Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

Il fumo nuoce alla salute. La chiusura mentale pure.

Note sull'irrazionalità manifestata dai fobici del fumo

 

(2003)

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

Considerazioni preliminari

1. La logica delle "campagne contro"

2. La sofferenza, la malattia, la morte … ed il vivere la vita

3. La personalità del fumatore, del non fumatore e di chi ha la fobia del fumo

Conclusioni

 

 

 


 

 

Considerazioni preliminari

 

Lo stimolo per questo lavoro mi è stato offerto da un piccolo fatto, che costituisce solo un piccolo passo avanti nella "campagna anti-fumo" che da anni procede e che ha avuto a mio avviso sia alcuni meriti, sia molti demeriti. Questo piccolo fatto è costituito dalla presenza di diciture comparse su due lati grandi dei pacchetti di sigarette al posto di quella, più discreta costituita dalle parole "Nuoce gravemente alla salute". Queste nuove diciture (lunghe, in neretto, bordate in nero, di pessimo gusto) ovviamente trasformano il "classico" pacchetto di sigarette in un'altra cosa, decisamente sgradevole ed esteticamente disturbante. Tali scritte probabilmente saranno sostituite da immagini di polmoni devastati, di grappoli di cellule cancerose e magari di piccole foto di funerali con la didascalia "Te la sei cercata tu". Le più recenti modalità della campagna anti-fumo, quindi, non mostrano più l'intento di far riflettere o di persuadere, ma semplicemente quello di disturbare certi momenti privati che molte persone (presumibilmente in modo discutibile) associano al piacere di una sigaretta.

Questo risvolto persecutorio, irrispettoso, sguaiato di una campagna di informazione in linea di principio apprezzabile (e che sarebbe ancor più apprezzabile se fosse inserita in un progetto politico complessivo realmente attento alla qualità della vita ed alla salute dei cittadini) non costituisce comunque una radicale novità. Da quando la società ha (giustamente) iniziato a proteggere i non fumatori dai danni o dal fastidio del fumo passivo, ha avuto purtroppo nei confronti di chi continua a fumare, un atteggiamento di esclusione, di non tutela, di non rispetto.

La logica dei divieti non è stata (salvo poche eccezioni) quella di impedire il fumo in certi spazi pubblici consentendolo in altri, ma quella di impedire il fumo, ignorando legittime esigenze psicologiche di milioni di persone abituate a fumare.

La guerra al fumo, avviata da molti anni, non mi ha mai convinto del tutto anche se condivido al cento per cento l'idea di impedire a chi fuma di danneggiare i non fumatori, l'idea di scoraggiare nei giovani l'abitudine al fumo, l'idea di favorire nei fumatori la decisione di interrompere un'abitudine nociva. Trovo assolutamente gratuito il divieto di fumo in spazi pubblici particolarmente ampi (si pensi agli aeroporti) mentre credo che si sarebbe potuto fare di più per responsabilizzare i fumatori nei confronti dei bambini ed anche degli animali domestici.

I primi passi sono stati il divieto di fumo nelle sale cinematografiche e negli autobus. Negli ospedali però è passato non solo il divieto di fumare negli spazi condivisi, ma il divieto di fumare in qualsiasi spazio, anche se la permanenza degli accompagnatori o dei visitatori in attesa spesso si prolunga per molte ore. Sembra che prevedere spazi per fumatori in luoghi di cura costituisca un implicito "favoreggiamento del crimine", come se l'istituzione del divorzio costituisse un incitamento al fallimento delle relazioni coniugali.

La logica semplice e rozza che tende ad affermarsi è quella secondo cui il fumo fa male e quindi non si possono riservare spazi ai fumatori, dato che questi non dovrebbero esserci. Le iniziative legislative contro il fumo procedono più velocemente delle iniziative volte a migliorare la qualità dei servizi sanitari. I fondi destinati alla sanità sono sempre scarsi rispetto alle ragionevoli aspettative degli addetti ai lavori, ma poiché i divieti non costano nulla, presto i fumatori non potranno sentirsi a loro agio nemmeno nei ristoranti e nei bar. Prevedo pessimisticamente che anche i parchi pubblici diventeranno "zona protetta" dall'inquinamento da sigarette. Prima o poi i fumatori potranno fumare una sigaretta solo fra le mura della loro casa. La differenza fra la tutela dei non fumatori e la persecuzione dei fumatori è evidente.

Le scritte che ora stravolgono la grafica dei pacchetti di sigarette costituiscono solo un piccolo passo nel percorso della campagna anti-fumo che ha radici psicologiche ed implicazioni filosofiche e sociali tutt'altro che lievi.

Se fossi disturbato da certe norme solo sul piano pratico, non perderei alcuni giorni per scrivere un articolo, ma il procedere della campagna anti-fumo mi ha toccato su piani più profondi. Le scritte di cattivo gusto stampate per legge su oggetti personali come i pacchetti di sigarette mi sollecitano a discutere questioni importanti con le quali negli anni mi sono confrontato da persona e da studioso: le relazioni fra individuo e gruppo, il rispetto per le persone, il rapporto fra disturbi psicologici, pregiudizi e violenza.

 

Apparentemente l'allarme rosso nei confronti del fumo rispecchia due orientamenti di fondo:

A) elevare la consapevolezza collettiva relativa alla prevenzione sanitaria

B) proteggere le persone da abitudini che per quanto ritenute piacevoli sono dannose alla salute.

 

Il collegamento fra queste due intenzioni si traduce in un particolare modo di intervenire sulla realtà sociale caratterizzato

A1) dalla diffusione di idee che colgono la pericolosità delle sigarette MA NON di altre cose dannosissime alla salute

B1) da interventi restrittivi deliberatamente diretti alle persone che fumano MA NON ad altre persone che mettono in altri modi in pericolo la loro salute (o la loro vita) e la salute (o la vita) degli altri.

 

La salute delle persone è minacciata da molte cose. Perché dimenticare il caffè, il tè e soprattutto l'alcol? Le campagne pubblicitarie per questi prodotti sono spesso molto accattivanti e raffinate. Non ho a portata di mano le statistiche, ma l'alcolismo in Italia è praticamente endemico e fa davvero morire come il fumo. Le bottiglie di prodotti alcolici sono spesso così gradevoli sul piano estetico da costituire praticamente un elemento dell'arredamento della casa. Sarebbe giusto (nella logica paternalistica secondo cui lo stato deve proteggere i cittadini "sprovveduti") che teschi ed avvisi in stile-necrologio comparissero sulle bottiglie di superalcolici e che la pubblicità di tali prodotti fosse rigorosamente vietata. Tra l'altro, l'alcol uccide non solo facendo andare a pezzi gradualmente l'organismo, ma anche improvvisamente se le persone guidano in stato d'ebbrezza.

I bambini, soprattutto, ma anche le persone fragili psicologicamente e potenzialmente inclini alla bulimia ricevono massicce sollecitazioni pubblicitarie riguardanti cioccolata, merendine e dolciumi di tutti i generi. Non leggono mai, nelle confezioni che acquistano, una riga sui danni inflitti al loro organismo da certi prodotti. Persone con problemi opposti ricevono costantemente, attraverso canali pubblicitari autorizzati, fortissime sollecitazioni a dimagrire senza ragionevole necessità.

Come si sa, la carne è altamente ossidante e favorisce quindi il cancro. Nella logica dell'attuale campagna anti-fumo, qualche cartello in macelleria potrebbe allarmare i carnivori che si ostinano a non essere vegetariani o almeno disturbarli mentre fanno la spesa.

Non dovrebbero essere trascurati nemmeno gli effetti collaterali delle medicine, quelli annotati a caratteri microscopici in fondo ai bigliettini ripiegati all'interno delle confezioni. Si potrebbero esporre dei cartelli nelle vetrine delle farmacie con scritte di questo tipo: "I farmaci spesso fanno più male che bene".

Con queste osservazioni non sto dicendo che stampare predicozzi e paternali sulle bottiglie di alcolici o sulla cioccolata o mettere ovunque cartelli psicologicamente terroristici sarebbe segno di intelligenza e lungimiranza. Dico solo che ciò rifletterebbe in altri ambiti la logica bizzarra di un aspetto particolarmente evidente della campagna anti-fumo in corso.

A questo punto è necessario considerare cosa accadrebbe se l'attuale "logica della prevenzione" venisse applicata in ambiti in cui non si aspira o non si beve o non si mangia nulla, ma in cui le persone mettono comunque in pericolo la loro salute e la loro vita. Le persone non si fanno del male solo fumando, bevendo e mangiando. Si fanno molto male anche in altri modi. Molte persone causano incidenti guidando a velocità non consentite e molte automobili possono raggiungere velocità superiori a quelle consentite. Nella logica della corrente campagna anti-fumo si dovrebbero vendere autovetture di grossa cilindrata recanti sulle portiere delle "perle di saggezza" riguardanti teste fracassate, ossa rotte, corpi carbonizzati e roba del genere. Forse sarebbero da prendere in considerazione anche scritte filosoficamente profonde come "La velocità uccide". Ovviamente per ridurre davvero gli incidenti si potrebbero modificare ulteriormente i limiti di velocità: 60 km/h in autostrada, 50 km/h nelle strade statali e 30 km/h nei centri abitati.

Se portiamo alle sue estreme conseguenze la logica della "prevenzione invasiva" e dello scoraggiamento attivo di ogni attività rischiosa esercitata per ragioni "futili" dobbiamo concludere che la società dovrebbe proteggere non solo i fumatori, ma altri persone che per un superficiale edonismo mettono a repentaglio la loro incolumità: in particolare dovrebbe tutelare le persone che si dedicano a sport pericolosi come lo sci, l'equitazione, la boxe, ecc. Dovrebbe imporre striscioni, manifesti o cartelli "scoraggianti" sui campi da sci, nei centri ippici o nelle palestre. Anche le Agenzie Viaggi: dovrebbero affiggere statistiche aggiornate su incidenti aerei e ferroviari, sequestri e atti terroristici riguardanti aerei, aeroporti, treni e stazioni ferroviarie. Non sarebbero da escludere nemmeno alcune scritte sui biglietti aerei e ferroviari finalizzate a scoraggiare la gente a viaggiare in assenza di reali ed impellenti necessità.

Se la società davvero promuove la campagna anti-fumo con provvedimenti limitativi allo scopo di tutelare la salute e la vita delle persone, dovrebbe considerare altri provvedimenti limitativi volti a tutelare altre categorie di persone che meritano la stessa attenzione. Sarebbe ragionevole (nella logica del paternalismo premuroso) vietare ad esempio tutte le manifestazioni politiche, perché poi va a finire che alcuni lanciano sassi e la polizia spara. Sarebbero da vietare anche le partite di calcio, dato che spesso c'è chi tira fuori i bastoni. La strategia del "Prevenire e reprimere" dovrebbe portare all'abolizione delle ferie in agosto, durante le quali tante persone muoiono in incidenti stradali per ragioni futili come andare al mare o in montagna. La società, in tale logica da Grande Fratello dovrebbe, per coerenza, occuparsi del bene di tutti e non solo del bene dei fumatori.

 

Dopo queste brevi considerazioni vorrei però sottolineare che la questione della lotta al fumo non merita di essere affrontata in termini semplicemente polemici. La campagna in corso contro il fumo ha dei presupposti e dei risvolti ideologici, morali e psicologici che meritano di essere approfonditi. Cercherò quindi nei prossimi paragrafi di inquadrare questa piccola e miserabile vicenda in un contesto più ampio riguardante la vita individuale in una società irrazionale.

Mi sta particolarmente a cuore precisare che nei prossimi paragrafi non voglio scrivere una sola riga che non scriverei se fossi un non fumatore. Credo che le idee siano ragionevoli se esprimono l'intelligenza di una persona e non solo le sue soggettive preferenze o abitudini.

Inoltre, spero vivamente che queste mie riflessioni non siano apprezzate solo dai fumatori, ma anche dai non fumatori capaci di aprire la loro mente ed il loro cuore alla considerazione attenta di alcuni temi particolarmente delicati.


 

1. La logica delle "campagne contro"

 

Quando da bambino vedevo i western, ormai classici, di John Ford in cui le zitelle dell'Esercito della Salvezza predicavano contro l'alcol provavo un'immediata antipatia per le persone che si opponevano con tanta caparbietà alle abitudini di altre persone. Crescendo ho maturato non solo a livello di sensibilità epidermica, ma anche sul piano delle mie profonde convinzioni intellettuali un'avversione per tutte le "campagne contro qualcosa". Non bevo superalcolici, amo la birra e consumo regolarmente birra analcolica, ma questo non mi rende insofferente né verso chi beve un bicchierino ogni tanto, né verso chi si ubriaca regolarmente, anche se considero l'alcolismo un brutto modo di vivere. Il punto in questione non è se a me non piace bere un bicchierino o ubriacarmi, ma se faccio crescere in me un senso di riprovazione, di allarme, di odio per chi ha abitudini diverse dalle mie.

Un giorno, in attesa che il semaforo pedonale diventasse verde sono stato per un minuto vicino a due donne che parlavano molto animatamente di stupidaggini sui loro parenti, mentre inalavano serenamente il veleno rilasciato dalle marmitte di un centinaio di automobili in transito sui viali della circonvallazione interna di Bologna. Dopo pochi minuti mi sono fermato in un bar, nel quale il fumo non è (ancora) vietato, e ho ritrovato quelle due signore di fianco a me, al banco, che sorseggiavano qualcosa. A metà del caffè ho acceso una sigaretta. Una delle due signore ha cominciato a tossire, appena ha visto che qualcuno stava avvelenando l'aria del locale (con la porta aperta, in Luglio). La signora in questione non ha avuto una reazione giustificata dalla debolezza dei suoi polmoni, o dall'acutezza del suo olfatto, data la sua serenità al semaforo mentre spettegolava garrula con la sua amica. Ha avuto una reazione fobica razionalizzata appena ha visto che qualcuno fumava. Il mio fumo non si sentiva in un locale ben aerato e, infatti, la signora non ha tossito fino al momento in cui si è girata ed ha visto l'orrore. Chiarirò più avanti alcune differenze fra non fumatori e fobici del fumo. Qui voglio solo precisare che quando una fobia o un pregiudizio qualsiasi viene razionalizzato e diventa ideologia o "campagna organizzata", perde il carattere innocuo della patologia individuale ed acquista il peso e la forza della violenza sociale o di qualche forma di ordine repressivo.

L'atteggiamento che porta ad "essere contro", e che quindi porta a temere, svalutare, attaccare ciò che è "diverso" deriva necessariamente dal non riconoscimento di ciò che internamente ("nella" persona) corrisponde a qualche elemento esterno. Ciò che è semplicemente "diverso" risulta indifferente. Quando la realtà "diversa" è temuta, odiata o combattuta, corrisponde ad una realtà interna disconosciuta. Ovviamente ciò non vale se qualcuno effettivamente ci aggredisce. Reagire ad un aggressore non implica alcun pregiudizio, ma provare diffidenza, ostilità, fastidio nei confronti di qualche "tipo" di persona significa voler a tutti i costi "negare di averci a che fare".

 

La tolleranza ha una sua logica ed anche l'intolleranza. Anche a proposito di temi molto banali l'intolleranza si esprime come violenza nei riguardi di persone reali, vulnerabili e feribili. Molti, quando ero giovane additavano i ragazzi con i capelli lunghi come omosessuali e le ragazze con le gonne corte come prostitute. Opere cinematografiche come Easy Rider (Dennis Hopper, 1969) o Soldato Blu (Ralph Nelson, 1970), o Qualcuno volò sul nido del cuculo (Milos Forman, 1975), hanno sottolineato la violenza dell'intolleranza. La scuola di Francoforte e molti studiosi, come W.Reich ed Erich Fromm hanno analizzato le dinamiche del pensiero autoritario. Non intendo assimilare l'intolleranza per certe mode allo sterminio degli indiani del Nord America o alla persecuzione degli ebrei. Ogni paragone di tal genere è improponibile sul piano dei contenuti e su quello della gravità della violenza esercitata. Voglio affermare però che la logica dell'intolleranza per ciò che non riconosciamo in noi è una logica violenta che mina la serenità sia del portatore di un pregiudizio sia delle persone colpite dal pregiudizio. Chi storce il naso di fronte ad un tatuaggio o all'orecchino di un uomo o gusta il gas di scarico delle autovetture mentre mostra segni di soffocamento per il fumo di una sigaretta in un locale pubblico aerato non è materialmente violento come chi caricava gli ebrei sui treni diretti in Germania. La qualità del pensiero è però molto simile: si delinea un confine rigido fra il Sé ed il "non-Sé" e si stabilisce che fra ciò che è al di qua ed al di là del confine ci sia un abisso non colmabile con il rispetto. La mancanza di rispetto non è necessariamente violenta in termini materiali, ma è comunque una forma di violenza. Questo non ha a che fare con le preferenze e con le convinzioni. Una persona può essere profondamente distante da certe idee o abitudini e considerarle assolutamente errate senza con ciò negare il rispetto dovuto alle idee altrui e senza con ciò offendere la dignità delle persone che manifestano tali idee o abitudini.

Queste idee, se discusse in termini molto generali, sono scontate in una cultura liberale e democratica come la nostra. Tuttavia, quando certe questioni pestano dei calli particolarmente sensibili fanno vacillare le certezze più consolidate. Attualmente l'anticomunismo non è in voga come nell'America Maccartista e l'antisemitismo non è di moda come negli anni del nazifascismo. Anche il razzismo non è cultura di massa, ma guarda caso, un mio cliente arabo (ottimo ragazzo e stimato professionista) fa molta fatica anche in una città come Bologna a trovare un appartamento. In Italia, la fobia degli alcolici non è di moda come nell'America del proibizionismo (e nemmeno è sostenuta da interessi mafiosi), ma la fobia del fumo sta prendendo terreno.

In altre parole la cultura accompagna lo sviluppo della società nel suo complesso e procede anche in rapporto alle battaglie ideali, politiche e sociali. La cultura del pregiudizio, però non ha a che fare con le conoscenze e le idee. Ignora le buone idee o le usa in modo parziale perché si nutre di paura.

La paura che sta alla base della violenza rivolta agli "altri", ai "diversi" è una paura profonda che difficilmente può essere combattuta sul piano sociale. E' la paura di perdere un'identità rigida (e precaria), la paura di riconoscere tendenze interiori svalutate e negate, la paura di uno smarrimento percepito come inevitabile in assenza di confini personali marcati, la paura di ammettere una vulnerabilità profonda, la paura di sentirsi aggrediti dall'esterno e sopraffatti da ciò che si agita all'interno. Queste paure albergano nell'interiorità delle persone al di sotto della consapevolezza. Il dialogo con i portatori di pregiudizi è praticamente impossibile e una volta che un pregiudizio ha guadagnato terreno non è attaccabile con la logica o con il buon senso. Tali nobili armi hanno qualche efficacia nella prevenzione, non una volta che il danno è già fatto.

 

La logica dell'intolleranza comporta la decisione profonda di non affrontare realmente certi problemi, ma di escludere certi gruppi sociali o certe abitudini identificati/e come una minaccia. Una volta bollato quel "dato" come "male", non c'è più interesse a rispettare le persone che manifestano una certa appartenenza, una particolare caratteristica, un particolare atteggiamento. Chi è per definizione diverso e sbagliato non merita rispetto, dato che dovrebbe "non esserci": deve semplicemente scomparire oppure adattarsi e nel frattempo deve sopportare le conseguenze della sua diversità. Chi è "altro" è considerato responsabile di essere oggettivamente tale e non viene ritenuto come una persona arbitrariamente classificata come "altra" da un gruppo autodefinitosi "normale".

L'abitudine a consumare tabacco rientra sicuramente nella categoria degli "errori" e non in quella della "libertà di pensiero", ma a differenza di altri errori altrettanto oggettivi viene bollato come qualcosa di inaccettabile anche quando non dà fastidio a nessuno (come nel caso di una persona che in un ospedale si affacci ad una finestra aperta e fumi in santa pace la sua sigaretta). Se la tipica donna di casa passa tutta la giornata a pulire la casa e tutta la serata a guardare programmi stupidi alla TV, commette un errore a mio avviso più grave perché compromette la qualità della sua intera vita e non rischia soltanto di accorciarla di qualche anno. Compromette anche la sua relazione coniugale ed il rapporto con i figli, inquinando irrimediabilmente l'ambito famigliare. Quanto è diffuso questo "vizio"? E quanto è diffuso quello altrettanto tipico degli uomini "assenti" che vedono i figli a cena prima di scappare al bar? E quanto quello altrettanto tipico dei ragazzini di frequentare caotiche discoteche in cui non ci sono nemmeno le condizioni fisiche per la comunicazione sociale ed il corteggiamento?

Gli errori sono errori, ma fa parte della vita umana il fatto di errare. Sarebbe ragionevole fare programmi televisivi "educativi" riguardanti la strutturazione del tempo nella quotidianità domestica o i rapporti genitori-figli (che comunque non renderebbero meno nevrotici i telespettatori), ma sarebbe semplicemente stupido mettere delle etichette allarmistiche sui detersivi con testi di questo tipo: "Non pulite troppo la casa, e giocate con i vostri figli perché mentre esercitate la vostra nevrosi essi diventano scemi davanti alla TV". Sarebbe impensabile anche mettere dei cartelli nei bar con scritto "Padri di famiglia, non giocate a carte e tornate dai vostri figli! I figli non accettati diventano nevrotici". Sarebbe pure poco intelligente mettere striscioni vicino alle discoteche con scritte del tipo "Meglio studiare (o fare all'amore) che chiudersi come sardine in discoteca e diventare sordi".

Questi esempi apparentemente assurdi non tendono a contestare i presupposti medico-scientifici delle famigerate scritte sui pacchetti di sigarette. Essi devono semplicemente chiarire la logica dello "sgarbo" rivolto a chi "sbaglia". Molestare la vita altrui con la scusa di indurre profonde riflessioni significa essere sgarbati e non premurosi o solidali. Se si è garbati con madri nevrotiche, padri assenti e giovani che non sanno nemmeno divertirsi, si può essere garbati verso persone che con le loro cattive abitudini danneggiano (in qualche misura) solo se stesse e non necessitano da predicozzi ripetuti. Il fine giustifica qualsiasi mezzo? Il fine di ridurre il numero di fumatori giustifica la mancanza di rispetto per i fumatori? Non si fuma solo nervosamente, ma anche in modo rilassato mentre si fanno cose belle: mentre si guarda negli occhi il/la partner dicendo parole dolci, mentre si legge un libro, mentre si conversa con amici. Immaginiamo una scena: lui le sorride, lei gli dà un bacio, si accarezzano la mano. Lei dice "Mi accendi una sigaretta" e lui risponde "Sì, amore" … e compare la scritta: "Il fumo uccide" scritta in neretto, con una bordatura nera da avviso funerario. Ammesso che l'intenzione di chi ha predisposto questa "prevenzione sanitaria" fosse buona, è chiaro che essa non produce pensieri profondi sulla salute, ma infastidisce.

Le "campagne contro" spesso raggiungono risultati opposti: gli Stati Uniti hanno registrato un lungo periodo di marcato proibizionismo relativo al consumo degli alcolici, con risultati decisamente scarsi, dato che gli Stati Uniti non sono una nazione di astemi. Però il punto che voglio sottolineare non è relativo all'efficacia della campagna antifumo, ma all'atteggiamento irrispettoso e persecutorio verso chi fuma. Solo la mentalità punitiva e svalutativa (e non certo l'interesse per la salute) giustifica la negazione di spazi confortevoli nei luoghi pubblici e nei mezzi di trasporto per i fumatori ed il cattivo gusto delle diciture sui pacchetti di sigarette. La vita privata di chi viaggia in treno e non trova un vagone per fumatori o di chi aspetta in stazione o in aeroporto e non trova (d'inverno!) una sala d'aspetto per fumatori è pesantemente violata. Si toglie spazio ad esigenze fortemente sentite da molte persone che amano sedersi tranquillamente, leggere un libro o una rivista e accendersi ogni tanto una sigaretta.

Il bene delle altre persone non conta quando un valore è affermato con intransigente disprezzo di ogni alternativa. Nelle campagne antiqualcosa l'idea è giusta e le persone sono irrilevanti. Questo si verifica con molte forme di indottrinamento nei confronti dei bambini sul piano religioso. La logica è analoga a quella della campagna anti-fumo perché prevede danni per le vite personali, pur di favorire una "nobile causa": cosa conta se i bambini avranno paura dell'inferno, si sentiranno colpevoli ogni volta che faranno "atti impuri", sogneranno di notte il diavolo con le corna rappresentato nei manualetti parrocchiali nelle sembianze più inquietanti? L'importante è che quei bambini, anche se a otto anni non possono capire niente di filosofia, etica e teologia, comincino a sentirsi cattolici, perché se conoscessero la religione da adulti probabilmente non si convertirebbero in così grande numero. La fede è tutto; la persona è poco importante. La logica era la stessa nell'Unione Sovietica quando non si insegnava il cattolicesimo a scuola solo perché si insegnava l'ateismo di stato.

Nelle "campagne contro", si svaluta l'esperienza soggettiva della vita realizzata da chi non si conforma a idee, valori o semplici abitudini percepite come "assolutamente giuste" e si mira ad incidere nella vita privata di tali persone in nome di tali valori (apprezzabili o discutibili).

La campagna contro il fumo non è, di fatto, una campagna per la salute: se fosse per la salute, non si manifesterebbe in modi irrazionali come il divieto di fumare in locali pubblici sufficientemente aerati in cui si vendono alcolici! Se fosse per la salute, affronterebbe sia il problema del fumo, sia quello dell'alcol, sia altri problemi importanti, fornendo opportune informazioni sulla salute in modi garbati.

 

La cultura dell'intolleranza è una vera calamità che nella storia ha colpito tutti i popoli. Dalle crociate alle colonizzazioni, dalle guerre di religione a quelle patriottiche ha costantemente implicato che un'idea ritenuta giusta desse il diritto di determinare il corso della vita di altre persone (e anche la loro morte), oppure che desse il diritto di esercitare il potere acquisito per "salvare gli altri dall'errore".

Le tragiche esperienze del secolo scorso hanno prodotto molte riflessioni "in grande" sul valore della tolleranza e della libertà. Il nazismo è stato sconfitto, il comunismo è diventato "liberalsocialismo", nelle varie religioni si sono sviluppati movimenti capaci di dialogare costruttivamente con ideologie laiche e così via. Non tutto è a posto, ovviamente, dato che ad esempio il terrorismo islamico è vivo e vegeto e che non mancano le nazioni che prendono iniziative non approvate dall'ONU, però le forme di intolleranza, di integralismo e le tendenze autoritarie sono seriamente messe in discussione. L'intolleranza è tuttavia così radicata nelle persone che viene facilmente accettata come cosa normale quando non stronca vite umane. Come si discute tranquillamente di soluzioni repressive per il problema costituito dal consumo di droghe, così si discute con calma sulla possibilità di accordare o negare diritti agli extracomunitari e si ragiona pacatamente sui modi più opportuni per rendere così scomoda la vita dei fumatori da farli smettere di "sbagliare". Tali riflessioni si basano sul presupposto che i tossicomani dovrebbero semplicemente non esserci, che gli extracomunitari dovrebbero comunque stare a casa loro e che i fumatori non dovrebbero fumare. Una volta accettata tale premessa si può tranquillamente valutare cosa negare o "concedere" a tali persone.

Quando molti anni fa esplosero a livello politico la questione del divorzio e quella dell'aborto, i due schieramenti non erano costituiti da persone che volevano divorziare o fare aborti e persone che non volevano fare cose del genere. Il gruppo costituito dai "matrimonialisti di ferro" e dagli antiabortisti rifiutava il fatto che molte persone erano già di fatto separate anche se non legalmente, così come rifiutava il fatto che molte donne di fatto interrompevano delle gravidanze non volute. La logica in base alla quale si voleva negare legittimazione sociale alle separazioni o tutela medica alle interruzioni di gravidanza era riconducibile all'assunto secondo il quale certi comportamenti sono sbagliati e chi sbaglia si deve arrangiare senza riconoscimento o tutela sociale.

La logica dell'intolleranza in ultima analisi consiste a) nell'assolutizzazione di un particolare valore (spesso sbagliato come la purezza della razza, ma a volte anche giusto, come quello relativo alla difesa della salute) e b) nella mancata attribuzione di valore alla vita personale di chi non si trova in armonia con tale particolare valore.

La logica dell'intolleranza, che produce "campagne contro qualcosa" anziché "campagne per qualcosa" afferma un valore a scapito del valore del rispetto per le diversità e per tutte le persone. Conta poco, sul piano dei principi, quindi, che il valore affermato da una "campagna contro qualcosa" sia accettabile o non accettabile. Appena tale valore viene affermato in modo intransigente risulta violento, offensivo, irrispettoso e quindi inaccettabile. Per questo non vedo alcuna opposizione di fatto fra fumatori e non fumatori, ma solo fra esseri umani portatori di una mentalità aperta o chiusa e fra esseri umani propensi al rispetto o alla violenza nei riguardi dei loro simili.

 

Credo che qualsiasi idea, quando diventa un'idea assoluta, non sia più buona. Nessun enunciato filosofico o psicologico può, a mio avviso, esprimere questa convinzione meglio delle parole di Sherwood Anderson: "In principio, quando il mondo era giovane, c'erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile ad una verità. Le verità le fabbricò l'uomo, e ogni verità fu composta da un numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose. (…) C'erano la verità della verginità e la verità della passione, la verità della ricchezza e quella della povertà, della modestia e dello sperpero, dell'indifferenza e dell'entusiasmo. Centinaia e centinaia erano le verità, ed erano tutte meravigliose. Poi veniva la gente. Ognuno, appena compariva, si gettava su una delle verità e se ne impadroniva; alcuni, molto forti, arrivavano a possederne una dozzina contemporaneamente. Erano le verità che trasformavano la gente in caricature grottesche. Il vecchio aveva una sua complessa teoria a questo proposito. Era sua opinione che quando qualcuno s'impadroniva di una verità e diceva che quella era la sua verità e si sforzava di vivere secondo essa, allora costui si trasformava in una caricatura, e la verità che egli abbracciava, in una menzogna" (Racconti dell'Ohio, 1919, trad.it. Torino, Einaudi, 1950, rist.1971, pp.9-10).

 

 

2. La sofferenza, la malattia, la morte … ed il vivere la vita

 

Nel paragrafo precedente ho cercato di descrivere la logica dell'intolleranza come un atteggiamento psicologicamente contrassegnato dalla paura e dalla necessità di mettere un confine netto fra ciò che è riconosciuto come "interno" (e rispettabile) e ciò che è negato e classificato come "altro da noi" (e non rispettabile). La mancanza di rispetto, nei confronti di persone o tendenze semplicemente diverse (ammirevoli o criticabili) consolida sensazioni illusorie di adeguatezza, di sicurezza, di invulnerabilità. Tale mancanza di rispetto finisce per giustificare azioni pesantemente o lievemente distruttive.

In questo paragrafo voglio trattare un argomento nettamente distinto dal precedente anche se ad esso collegabile: la tendenza della società e dello stato a regolamentare le azioni (anche quelle non chiaramente criminose) dei cittadini.

Ovviamente in molti ambiti è facile che atteggiamenti diffusi, lievemente intolleranti ed irrazionali vengano ritenuti "comuni" o "normali" ed accettati dalla società come tali da giustificare l'emanazione di leggi o norme.

 

In altre parole il problema trattato nel primo paragrafo è un problema psicologico che riguarda le "ragioni" soggettive dell'intolleranza, mentre quello che ora vorrei trattare è un problema sociale che riguarda il riconoscimento sociale di certi valori, bisogni, aspirazioni e quindi la "legittimazione sociale" di aspettative condivise da molti, che possono però essere viziate da pregiudizi diffusi o da intolleranza.

La campagna contro il fumo è sia un particolare movimento d'opinione, sia un preciso insieme di leggi e norme dello stato in sintonia con i sostenitori di tale movimento d'opinione.

Il problema della legislazione riguardante il problema dei rapporti fra fumatori e non fumatori apre quindi una questione terribilmente complessa come quello costituito dal rapporto società e individuo che nelle democrazie occidentali è stato risolto in modi fortunatamente diversi da quelli scelti nelle società integralistiche, ma tale problema si riapre costantemente appena non sono in ballo questioni politiche o religiose di ampia portata, ma piccole questioni relative al costume o alle consuetudini. Rispetto alle società integraliste e autoritarie nelle quali lo stato "per il bene dei cittadini" impone obblighi particolarmente gravosi o divieti particolarmente gravi, le società occidentali sono relativamente rassicuranti. In ogni caso, quanto tali società intervengono su questioni "minori" come la prevenzione sanitaria, il disturbo della quiete pubblica o il concetto di pubblica decenza, rischiano facilmente di tutelare per legge delle forme irrazionali di intolleranza.

Nel momento in cui la società sceglie di essere iperprotettiva ed ipernormativa sposa un principio molto discutibile e pericoloso, secondo il quale se un individuo o gruppo si sente disturbato o minacciato, va protetto. Tale principio è discutibile e pericoloso perché non è vero che chi si sente disturbato sia sempre realmente vittima di un agente disturbante. Infatti, più le persone sono incapaci di vivere bene la loro vita più tendono ad attribuire agli altri la responsabilità della loro infelicità.

Penso ad esempio ai regolamenti condominiali. Concetti vaghi come il "disturbo della quiete pubblica" rendono oggettivamente legittimate tutte le persone più nevrotiche a disturbare la quiete privata delle persone più felici ed equilibrate. Gli amministratori condominiali, quando non hanno (cosa rarissima) una comprensione acuta dei fatti ed una strenua forza d'animo, tendono in genere ad appoggiare le più strane lamentele ed a perseguitare persone che non fanno niente di male, tranne vivere. Studenti ammoniti per qualche festicciola, proprietari di cani trattati come dei nemici della pace condominiale, proprietari di gatti che ricevono lettere perché in un certo giorno il loro gatto ha fatto la pipì nel terrazzo di un altro condomino, famiglie perseguitate perché i figli fanno "troppo chiasso" giocando nel giardino condominiale. Le persone nevrotiche non sopportano l'allegria, gli animali, i bambini, la gioventù, la vita e hanno tutti i mezzi legali per attribuire agli altri la loro personalissima difficoltà a prender sonno, a sorridere quando si svegliano, ad accettare il fatto che se non hanno i soldi per comprarsi una villa devono convivere anche con persone più vitali e felici di loro.

In altre parole, quando la società decide di accettare le istanze delle persone che vedono ovunque delle condizioni disturbanti finisce inevitabilmente per orientarsi in una direzione pericolosa: quella del controllo e della repressione.

La lotta al fumo socialmente regolamentata tende a tutelare l'insofferenza soggettiva verso il fumo più che a tutelare ragionevolmente la vita dei cittadini (fumatori e non fumatori). Come le "campagne contro" negano il rispetto alle persone che adottano idee o comportamenti non graditi, le forme di "iperprotezione sociale" finiscono per ignorare il peso della sofferenza psicologica delle persone colpite da norme restrittive che rassicurano chi si sente irrazionalmente disturbato e minacciato da altre persone.

Una totale assenza di regolamentazione nella convivenza sociale porterebbe a legittimare abusi edilizi, forme di violenza nell'ambito lavorativo, maltrattamenti di animali, scempi ambientali, prevaricazioni famigliari, ecc. La società inevitabilmente sbaglia appena regola perché adotta comunque dei criteri arbitrari, ma deve far ciò per evitare l'errore maggiore consistente nel non regolare nulla. Non voglio quindi mettere in discussione il fatto praticamente inevitabile che la società debba regolare la vita dei cittadini che la compongono e che nel far ciò, anche con le migliori intenzioni, faccia inevitabilmente degli errori ed eserciti delle sottili violenze. Ciò che voglio discutere, sempre partendo dallo spunto offerto dalle normative sul fumo è una particolare tendenza che si sta affermando e che sta rendendo progressivamente la società iperprotettiva e oggettivamente complice di una marcata esigenza nevrotica delle persone: mi riferisco alla tendenza a prevenire, proteggere, garantire i cittadini (illusoriamente) rispetto al dolore ed alla morte.

 

Uno dei segnali di civiltà che si è affermato negli anni è costituito dal fatto che la società ha progressivamente cercato di intervenire nella vita dei cittadini incoraggiando ed imponendo modi ragionevoli di prevenire certi pericoli o certe malattie. Possono guidare i veicoli a motore solo le persone che hanno superato un esame di guida, possono ottenere l'abitabilità solo le case costruite secondo certi criteri, possono essere regolate certe attività con norme che limitano gli incidenti e le malattie dei lavoratori. Non solo: nelle scuole si ha cura di controllare la salute dei bambini e le persone sono invitate o obbligate a fare in certi casi degli esami adatti ad individuare in tempo l'insorgere di certe patologie. La società, in altre parole, ha cura della salute dei cittadini e regola certi comportamenti in modo da prevenire incidenti e malattie. Niente da obiettare, ma anzi, tutto da apprezzare.

C'è tuttavia un confine sottile fra politica della prevenzione e politica della regolamentazione coercitiva. La società fornisce una tutela se protegge i cittadini ma risulta opprimente se impone una fitta rete di obblighi che rendono la vita invivibile pur di renderla in qualche modo più sicura.

Quando la società passa dalla logica della tutela alla logica del controllo diventa iperprotettiva, cioè più ossessiva che protettiva. Certe cose accadono e rendono precaria la salute e la vita delle persone. Le persone sono essenzialmente vulnerabili e si caratterizzano come persone anche per via della loro vulnerabilità. Ogni negazione della vulnerabilità delle persone è nevrotica e irrazionale. I disturbi psicologici sono fondamentalmente l'espressione di un rifiuto infantile del dolore. Nella nevrosi l'intolleranza (reale e comprensibile) dei bambini per l'incertezza, il dolore, la perdita, diventa rigida negazione della vulnerabilità, del dolore, della morte. Gli adulti non disturbati sul piano psicologico sanno e sentono di avere dei limiti, di vivere in una realtà non "sicura" ed accettano di vivere nel modo migliore nella realtà data, in attesa di una morte inevitabile. Gli adulti psicologicamente disturbati (in pratica quasi tutti gli adulti) non pensano alla morte, alla malattia, al dolore e vivono sostanzialmente per rassicurarsi in modo illusorio rispetto ad un dolore che solo nell'infanzia era al di là della loro portata.

Se la società diventa compiacente con il "bisogno nevrotico di sicurezza" avvertito dalla maggior parte delle persone, diventa inevitabilmente una società in cui non conta nulla il fatto di "vivere" e conta solo il fatto di "vivere nel modo più sicuro possibile".

Le recenti norme emanate o "rispolverate" (perché in parte già da tempo in vigore, ma mai prese in considerazione) sull'obbligo della museruola per i cani nei luoghi pubblici, costituiscono un brutto segnale nella direzione di una regolamentazione ossessiva della vita sociale. Per chi non ha cani, non ama i cani o ha fobie riguardanti i cani, l'idea che si debba passeggiare con un cane intrappolato in una museruola può sembrare intelligente e rassicurante. Per altre persone costituisce invece una grave offesa alla loro vita privata. Mettere e togliere la museruola ad un cane è penoso come lo sarebbe l'obbligo di lavare l'automobile ogni volta che la si deve utilizzare. Il fatto che molti proprietari di cani siano ingenui, superficiali, poco capaci e che alcuni siano gravemente disturbati o irresponsabili (mi riferisco a quei pochi che scelgono cani di certe razze per addestrarli al combattimento) non toglie niente al fatto che normalmente chi ha dei cani non costituisce un pericolo per nessuno e fa un'esperienza psicologicamente intensa. Inoltre tali norme fanno una pesante discriminazione fra chi ha un parco privato o ha tempo per portare i cani in zone assolutamente isolate dove nessun pubblico ufficiale può recare disturbo o fare verbali e chi tiene un cane in un condominio e lo porta a passeggio tre volte al giorno in città. Le norme recentemente introdotte in Italia, tra l'altro, sono state emanate "ad ampio raggio" e le restrizioni sono state imposte a chi possiede cani che solo con una fantasia sfrenata possono essere considerati aggressivi. In una società in cui vivono pochi irresponsabili che hanno cani pericolosi non tenuti sotto controllo, le nuove disposizioni hanno rassicurato molte persone preoccupate (e rese tali anche perché la stampa sguazza riportando rari casi di cani impazziti e tace sui tanti crimini commessi da esseri umani, salvo quando tali crimini fanno notizia) proprio offendendo la sensibilità di migliaia di persone affezionate ai loro cani.

Non affermo solo che questa particolare disposizione sia sbagliata, ma che questa logica è pericolosa. In tale logica si devono anche chiudere i boschi col filo spinato per evitare che i turisti vengano uccisi dalle vipere.

La società deve ragionevolmente tutelare la vita dei cittadini proteggendoli sia da altre persone, sia da eventi naturali. La società ha l'obbligo morale di favorire la sopravvivenza e la sicurezza dei suoi membri, ma nel far ciò rischia di moltiplicare le norme in modo tale che l'ossessione di una tutela assoluta (comunque impossibile) della sopravvivenza rovina la qualità della vita reale. Le persone non dovrebbero essere costrette a vivere imprigionate in una selva soffocante di norme. Le persone non possono essere penalizzate nella qualità della loro vita quotidiana per essere "protette".

Le società moderne rischiano di esasperare il loro ruolo di garanti della sicurezza sposando in tal modo l'illusione irrazionale della "prevenzione totale". Quando gli individui si vogliono liberare dall'incertezza e dal dubbio cessano di essere realmente vivi e sprofondano nella patologia. La persona che passa la notte fra il letto e la cucina a gas alzandosi ogni dieci minuti per accertarsi se davvero il fornello è stato chiuso correttamente non è una persona prudente, ma una persona che ha rifiutato di vivere da persona per accarezzare il sogno infantile di una sicurezza totale. La vita reale nel mondo reale così come è conosciuto dagli adulti razionali è una vita in cui ci sono certi margini di prevedibilità e certe ragionevoli possibilità di accrescere la sicurezza personale. La vita però resta essenzialmente incerta, precaria, e le persone restano vulnerabili, feribili e comunque raggiungibili dalla morte in qualsiasi istante. Vivere da persone significa accettare questo e non sprecare la vita alla ricerca di una sicurezza assoluta pagata con la rinuncia alla spontaneità, alla libertà, al gioco, all'espressione della creatività e dell'amore.

 

 

3. La personalità del fumatore, del non fumatore e di chi ha la fobia del fumo

 

Non c'è modo di estrapolare niente di significativo sulla personalità di qualcuno sapendo solo che fuma o che non fuma, così come solo con molta fantasia si potrebbe parlare della personalità degli appassionati dei Beatles. Molte abitudini che comportano assuefazione dicono qualcosa sulla personalità individuale: ciò vale per chi manifesta dipendenza dalle droghe pesanti, dall'alcol o dal gioco d'azzardo. Il consumo di tabacco, nonostante venga sempre più spesso descritto come una gravissima dipendenza, di fatto, sul psicologico, costituisce semplicemente da moltissimo tempo una consuetudine, un'abitudine. C'è chi consuma carne e chi è vegetariano, chi fa poche vacanze di più settimane e chi fa molte vacanze brevi, chi consuma tabacco e chi consuma acqua con le bollicine. Il fatto che il tabacco danneggi la salute, come la carne e tante altre cose, non lo rende l'indice di qualche patologia psichica. Recentemente la ricerca medica ha dimostrato la dannosità dell'abitudine al fumo per varie patologie organiche e molti hanno giustamente sollecitato l'attenzione delle persone nei riguardi di questa abitudine.

Ciò che si può esplorare da un punto di vista psicologico in merito all'uso (ma anche al non uso) del tabacco è piuttosto il modo in cui determinate personalità di base danno luogo a particolari atteggiamenti nei confronti di varie cose, tra cui il tabacco.

Quello che fin dall'inizio va demolito è il pregiudizio secondo cui i fumatori sarebbero delle personalità fondamentalmente "orali"; ciò non si giustifica in base ad alcun dato di fatto, anche se alcune persone non troppo acute, avendo notato che si fuma con la bocca hanno tratto le loro conclusioni. Fumano persone con atteggiamenti caratteriali di base diversissimi. Va piuttosto sottolineato che le varie persone esprimono le loro nevrosi anche fumando in particolari "modi".

C'è chi fuma come se dovesse aspirare qualcosa di "nutriente" e che se proprio deve smettere diventa un consumatore di caramelle. In questo caso è facile individuare aspetti orali nella struttura caratteriale.

C'è chi fuma in modo ansioso e che accende una sigaretta preferibilmente quando "è sulle spine", deve aspettare, si trova in una situazione di tensione. E aspira velocemente la sigaretta come se dovesse ricavarne la forza per gestire una situazione di disagio. Queste persone fumano (e fanno mille altre azioni) soprattutto "per fare qualcosa" perché non possono star senza far niente. Fanno qualcosa anche quando non fumano e fanno qualsiasi cosa con ansia. Non hanno quasi mai la sensazione di "gustare" una sigaretta perché in realtà non gustano niente, ma "usano" anche le sigarette per distrarsi dalle loro emozioni profonde che in fondo percepiscono come intollerabili.

C'è chi "porta" la sigaretta alla bocca in modi ben armonizzati con espressioni del viso ed atteggiamenti corporei che esprimono un senso di fatica, di pesantezza, di difficoltà a vivere. Si accendono una sigaretta in modo stanco, come se volessero continuamente sottolineare che la vita è così ingiusta che lascia a loro solo piccoli piaceri come quello di fumare.

Le persone che fumano, in ogni caso, fumando non esprimono solo situazioni emotive contingenti, ma esibiscono soprattutto un particolare e limitante tipo di identità personale. Le identità personali, le immagini di sé false o riduttive vengono manifestate nel modo di stabilire relazioni sociali, di gestire il tempo, il denaro, l'alimentazione e quindi si traducono anche in modi particolari di fumare, se si fuma. Molti fumatori, usano le sigarette come un simbolo del loro essere costantemente indaffarati, altri ostentano il loro rapporto col tabacco per sottolineare la loro "trasgressività". Si potrebbe allungare indefinitamente l'elenco dei "tipi" di fumatori, ma si finirebbe comunque per parlare di atteggiamenti caratteriali senza dire nulla di particolarmente significativo sul piano psicologico riguardante il fatto di fumare. La relazione fra gli atteggiamenti caratteriali e l'abitudine di fumare è contingente. Chi "si sente in un certo modo", tende ad atteggiarsi, a vestirsi, ad organizzare l'agenda in certi modi … ed anche a fumare in un certo modo.

Una problematica che spesso in passato (ma non tanto oggi) contrassegnava i giovani che iniziavano a fumare riguardava il desiderio di sentirsi accettati dal gruppo dei ragazzi e delle ragazze più grandi. In tale problematica convergevano preoccupazioni relative all'appartenenza ad un gruppo, al desiderio di dimostrare che non si era più piccoli e cose del genere. Ovviamente oggi questi problemi psicologici hanno la stessa diffusione, ma il fatto di fumare non è più associato in modo marcato all'idea di essere grandi perché i gruppi di riferimento sono più variegati. Anche i personaggi (e quindi i "modelli ideali") del cinema a cui i ragazzi fanno riferimento spesso non fumano e questo riduce la tendenza "conformista" ad iniziare a fumare.

 

Un'altra osservazione che merita di essere fatta riguarda le differenze fra i modi di "gustare" le sigarette. I fumatori non sono fra loro uguali nemmeno per il tipo di piacere provato nel fumare, anche se tutti ovviamente provano qualche tipo di piacere:

Ho già accennato alle persone che "fumano" per sentirsi la bocca "non vuota" e che tendono a non voler entrare in contatto con sensazioni profonde, preverbali di "mancanza" riguardanti il segmento orale. Per questo motivo se smettono di fumare cercano altre gratificazioni focalizzate sul mangiare, masticare, ecc.

Ci sono anche persone che fumano soprattutto per stimolare la gola, perché in tale zona del corpo avvertono un disagio o una tensione. Altre persone fumano per sentire una piccola sollecitazione respiratoria, dato che respirano poco e male.

Le sensazioni piacevoli della "boccata" di fumo, della delicata "carezza nella gola" o della sollecitazione al respiro possono comunque essere apprezzate anche da persone prive di blocchi o ipertonie nella bocca, nella gola o nel torace. Posto che una persona per qualche ragione abbia cominciato a fumare può godere di queste lievi e carezzevoli sollecitazioni fisiche.

 

Superficialmente si potrebbe attribuire a tutti i fumatori un'ipotetica tendenza autodistruttiva. In base a questa lettura, poiché tutti i fumatori sanno che fumare fa male, vogliono inconsciamente farsi del male. Il ragionamento però non funziona, perché esso obbliga anche a pensare che siccome guidare comporta il rischio di fare incidenti stradali, chi usa l'automobile più di quanto sia strettamente necessario, cerca inconsciamente di morire o di finire all'ospedale. In realtà chi ama fare gite, guida nonostante i rischi inevitabili e chi fuma vuole semplicemente fumare nonostante i rischi inevitabili. Non si ha notizia di persone determinate al suicidio che abbiano deciso di fumare due pacchetti di sigarette al giorno anziché buttarsi dalla finestra. Sull'argomento si può, più sensatamente, fare un altro ordine di considerazioni sul modo in cui i vari tipi di fumatori gestiscono la consapevolezza dei rischi che la loro abitudine comporta.

Le persone più equilibrate, riconoscono i rischi del fumo nel quadro di una complessiva accettazione della loro fragilità: accettano di potersi ammalare, come accettano di poter avere incidenti o di poter subire un contagio.

Le persone con lievi (o anche gravi) tendenze dissociative fumano tranquillamente perché "da qualche parte" sanno che il fumo fa male, ma in realtà non collocano tale conoscenza nella loro esperienza cosciente quotidiana.

Le persone più inclini alla scissione non tollerano che una stessa situazione possa essere sia bella, sia brutta e quindi in pratica non accettano che fumare faccia male: "poiché è piacevole non può far male ed i medici sicuramente esagerano".

Le persone propense a ruminazioni ansiose possono tormentarsi sui danni provocati dalla loro abitudine a fumare, ma non sono realmente in contatto con il fatto di minare in qualche modo la loro salute. Evitano di riconoscere e di accettare i danni del fumo, proprio pensandoci in un certo modo.

Le persone che alimentano con l'abitudine delle sigarette una loro immagine ribelle, forte, aggressiva sono in realtà così terrorizzate dalla loro fragilità che fumano senza mantenere una reale consapevolezza del danno che si procurano; in realtà hanno più paura di sentirsi fragili che di morire. Un mio cliente che aveva un'immagine di sé irrealisticamente "forte", quando nel suo percorso analitico cominciò a sentire la sua dipendenza affettiva, i suoi desideri attuali, i suoi bisogni antichi e quindi la sua vulnerabilità sul piano emozionale, mi comunicò che aveva sempre guidato a velocità elevata e che recentemente, per la prima volta, si era sentito in pericolo guidando nel solito modo. Credo che i fumatori con problemi caratteriali di questo tipo non siano in contatto con il fatto che corrono dei rischi fumando, perché non percepiscono di poter aver paura o di poter essere fragili.

Di tutt'altro genere è l'atteggiamento delle persone perfettamente consapevoli dei pericoli del fumo ed anche realmente preoccupate per la loro salute che fumano proprio per colpevolizzarsi, svalutarsi, definirsi inconcludenti ed incapaci di smettere. Ovviamente, non sono" incapaci", ma alimentano un dialogo interno in cui, con la scusa di voler smettere ed essere incapaci di farlo, ripetono le svalutazioni materne che nell'infanzia hanno deciso di condividere per sentirsi meno soli. Un cliente aveva un problema di questo genere e all'inizio del suo percorso analitico, appena entrava in un periodo di depressione fumava di più e finiva per raccontarmi con cura di aver ripreso a "trattarsi male".

 

Credo che le considerazioni fatte in questo paragrafo possano chiarire che non ha senso parlare di una psicologia del fumatore, poiché se il fumatore è una persona emotivamente ricca ed equilibrata fuma semplicemente per il piacere di farlo, anche correndo qualche rischio. Se invece è una persona con dei problemi psicologici, a seconda delle sue tendenze caratteriali fumerà in un certo modo anziché in un altro e "sfrutterà" anche il fatto di fumare per pensarsi, mostrarsi o sentirsi in un certo modo.

 

Ovviamente non c'è nemmeno alcun modo di elaborare una "psicologia del non fumatore". Un non fumatore in pace con se stesso e capace di contatto emotivo vive la sua vita con cura e con amore e fra le tante cose che non fa, non fuma. Forse non ha cominciato o ha smesso, ma sicuramente ha evitato di iniziare o ha smesso per comprensibilissimi motivi razionali. Un non fumatore con dei problemi psicologici, traduce le sue chiusure o la sua emotività difensiva in vari comportamenti o atteggiamenti, ma non in particolari modi di fumare. Può anche essere completamente folle ed essere assolutamente disinteressato al fumo.

 

Ciò che resta da discutere è l'atteggiamento psicologico di chi manifesta insofferenza, fastidio, irritabilità nei confronti del fumo e dei fumatori. Anche in questo caso non credo si possa tracciare una "psicologia del fobico del fumo" perché le persone collocabili in questo gruppo sono molto diverse sul piano psicologico. Hanno però un atteggiamento comune riconducibile alla rigidità mentale, alla ristrettezza mentale ed alla propensione a semplificare la riflessione focalizzando su un tema particolare la loro insofferenza. Come tutte le persone affette da pregiudizi, gestiscono male la loro ostilità e tendono ad incanalarla in una direzione preferenziale facilmente razionalizzabile.

 

Descriverò ora in modo informale ed approssimativo tre gruppi di "fobici del fumo".

 

a) Nel primo gruppo includo le persone che oltre ad essere infastidite dalle sigarette e dai fumatori sono infastidite da tante cose. Queste persone "genericamente allergiche" sono fondamentalmente inconsapevoli del profondo senso di "mancanza" che li accompagna dall'infanzia. Evitano tale consapevolezza proprio illudendosi che se non fossero disturbate da altre cose, sarebbero perfettamente in pace con loro stesse. Inizialmente negano il loro senso di vuoto interiore, di dolorosa mancanza, di carenza, attribuendo ogni accenno di sofferenza ad un eccesso di stimolazione; a questo punto individuano le "cause" del loro disagio (vicini di casa troppo rumorosi, attività lavorativa troppo stressante, troppo caldo, troppo freddo, troppa pioggia, troppi scioperi, troppo traffico, troppo smog … troppo fumo di sigaretta). Ovviamente se queste persone vivessero in una villa isolata, con tutta la giornata libera, con tutte le comodità, senza alcun essere umano che li "condizionasse", in una zona con un ottimo clima, sfiorerebbero la più cupa disperazione per poi cominciare a notare che ci sono troppi uccelli in cielo, troppe cicale in giardino, troppi ragni in cantina, troppo sole all'alba, troppo buio di notte.

 

b) Nel secondo gruppo includo le persone con fobie specifiche che comportano come conseguenza un eccessivo allarme per il fumo. Mi riferisco alle persone costantemente preoccupate di potersi ammalare e per nulla consapevoli di doversi prima o poi ammalare e di dover spendere bene i loro talenti prima di affrontare inevitabilmente qualche malattia e la morte. Fanno continue visite specialistiche per essere rassicurate sul fatto di non avere qualche grave patologia, senza trovare ovviamente una rassicurazione definitiva. In questo modo bizzarro coprono ovviamente una sofferenza autentica con cui riescono a non essere in contatto: quella di essere stati poco amati, accarezzati, rassicurati. Essi non accettano il carattere definitivo di quel dolore che li riguarda, li caratterizza da sempre e per sempre, che è accettabile, ma non eliminabile. Concentrandosi su sofferenze "eventuali" si scollegano dalla loro impotenza rispetto ad un passato terribile interiorizzato e vivono costantemente in ansia (cioè in bilico fra fosche previsioni e rosee speranze). Con l'ansia rivolta a remote eventualità evitano la disperazione relativa ad una storia personale immodificabile. Evitano però anche di vivere creativamente nel presente perché ogni apertura al presente implica l'accettazione dolorosa del passato. La preoccupazione per la loro salute può avere come conseguenza anche una preoccupazione eccessiva per gli effetti del fumo passivo ed un comportamento vittimistico ed aggressivo verso i fumatori percepiti come minaccia per loro precarie condizioni di salute.

 

c) Nel terzo gruppo includo le persone che sono insofferenti nei confronti del fumo non perché timorose di ammalarsi e morire, ma perché fissate sull'idea di poter e dover essere eternamente sane, belle, in forma splendida. Non detestano tanto i fumatori in quanto esseri "pericolosi", ma in quanto persone "scadenti", "diverse", "non adeguate". Vedono nella loro "trascuratezza" l'immagine imperfetta, umana, vitale che hanno rifiutato per illudersi di essere padroni della loro felicità. In realtà, dietro la loro arrogante esibizione di muscoli, capacità sportive, sfacciata salute nascondono il loro vissuto di totale incapacità di ricevere una reale accettazione. Questi edonisti patiti per tutto ciò che è naturale e fonte di eterna giovinezza costituiscono in pratica la versione popolare dello snobismo intellettuale. Non potendo citare Focault o Kafka ogni volta che aprono bocca perché non li hanno letti, citano se stessi sottolineando la loro forma fisica. Non potendo storcere il naso di fronte ad un illetterato fanno la stessa operazione nei confronti di chi ha i denti un po' gialli per il fumo.

 

Nell'elenco appena fatto (ci tengo a ripeterlo!) non rientrano i semplici non fumatori che non vogliono fumare solo perché non sono interessati al fumo e perché sono ragionevolmente attenti alla loro salute. Essi ovviamente non sono disturbati dal fumo degli altri e non hanno quella preoccupazione costantemente focalizzata sull'eventualità di percepire esalazioni di fumo provenienti da qualche sigaretta. Essi anche se convinti che l'abituale esposizione al fumo passivo possa nuocere, sanno che in un'intera vita, tre ore passate con amici che fumano non daranno luogo a nessuna conseguenza per la loro salute.

Se il non fumare è semplicemente una buona abitudine l'insofferenza verso i fumatori non ha delle solide ragioni. L'attenzione costante e l'irritazione per ogni nuvoletta di fumo ha delle ragioni emozionali. Nessun ladro fermerebbe una potenziale vittima in un vicolo dicendo "Dammi il portafogli, se non vuoi che ti fumi in faccia!" Eppure certe persone arretrano appena ad un metro di distanza in uno dei pochi luoghi ancora "praticabili", un fumatore accende una sigaretta. Tale preoccupazione rivolta a sé o tale ostilità rivolta al fumatore di turno possono essere spiegate psicologicamente e non si fondano su considerazioni mediche.

La gente è strana, però "la gente" non esiste. Esistono persone, e le persone sono state bambini e bambine, e nell'infanzia hanno dovuto diventare ansiose o arroganti per non sentire il peso di una solitudine e di un rifiuto insopportabili. Una volta scelta la loro maschera, tali persone hanno dovuto affrontare anche il problema del fumo e hanno dovuto scegliere se diventare fumatori nevrotici o "anti-fumatori" altrettanto nevrotici.

Questo fatto è praticamente ineliminabile e gli aloni "culturali" dei due schieramenti possono essere stigmatizzati con una spietatezza che le singole persone non meritano mai. Da giovane non ho mai fumato e trovavo davvero stupido e discutibile che molti coetanei ostentassero la sigaretta come se essa costituisse la prova di una loro consolidata maturità. Questa cultura dell'essere "grandi" (da piccoli) o "forti" (da grandi) o "anticonformisti" (aderendo conformisticamente alla sottocultura del "fumare come fanno tutti") è fortunatamente prossima al definitivo declino. Mi dispiace che non sia stata rimpiazzata dalla saggezza, ma da una cultura opposta centrata su atteggiamenti fobici e poco rispettosi verso gli "altri".

 

Le classificazioni da me fatte in questo paragrafo sono ovviamente puramente indicative. Ogni tipologia non deve essere presa troppo sul serio perché le persone sono irriducibili a qualsiasi schema. Le "nevrosi da fumo", così come le "fobie riguardanti il fumo" sono in realtà tante quanto le persone che fumano o che non fumano. Oltre alle tante persone piene di problemi irrisolti ci sono anche alcune persone che si sentono in pace con loro stesse e con gli altri ed anche queste persone, comunque o fumano o non fumano.

 


 

Conclusioni

 

Con le mie considerazioni che rompono la consuetudine in base alla quale da tempo solo i non fumatori trattano sul problema del fumare non mi propongo di avviare qualche forma di protesta orientata a tutelare i "diritti dei fumatori". Tale battaglia servirebbe a poco e presumibilmente mi vedrebbe alleato di "accaniti fumatori" o di "ribelli anti-tutto" con cui non voglio aver nulla a che fare. Con queste pagine voglio solo sollecitare qualche riflessione. A me, in fondo non interessano in modo particolare i problemi dei fumatori. Mi interessa, da sempre, il problema dell'irrazionalità individuale e sociale. Oggi mi interessa più che in gioventù, anche se ho perso l'illusione che sia possibile una trasformazione radicale della società. A dire il vero, tramontate le speranze di profonde trasformazioni economiche e sociali (particolarmente vive negli anni '60 e '70), è già molto sperare in una società un po' più giusta di quella attuale. L'obiettivo di profondi cambiamenti di mentalità è improponibile dal momento che la stragrande maggioranza delle persone vive nevroticamente e nettamente al di sotto dei livelli minimi di razionalità.

La gente guida l'automobile senza prudenza e senza alcun rispetto per gli altri, spende il denaro nei modi più balordi, dà vita a relazioni di coppia psicologicamente inconsistenti, fa figli senza ragioni plausibili, aderisce a religioni che non conosce e che non ha scelto, delega l'educazione dei figli alla TV, lavora senza responsabilità, passa il tempo in modi inconcludenti. In questa società folle non c'è spazio per cambiamenti di mentalità profondi. C'è spazio per l'espressione di opinioni non conformiste che possono toccare le menti ed i cuori di poche persone privilegiate che hanno già in partenza, menti aperte e cuori non rattrappiti.

 

Non scriverei mai stupidaggini come quelle di Wilhelm Reich sulla "peste emozionale", tipiche di una persona con gravi disturbi psicologici che si sentiva bene solo stigmatizzando la nevrosi degli altri. In una società che non rende possibile il contatto emotivo, la solidarietà, la creatività, sento il peso della solitudine, la tristezza per la quotidiana impossibilità di sentirmi "a casa" nel mondo e non provo disprezzo per persone che hanno problemi più grossi dei miei e che non hanno avuto la fortuna di soffrire abbastanza da dover dedicare tanti anni alla ricerca di un equilibrio personale soddisfacente. Di fronte all'irrazionalità individuale diffusa e divenuta irrazionalità sociale reagisco isolandomi e trattando con la massima cura e con amore i pochi rapporti personali (compresi quelli professionali) che riesco a costruire.

Per concludere, vorrei che queste pagine non venissero lette come una riflessione sui divieti imposti ai fumatori o sulle frasettine stampate sui pacchetti di sigarette. Questi argomenti mi hanno semplicemente fatto riflettere sull'incapacità endemica di tolleranza e di rispetto nella nostra società, che si manifesta anche quando individui e gruppi si trovano uniti su aspirazioni ragionevoli come la tutela della salute. Tali argomenti mi hanno sollecitato a riprendere da un'angolatura diversa alcune idee già discusse in altri miei lavori pubblicati in questo sito.

 

Per quanto riguarda il fumo in senso stretto, credo che esso sia una semplice abitudine. Un semplice piccolo piacere quotidiano. Un piccolo piacere che però nuoce alla salute. Di fatto, stando ai miei recenti esami medici, le sigarette hanno compromesso la mia salute decisamente meno dell'equitazione. La mia respirazione è profonda e morbida, mentre la mia schiena è un po' ammaccata.

Non saprei cosa dire ai giovani di indiscutibilmente saggio sulla questione del fumo e sulla questione dell'equitazione. Tutto sommato penso che l'esperienza di cavalcare sia una di quelle esperienza che ogni essere umano dovrebbe fare e godere compiutamente, anche se è pericolosa. Dovrebbe essere fatta con metodo e prudenza oltre che con passione. Credo che ogni istruttore dovrebbe insegnare a cadere bene da cavallo prima di insegnare il trotto. Il mio lo ha fatto a suo tempo e mi ha così permesso di non farmi troppo male. Penso che l'esperienza di fumare sia meno interessante dell'equitazione e di altre esperienze: ha sia il difetto di nuocere alla salute, sia quello di procurare un piacere o una "compagnia" che non rende migliore la qualità della vita. Il piacere del fumo è quindi un piacere "stupido", poco profondo, non particolarmente significativo.

Ai giovani, tutto sommato consiglierei di non iniziare a fumare e di frequentare i cavalli, anche a costo di correre qualche rischio. Consiglierei anche di praticare tutte le attività che fanno "toccare" la realtà: il deltaplano, il paracadutismo, la pesca subacquea, le arti marziali, i tuffi acrobatici, la ginnastica artistica, e soprattutto il sesso e la conoscenza. Il sesso con un/una partner profondamente desiderato/a ed amato/a. La conoscenza di punti di vista opposti, di teorie consolidate e di teorie strane, di idee vecchie e nuove. Credo che una buona prevenzione di tutte le patologie dipenda soprattutto dal modo in cui si affronta la vita. Credo che le sigarette in ultima analisi ammazzino soprattutto chi respira poco e male e si sta già rovinando la vita con i suoi pregiudizi, con la sua rabbia, con la sua mancanza di emozioni e soprattutto di amore. In ogni caso, dato che esse procurano un piacere così modesto e comunque rischioso, non meritano di essere prese in considerazione quando si è ancora liberi dall'abitudine, anche perché esse producono assuefazione e rendono prima o poi necessaria la fatica e la pena di smettere.

Credo che un reale impegno teso a prevenire l'abitudine di fumare ed a favorire la disassuefazione nei fumatori dovrebbe tradursi in campagne serie di informazione sanitaria e nella diffusione di messaggi rispettosi ed efficaci, non in atteggiamenti allarmistici e repressivi. Soprattutto, tali campagne non dovrebbero essere accompagnate da disposizioni limitative a dir poco folli come quelle che stabiliscono l’obbligo di costosissimi impianti di aerazione nei ristoranti, nei quali una normalissima sala per fumatori tutelerebbe i non fumatori. Tali campagne non dovrebbero inoltre essere fatte al posto di altre campagne informative decisamente più importanti (ad esempio sull’alcol o sulla guida pericolosa). E’ semplicemente stupido che sui pacchetti di sigarette compaiano scritte tanto allarmistiche da risultare di cattivo gusto, mentre nulla di simile viene riportato sulle bottiglie dei superalcolici o sul cruscotto delle autovetture in grado di superare le massime velocità consentite. Ma soprattutto, perché mai la società dovrebbe preoccuparsi di indicare tutti gli eventuali pericoli?

Se le persone sensibili alla prevenzione delle malattie favorite dal fumo e le autorità in grado di legiferare avessero in mente di "favorire dei cambiamenti" anziché di "combattere delle abitudini" potrebbero produrre risultati maggiori senza mancare di rispetto ai fumatori. Tutti i fumatori sanno già che il fumo fa male e quando leggono "vietato fumare" non vengono sollecitati a riflettere sulla condizione dei loro polmoni, ma solo a chiedersi dove poter stare in pace. Se attraverso la scuola, i luoghi di lavoro, i medici di base si sensibilizzassero le persone soprattutto alla necessità di non fumare nei luoghi in cui si trovano bambini ed animali domestici, si favorirebbe nelle persone l'intenzione di modificare l'automatismo della sigaretta accesa, inducendo quindi la tendenza a ridurre la quantità complessiva delle sigarette fumate. Mettendo invece dei divieti nei bar si spinge semplicemente la gente ad uscire in strada a fumare in pace.

 

Spero quindi che i fumatori diminuiscano. Spero anche che i fobici del fumo diminuiscano, ma non ci conto. L'intolleranza è endemica e la necessità di manifestare l'insofferenza è più radicata della capacità di apprezzare le grandi e piccole gioie della vita. Ora che la società ha deciso di salvare la vita a tutti i fumatori (e solo ad essi) con la campagna contro il fumo, tanta gente è fortemente sollecitata ad angosciarsi per questa "grande minaccia". Tenderà quindi ad incanalare proprio in questa direzione l'intolleranza da cui è tormentata.

Si può dire che un'ostilità di massa verso i fumatori è comunque più tollerabile e meno pericolosa di un'ondata di razzismo, ma non c'è motivo di accontentarsi di questa lettura rassicurante. La logica dell'intolleranza, se non è eliminata alle radici resta sempre applicabile ad altri ambiti e comunque è pericolosa e disturbante. E' quindi necessario prendere atto della realtà e riconoscere che comunque la chiusura mentale costituisce uno dei pilastri della normalità. Essa, come il fumo, nuoce gravemente alla salute, ma purtroppo distrugge anche la qualità del contatto emotivo, la razionalità e la profondità dell'esperienza di esistere come persone.