agli altri, anche a costo di fare dei sacrifici, ma non si capisce il “bisogno di dare”. Tale pseudobisogno che spesso rende le persone invadenti e inopportune si spiega invece in una logica difensiva: certe persone sentono la necessità di occuparsi degli altri solo per tenere a distanza la consapevolezza della loro (antica e dolorosa) condizione di bisogno.
Il desiderio di “fare” (di fare cose buone, belle, utili) costituisce una condizione basilare per l’espressione delle potenzialità individuali. Anche se, come ho già notato, a volte si fanno cose utili per motivi tutt’altro che limpidi, il desiderio di fare, creare, costruire, collaborare, ecc. è un semplice risvolto della capacità di amarsi e di amare gli altri. Si può leggere un libro sui delfini se quegli animali risultano simpatici, si può giocare con un bambino se si vuole bene a quel bambino e se si ama la parte giocosa di sé; si può lavorare con cura se si hanno a cuore le persone che fruiranno dei risultati del proprio lavoro. Le persone che si amano e che amano molte cose e altre persone hanno sempre qual