(2003)
1. Matrimonio e famiglia
2. L'esigenza soggettiva di una
relazione di coppia "riconosciuta"
3. La normalizzazione sociale dei
rapporti di coppia
Conclusioni
Indicazioni
bibliografiche
1 – Matrimonio e famiglia
Nella storia dell'umanità e nelle varie culture si sono realizzati vari tipi di struttura famigliare e si sono prodotte varie ideologie relative alla famiglia. Se, a monte, la conoscenza delle svariate strutture famigliari rende tutt'altro che "ovvia" la famiglia nucleare delle società occidentali, a valle, l'osservazione delle trasformazioni dell'ultimo secolo elimina qualsiasi residuo di ovvietà: la presenza sempre più massiccia di coniugi separati che hanno avuto vari figli in diverse relazioni, dimostra inequivocabilmente che solo i rapporti personali fra individui (nei ruoli di partner, genitore, figlio/a) sono "reali". Eppure si dà comunemente per scontata (anche se in termini molto confusi) l'importanza del matrimonio e della famiglia.
Non voglio qui prendere in considerazione le questioni storiche, antropologiche, sociologiche ed economiche relative alle varie strutture famigliari ed alle loro trasformazioni e non voglio occuparmi nemmeno del rapporto fra famiglia "patriarcale" e identità femminile o del rapporto fra strutture famigliari, stato e socializzazione infantile. Voglio limitarmi a confrontare l'esperienza reale delle persone coinvolte in una relazione di coppia (ed eventualmente nella cura della prole) con la rappresentazione socialmente e culturalmente condizionata di tale realtà. Mi riferirò quindi essenzialmente al "riconoscimento" delle relazioni di coppia così come viene effettuato dallo stato e da quel mostro divoratore e riproduttore di pregiudizi e luoghi comuni che è l'ideologia di massa (condizionata dalle tradizioni religiose e laiche, dai mass-media, dalla pubblicità, dalle chiacchiere quotidiane ed anche da più dotte ma rigide visioni del mondo).
Se il matrimonio è un rito sociale convenzionale, anche la famiglia non ha nulla di "naturale". La procreazione e la maternità sono sicuramente eventi (anche) naturali, mentre ogni relazione di coppia è di fatto costituita in ogni singolo caso da particolari persone e dal modo in cui esse pensano, sentono e agiscono; le famiglie sono di fatto ciò che sono in virtù del modo in cui i loro membri (soprattutto quelli adulti) sentono ed esprimono la loro identità nei rapporti interpersonali.
Siamo soli nel sentire, nel capire la realtà, nel desiderare, nel decidere e nel costruire un'unica collezione di esperienze che si concluderà con la morte. Possiamo mitigare questa solitudine esistenziale condividendo emozioni e convinzioni con altre persone in rapporti di coppia o famigliari, in rapporti di amicizia o sociali, ma restiamo comunque individualmente responsabili del mantenimento o del declino di queste sintonie. Se il percorso interiore di una persona si differenzia sensibilmente da quello del/della partner, dei genitori, dei figli, degli amici o dei gruppi di riferimento o di appartenenza, tale persona è inevitabilmente sola nel prendere atto della distanza creatasi (o nel chiudere occhi e cuore), così come è sola nel riconoscere il permanere di qualche tipo di vicinanza. L'essere marito, moglie, figlio, figlia, genitore, amico o membro di un gruppo, non toglie nulla alla basilare responsabilità soggettiva che riguarda il mantenimento o la rottura di una sintonia ed il riconoscimento o disconoscimento della vicinanza o distanza caratterizzante una relazione.
Voglio fare ora alcune osservazioni molto elementari, che non possono però essere considerate "neutrali", poiché si radicano in una concezione (che personalmente condivido) che attribuisce alla persona un valore assoluto ed a tutti i tipi di rapporto interpersonale (compreso il rapporto di coppia) un valore relativo. Considero comunque, da un punto di vista teorico-psicologico, imprescindibile questa concezione in quanto ritengo che non sia necessario "argomentare" sulla priorità del sentire personale rispetto all'apparire sociale ed in quanto ritengo che l'obbligo dell'eventuale "argomentazione" riguardi chi sostiene la priorità delle relazioni sulle persone. Di fatto, una coerente affermazione della priorità dei rapporti interpersonali rispetto alle persone non è mai stata fatta, se non nell'orizzonte intellettuale di visioni dogmatiche ed integralistiche, nelle quali gli esseri umani erano metafisicamente subordinati a leggi morali e sociali assolute. Il problema psicologicamente interessante sta proprio nel fatto che anche molte persone non portatrici di ideologie integralistiche o anzi, portatrici di convinzioni ideologiche che salvano il valore della persona, presuppongono che la relazione di coppia sia autentica solo se viene in qualche modo formalizzata e quindi socialmente riconosciuta.
Il fatto che la società e la mentalità comune sostengano la necessità del riconoscimento dei legami di coppia e non di altri legami importanti, come quelli di amicizia, non toglie nulla alla sostanziale ed inevitabile precarietà di qualsiasi relazione umana che si fonda essenzialmente sulla libertà e sull'identità delle singole persone. Il fatto che la società dia un riconoscimento particolare ai "legami di sangue" non toglie nulla al fatto che il rapporto fra un genitore e un figlio è quello che è non in virtù del sangue o della legge, ma in virtù di ciò che le persone in questione vogliono e sanno costruire assieme sul piano umano.
Molte amicizie hanno basi più solide e implicano sentimenti più profondi e limpidi di molti rapporti fra marito e moglie o fra genitori e figli. Ogni singola famiglia reale è un gruppo sociale formato da alcune persone che hanno rapporti umanamente significativi o sballati così come qualsiasi altro gruppo di persone. Essere il compagno o la compagna di una persona, il padre, la madre, il figlio o la figlia di una persona non dice nulla sulla qualità umana del rapporto in questione. Ci sono amici che hanno una profonda sintonia sul piano dei loro valori e coniugi che condividono solo i programmi della TV. Ci sono persone che partecipano con impegno e costanza a gruppi o associazioni e coppie che si tradiscono per anni. Ci sono giovani che trovano un sostegno ed una guida in professori, amici più anziani e persino autori di libri e che non trovano alcun sostegno morale e intellettuale nei genitori. Ci sono anche famiglie in cui si realizza una vicinanza affettiva ed una profonda condivisione di valori. In questi ultimi casi l'unità realizzata non deriva dal fatto che i genitori si siano sposati e nemmeno dal fatto che i figli siano stati generati da quei genitori.
Se sesso, convivenza e patrimonio genetico fossero responsabili del senso di "unione famigliare", in tutte le famiglie si respirerebbe quel tepore che solo in certe famiglie si respira (come in certe relazioni amicali o professionali o di altro tipo).
Questi sono dati di fatto, non letture dei fatti soggettive o ideologicamente condizionate. L'ideologia interviene nel momento in cui decidiamo di dare comunque un certo valore alla qualità dei rapporti (alla sintonia, al rispetto che esprimono ed al piacere ed alla comprensione che comportano) oppure alla "natura dei rapporti" (rapporti legalizzati, non legalizzati, di parentela o di semplice conoscenza). Ciò che trovo sensato e vincolante sul piano emotivo ed intellettuale è l'attribuzione di un elevato valore alle persone ed alla qualità delle relazioni e di un valore molto modesto al tipo di relazione in cui le persone sono collocabili. Per onestà intellettuale riconosco che questa mia affermazione non è evidente ed è storicamente e culturalmente condizionata. Tuttavia chiunque, al di là dell'adesione di fatto a norme e pregiudizi sociali, se messo alle strette, riconosce che i rapporti di coppia, una volta ufficializzati non diventano per ciò più solidi, duraturi o profondi.
Ciò sembra abbastanza ovvio, ma normalmente si pensa sempre in un'ottica di appartenenza famigliare, implicando che i rapporti matrimoniali, di parentela o di affinità siano in quanto tali "più uguali degli altri". Non c'è modo di avere una collocazione sociale senza ammettere in qualche modo una collocazione famigliare.
Uno degli aspetti più bizzarri della "cultura del matrimonio" sta nel fatto che il vincolo matrimoniale" è in genere idealizzato come riconoscimento della profondità di un rapporto d'amore, mentre, pur non aggiungendo nulla ai sentimenti in questione, impone (proprio essendo un contratto) dei vincoli. Essendo la relazione matrimoniale un accordo che ha conseguenze notevoli nella sfera degli interessi materiali, dovrebbe essere svuotato di qualsiasi contenuto sentimentale o "poetico". Nessuno dovrebbe dire "Ti amo tanto e quindi vorrei sposarti", ma piuttosto "Anche se ti amo, voglio tutelarmi rispetto a te e voglio vincolarti con un contratto matrimoniale, dato che non mi fido di te". Non ho mai sentito una frase così ragionevole in tutta la mia vita e le persone (anche gli intellettuali, le persone politicamente impegnate, gli avvocati) continuano a dire "Ti amo e quindi vorrei sposarti", che costituisce un'offesa alla loro intelligenza.
A parte le conseguenze semplicemente materiali dell'essere socialmente riconosciuti in quanto collocati in uno specifico tessuto famigliare, l'idealizzazione della famiglia intesa come ambito di rapporti interpersonali "privilegiato", risulta fondamentalmente un vizio mentale che oggettivamente calpesta la sacralità dei rapporti umani personali (che possono essere realizzati sia con persone della famiglia, sia con altre).
La famiglia, intesa come realtà umana, bellissima o incompiuta, è quindi fondamentalmente una realtà irriducibile a qualsiasi riconoscimento pubblico. Essa però viene imbrigliata da pesanti condizionamenti legali mentre viene ideologicamente esaltata.
Poiché siamo soli nel fare le nostre scelte di vita ed anche dipendenti dalla società e sottoponibili a vincoli legali, dovremmo logicamente essere riconosciuti dallo stato esclusivamente in quanto individui o persone. Eppure non è così. Lo stato tiene in gran conto i rapporti di matrimonio e di parentela determinando così molte conseguenze pratiche; anche la mentalità comune sostiene questa irrazionale visione delle cose.
Se due persone si sposano, vengono automaticamente collocate in uno spazio legislativo in cui le eventualità di una separazione e di un decesso rinviano a precise norme, valide per tutti. Credo che le persone accettino ciò semplicemente perché non prendono davvero sul serio la possibilità di separarsi e quella di morire.
Se le persone pensassero davvero alla possibilità di cambiare e di non voler più proseguire con lo/la stesso/a partner l'avventura della vita e se pensassero davvero al fatto di poter morire in qualsiasi momento, non sarebbero così disponibili a prevedere per tali eventualità delle conseguenze legali "predefinite".
In genere le persone non hanno nessuna voglia di pensare alla precarietà della loro esistenza personale e della loro vita di coppia. La società è accondiscendente nei confronti di questi "vizi psicologici" e quindi fornisce alle persone una "identità famigliare".
Vorrei prendere in considerazione nei prossimi paragrafi due domande:
a) perché le persone si
pensano normalmente come membri di una famiglia e perché desiderano unirsi in
matrimonio?
b) perché la società riconosce
legalmente i gruppi famigliari come gruppi sociali "più uguali degli
altri"?
2 – L'esigenza soggettiva di
una relazione di coppia "riconosciuta"
Si è discusso molto, soprattutto in passato, sulle ragioni per cui lo stato favorisce il matrimonio e la famiglia. Per ora vorrei fare qualche considerazione sulle ragioni per cui gli individui alimentano l'ideologia del matrimonio e della famiglia.
Tutti sanno che molti matrimoni finiscono con un divorzio, che moltissimi divorzi sono esperienze distruttive piuttosto che pacifiche accettazioni di un mutamento avvenuto e che moltissimi matrimoni solidi e infrangibili sono esperienze fallimentari. Eppure la stragrande maggioranza delle persone, pensa al matrimonio come ad un ovvio "coronamento" di una relazione di coppia.
L'accanimento nel difendere la validità di un rituale sociale che nel migliore dei casi è inutile e nel peggiore dei casi costituisce una terribile complicazione, non sembra dovuto ad un basso quoziente intellettivo o ad un basso livello culturale. Ciò rafforza l'ipotesi che questa oasi di irrazionalità presente in persone per molti aspetti intelligenti e razionali, costituisca un problema psicologico, o meglio, la punta emergente di un iceberg costituito da problemi psicologici non risolti.
Il fatto che molte relazioni di coppia non sfociate in una separazione siano esperienze emotivamente povere e caratterizzate da una semplice rassegnazione alla convivenza, non giustifica alcuna rinuncia allo sforzo di costruire relazioni autentiche e soddisfacenti sul piano sentimentale. E' comprensibile che delle persone innamorate scommettano sulla loro capacità di costruire rapporti migliori di quelli dei loro genitori o dei loro amici e conoscenti. La cosa non comprensibile è l'idea di formalizzare con un matrimonio un'unione che sembra funzionare e l'idea attribuire al matrimonio un valore particolare.
Come ho già sottolineato, le persone in genere non cercano consapevolmente il matrimonio per convenienza e diffidenza; non vogliono il matrimonio perché si amano poco o perché vogliono essere meglio tutelate economicamente in caso di separazione. Vogliono il matrimonio perché "si amano davvero". Eppure, se si amano, sanno che la "sostanza" di ciò che rende importante la loro unione è già stata creata ed espressa senza il matrimonio. Le persone arrivano addirittura a dare al riconoscimento formale della loro unione una visibilità ed un'importanza che nei fatti non danno alla loro relazione.
Quando due persone sentono di voler condividere la loro vita, non fanno niente di strano: si limitano a presentare la persona amata alle persone più care. Quando invece due persone si sposano, fanno una festa che in genere costituisce per loro un impegno organizzativo ed economico notevolissimo. Invitano persino lontani parenti di cui non ricordano esattamente il nome, tutti i colleghi dell'ufficio, gli amici degli amici ed i loro famigliari; spendono negli abiti del matrimonio più di quanto spenderanno in capi di vestiario nei successivi tre anni e spendono in un ristorante più di quanto spenderanno in cenette intime nel resto della loro vita. Tutto questo per annunciare che si sono sposate, cioè che hanno fatto un rituale che "riconosce" ciò che di importante avevano già costruito da mesi o anni.
La spiegazione di questa bizzarra "pulsione matrimoniale" deve essere profonda e complessa. Questo attaccamento emozionale al riconoscimento sembra indipendente da valutazioni moralistiche. Si sposano anche persone che non credono di aver commesso gravi peccati facendo all'amore per anni da "non sposati". Le persone si vogliono sposare anche se non si illudono di ottenere dei reali vantaggi dal momento in cui si sposeranno (a parte il "vantaggio" costituito da un'eventuale causa di divorzio). Si vogliono sposare, sembra, semplicemente per essere sposate. Ma perché? Perché le persone quando frequentano da anni dei carissimi amici non pensano di dirlo al sindaco e di fare un rito e ottenere un "certificato di amicizia", mentre quando cominciano a sentire un reale vincolo interiore con un/una partner sessuale vogliono il matrimonio?
Ci sono anche persone che si sposano ed aderiscono superficialmente all'ideologia della famiglia senza crederci davvero, che sono conformiste più per "disattenzione" che per "sentito convincimento". Tuttavia raramente questo "candore" è realmente ingenuo ed innocente. In genere esso copre il timore di un giudizio o di una velata esclusione e quindi riflette in qualche misura questioni interiori non risolte.
Poiché il matrimonio non aggiunge nulla di sostanziale ad una relazione di coppia è ragionevole pensare che sia tanto desiderato per ciò che produce di "non sostanziale": il riconoscimento sociale. Resta però da capire per quale ragione le persone siano così interessate a tale riconoscimento.
Col matrimonio le persone entrano visibilmente nella "tradizione" famigliare del/della partner, vengono collocate socialmente in un tessuto di relazioni avviato dai loro genitori e nonni, fanno un passo che implicitamente li rende pensabili come futuri genitori e quindi riproduttori della loro matrice famigliare. Col matrimonio e con l'insieme di rituali e riconoscimenti ad esso connessi le persone hanno, volendolo, la sensazione (e solo la sensazione!) di non essere più singole persone con il loro carico di libertà e di responsabilità, ma di "far parte" di una trama di rapporti che li trascende e li accoglie. Lui "entra nella famiglia" di lei e lei "entra nella famiglia" di lui. Vengono a far parte di "qualcosa" anche se realmente non vengono a far parte di nulla. Se una persona ha dei genitori o fratelli o nipoti cari, può farli conoscere al/alla partner anche senza scomodare il sindaco e tanti invitati. Se ha dei famigliari di fatto estranei o insopportabili non fa un gran regalo al/alla partner nel fare un gesto che implica (almeno nell'immaginario condiviso) qualche suo coinvolgimento con tali persone.
In pratica il matrimonio non cambia nulla, ma facilmente produce una sensazione di "appartenenza" che (se si desidera ciò) scollega dalla realtà (dolorosa) della personale libertà e responsabilità di fronte all'esistenza. Siamo soli a sentire, a decidere ed a costruire una vita significativa; la convinzione irragionevole di entrare in una corrente che accoglie, protegge e trascina, rende però apparentemente meno marcata la percezione della nostra solitudine e della nostra libertà personale. Una volta che le persone si sposano hanno spesso la sensazione di essere "a posto", di avere una vita più "definita", di non dover più "inventare" la loro vita ogni giorno. In realtà sono nella stessa situazione in cui si trovavano prima di dire "sì"; di fatto, continuano a rischiare ogni giorno di essere feriti dal/dalla partner e ogni giorno decidono se restare con quella persona o se non restarci.
In altre parole, ci si sposa
per non sentirsi e non pensarsi soli. Molte volte ci si innamora per la
stessa ragione, senza avere un desiderio adulto e senza avere sentimenti
profondi; ci si sposa però sempre per esorcizzare paure infantili
connesse al senso di solitudine, per non accettare sensazioni di vuoto mai
integrate, risalenti al rapporto con i genitori. Mentre l'innamoramento può
essere vissuto sia su un piano reale sia su un piano illusorio, il legame
matrimoniale viene cercato sempre senza ragioni comprensibili su un piano
adulto. E' possibile (anche se non frequente) innamorarsi e costruire una
relazione di coppia per soddisfare reali desideri e per esprimere reali
sentimenti, ma ci si sposa solo per dimenticare la propria solitudine basilare,
psicologica ed esistenziale e per dimenticare la propria responsabilità e
libertà. In questo modo si cerca di soddisfare un bisogno di sicurezza e di
riconoscimento che non riguarda l'esperienza adulta, ma quella dei primi anni
di vita.
Ai bambini non interessa essere liberi ma essere al sicuro. I bambini non sono in grado di amare, ma hanno bisogno di sentirsi accettati, riconosciuti e quindi amati. Gli adulti col matrimonio e con l'ideologia dell'appartenenza ad un tessuto famigliare cercano di soddisfare primitivi bisogni di sicurezza, per non ammettere che i loro bisogni infantili sono insoddisfacibili. Un bisogno insoddisfacibile è doloroso ed il matrimonio è l'analgesico più diffuso. Purtroppo è anche il più costoso e ricco di effetti collaterali.
3 – La normalizzazione sociale
dei rapporti di coppia
La filosofia illuminista, con la sua esaltazione dell'individuo, ha contribuito notevolmente a far maturare fra gli intellettuali e poi fra gli strati sociali meno colti il senso del valore dell'individuo nella società. Tuttavia la famiglia ha continuato ad essere un ambito sociale "speciale".
L'ideologia socialista ha formulato critiche radicali alla "famiglia borghese", mettendo in discussione i suoi aspetti economici, il moralismo sessuale e sostenendo che la socializzazione infantile e la formazione delle nuove generazioni dovessero essere compiti attribuiti prevalentemente allo stato. Tuttavia tale progetto non ha davvero scalfito la famiglia, dato che le società socialiste hanno velocemente tradito il loro slancio rivoluzionario. L'idea di sostituire il ruolo della figura materna e di quella paterna con quella di qualche educatore o burocrate rivoluzionario era semplicemente un'idea stupida, ma nella critica socialista della famiglia borghese c'erano spunti davvero illuminanti. Se la realtà psicologica del rapporto figli-genitori non sarebbe comunque stata annullata da alcuna trasformazione sociale rivoluzionaria, l'ideologia della famiglia come cellula della società sarebbe stata positivamente demolita da una rivoluzione effettivamente compiuta. Così però non è avvenuto nella storia del "socialismo reale".
La sinistra freudiana ha colto un altro aspetto significativo della famiglia borghese, concependola come una fabbrica produttrice di nevrosi ed una "cinghia di trasmissione" dell'ideologia conservatrice: la famiglia era ritenuta efficace a questo proposito proprio perché con la repressione sessuale alimentava la nevrosi di massa che dava sostegno all'autoritarismo sociale. Anche se in gioventù ho considerato questi orientamenti di pensiero come un logico completamento di una concezione socialista, ho poi finito per convincermi del fatto che i nessi sottolineati fra famiglia, repressione e società borghese fossero poco solidi. E' troppo evidente che la nevrosi è così diffusa, multiforme e ramificata da associarsi non solo ad orientamenti ideologici conservatori, ma anche ad orientamenti rivoluzionari o riformisti.
Trovo poco ragionevole l'idea secondo cui la famiglia, favorendo la nevrosi, rafforzerebbe il capitalismo e trovo poco ragionevole anche l'idea secondo cui il socialismo, combattendo l'ideologia famigliare, ridurrebbe la nevrosi di massa. I problemi psicologici rinviano a vissuti infantili molto precoci e quindi alla qualità emozionale dei rapporti fra bambini e figure di riferimento. Non vedo alcun collegamento stretto fra la capacità di contatto delle persone e la loro ideologia. Genitori illuminati sul piano sociale possono essere emotivamente generosi o respingenti con i figli e genitori intellettualmente reazionari possono avere la capacità di dare qualcosa sul piano emotivo ai figli, almeno nei primi anni (che sono quelli determinanti). Anche l'enfasi posta sulla repressione non è molto ragionevole: i disturbi psicologici più gravi non derivano tanto da atteggiamenti repressivi quanto da atteggiamenti difensivi nevrotici dei genitori che possono anche non essere in senso stretto considerati repressivi. La generazione dei "figli dei fiori" e dei sessantottini non ha fatto figli meno disturbati di quelli nati negli anni, nei decenni e nei secoli precedenti.
Anche il femminismo non ha scalfito l'ideologia famigliare più di tanto, perché proprio sottolineando la conflittualità fra uomo e donna non ha mai messo al centro delle sue riflessioni la complicità difensiva degli uomini e delle donne nella creazione di relazioni irrazionali, violente e insoddisfacenti. Anche se per certi aspetti materiali e superficiali risultava necessario uno scossone che consentisse un'emancipazione sociale delle donne e che contestasse certi privilegi (e certi pseudo-privilegi) maschili, un'effettiva liberazione psicologica della donna richiedeva (e richiede) ben altre condizioni e non poteva (e non può) realizzarsi senza una nuova complicità adulta e costruttiva fra uomini e donne.
L'ideologia della famiglia non può essere sconfitta da un'ideologia rivoluzionaria e nemmeno da una "ideologia femminile" (o maschile). L'ideologia della famiglia non può essere superata se le persone (ricche o povere, di destra o di sinistra, di sesso maschile o di sesso femminile) non si liberano dalle loro confusioni interiori e dalla ricerca di sicurezze compensative relative a vissuti dolorosi mai elaborati nell'infanzia.
La famiglia continuerà a cambiare superficialmente come è sempre cambiata: è stata estesa o ristretta, indivisibile o divisibile, maschilista o paritaria, ma sarà comunque un'illusione difensiva, rassicurante e nevrotica. La famiglia, quindi, in quanto istituzione socialmente privilegiata, non ha un ruolo politico in senso classista e non fornisce uno specifico sostegno all'autoritarismo sociale; essa però consolida e rafforza la "normalità" (irrazionale) individuale e di massa.
Pur mantenendo un apprezzamento intellettuale e morale per le ideologie più o meno radicalmente orientate a combattere qualsiasi forma di privilegio e sfruttamento, preferisco oggi rovesciare l'equazione del marxismo e della sinistra freudiana: non credo che la società classista e autoritaria sia responsabile della nevrosi di massa, ma credo che la nevrosi di massa, da sempre presente, abbia impedito che qualsiasi salto di qualità ideale si traducesse in una trasformazione sociale davvero profonda. La gente ha paura dell'autoaffermazione, della libertà, dei cambiamenti radicali, delle conseguenze della solidarietà, delle rinunce necessarie per qualsiasi cambiamento; ha poca voglia di esprimersi, di spendersi, di impegnarsi. Le persone vogliono distrarsi, realizzare i sogni dell'infanzia, vogliono le favole e qualche sfogo per la rabbia che covano dentro. E vogliono certezze. Vogliono anche sentirsi riconosciute in quanto elementi di una famiglia e appena cominciano a sentirsi inserite nel mondo degli adulti vogliono "tornare alla loro famiglia di origine", costruendo (con il riconoscimento della legge) un prolungamento della famiglia a cui sono tanto legate da problemi irrisolti e da vissuti non integrati.
Le famiglie non producono reali certezze. Le famiglie sono solo gruppi (solidi o fragili) di persone e "l'idea di famiglia" è solo una bugia molto famosa. Nella realtà ci sono persone, che si amano o non riescono ad amarsi, che fanno figli o che non ne fanno e che fanno crescere i figli in modo sensato o insensato. Normalmente le persone fanno poco sesso e non bene, si amano poco, condividono un'emotività nevrotica e hanno poco contatto coi figli. Su questa realtà terribile, che non può essere riconosciuta come tale se non da chi ha accettato il proprio dolore (antico e attuale), si getta quotidianamente un velo colorato, costituito dall'idea di famiglia. Con ciò si ravviva una fantasia che in modo rassicurante suggerisce l'idea della "appartenenza", della "unione", della "vicinanza"; tale fantasia trasmette illusoriamente delle "certezze" e fa pensare alla "stabilità", alla "sicurezza" alla possibilità di ottenere un "riconoscimento": tutte cose che servivano nell'infanzia.
C'è da chiedersi perché la società, lo stato, la magistratura trattino in modo realistico una favola; c'è da chiedersi perché tutti pensino ad una famiglia ideale che non esiste e perché nessuno pensi alla solitudine, alla sofferenza ed alla morte che invece sono realtà certe ed inevitabili.
Credo che ciò dipenda dal fatto che anche lo stato non "esiste" davvero: esso "fa" qualcosa solo quando qualcuno che lo rappresenta (nel governo, nel parlamento, nelle amministrazioni locali ecc.) fa qualcosa. Queste persone sono condizionate dai loro elettori e dal terrore dei loro elettori, ma soprattutto sono terrorizzate come ogni altro individuo e cercano ostinatamente di pensare in un orizzonte mentale rassicurante e condiviso, che esclude la consapevolezza della fragilità personale e della solitudine esistenziale.
La famiglia "ideale" non è una bugia inventata da una classe sociale o da una cerchia ristretta di burocrati, né è prodotta da un'entità astratta come "lo stato borghese"; essa viene partorita dalle menti di singole persone che condividono favole chiacchierando ogni giorno, che leggono i giornali, che scrivono i giornali, che votano, che vengono votati, che legiferano; tali persone sono reali e realmente riflettono la normale follia che condividono con altre persone altrettanto sole, arroccate nelle loro difese fin da quando avevano cinque anni e vivevano in una famiglia non molto diversa da quella nella quale ora occupano il posto di marito, moglie, padre, madre.
Questa follia individuale e generalizzata rende ragione del fatto che ci siano tante leggi che rendono i membri della stessa famiglia "più uguali degli altri". Ciò non è fatto per la tutela dei figli perché i figli possono essere tutelati anche senza il teatrino del matrimonio e della famiglia. Tale teatrino è mantenuto solo perché si vuol credere che sia una realtà.
Le persone nell'infanzia sperimentano manifestazioni parziali, false, aleatorie, condizionali, ambivalenti di accettazione e nella vita adulta vogliono credere che ciò che è sentito interiormente come "mancante" possa essere soddisfatto in ritardo. Vogliono che una magia resa "evidente" dal consenso di tanti possa istituire nella sua compiutezza qualcosa che confermi la possibilità dell'impossibile. Individualmente intendono le relazioni di coppia come forme tardive di compensazione dei loro vuoti interiori radicati nell'infanzia e collettivamente affermano con rituali ed aspettative irrealistiche condivise la possibilità di placare i loro incubi più antichi. Sicuramente molte ragioni storiche, economiche e sociali rafforzano il permanere di un "senso di famiglia" che trascende l'effettiva realtà delle relazioni interpersonali fra uomini e donne o fra genitori e figli; la vera "ragione" di questa irrazionalità così diffusa, sembra però riconducibile alla paura di sentire e ricordare la solitudine ed il dolore degli anni più teneri e fragili.
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