Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

Razionalità canina e irrazionalità umana

manuale di sopravvivenza psicologica per cani affezionati ad umani nevrotici

 

(2003)

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

Introduzione

I. L'apprendimento nel cane e nell'uomo

II. L'emotività nel cane e nell'uomo

III. L'esistere nel cane e nell'uomo

IV. Il branco e la famiglia

V. Patologie umane che i cani devono conoscere

Conclusioni

Indicazioni bibliografiche

 

 

 


 

 

Introduzione

 

Pur rischiando di sembrare presuntuoso, devo dire che questo saggio viene a colmare una grave lacuna nell'ambito dell'editoria (tradizionale e telematica). Nelle librerie, nelle biblioteche ed in moltissimi siti si trovano testi di tutti i generi scritti per aiutare gli umani a capire meglio i loro amici cani. Non è difficile trovare trattati utili ai veterinari, ricerche di etologia e testi che illustrano come comportarsi con i cani, come addestrarli, come curarsi di loro. Nessun libro è invece mai stato scritto per i cani, per aiutarli a capire meglio i loro amici umani. C'è una ragione per questa lacuna, apparentemente incomprensibile: i cani hanno capacità innate molto sviluppate che li aiutano da sempre a capire come comportarsi con gli umani, come addestrarli e come curarsi di loro. In genere non hanno quindi bisogno di approfondire questi temi ricorrendo a studi specialistici. Tuttavia, resta valido anche per i cani il principio secondo cui la cultura può rendere più raffinate le conoscenze immediate. A volte gli umani sono più strani di quanto la fantasia del cane possa prevedere e a volte sono capaci di creare delle situazioni in cui la mancanza di complesse nozioni di psicologia lascia spiazzato anche il cane mentalmente più agile.

Alcune questioni qui esaminate risulteranno superflue a molti cani non più cuccioli. Tuttavia, poiché il testo può essere esaminato anche da occhi umani, ho ritenuto di non omettere alcune considerazioni molto elementari


 

Capitolo I

L'apprendimento nel cane e nell'uomo

 

La più grossa differenza esistente fra la mente umana e quella canina riguarda la capacità di rielaborazione dei dati empirici. Non si vede mai un cane fare due volte la stessa azione, se nel primo caso essa ha prodotto dei risultati devastanti. Ad esempio, se un cane decide di provocare un cavallo e riceve una zoccolata nei denti, capisce immediatamente che la lotta con i cavalli è uno sport da evitare. Gli uomini, invece, da sempre fanno guerre e, dopo ogni esperienza, ammettono che la guerra rende sconfitti anche i vincitori; tuttavia continuano a trovare nuove "ragioni" per fare altre guerre. Nella stessa "logica", dopo aver scoperto i piaceri del sesso e dell'amore e dopo aver capito la loro importanza, sprecano il resto della vita a fare altre cose (a fare carriera, a fare soldi, a studiare la fisiologia dell'amore, a scrivere poesie sull'amore, ecc.). I cani, invece, danno molta importanza alle esperienze fatte. Evitano con cura la ripetizione di esperienze negative e ripetono quelle positive in ogni circostanza che le rende possibili.

 

Anche negli ambiti in cui si può supporre che gli umani abbiano capacità maggiori dei cani (ad es. la tecnica della comunicazione), essi ottengono risultati irrilevanti o controproducenti. Ad esempio, gli umani hanno trovato un modo per tradurre in segni le loro idee e hanno sviluppato questa procedura in modi anche molto sofisticati, passando dalla scrittura a mano a quella stampata su carta ed a quella diffusa nel web. Hanno anche scritto pensieri molto belli che esaltano l'amicizia, i buoni sentimenti, il senso della dignità personale e dello smarrimento di ogni singolo individuo nell'immensità dell'universo. Tuttavia tali espressioni sono conservate in spazi molto circoscritti (biblioteche, librerie, siti poco frequentati, ecc.), ma non sui muri delle case, sui cartelli stradali, perché questi ampi spazi sono utilizzati per comunicazioni assolutamente futili (osservazioni su detersivi, su bevande e su prodotti comunque reperibili nei negozi). Se un cane decidesse di scrivere qualcosa su un muro, non scriverebbe "in fondo al viale c'è una pisciata di Dick dal pelo rosso" perché capirebbe che Dick lo sa già e che gli altri cani del quartiere potrebbero scoprire facilmente quel fatto e comunque potrebbero sopravvivere benissimo senza saperne nulla. Se quel cane volesse scrivere su un muro preferirebbe sicuramente riportare alcune osservazioni filosoficamente significative, sull'amicizia e sulla solidarietà nel branco.

 

Il bizzarro modo in cui gli umani pensano a loro stessi, esaminano la realtà e interagiscono con i loro simili rende l'esistenza umana misteriosa per i cani. Sembra che la distruttività, l'inconcludenza, l'incongruenza degli umani possano essere spiegate solo in termini emozionali. I cani, per amore e per simpatia hanno sempre trovato il modo di perdonare ed accettare le cose più strane dei loro amici bipedi implumi. Tuttavia possono trarre qualche vantaggio da una maggior comprensione delle dinamiche affettive degli esseri umani.

 

Precisazione.

I cani possono apprendere, come gli umani, ma a differenza di questi non capiscono perché l'apprendimento debba essere esibito.

In certi casi, dopo aver appreso molte cose in un clima di familiarità con i loro amici umani, i cani si trovano catapultati in strane "feste collettive" che però non sono divertenti e sono strutturate in modo estremamente formale. Anche le menti canine più acute non afferrano la ragione di questo slittamento dall'ambito domestico dell'apprendimento a quello sociale della "dimostrazione". Infatti, in tali casi essi non partecipano a feste collettive, ma a "gare". Lì non continuano a fare ciò che hanno imparato a fare, ma devono ripetere tali schemi comportamentali per permettere ai loro accompagnatori di ottenere un "riconoscimento" e ritirare una medaglia. I cani non capiscono le gare perché, pur essendo capaci di competere per cose importanti, non entrerebbero mai in competizione per "dimostrare di aver vinto". I cani non sanno che gli umani sono molto insicuri sul loro valore personale e necessitano di riconoscimenti esterni per sentirsi accettabili.

 

 

Capitolo II

L'emotività nel cane e nell'uomo

 

Le differenze fra gli atteggiamenti tipici degli umani e dei cani sono fondamentalmente riconducibili al fatto che i cani hanno un solido equilibrio emozionale mentre gli umani hanno un equilibrio decisamente labile.

Le emozioni dei cani sono razionali e si manifestano in modo autentico ed indiscutibilmente chiaro, mentre le emozioni umane sono spesso irrazionali e sono manifestate solo parzialmente o in modo distorto e quindi incomprensibile. Alcune eccezioni confermano questa regola: alcuni cani massicciamente plasmati dagli umani diventano irrazionali come i loro padroni e alcuni umani (amanti della vita e degli animali) riescono a provare e ad esprimere emozioni profonde.

 

La dimensione emozionale degli umani è più contorta di quella dei cani perché le fasi iniziali della maturazione emotiva sono in genere terrificanti negli umani e serene nei cani.

Il cane riceve cure e protezione a sufficienza, mentre l'uomo affronta troppo presto il dolore senza essere adeguatamente rassicurato e guidato in merito alle possibilità di affrontarlo. Per qualche misterioso insieme di fattori i genitori degli umani sono più inclini a terrorizzare i loro cuccioli che a proteggerli: li trattano come se fossero giocattoli con cui divertirsi per un po', come adulti da "lasciare in pace", come genitori da cui ottenere rassicurazioni psicologiche, come criminali da controllare, peccatori da salvare e in altri strani modi. Alcuni bambini cresciuti con dei cani in casa riescono a compensare parzialmente la mancanza di esperienze emotive autentiche, ma questo accade per circostanze casuali. Infatti, non capita mai che i genitori ricorrano appositamente ai cani per utilizzare le loro competenze: cercano piuttosto di ottenere consigli da persone emotivamente collocabili al loro stesso livello (pedagogisti, pediatri, preti, e …persino psicologi!). Questi "consulenti" condividono una fissazione mentale patologica in base alla quale va considerata accettabile una socializzazione infantile solo se finalizzata a "non far crescere i bambini come degli animali".

 

L'assenza nei cani degli atteggiamenti difensivi inconsci tipicamente umani rende i cani infinitamente più affidabili degli uomini.

Oltre a non essere mai deliberatamente falsi (per convenienza o per opportunismo), i cani non manifestano nemmeno quel tipo di falsità inconscia che caratterizza i contatti umani. Ad esempio se i cani desiderano o temono qualcosa, trasmettono in modo assolutamente chiaro il loro stato d'animo. Un cane che ringhia non sta tentando di aumentare la sua autostima e un cane che dorme non sta rifiutando depressivamente l'idea di svegliarsi e combinare qualcosa di buono. Gli umani invece possono dichiarare (anche in buona fede, cioè con limpida inconsapevolezza) dei sentimenti, per poi negarli con comportamenti di segno opposto, dipendenti da fattori inconsci. I cani che manifestano affetto, protettività, sottomissione, paura, ostilità sono assolutamente affidabili; possono essere obbedienti per paura, ma mai affettuosi per paura.

I cani sono anche liberi da pseudoemozioni complesse e distorte tipicamente umane come l'orgoglio, la presunzione, il rancore, l'invidia, ecc. I cani hanno un'immagine realistica di loro stessi. Nessun cane indegno di rispetto insisterebbe per essere capo di un branco. Se un lupo affronta il capobranco per occupare il suo posto e viene sconfitto accetta la sconfitta, rispetta il capobranco come leader e continua ad avere un buon rapporto con se stesso, con il vincitore e con la comunità di cui fa parte. Gli umani invece non si prendono così facilmente la responsabilità dei loro successi o dei loro insuccessi. Non si assumono nemmeno la responsabilità delle loro emozioni. I cani si possono incollerire, ma non pensano "quello là mi ha fatto arrabbiare"; possono rinunciare a comunicare, ma non pensano "non riesco ad esprimermi"; possono avere paura, ma non pensano "mi è venuto un attacco di panico". Gli umani assumono atteggiamenti poco dignitosi o arroganti, perché non accettano ciò che per i cani è sempre evidente: il fatto di essere ciò che sono.

 

Precisazione.

I cani non hanno difficoltà ad esprimere il loro desiderio di fare sesso e quando trovano un/una partner appetibile manifestano in modo diretto e trasparente le loro intenzioni. Non capiscono perché i loro amici umani siano così complicati nell'esprimere i loro desideri sessuali e nel consentire anche ai cani così raramente l'espressione di comportamenti sessuali appropriati. Non capiscono perché gli umani, se desiderano far sesso, si scambino numeri telefonici per poi salutarsi, oppure si incontrino in un ristorante affollato; non capiscono soprattutto perché permettano ai cani di fare sesso solo in certe occasioni (peraltro rarissime). Gli umani non solo considerano sconveniente la comunicazione esplicita di un loro desiderio sessuale, peraltro evidente, ma considerano accettabile la sessualità canina (ed a volte anche quella umana) solo ai fini della riproduzione.

La mancata comprensione di queste strane tendenze degli umani può in molti casi gettare il cane più fiducioso nel più profondo sconforto.

 

 

Capitolo III

L'esistere nel cane e nell'uomo

 

Gli umani rivelano a volte perseveranza e diligenza nello sforzo di comprendere la loro esistenza. Per certi aspetti hanno persino capacità superiori a quelle dei cani, ma sistematicamente falliscono nel loro sforzo conoscitivo perché non riescono ad accettare la loro esistenza come totalità. Tale errore non è possibile ai cani proprio perché, anche per loro limiti, vivono costantemente nel presente e quindi accettano in ogni istante la totalità del loro essere.

Alcuni umani hanno compreso e spiegato che l'esistenza è un percorso tragico in cui la gioia ed il dolore coesistono inevitabilmente. Su questo tema alcune idee profonde sono state stampate su carta, tradotte in opere teatrali e persino in ululati strumentali (concerti, sinfonie, ecc.). Tuttavia gli umani continuano a stupirsi quando soffrono o ad arrabbiarsi quando qualcosa li frustra, come se fossero vittime di ingiustizie. In tal modo, rifiutando pregiudizialmente il dolore inevitabile, finiscono per aggiungere alla loro esperienza ulteriori sofferenze irrazionali e non necessarie, costituite da stati d'animo nevrotici e distruttivi. Questi dati depongono a favore di un'ipotesi che molti cani da tempo sostengono: l'uomo non è un animale intellettualmente inferiore, pur dando questa impressione, ma per ragioni emotive si rifiuta di capire alcune cose molto elementari o, se le comprende, non ne ricava le necessarie conseguenze.

Questa basilare inettitudine degli umani si traduce quindi in miseria esistenziale. Gli umani sembrano vivere per dimenticare la finitezza della loro esistenza. Non sanno stupirsi di essere scintille in un universo immenso; pur avendo calcolato la distanza fra la terra e il sole; non sanno "fermarsi" e sperimentare di essere "lì", sospesi di fronte all'infinito. Non sanno riconoscere un "tu" nell'altro, né sanno aprirsi all'altro in un incontro immediato. Non sanno accettare di essere fragili e destinati a morire; pur avendo ripetute prove di questo fatto nascondono sistematicamente a se stessi ed ai loro simili la loro limitatezza.

La contraddizione fra l'anelito individuale all'infinito e la finitezza del tempo concesso ad ogni essere, sollecita in alcuni casi delle riflessioni profonde negli esseri umani. In genere, però, se gli umani pensano al futuro, pensano alla carriera, alla pensione o addirittura alla conclusione del campionato di calcio. Se essi pensano alla grandezza dell'universo in cui stanno, pensano alle conquiste spaziali o alle vacanze estive. Restano mentalmente imprigionati nel loro piccolo mondo fatto di desideri infantili di sicurezza, di autoaffermazione, di distacco dalle sensazioni di fragilità.

I cani sono in partenza svantaggiati nell'ambito della speculazione filosofica. Stentano a concentrarsi sul domani e ad immaginare altri mondi (o addirittura altre vallate o città). Sono sempre nel presente. Tuttavia sono sempre interamente coinvolti nel loro presente, con tutta l'intensità dei loro desideri, dei loro sentimenti, della loro attenzione.

 

Gli umani traducono la loro inconsistenza emozionale in un'assurda strutturazione del loro tempo, fatta di abitudini rassicuranti, di comunicazioni ripetitive, di distrazioni private e collettive, di preoccupazioni non costruttive, di pensieri svalutativi rivolti a loro stessi o agli altri, di piccole invidie, sogni irrealizzabili, rancori, esibizione di sofferenze non realmente accettate, ostentazione di successi irrilevanti per il percorso esistenziale personale.

I cane riposa, mangia, gioca, fa sesso, gode della compagnia. L'uomo riposa poco o male o troppo, mangia irrazionalmente, non sa giocare, si occupa di dettagli avulsi dal loro contesto e in compagnia si preoccupa più di sentirsi accettato che di esprimersi.

Il cane dedica il suo tempo a procurarsi l'essenziale per vivere (se è necessario) e poi soprattutto a vivere la sua vita. L'uomo invece distingue nettamente fra il tempo dedicato al lavoro ed il cosiddetto "tempo libero". Occupa il tempo lavorativo cercando di sfruttare i suoi simili, se stesso e la natura in cui è immerso. Nel tempo libero si sforza di divertirsi, cioè di procurarsi le sensazioni che ha imparato a soffocare nel suo tempo lavorativo. Poiché gli umani non riescono a far rinascere nell'orticello del tempo libero o delle vacanze ciò che hanno distrutto, sperimentano strane forme di scoraggiamento alla fine di ogni giorno festivo o di ogni vacanza. Quando i cani giocano, si divertono moltissimo. Si divertono davvero gli umani ai party, in discoteca, in coda sull'autostrada in Agosto? A raccogliere francobolli? A fare aerobica in palestra? A fare il doppio lavoro per comprare un'auto nuova (in cui poter stare in coda sull'autostrada in Agosto)?

 

Un problema di difficile soluzione, sul quale generazioni e generazioni di cani hanno dato contributi anche elevati, ma mai davvero risolutivi, riguarda la possibilità di recuperare gli amati umani a modalità di vita e di relazione costruttive. I cani hanno da sempre dedicato la loro pazienza, la loro intelligenza, il loro amore agli umani, senza tuttavia renderli capaci di cambiare in profondità. In molti casi gli umani non afferrano proprio il senso della disponibilità canina nei loro confronti. In alcuni casi riescono a cogliere qualche significato profondo nel comportamento canino e ricambiano anche con amore, ma restano imprigionati in un orizzonte mentale tipicamente umano, e non notano le contraddizioni fra le loro azioni influenzate dalla saggezza canina e quelle ancora rozze, nevrotiche ed infantili. Forse l'uomo ha troppa paura della sua umanità per essere davvero recuperabile ad una vita più autentica, ma i cani continueranno ad insegnare l'amore per la vita agli uomini, perché questi, nonostante i loro limiti, sono comunque cari ai cani.

 

Capitolo IV

Il branco e la famiglia

 

La ragione principale delle scarse capacità emozionali degli esseri umani rispetto a quelle dei cani deriva dalla socializzazione infantile degli umani che, a differenza di quella dei cuccioli di cane, si realizza in assenza di una vera famiglia.

La "famiglia" canina è molto semplice, ma decisamente soddisfacente. E' costituita da una coppia solidale nel rendere possibile la crescita dei cuccioli in condizioni di sicurezza. La socializzazione dei cuccioli non prevede teorie psicologiche, cerimonie religiose, repressioni razionalizzate, ma "soltanto" calore, nutrimento, protezione, "presenza" materna (finché essa è necessaria), accettazione della dipendenza dei cuccioli ed in seguito accettazione della loro autonomia.

La famiglia umana si sviluppa attraverso i seguenti passaggi:

-un maschio e una femmina fanno sesso (e fin qui tutto è chiaro per qualsiasi cane),

-la donna dopo il parto deve tornare al più presto al lavoro per non ricevere sanzioni economiche e se non deve lavorare sente comunque i figli come un limite per propria "realizzazione",

-i figli vengono allattati poco e secondo abitudini spesso bizzarre (allattamento ad orario fisso o con il biberon, ecc.) comunque soggette alle mode intellettuali lanciate nei vari periodi storici da pediatri famosi,

-il padre non solo deve stare lontano dai figli per lavorare, ma in genere sta lontano da loro anche quando è a casa,

-la madre, quando è in casa, sta con i figli quanto basta per potersi lamentare con il marito del poco aiuto che riceve,

-i nonni spesso danno un supporto pratico alla gestione di questa situazione assurda e forniscono buoni pretesti per molte discussioni accese fra marito e moglie,

-i bambini devono prendere meno latte possibile, crescere in fretta, imparare a non sporcare, giocare senza far rumore, stare davanti alla TV ed appena possibile andare a scuola per imparare a razionalizzare negli stessi modi dei loro genitori l'assurdità della loro condizione di bambini. Scriveranno bellissimi temi sul focolare domestico, sulle ragioni patriottiche per bombardare i focolari domestici dei nemici, sulla festa del papà e su quella della mamma; nei casi migliori scriveranno temi sul loro cane (senza mai definirlo però come il personaggio più equilibrato della famiglia), a meno che il cane non sia stato abbandonato dai genitori in autostrada quando la famiglia doveva andare in vacanza.

 

 

Capitolo V

Patologie umane che i cani devono conoscere

 

I cani hanno un grosso limite: non rifiutano mai gli amici umani anche quando questi non manifestano un'autentica amicizia. Non mettono in discussione le irrazionalità umane in quanto scelte sbagliate e le accettano come accettano il sole o la pioggia. Non si interrogano sui motivi (e spesso inconsci) per cui gli umani mantengono rapporti patologici con loro.

Lasciando per ora da parte i casi gravissimi e frequenti di reali maltrattamenti dei cani ed i casi di sfruttamento (non ragionevole e accettabile) delle loro capacità, vorrei sottolineare i casi di sfruttamento psicologico dei cani che possono anche non tradursi in esplicite violenze, ma che sono così irrazionali da non essere realmente compresi dai cani.

 

Certi umani cercano in un cane un amore incondizionato di cui avevano bisogno da piccoli e sono molto contenti del loro cane solo perché credono di aver trovato un supplente della mamma che stanno ancora cercando e che non hanno trovato in un/una partner, nei figli o negli amici. Essi hanno un rapporto "colloidale" e non empatico con il cane, proprio perché lo considerano un distributore di coccole e di conferme psicologiche e non come un soggetto portatore di proprie esigenze. Così come possono essere pieni di entusiasmo per la presenza del loro cane, possono sperimentare travolgenti delusioni appena scoprono che è un cane.

Certi umani vogliono avere un cane non tanto per stabilire un rapporto con un "altro" essere, ma per sentirsi indispensabili. Non si sentono responsabili del bene del cane, ma sono felici di sentire che il cane ha bisogno di loro. Ignorano che i cani se la caverebbero benissimo se lasciati a se stessi nel loro ambiente e che sono da proteggere solo perché vengono allevati in un ambiente umano, ma si sentono soddisfatti all'idea di essere importanti per il loro cane e di compensare in tal modo la sensazione di non essere mai stati importanti per i loro genitori.

Certi umani non cercano in un cane una figura materna, ma una specie di prova della loro (immaginaria) importanza. Questi umani possono ad esempio volere qualsiasi cane purché "grosso" o "aggressivo". Detestano il lato dolce presente anche nel più combattivo dei cani e ignorano le esigenze profonde di contatto del loro cane. Trattano il cane come una specie di medaglia che un generale mette sulla giacca ad ogni parata.

Certi umani non provano emozioni distorte o inappropriate nel rapporto con i loro cani solo perché non provano praticamente niente. Pensano al loro "cane da guardia" e reagiscono emotivamente solo al concetto di "guardia", pensano al loro "cane da caccia" e reagiscono emotivamente solo al concetto di "caccia". Soprattutto non hanno la più pallida idea del fatto che il cane da lavoro sia un cane.

Certi umani desiderano compensare certe loro irrimediabili limitatezze intellettive sottolineando costantemente le capacità intellettive del loro cane, come per ritenersi responsabili di tale risultato. Stentano a capire che i cani non hanno alcun merito per la loro intelligenza, così come loro non sono responsabili della loro stupidità.

Certi umani manifestano comportamenti evitanti piuttosto che incongruenti o inautentici: sono convinti che i cani siano in quanto tali pericolosi. Non prendono minimamente in considerazione il divario fra il numero delle aggressioni, degli omicidi, delle stragi e delle guerre attribuibili agli umani ed il numero delle violenze commesse (senza ragione) dai cani. Vedono un plotone di soldati armati e sventolano le bandierine festosamente; vedono un cane libero nel parco e strillano presi dal panico.

 

Anche i cani più acuti e inclini al ragionamento stentano a comprendere i disturbi psicologici degli esseri umani. Ingenuamente accettano in modo acritico gli esseri umani proprio perché nell'antica vita del branco era sensato accettare ogni individuo con le sue peculiarità. Non afferrano l'idea che le peculiarità degli esseri umani siano irrazionali e meritevoli di biasimo e rifiuto. Soprattutto non accettano di decidere se mantenere un rapporto con gli esseri umani incapaci di contatto emotivo.

 


 

Conclusioni

 

 

Nel corso di un'intera vita gli umani hanno la possibilità di imparare che ogni attimo è prezioso, che loro ed i loro simili sono preziosi, che la vita individuale non è un sacco da riempire, ma un'occasione per agire costruttivamente. I cani naturalmente trattano ogni istante ed ogni aspetto della loro vita come assolutamente prezioso. Apprezzano ciò che ricevono, ma sono soprattutto impegnati a fare cose buone: conservarsi vivi ed aver cura dei loro cari.

 

Gli umani hanno idee molto incerte sulla loro identità e sulla loro amabilità; agiscono quindi in modi che raramente esprimono amore. I cani non pensano molto alla loro identità, ma esprimono costantemente e coerentemente il loro essere; trovano inoltre facile manifestare un amore sicuramente semplice, ma anche autentico.

 

Gli umani tendenzialmente si adattano ai loro simili per paura e con rabbia e in questo modo alterano la qualità del contatto emotivo nelle relazioni interpersonali. I cani si adattano molto volentieri alle richieste di fare qualcosa, se la richiesta proviene da una persona amata; non concepiscono però l'idea di essere ciò che non sono o di non sentire ciò che sentono. Per queste ragioni i cani possono insegnarci molte cose.

 


 

 

Indicazioni bibliografiche

La bibliografia è ridotta all'osso e include solo testi particolarmente amati, riguardanti i cani ed altri animali.

 

K.Gallimann (2001), Elefanti in giardino, trad.it. Mondadori, Milano, 2001

D.Keyes (1959), Fiori per Algernon, trad.it. Longanesi, Milano, 1973.

J.London (1903), Il richiamo della foresta, trad.it. Rizzoli, Milano, 1953, rist. 1975.

B.Lopez (1978), Lupi, trad.it. Piemme, Casale Monferrato, 1999.

K.Lorenz (1950), E l'uomo incontrò il cane, trad.it. Adelphi, Milano, 1973.

J.M.Masson (1995), Quando gli elefanti piangono, trad.it. Baldini&Castoldi, Milano, 1996.

J.M.Masson (1997), I cani non mentono sull'amore, trad.it. Baldini&Castoldi, Milano, 1997.

D.Morris (1986), Il cane, trad.it. Mondadori, Milano, 1988.

E.M.Thomas (1993), La vita segreta dei cani, trad.it. Longanesi, Milano, 1994.

E.M.Thomas (2000), La vita sociale dei cani, trad.it. Longanesi, Milano, 2001.

 

 

 

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Queste pagine scherzose ed estremamente serie sono dedicate a Sky, il più scherzoso e serio dei miei amici, che mi ha lasciato da anni e che continua ad essere presente nella mia vita. Non è mai andato via.

Sono dedicate anche a Grigio, Tupa e Pilar che non hanno occupato il suo posto, ma hanno un loro posto nel cuore mio e di Adriana.

 

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Desidero ringraziare Adriana Guastavino per i suggerimenti e le osservazioni che mi hanno permesso di preparare, correggere e completare questo scritto.