Gianfranco Ravaglia

 

 

 

 

 

 

 

L'altro Orwell

(2000)

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

Introduzione

I. Il totalitarismo contro l'individuo e l'individuo contro se stesso

II. L'antiedonismo di Orwell

III. Quattro personaggi

IV. L'altro Orwell

Bibliografia

 

 

 


 

Introduzione

 

George Orwell (1903-1950), il cui vero nome era Eric Arthur Blair, nacque a Motihari, nel Bengala, dove il padre era impiegato nell'Indian Civil Service. Lì trascorse la sua infanzia fino al 1907, anno in cui si trasferì con la famiglia in Inghilterra.

Fin da bambino pensò di diventare scrittore e, in seguito, collegò questa sua iniziale aspirazione al senso di isolamento ed all'impressione di essere sottovalutato che lo accompagnarono fino all'adolescenza. Particolarmente dolorosa fu per lui la permanenza presso il collegio di St.Cyprian a cui fu iscritto nel 1911. Conclusi gli studi nella prestigiosa Public School di Eton, alla quale era stato ammesso con una borsa di studio, rinunciò agli studi universitari per arruolarsi nella Indian Imperial Police in Birmania e nel 1929, dopo circa cinque anni di servizio si congedò e ritornò in Europa per iniziare la sua carriera di scrittore.

Per molti anni scrivere romanzi non gli diede alcuna sicurezza economica e solo nel 1945, con la pubblicazione de La fattoria degli animali, raggiunse una fama internazionale ed anche una tranquillità finanziaria che gli permise di scrivere esclusivamente quello che voleva. Negli anni precedenti, infatti, si era guadagnato da vivere svolgendo del lavoro giornalistico per varie riviste e curando trasmissioni per la BBC; ancor prima aveva fatto il lavapiatti a Parigi, era stato commesso di libreria a Londra, aveva insegnato presso scuole private, aveva gestito per un breve periodo un negozio, era stato bracciante nei campi di luppolo ed aveva persino vagabondato con i mendicanti.

Questo elenco di attività è indicativo non solo della precarietà economica che Orwell, come molti scrittori, sperimentò agli inizi della carriera letteraria, ma anche di un interesse personale a condividere, a sperimentare personalmente le condizioni di vita degli strati sociali più umili. Si è detto molto a proposito del "senso di colpa" maturato dal giovane Orwell, poliziotto imperiale, nei confronti delle vittime dell'imperialismo e più in generale maturato, per via della sua provenienza dal ceto medio, nei confronti del proletariato e degli emarginati. Egli stesso ha spiegato nel libro La strada di Wigan Pier questo suo abbassarsi al livello degli "infimi fra gli infimi" come bisogno di "espiare" e di conoscere dall'interno l'altra faccia del mondo, quella in cui non era nato. Tuttavia, come opportunamente Peter Lewis ha messo in evidenza, sembra "più plausibile vedere questi eventi come una serie di deliberate fughe dai modelli prevedibili della vita inglese" (1). L'itinerario personale di Orwell non è infatti comprensibile solo in funzione di conflitti psicologici ideologizzati, ma soprattutto, in positivo, come ricerca di esperienze e valori incompatibili con le certezze, gli schemi ed i valori socialmente istituiti. Orwell non fu solo distante dall'orizzonte ideologico della borghesia ma anche dai dogmi e dai conformismi degli ambienti di sinistra; in generale si oppose a tutti i modelli di pensiero e di comportamento adatti ad occultare i bisogni e le aspirazion umane più profonde.

L'assidua analisi dei miti della borghesia e la sofferta comprensione dei drammi degli sfruttati e dei poveri segnarono in maniera evidente il percorso interiore ed intellettuale di Orwell, ma nonostante i continui riferimenti al piano politico, questi non ridusse mai il suo impegno esclusivamente a tale piano.

Molti critici di sinistra rimproverarono ad Orwell una concezione etica o umanistica più che "teoricamente rigorosa" del socialismo. Tuttavia, non solo a tanti anni di distanza queste critiche risultano decisamente datate, ma sembrano del tutto infondate. La concezione orwelliana, infatti non riflette una delle varie "anime" del socialismo, ma costituisce una lettura più che politica dei problemi sociali. Anche se Orwell si è sempre schierato politicamente, al punto di dichiarare di aver scritto "libri senza vita" quando gli era mancata una chiara "intenzione politica" (2), ha sempre sottolineato soprattutto l'intreccio fra il conformismo sociale e le tensioni interne all'individuo. Nel 1948, alle prese con la seconda stesura del suo ultimo romanzo, 1984, uno dei più significativi sul piano politico, Orwell scrisse a George Woodcock di essere convinto che nella vita degli uomini fosse presente una solitudine irriducibile alle circostanze esterne socialmente definite (3); possiamo considerare questa convinzione una prima ed approssimativa indicazione del fatto che nella concezione orwelliana l'uomo non è tanto un animale sociale quanto un individuo inserito in una realtà sociale. Per questo, Orwell non è stato solo (come spesso sembra) uno dei primi intellettuali di sinistra a denunciare lo stalinismo; egli ha da un lato denunciato il totalitarismo nelle sue manifestazioni storiche e nei suoi potenziali sviluppi, e da un altro lato ha descritto con acutezza i fattori che possono rendere le persone complici dell'autoritarismo sociale.

Scopo del presente lavoro è appunto mettere in rilievo come la giustamente riconosciuta lucidità politica di Orwell sia stata sempre ancorata ad una profonda consapevolezza dei conflitti interiori degli esseri umani.

 

 

Note all'introduzione

 

1. P.Lewis, 1981, p.4

2. G.Orwell, Why I Write, CEJL, vol. I, p.30

3. Cfr. G.Orwell, Letter to George Woodcock, in CEJL, vol. IV, p.480


 

Capitolo I

Il totalitarismo contro l'individuo e l'individuo contro se stesso

 

Il totalitarismo non consiste nella semplice negazione delle libertà individuali, ma anche nella capacità di condizionare le persone in modo che esse non desiderino esercitare alcuna libertà. Le opposizioni puramente politiche al totalitarismo erano per Orwell destinate al fallimento nella misura in cui si opponevano solo alle sue manifestazioni più evidenti ed esteriori. Per Orwell gli esponenti della sinistra commettevano l'errore di "essere antifascisti senza essere antitotalitari" (1), sottovalutando o non comprendendo il fatto che il totalitarismo non è violento solo per ciò che nega, ma soprattutto per il suo operare in positivo: "Esso non solo proibisce l'espressione –e talvolta la stessa formulazione- di certi pensieri, ma indica anche cosa si dovrebbe pensare, crea una ideologia per le persone, tenta di governare la loro vita emozionale ed anche di stabilire precisi codici di condotta. (…) Lo stato totalitario tenta in ogni caso di controllare i pensieri e le emozioni dei cittadini almeno quanto controlla le loro azioni" (2).

In questa comprensione profonda delle possibilità di manipolazione psicologica della stato totalitario, va individuata la vera specificità di 1984, il romanzo più famoso di Orwell. Nell'incubo fantascientifico lì descritto, l'autorità dell'Oceania è programmaticamente orientata ad imporre un linguaggio inadatto all'espressione delle potenzialità critiche del pensiero. Cerca quindi di abituare le menti umane alla tolleranza per le contraddizioni logiche che caratterizzano la propoganda politica del Grande Fratello, e cerca di canalizzare l'emotività individuale nelle sole direzioni utilizzabili per la riproduzione dell'ordine sociale. Orwell ha presentato in modo così accurato processi mentali ("bipensiero") e strutture linguistiche ("neolingua") funzionali all'irrazionalismo sociale totalitario, che 1984 è diventato una citazione d'obbligo nei manuali di psicologia sociale e negli studi sulla comunicazione interpersonale.

Finora abbiamo però individuato solo la prima metà della concezione orwelliana del totalitarismo: la tesi secondo cui questo manipola le masse oltre a reprimerle. Orwell ha tuttavia notato anche che gli individui sono effettivamente un terreno fertile sul quale il seme dell'irrazionalismo sociale riesce a svilupparsi. Questa "seconda metà" della concezione orwelliana afferma quindi che il totalitarismo non crea dal nulla gli atteggiamenti gregari, ma li attiva appoggiandosi al terrore inconscio delle persone per la loro autonomia di giudizio e di espressione. In altre parole, i (dis)valori del totalitarismo vengono veicolati dalla manipolazione psicologica delle persone e tale processo è possibile in quanto le persone in qualche misura vogliono proprio questo.

Orwell non ha mai approfondito né discusso le teorie relative alla formazione della personalità; ciononostante ha dimostrato di capire con molta chiarezza varie manifestazioni delle difese caratteriali e di cogliere i modi in cui il potere può utilizzarle per ottenere il consenso. Indicative di tale consapevolezza sono le sue considerazioni relative al fascino esercitato da Hitler sulle masse: "Hitler, in virtù della sua mentalità estranea alla gioia … conosce che gli esseri umani non vogliono solo comodità, sicurezza, orario di lavoro ridotto, igiene, controllo delle nascite e in generale ciò che è sensato desiderare; essi vogliono, almeno di tanto in tanto lotta e sacrifici, per non parlare di tamburi, bandiere e parate. (…) I tre grandi dittatori [Hitler, Mussolini e Stalin] hanno accresciuto il loro potere proprio imponendo intollerabili fardelli ai loro popoli" (3). Quanto all'antisemitismo, Orwell non ha mancato di evidenziare la scarsa efficacia della critica razionale a tale piaga ideologica. Pur non comprendendo fino in fondo le radici psicologiche del fenomeno, egli ha sottolineato che esso ha radici molto profonde che sarebbe errato sottovalutare (4).

Proprio per questo tipo di analisi, la posizione di Orwell è risultata particolarmente scomoda nell'ambito della sinistra dato che presentava gli individui, oltre che come vittime del totalitarismo, come potenziali creatori di esso. Consapevole del proprio isolamento, Orwell non rinunciò a criticare la miopia delle contestazioni puramente esterne al totalitarismo, sostenendo che esse da un lato non colpivano in modo adeguato la propaganda di regime e da un altro lato non prevenivano adeguatamente la possibilità di sviluppi autoritari nell'ambito delle stesse organizzazioni politiche di sinistra.

Orwell sostiene in 1984 che la repressione e la distorsione della sessualità contribuiscono all'irrazionalismo di massa. La "neolingua" introdotta dal Grande Fratello riduceva a due gli elementi del lessico riguardanti il sesso: sesbuono e reasesso. Il primo riguardava la castità e la sessualità procreativa non accompagnata da piacere; il secondo indicava tutte le altre manifestazioni della sessualità. In tale prospettiva, la dimensione sessuale della vita umana veniva negata in blocco in quanto legata al piacere ed ai sentimenti. Orwell ha fornito una spiegazione per tale programma sessuorepressivo, ricorrendo ad una conversazione fra Winston (il personaggio principale del romanzo che gradualmente prende coscienza di sé) e Julia, la sua donna. Le ragioni, per Julia, non stavano solo nel fatto che la sessualità delimitava una sfera d'esperienza inaccessibile al controllo del partito, ma erano più profonde: "l'astinenza sessuale produceva l'isterismo, un fenomeno da favorirsi, perché lo si poteva facilmente trasformare nell'infatuazione per la guerra e nell'adorazione dei capi. (…) C'era un rapporto diretto ed intimo fra l'astinenza sessuale e l'ortodossia politica. In che modo si sarebbero potute mantenere sempre eccitate la paura, l'odio, la folle credulità di cui il Partito abbisognava, nelle persone dei suoi membri, se non coll'imbottigliare un istinto potente come quello del sesso, e sfruttarlo invece, come forza motrice? L'istinto sessuale era un pericolo per il Partito e il Partito l'aveva messo a frutto snaturandolo" (5).

A torto si è detto che nel romanzo alla sessualità è ingenuamente attribuita una potenzialità eversiva che essa non ha, dal momento che la mercificazione del sesso e la liberalizzazione risultano oggi perfettamente compatibili con l'ordine costituito. Orwell infatti attribuisce al Partito un orientamento favorevole alle manifestazioni sessuali sganciate dal coinvolgimento personale: non solo non veniva ostacolata la prostituzione, ma addirittura un'intera sottosezione del Ministero della Verità, detta Pornosez, curava la stampa di basso materiale pornografico destinato ai prolet, lo strato più oppresso della popolazione. Per Orwell, quindi, la repressione sessuale congeniale ad un sistema totalitario non è quindi una forma elementare di moralismo ideologico, ma rientra in un più ampio programma di avvilimento dell'individualità e di impoverimento delle capacità critiche come di quelle emozionali. Con il sesso ed il piacere devono essere paralizzati "tutti i possibili impulsi naturali" (6). Per Orwell, un'intensa e fluida vita emotiva, leggibile nella "grazia" dei movimenti corporei (7), rende possibile un interiore senso di libertà incompatibile con l'ottusa accettazione dell'ordine costituito e dell'irrazionalismo ideologico, mentre la miseria emozionale e sessuale, intuibile dalla rigidità degli atteggiamenti e dalla stessa rigidità muscolare (8), rende gli individui incapaci di sentirsi vivi, interi, e li induce facilmente a sentirsi privi di dignità e bisognosi di appartenere ad un gruppo rappresentato da un'autorità.

La concezione del socialismo espressa da Orwell riflette più l'aspirazione ad un mondo giusto che un'adesione al marxismo o ad una rielaborazione teorica di tale dottrina. Il tempo ha dato ragione ad Orwell sul fatto che il socialismo inteso come prospettiva etico-sociale ha più ragioni del socialismo inteso come teoria "scientifica" delle trasformazioni sociali. Gli ideali di Orwell sono rimasti, mentre le previsioni del materialismo storico non sono state confermate.

Un'altra forte istanza della concezione socialista di Orwell, non radicata nella tradizione marxista, è quella che potremmo indicare come antiriduzionistica: al di là dell'indiscutibile peso dei condizionamenti sociali sulle idee e sugli atteggiamenti personali, un'autentica emancipazione degli individui non può derivare meccanicamente dai cambiamenti sociali ma richiede un processo di maturazione interiore (9).

Ciò che però rende Orwell più che un sensibile moralista è la consapevolezza del fatto che le persone tendono in qualche misura a frenare l'espressione delle loro potenzialità. Anche se questi freni vengono da Orwell concepiti come un semplice dato piuttosto che spiegati intermini psicologici (10), essi sono perfettamente descritti nel loro operare.

Nel corso della vita di Orwell vennero pubblicati vari testi su quesi argomenti. Gli Studi sull'autorità e la famiglia di Max Horkheimer ed altri, furono pubblicati nel 1936 a Parigi, dove l'Institut fur Sozialforschung si era trasferito, e Wilhelm Reich già dalla fine degli anni '20 aveva aperto un dibattito teorico e politico sui rapporti fra repressione sessuale ed autoritarismo sociale. Sebbene Orwell, attribuendo ad O'Brien, in 1984, la tesi secondo cui "gli uomini in massa sono deboli e vili creature che non sanno sopportare la libertà" (11), facesse eco al titolo del libro Fuga dalla libertà di Erich Fromm (già pubblicato allora da sette anni) e sebbene i riferimenti in 1984 all'irrigidimento difensivo (anche muscolare) contro il piacere sessuale facciano venire in mente il concetto reichiano di corazza caratteriale (12), sembra che egli non fosse al corrente di questi sviluppi postfreudiani della psicologia sociale. Ciononostante, la comprensione intuitiva di Orwell delle remore soggettive all'espressione emotiva ed all'esercizio delle capacità critiche si è tradotta in lucidissime descrizioni dei conflitti interiori delle persone. Ciò vale sia per 1984 che per gli altri romanzi, mentre il breve racconto La fattoria degli animali trasmette una immediata conoscenza della psicopatologia dell'autoritarismo che nessun trattato scientifico potrebbe comunicare con la stessa intensità.

Orwell evidenzia il fatto che forti istanze distruttive sono presenti in tutti gli schieramenti politici e che le tendenze irrazionali ed autoritarie possono essere presenti nelle stesse persone politicamente impegnate a favore della democrazia, della libertà e del socialismo. Tuttavia, se pure non ci si può liberare di questo fardello solo con la ragione, occorre considerare come un vero "impegno etico" lo sforzo di controllare tali spinte emotive con una lucida "accettazione della realtà" (13). Per Orwell, è compito specifico dell'intellettuale politicamente impegnato l'uso della ragione contro l'irrazionalismo di massa e contro le componenti irrazionali che in lui stesso possono annidarsi (14).

 

 

Note al capitolo I

 

1. G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol.III, p.273

2. G.Orwell, Literature and Totalitarism, in CEJL, vol.II, p.162

3. G.Orwell, (Review) Mein Kampf by Adolf Hitler, in CEJL, vol.II, p.29

4. Cfr.: G.Orwell, As I Please (11 Febbraio 1944), in CEJL, vol.III, pp.112-115; G.Orwell, (Review) Portrait of the Antisemite by Jean Paul Sartre, in CEJL, vol.IV, pp.511-513; G.Orwell, Antisemitism in Britain, in CEJL, vol.III, pp.378-388; G.Orwell, Notes on Nationalism, in CEJL, vol.III, pp.410-431. In quest'ultimo scritto Orwell include nel concetto di "nazionalismo" (contrapposto alla semplice fedeltà ad una nazione) tutte le varie tendenze irrazionali dell'antisemitismo e dell'autoritarismo politico e religioso.

5. G.Orwell, 1984, pp.159-160

6. Ibidem, p.91

7.Ibidem,p.54

8. Cfr.:Ibidem, p.90 e p.320

9. Cfr.G.Orwell, Charles Dickens, in CEJL, vol. I, p.469

10. Si vedano, sull'argomento, alcune ricerche fondamentali: M.Horkheimer e AA.VV.(1936), E.Fromm (1941), W.Reich (1946), M.Rokeach (1960). In quest'ultimo testo, a p.36, l'autore cita espressamente Orwell facendo notare che la sua descrizione del "bipensiero" coglie in pieno un aspetto fondamentale della "mente chiusa" (intesa come insieme di schemi cognitivi correlati ad un rapporto patologico con l'autorità), e cioè la coesistenza di convinzioni logicamente contraddittorie entro un unico "sistema di credenze".

11. G.Orwell, 1984, p.290

12. Cfr. W.Reich, (1945)

13. Cfr.: G.Orwell, Notes on Nationalism, in CEJL, vol. III, pp.430-431

14. Cfr.: G.Orwell, Letter to Richard Rees, in CEJL, vol. IV, p.539.


 

Capitolo II

L'antiedonismo di Orwell

 

In alcuni scritti Orwell ha considerato l'edonismo come un atteggiamento che porta inevitabilmente a scelte distruttive nei rapporti sociali e ad un impoverimento del progetto esistenziale della persona. In questa lettura di ordine filosofico, sociale e psicologico egli non ha considerato il problema in termini strettamente morali, ma ha discusso la tesi dell'edonismo secondo la quale la ricerca del piacere dovrebbe giustificare le azioni delle persone.

Per Orwell, la ricerca di una felicità individuale e l'impegno sociale volto principalmente all'appagamento dei bisogni implicano la non considerazione di due fatti di grande importanza: a)la felicità è irraggiungibile, b)la ricerca della felicità porta inevitabilmente alla delusione, al nichilismo, alla fuga dall'impegno.

a)L'impossibilità di realizzare una condizione di appagamento dei desideri costituisce la dimensione esistenziale umana e la rende intrinsecamente tragica. Non la rende priva di valore, né priva di piacere, ma tragica in quanto essenzialmente caratterizzata sia dal piacere che dal dolore. La morte e le sue anticipazioni parziali (le varie sofferenze) definiscono l'esistenza umana quanto gli aspetti vitali, piacevoli e creativi. Tutti lo sanno, ma cercano di non farci caso e si stupiscono ogni volta che una sofferenza più intensa di quella prevista si fa sentire. Assumere un progetto di vita positivo, ovvero accettare un impegno per esprimere il meglio di sé, costruire ciò che è possibile ed anche godere ciò che è possibile in una realtà comunque anche dolorosa rende la vita umana un'esperienza creativa piuttosto che un illusorio tentativo di schivare la sofferenza. L'edonismo costituisce quindi la teorizzazione raffinata ed esplicita degli atteggiamenti umani più ingenui. "La maggior parte della gente ottiene una discreta dose di piacere dalla vita, ma tutto sommato la vita è sofferenza e soltanto chi è molto giovane o molto sciocco può essere di opinione diversa"(1)

b)Oltre ad essere superficiale, l'edonismo è anche potenzialmente distruttivo in quanto una vita spesa per "fare" buone esperienze procede con linearità anche nei momenti difficili, mentre una vita spesa per "ottenere" il piacere si trasforma in delusione, insofferenza, rabbia, o scoraggiamento appena non si ottiene il minimo che si pretendeva.

Secondo Orwell il pessimismo di Arthur Koestler (che soppiantò i suoi ideali politici dopo l'involuzione staliniana della rivoluzione sovietica) si spiegava proprio considerando che gli ideali politici di Koestler erano stati affermati sulla base di premesse edonistiche. Dopo la grande delusione, il disimpegno e la rinuncia (2).

Anche gli obiettivi più circoscritti e privi di riferimenti alla società, producono la stessa reazione risentita nel momento in cui l'individuo si scontra con i limiti della realtà. Orwell esamina questa esperienza descrivendo il conflitto interiore di Dorothy, il personaggio principale de La figlia del reverendo: posta di fronte al problema della sofferenza e della morte ella scopre il fallimento dell'edonismo ateo dopo aver rinunciato all'edonismo religioso, cioè all'idea secondo cui la felicità eterna compenserebbe l'infelicità terrena (3).

Per Orwell, l'unico modo per uscire dal senso di fallimento a cui conduce l'edonismo consiste nel rinunciare fin da principio alla felicità, e nel definire il proprio progetto di vita in base ad altri obiettivi: affrontare senza illusioni ma con impegno sia la dimensione quotidiana che quella politica, accettare a priori i limiti dell'esistenza umana ed entro tali limiti accogliere le gioie possibili e costruire le condizioni migliori possibili. "Il problema reale è come ristabilire un atteggiamento religioso unito all'accettazione della morte come meta finale. Gli uomini possono essere felici solo se non assumono che lo scopo della loro vita sia la felicità"(4). Questa posizione orwelliana fa pensare facilmente alle considerazioni fatte in ambito psicologico sulla spontaneità (che è possibile solo se non la si cerca) o alle concezioni orientali secondo cui la felicità possibile è uno stato di coscienza che trascende la logica del desiderio.

Di fatto Orwell aveva una ricchezza emotiva che gli permetteva di accettare i suoi desideri e di desiderare un mondo migliore per tutti, ma aveva anche una solidità emotiva che gli permetteva di convivere con la lucida consapevolezza di ciò che non può essere ottenuto. Una volta accettato il dolore come aspetto inevitabile dell'esistenza Orwell trovava l'entusiasmo per cercare il piacere possibile e per costruire un mondo migliore anche se non perfetto. L'idea di costruire una vita buona anziche pretendere una vita appagante è la chiave di volta del suo anti-edonismo. La logica del fare rimpiazza quella del voler ricevere, l'impegno ad agire rimpiazza la pretesa. Secondo una lettura psicologica, i romanzi di Orwell sono l'espressione letteraria dell'emotività adulta e la descrizione spietata di quella infantile. In altre parole, Orwell è stato un "passionale adulto". Anche i suoi saggi politici includono delle ovvie ma non certo scontate considerazioni su questo tema: l'idea secondo cui anche se tutte le rivoluzioni sono dei fallimenti, non tutti i fallimenti sono uguali (5) e l'idea secondo cui lo scopo del socialismo non è quello di rendere il mondo perfetto, ma di renderlo migliore (6).

Sullo stesso tono, Albert Camus ha voluto ricordarci che l’uomo "può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo" (7). Sul terreno psicologico come su quello sociale si può denunciare il carattere distruttivo dell'ottimismo proprio perché esso distrugge, con la consapevolezza della tragicità dell'esistenza, anche la possibilità di un impegno costruttivo nel momento in cui il dolore ci sorprende, inatteso o più intenso delle nostre previsioni.

Camus afferma che "il senso dell'assurdo non nasce dal semplice esame di un fatto o di un'impressione, ma scaturisce dal paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra un'azione e il mondo che la supera" (8). Per questo consideriamo assurda un'accusa rivolta ad un innocente. Nella sua espressione più ampia, il senso dell'assurdo va quindi riferito per Camus ad un paragone fra due dati di fatto indiscutibili e generali: "ciò che vuole l'uomo e ciò che gli offre il mondo" (9). In questa prospettiva, l'assurdo è la condizione umana nella quale la morte (in tutte le sue sfumature) costituisce la costante negazione totale o parziale del desiderio che accompagna ogni esistenza.

Camus, partendo da questa sofferta analisi della vita individuale, è approdato all'affermazione di valori più che condivisibili: la lucida resistenza ad ogni ideologia consolatoria, l'affermazione della dignità personale, il rispetto per la vita di ogni uomo. Egli capiva bene che se fondiamo la nostra adesione alla vita sull'attesa di un futuro migliore ogni ostacolo ai nostri progetti personali o politici può portarci ad una fuga dall'impegno. L'atteggiamento che Camus riconduce al concetto di "rivolta" è in realtà radicalmente positivo e presuppone il riconoscimento della morte (in tutti i suoi aspetti) nella vita umana.

Questo originale rifiuto dell'ingenuo edonismo avvicina Camus ad Orwell, anche se la filosofia dell'assurdo di Camus ha una debolezza di fondo. L'esistenza umana è "tragica" in quanto è sia appassionante che frustrante, però tale tragicità non è affatto qualificabile come "assurda" in assenza di ulteriori (discutibili) premesse. Il concetto di assurdità ha infatti inequivocabili ambiti di applicazione se collegato ai concetti di "contraddizione" e di "impossibilità". Le dimostrazioni per assurdo mirano ad evidenziare una contraddizione e le falsificazioni empiriche di certe ipotesi mirano a dimostrare l'impossibilità di una loro accettazione. Al di là di queste due accezioni, però, il concetto di assurdo rinvia ad una valutazione arbitraria di come la realtà "dovrebbe essere". Vivere e poi morire non è né contraddittorio né impossibile: è doloroso. Lo stesso può dirsi del desiderare cose belle e sperimentare cose belle ed anche cose orribili. Ciò appare assurdo soltanto per rabbia, per protesta, sulla base di una rigida pretesa di trovare un appagamento. Quando si passa dal "vorrei" al "deve essere", si può giudicare assurda la realtà; di fatto, però.solo tale giudizio è assurdo, nel senso di non giustificabile.

In Camus convivono quindi una componente ribelle, vicina al nichilismo ed un antinichilismo profondo. La sua assurda denuncia dell'assurdità della vita non ha però avuto radici profonde e quindi la dimensione emotiva che ha prevalso in lui è stata positiva e costruttiva. Per questo egli ha potuto vivere una vita intensa ed impegnata sul piano personale, intellettuale e sociale.

E' opportuno fare i conti con la morte intesa in un'accezione abbastanza ampia da includere sia la morte biologica che tutte le altre limitazioni che sono costitutive dell'esistenza: la malattia, l'invecchiamento, l'incapacità di capire, agire e sentire oltre certi limiti, l'impossibilità di realizzare tutti i desideri, l'impossibilità di trascendere la propria soggettività, l'inevitabile confronto con i limiti degli altri, il fatto che ogni persona, cosa, situazione che amiamo allarga l'ambito della nostra vulnerabilità (perché ogni difficoltà relativa ad esse colpisce noi stessi), il fatto che ogni azione giusta è inevitabilmente in qualche misura anche sbagliata, che ogni scelta comporta una rinuncia, e così via. La morte, quindi ci accompagna fin dall'inizio del nostro percorso umano e non ci lascia alcuna possibilità di fuga.

Ciò che rende immuni rispetto al nichilismo è la capacità emotiva di tollerare il dolore che (come il piacere) è uno dei due poli essenziali dell'esistenza umana. Tale capacità emotiva (che fondamentalmente qualsiasi psicoterapia cerca di recuperare) rende possibile il non avvilimento di fronte alle difficoltà e l'impegno volto a costruire quanto di meglio è possibile.

Orwell è riuscito a convivere con la consapevolezza della tragicità dell'esistenza umana e quindi ha potuto sia impegnarsi positivamente (e senza alcun ottimismo illusorio) nella vita che comprendere e descrivere i processi interiori attraverso i quali le persone rinunciano ad affrontare la realtà. Nei suoi saggi giornalistici e nelle sue opere letterarie non afferma che "l'uva è acerba"; sostiene invece che è troppo in alto, che resta desiderabile anche se non può essere raggiunta, che nonostante ciò possiamo cercare di trovare con pazienza e coraggio ciò che è alla nostra portata.

Orwell ha riconosciuto che un acuto senso di fallimento, di solitudine e di infelicità ha permeato la sua infanzia (10). Ciò che merita di essere notato è il fatto che Orwell sia riuscito ad elaborare la sua storia personale in termini positivi. Pur essendo estraneo all'orizzonte culturale della psicologia e della psicoanalisi (11), è stato uno dei più perspicaci analisti dei meccanismi difensivi manifestati dalle persone, e dell'irrazionalità presente a livello sociale sia nelle organizzazioni che nelle ideologie.

I temi più cari ad Orwell sono sempre stati quelli psicologici e filosofici relativi al modo di affrontare il dolore, alle difese individuali rispetto alla sofferenza e all'irrazionalità di tali difese. Egli ha ammesso di essere stato condizionato dalle drammatiche vicende politiche del suo tempo a diventare un saggista ed un polemista (12). Ha tuttavia cercato di portare nel suo impegno politico la sua consapevolezza della vita interiore delle persone e di capire in modo acuto e originale i rapporti fra irrazionalità sociale e individuale. In questo senso, 1984 è un'opera fondamentale che si collega sia ai romanzi centrati sui conflitti personali, sia ai saggi di denuncia politica.

 

 

Note al capitolo II

 

1. G.Orwell, Lear, Tolstoj and the Fool, in CEJL, vol. IV, p.344

2. Cfr.: G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol. III, pp.270-282

3. Cfr.: G.Orwell, La figlia del reverendo, pp.348-351

4. G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol. III, p.281

5. Ibidem, p.282

6. Cfr.: G.Orwell, As I Please (24 Dicembre 1943), in CEJL, vol. III, pp.81-84

7. A.Camus, (1951), p.331

8. A.Camus, (1942), p.30

9. Ibidem, p.31.

10. Cfr.: G.Orwell, Why I Write, in CEJL, vol. I, pp.23-30

11. Cfr.: R.Rees (1961), pp.12-13 e pp.145-146.

12. In Why I Write (citato), Orwell chiarisce (pp.26-28) di essere stato quasi costretto dalle circostanze (ovvero dal fatto di vivere in un periodo così tragicamente sconvolto da eventi politici) a diventare un saggista ed un polemista e dichiara che per sua natura avrebbe preferito scrivere su altri temi a lui più congeniali, pur avendo comunque cercato di fondere tali sue "due anime" nel tentativo di rendere arte la sua trattazione di temi sociali.


 

Capitolo III

Quattro personaggi

 

Ambientato nei luoghi in cui Orwell aveva prestato servizio nella plizia imperiale, Giorni in Birmania è il primo romanzo di Orwell ed ha come centro di interesse la coscienza tormentata di John Flory, commerciante di legname, il cui stato di decadimento interiore si traduce nella indecisione cronica di fronte alle scelte di vita. E' un individuo pienamente consapevole del fatto che tutta la retorica della colonizzazione civilizzatrice copre semplicemente una politica di sfruttamento, ma a differenza del giovane Orwell che, nella realtà lasciò la Birmania per costruirsi una vita compatibile con le idee ed i principi in cui credeva, il personaggio del romanzo, si trascina con rassegnazione anno dopo anno in un mondo che combatte solo col disprezzo, senza fare le scelte che produrrebbero la perdita di alcuni modesti privilegi. Flory, sempre sul punto di sbottare, è abituato a ricacciare in gola qualsiasi frase in cui la parola "io" significherebbe davvero qualcosa. Solo nei colloqui col dottor Veraswami, medico indigeno profondamente devoto all'inghilterra e convinto degli effetti benefici del colonialismo, egli si abbandona a periodiche, quasi rituali, lamentele sull'ingiustizia e sull'ipocrisia britanniche. Tali contestazioni sono però assolutamente inconcludenti perché celebrate nel segreto; sono uno sfogo che non prelude ad alcun comportamento pubblico capace di incrinare la solidarietà di facciata con gli altri bianchi della comunità.

Flory si trascina tra il lavoro, le conversazioni superficiali con ottusi militari, commercianti o amministratori locali, le periodiche ubriacature, gli occasionali incontri con una disprezzata amante indigena e gli sfoghi verbali con l'amico Veraswami.

L'incontro con una donna, Elisabetta, nipote di un amministratore di una societàdi legnami del luogo, sembra scuotere Flory dal suo torpore. Ella è però una giovane a caccia di marito, non meno razzista di ogni inglese medio catapultatosi in Birmania per avere vantaggi più difficilmente ottenibili in Inghilterra. Elizabeth adora ciò che Flory detesta ed è distante da lui al punto da non sospettare nemmeno il tipo di distanza esistente fra i loro pensieri. Pur trovandosi spesso vagamente a disagio con Flory, si sente in certe ocasioni attratta da alcune sue qualità, o meglio da qualità che sulla base di certi fraintendimenti finisce per attribuirgli.

Impacciato, timido, sempre esitante, reso tale anche dal timore di risultare repellente per una voglia che deturpa il suo viso (simbolo della sua diversità dagli altri individui integratisi nell'ambiente sociale), Flory sogna una donna presso la quale rifugiarsi e da cui sentirsi accettato per quel suo mondo interiore troppo difficile da esporre all'ottusità ed alla prepotenza delle altre persone. Egli non cerca una donna da amare e da cui essere amato, ma cerca una donna che lo salvi. Come tutte le persone che nella vita scommettono sulla sicurezza e si aggrappano alle illusioni, Flory è destinato a fallire. Orwell presenta il progressivo compiersi di tale disastro fino al suicidio. Il filo conduttore del racconto è quindi costituito dall'analisi delle conseguenze distruttive dell'atteggiamento rinunciatario del personaggio. Ciò che accomuna Flory a vari altri personaggi dei romanzi di Orwell è infatti la paura di accettare e manifestare le convinzioni e le emozioni più profonde.

 

Dorothy Hare, la figlia del reverendo Charles Hare, rettore della parrocchia di St.Athelstan, viene descritta fin dalle prime pagine del secondo romanzo di Orwell come una donna infelice ma aggrappata a poche solide certezze; ella vive esclusivamente in funzione di un piccolo universo chiuso che ha come centro la parrocchia del padre. Questo universo ha le caratteristiche di una roccaforte capace di proteggere dal mondo esterno, da cui Dorothy si sente costantemente minacciata.

Il racconto, scritto come il precedente in terza persona, si sviluppa fino al raggiungimento di una possibilità di salvezza del personaggio e si conclude con la rinuncia all'utilizzazione di tale opportunità e con il ritorno alla rassicurante prigione quotidiana. Anche se, come nel precedente romanzo, alcune inopportune intromissioni dell'autore rallentano lo sviluppo drammatico della narrazione, la descrizione degli eventi è rigorosamente subordinata all'approfondimento del conflitto psicologico del personaggio principale.

In Dorothy, il conflitto fra espressione emotiva ed autocontrollo è presentato come conflitto sessuale, ovvero come negazione costante della sessualità. Molti comportamenti bizzarri del personaggio costituiscono distrazioni da qualsiasi possibile eccitazione emotiva o sessuale, oppure forme di autopunizione giustificate da ipotetici "peccati". Alla base di tutto ciò sta il terrore del contatto, del piacere. Il desiderio sessuale, in Dorothy non arriva ad essere un vero stato di eccitazione ma viene bloccato appena si manifesta come idea o fantasia disturbante. Il contatto fisico è inteso da Dorothy come un pericolo da prevenire perché potrebbe scatenare reazioni incontrollabili, anche se di fatto quanto mai remote.

Dorothy aveva rinunciato a sposarsi solo per paura delle "conseguenze intime" di tale passo; nel racconto perde la memoria (non a caso) dopo un esplicito approccio seduttivo nei suoi confronti; anche nello stato di coscienza alterato successivo all'amnesia , respinge il corteggiamento di un coetaneo divenuto suo compagno di viaggio; infine, di fronte ad una chiara proposta di matrimonio, Dorothy si nega e decide di tornare alla vita di parrocchia pur avendo perso la fede. Non è infatti una incompatibilità nelle convinzioni con il possibile marito a giustificare il suo rifiuto, ma semplicemente la mascolinità di quest'ultimo.

Il fatto che Orwell metta Dorothy nella condizione di scegliere fra matrimonio e vita in parrocchia dopo la perdita della fede e che faccia optare il personaggio del suo romanzo per una castità non giustificata da alcuna convinzione, indica una chiara decisione di descrivere un conflitto di tipo psicologico piuttosto che ideologico. Orwell era infatti convinto che le idee delle persone fossero spesso la parte più superficiale di profonde realtà emotive: "Le convinzioni cambiano, i pensieri cambiano, ma esiste qualche intima parte dell'anima che non cambia" (1).

Come Flory, anche se in modo diverso, Dorothy perde la sua occasione di vivere la propria vita e sceglie di soffocare la spontaneità, le convinzioni personali, i desideri adulti.

 

Gordon Comstock, personaggio principale del romanzo Fiorirà l'aspidistra, rappresenta un altro caso di fallimento individuale. Per la sua ostinazione a vivere in modo autodistruttivo ed a razionalizzare tale comportamento con confuse ideologizzazioni, più che suscitare compassione (come Flory o Dorothy), Gordon conduce il lettore all'irritazione. A volte fa anche sorridere, ma sempre da lontano.

Il racconto è scritto in terza persona ed è coerentemente sviluppato da un unico punto di vista, quello del personaggio principale. E' uno dei racconti in cui Orwell si inserisce di meno con commenti e digressioni ed in cui maggiormente trasmette le sensazioni, oltre che le idee del personaggio.

Ultimo membro di una famiglia numerosa di falliti, unico figlio maschio di uno dei tanti figli dell'unico Comstock che aveva generato e si era arricchito, Gordon rappresenta per il padre, la madre e la sorella l'ultima possibilità di salvezza di fronte all'estinzione biologica ed al decadimento sociale della famiglia. Ma egli, a dispetto della missione affidatgli (arricchirsi e procreare) sviluppa un atteggiamento ribelle nei confronti della società che disprezza in quanto dominata dal denaro e dal conformismo. Il suo atteggiamento è ribelle e non realmente critico perché non è costruttivo né sul piano personale né su quello sociale. Non emerge da un'intenzione positiva di cambiamento, ma è un semplice lamento prolungato. A nulla servono le considerazioni dell'amico Ravelston, che si sforza di ricondurre ad un progetto politico le inconcludenti proteste di Gordon. Di fatto le accuse di Gordon alla società sono puramente pretestuose e razionalizzano la sua insoddisfazione personale. Gordon, infatti, pur rifiutando il dio denaro al punto di rinunciare ad una vita minimamente confortevole, di fatto non è interiormente indipendente dai valori borghesi: si vergogna a farsi offrire una cena dall'amico benestante e a dividere con la fidanzata le spese di un week-end trasorso in sua compagnia. Il suo solenne rifiuto del conformismo, politicamente inconsistente e ideologicamente rigido deriva infatti da un conflitto emotivo irrisolto.

Gordon si licenzia da un impiego nel reparto contabilità di un'azienda e si licenza da un'agenzia pubblicitaria in cui il suo lavoro di copywriter era molto apprezzato e ben remunerato. Si ribella all'idea di trascorrere la vita ad inventare frasi adatte a pubblicizzare prodotti commerciali. Si considera un poeta e vuole vivere scrivendo. In realtà scrive poco e pubblica ancor meno. Nei suoi versi, fondamentalmente si lamenta, protesta. Esprimendo la sua insoddisfazione interiore cerca di alimentare un'immagine irrealistica e grandiosa di sé. Per sentirsi artefice della propria vita ed indipendente dagli altri, diventa semplicemente artefice della propria catastrofe. Ormai prossimo al punto di non ritorno, reagisce positivamente ad un'occasione imprevista: Rosemary, la fidanzata, aspetta un figlio. Da solo Gordon non sarebbe uscito dalla sua palude, ma una spinta esterna consente alla sua parte vitale di raccogliere le energie residue e di impiegarle costruttivamente. Ridimensiona la sua immagine di sé (sentendosi più liberato da un peso che sconfitto) e getta via gli appunti che mai sarebbero diventati il poema a cui pensava continuamente da due anni.

Il racconto, tuttavia non procede verso un inequivocabile lieto fine, e suggerisce piuttosto che le chiusure emotive non vengono superate così facilmente; in genere vengono semplicemente trasformate in chiusure di altro tipo. Gordon aveva sempre considerato l'aspidistra, la tipica pianta delle famiglie inglesi, come il simbolo del perbenismo, dell'ordine domestico, dei valori borghesi che tanto detestava. Ora, nella nuova casa in cui Rosemary è semplicemente felice di vivere con lui, Gordon vuole a tutti i costi anche un'aspidistra: egli vuole così onorare simbolicamente l'ordine sociale in cui si è inserito diventando padre e ritornando al vecchio lavoro pubblicitario. Egli, quindi interrompe la ribellione sterile e il vittimismo, ma interrompe anche qualsiasi atteggiamento critico nei confronti della società. Non sarà più un inquieto "poeta", ma sarà un conformista. Non sarà comunque Gordon, semplicemente un uomo. L'ultimo dei Comstock ora è il figlio di Gordon, e ci è possibile immaginare per lui un futuro migliore. Restiamo però solo con la certezza che nella famiglia Comstock qualcosa comunque continua ad accadere.

 

Il centro tematico del quarto romanzo di Orwell, Una boccata d'aria, è ancora una volta costituito dal conflitto fra il bisogno di autoespressione e gli atteggiamenti difensivi. Tuttavia, se potevamo solo immaginare le potenzialità (inespresse) di Flory, Dorothy e Gordon, abbiamo la possibilità di conoscere direttamente la vitalità e la sensibilità umana di George Bowling, che è il personaggio principale di questo romanzo.

George Bowling, detto anche Fatty Bowling per via della sua obesità, è un funzionario quarantenne di una società di assicurazioni che conduce un tipo di vita molto comune fra le persone della sua età e del suo ambiente sociale. Egli condivide la routine famigliare con una moglie che ha deciso di perdere il suo fascino e con dei figli che spesso sono egoisti e seccatori. Abita in un quartiere in cui centinaia di persone vivono in case quasi identiche lo stesso tipo di grigiore. Orwell è severo nel tratteggiare la quotidianità di tante persone che si sono impegnate ad essere normali dimenticando tutti i loro sogni.

George Bowling è psicologicamente ed intellettualmente un "uomo medio" di mezza età, ma con quel tanto di sensibilità che gli permette di comprendere i propri limiti e quelli del mondo in cui si è perfettamente inserito. Il racconto descrive la maturazione e l'attuazione di una (temporanea) rottura delle regole di questo gioco. Tale rottura non consiste in un radicale capovolgimento della situazione, che risulterebbe peralto poco credibile, ma in una piccola apertura interiore profondamente sentita ed espressa. Orwell ha la delicatezza di farci sperimentare le sensazioni soggettive di una intensa "rivoluzione interiore" coinvolgendoci in una trasgressione incredibilmente modesta sul piano pratico. George Bowling non fa altro che nascondere alla moglie un'entrata extra di diciassette sterline e decide poi di spenderle da solo dedicandosi alla pesca presso un laghetto a lui familiare quando era bambino.

Il racconto è condotto in prima persona ed è essenzialmente un continuo flusso di ricordi, sensazioni e pensieri del personaggio-narratore. Nonostante Orwell considerasse l'uso della prima persona una pecca in termini di tecnica narrativa, ha mostrato in questo romanzo di raggiungere risultati letterariamente superiori a quelli dei precedenti ed anche molto apprezzabili. Focalizzando tutto il racconto su una vicenda così definita e banale come una scappatella al paese d'origine, riesce (senza risultare didattico o speculativo) a trasmetterci l'esperienza di una profonda e positiva apertura al contatto con la natura, le persone, la vita dentro e fuori di noi. Se volessimo sapere cos'ha provato un uomo che ha sconfitto la paura, la rassegnazione o l'indifferenza, potremmo trovare in molte biografie o in racconti relativi a situazioni drammatiche molti spunti adatti a farci riflettere. Tuttavia, potremmo anche leggere la storia di Fatty Bowling che torna a pescare in un remoto laghetto e scopriremmo egualmente l'intensità dei sentimenti che accompagnano l'esperienza del cambiamento, della liberazione, della scoperta di se stessi. Un'esperienza breve come un battito d'ali prima del ritorno alla normalità, ma pure capace di illuminare una vita dedicata alla ricerca illusoria della sicurezza.

Anche in questo racconto la vicenda individuale si sviluppa in un ambiente ben definito ed esplicitamente interpretato. La guerra è alle porte e Orwell non nasconde la sua opposizione ai valori del ceto medio e soprattutto alla follia nazista. Anche questa volta, tuttavia, Orwell cerca non tanto di mettere a fuoco una problematica sociale, quanto di analizzare l'intima lotta di un individuo che desidera uscire dai consueti schemi di comportamento per ritrovare la propria verità.

In questo racconto è il tempo, il passare del tempo, che costituisce l'elemento esterno solidale con i freni interiori. George Bowling ritorna in un paese che il tempo ha letteralmente sconvolto. Le case a lui note sono state demolite, interi quartieri sono sorti dal nulla, molte persone sono morte o andate a vivere altrove e lui non è riconosciuto dai pochi "superstiti" che peraltro appena riconosce. Il laghetto è scomparso: è stato trasformato in un punto di raccolta dei rifiuti. Il cambiamento, (che nei progetti si riduceva comunque ad un'avventura davvero modesta), viene realizzato solo interiormente: George Bowling non realizza il progetto iniziale, ma proprio accettando incondizionatamente il desiderio di libertà che lo animava, cambia in qualche modo la propria vita.

Senza dubbio in superficie la nostalgia costituisce il perno attorno al quale ruotano gli avvenimenti del romanzo: nostalgia per l'infanzia e per il mondo ad essa corrispondente, il mondo senza radio, senza schedari, violenza, guerra. La nostalgia però di per sé è ambigua, perché può significare un recupero di esperienze personali, ma può anche implicare il rifiuto di essere attivi ed aperti al presente. George Bowling non mostra questo secondo tipo di nostalgia, che anzi coglie e disapprova nel comportamento del vecchio Porteus, un professore rifugiatosi nello studio del mondo classico per non affrontare il mondo in cui realmente esiste. La nostalgia di Bowling è semplicemente nostalgia di una vita di comunità in cui le persone non sono numeri.

Il viaggio di George Bowling matura in seguito ad alcuni fatti e pensieri: l'impressione di invecchiare ed il timore di una guerra. La sua ricerca del passato è una ricerca della vitalità: procede contro la morte, non contro il futuro. E in tale procedere egli ritrova le emozioni, l'entusiasmo, la forza che si era abituato a non esercitare perché il suo ruolo sociale contemplava un copione d'altro tipo. Forzando il suo ordine mentale e comportamentale, forzando cioè gli atteggiamenti difensivi che lo proteggono ma che pure lo imprigionano, George Bowling ritrova l'armonia fra le emozioni che sgorgano dentro di sé e la vita dell'intero universo: "Quello che sentivo è così insolito, oggi, che dirlo sembra una follia. Mi sentivo felice. (…) Dite pure, se volete che era soltanto perché era il primo giorno di primavera. Effetto stagionale sugli ormoni o che so io. Ma c'era qualcosa di più. (…) Mi alzai e posi il mazzolino di primule sul cancello. Poi, d'impulso, mi sfilai la dentiera e le diedi un'occhiata. (…) Ma la cosa che mi colpì mentre davo un'ultima occhiata alla protesi prima d'infilarmela in bocca di nuovo, fu che non importa nulla. Neppure i denti finti importano. Sono grasso, sì. Sembro il fratello mal riuscito di un contabile, sì. Nessuna donna verrà più a letto con me, se non la pago, lo so. Ma vi dico che non me ne importa. Non voglio donne, non vogliio nemmeno tornar giovane. Soltanto essere vivo. Ed ero vivo nel momento in cui guardavo le primule e la brace rossa sotto la siepe. E' una sensasione interna, una sensazione pacifica, che tuttavia mi brucia come una fiamma" (2).

Questa conquista è solo interiore e temporanea. Nella realtà esterna i rifiuti hanno cancellato il lago, ed in seguito George Bowling si riadatterà alla moglie ed alla routine in cui non c'è posto per quello che ha scoperto nel suo viaggio. Egli, come personaggio, non è destinato a cambiar vita, ma a prendere "una boccata d'aria".

Per Orwell, in Flory, Dorothy, Gordon e George Bowling, come in milioni di esseri umani, qualcosa scorre interiormente, ma in qualche misura viene comunque frenato. In tale misura non diventa consapevolezza e azione creativa, costruttiva. George Woodcock ha giustamente messo in evidenza il contrasto fra la passività dei personaggi di Orwell e l'atteggiamento attivo mostrato dallo scrittore in una vita dedicata all'impegno (3). Ai personaggi capita qualcosa oppure, quando tentano di cambiare la loro vita, falliscono o realizzano solo una minima parte di ciò che vorrebbero. Per Woodcock, Orwell sembra suggerire con ciò che il tentativo di vivere conta comunque più della rinuncia. Tuttavia, l'opposizione fra scrittore e personaggi forse dice qualcosa sul modo in cui Orwell ha affrontato le proprie inclinazioni profonde all'autocompiacimento, all'isolamento, alla chiusura e sul modo in cui ha superato queste tendenze ammettendo il proprio coinvolgimento con le persone e la vita. Proprio coinvolgendosi con gli altri, accettando di essere parte di un mondo imperfetto ed impegnandosi intellettualmente ed anche praticamente Orwell ha "rinunciato alle rinunce", ha cioè evitato la sicurezza del distacco ed ha accettato di sperare senza illudersi, di soffrire e gioire. Ha in altre parole cercato di spendere la sua vita anziché "risparmiarla".

 

 

Note al capitolo III

 

1. G.Orwell, La figlia del reverendo, pp.347-348

2. G.Orwell, Una boccata d'aria, pp.203-204

3. Cfr.: G.Woodcock, Prose Like a Window-Pane, p.167, in R.Williams –Editor- (1974).


 

CAPITOLO IV

L'altro Orwell

 

La critica è sostanzialmente unanime nel ricondurre la riflessione orwelliana ad una fondamentale indignazione per i "tre mali" della società contemporana: il classismo, l'oppressione e la miseria (1). Secondo Alex Zwerdling tale sensibilità ai problemi sociali starebbe alla base della stessa sperimentazione di differenti generi letterari; infatti, prima di approdare al romanzo fantastico Orwell, cercando "di rendere arte lo scrivere di argomenti politici … aveva usato il romanzo documantario ed il romanzo realistico per mostrare i mali della società in cui viveva" (2).

L'impegno politico di Orwell, ovviamente è indiscutibile, come pure la scelta dell'autore di trasmettere la sua sensibilità per le questioni sociali anche in romanzi centrati sull'analisi dei conflitti interiori. Inoltre, opere letterarie come La fattoria degli anaimali e 1984 sono state concepite proprio per denunciare il totalitarismo. Resta il fatto, però, che Orwell non ha denunciato semplicemente gli aspetti più grossolani e tangibili di società autoritarie del passato, del presente o del futuro, ma soprattutto "le implicazioni intellettuali del totalitarismo" (3). E, come ho già sottolineato tali implicazioni riguardano sia le idee irrazionali, che le modalità rigide del pensare e del comunicare e le chiusure emozionali, ovvero tutta la dimensione psicologica.

Pochi fra gli studiosi di Orwell hanno riconosciuto che la la sensibilità di Orwell andava oltre il piano sociale e politico. Bernard Crick afferma che se anche l'opera di Orwell "non è stata sempre direttamente politica sul piano degli argomenti affrontati ha sempre rivelato una consapevolezza politica" (4); più esplicitamente Keith Aldritt ha sostenuto che la concezione politica è stata in Orwell creata e sostenuta dalla volontà e da una forte istanza morale. In tal modo George Orwell avrebbe forzato Eric Blair, fondamentalmente incline a cogliere gli elementi di crisi nell'esistenza individuale, in accordo con la tendenza più diffusa fra gli scrittori del tempo (5).

I dibattiti ed i saggi su Orwell pubblicati su riviste specializzate come su periodici "di largo consumo" hanno spesso concentrato l'attenzione sui pregi ed i limiti della "profezia orwelliana" (nonostante 1984 non fosse stato concepito come una profezia) ed in alcuni casi Orwell è stato un pretesto per affermare specifiche tesi politiche. Ma anche nei contributi più apprezzabili in quanto analisi complessive dell'opera di Orwell, la riconduzione dell'impegno umano e letterario di Orwell alla problematica sociale è risultata quasi unanime. Ad esempio, riconoscendo che Orwell "è anche uno scrittore al quale sarà bene rivolgersi in maniera diversa che ad un dirigente di partito o a un teorico della prassi" (6), Stefano Manferlotti ritiene che il "problema di Orwell" sia fondamentalmente "una crisi di identità che nasce dal rifiuto dell'ideologia della propria classe di appartenenza" (7). Egli sottolinea quindi l'esistenza di costanti formali nei romanzi di Orwell riconducibili ad una loro omogeneità tematica: "Flory, antiimperialista, è un agente dell'imperialismo; Dorothy Hare, che si oppone all'alienazione religiosa è bigotta e figlia di un parroco; Gordon Comstock, contestatore della società dei consumi è un agente pubblicitario e così via, fino a George Bowling di Coming Up for Air che tenta una distruzione dei miti piccolo-borghesi ed è un assicuratore. La critica di un particolare aspetto del sistema, se formulata da chi ne subisce direttamente gli effetti, serve non solo a dare oggettività alla narrazione, rendendola 'realistica' ma anche a rendere ugualmente oggettivo il giudizio negativo emesso dal personaggio. Ciò che, in ultima analisi, interessa ad Orwell è infatti proprio il giudizio finale, lo smascheramento dei miti e dei riti del mondo moderno" (8). Sempre presupponendo un'uniformità tematica di tipo sociale, anche Peter Lewis evidenzia una costante nella struttura dei romanzi di Orwell: "il ribelle o l'emarginato che tenta di evadere da una società ostile e monolitica al fine di trovare una vita più semplice adatta a lui, e che finisce per essere forzato ad occupare nuovamente il posto assegnatogli dal sistema" (9).

Queste interpretazioni, corroborate da alcuni elementi indiscutibili, restano comunque riduttive proprio perché, come ho cercato di chiarire nel capitolo precedente, i personaggi dei romanzi citati pur essendo collocati in un ambiente che l'autore descrive in modo non politicamente neutrale, non sono in realtà presentati come rappresentanti di una particolare ideologia. In Flory ed in Gordon le affermazioni politiche sono semplici chiacchiere o ruminazioni mentali che evidenziano più il disagio psicologico dei personaggi che le contraddizioni sociali. A leggere i pensieri di Gordon Comstock viene voglia di diventare conservatori. Anche Dorothy non manifesta una reale opposizione all'alienazione religiosa e George Bowling non intende minimamente attaccare i miti della borghesia, ma semplicemente sottrarvisi per un po' perché li sente soffocanti. Inoltre tali personaggi non tentano realmente di evadere da un certo tipo di società, ma tentano più che altro di evadere dalle loro chiusure che sono essenzialmente psicologiche.

In tutt'altra direzione Giovanni Zanmarchi evidenzia nei romanzi di Orwell un filo conduttore non riconducibile all'affermazione di valori ed ideali politici. Secondo Zanmarchi, "se ci si concentra soltanto sui lati immediatamente politici e sociali della sua produzione si rischia di perdere di vista il centro effettivo della sua tematica: la preoccupazione, direi addirittura l'ossessione, di conoscere la realtà oggettiva delle cose (10). Per questo, "Le decisioni di affrontare la povertà tra i vagabondi di Parigi e Londra, di scendere in fondo alle miniere di carbone del Lancashire, di arruolarsi nella milizia del P.O.U.M., probabilmente anche quella di andare in Birmania … furono prima di tutto un tentativo di entrare in contatto con l'essenza della realtà, di conoscerla, di sentirla"(11). Zanmarchi sviluppa questo tipo di analisi in maniera convincente, riconducendo ad essa l'attenzione di Orwell per il linguaggio e persino il significato da questi attribuito al passato. Tuttavia, questa sofferta tensione verso il contatto con la realtà (esterna) si spiega proprio come estensione di un più originario bisogno di contatto con "realtà interna".

Possiamo quindi affermare che il "secondo Orwell" (quello che "completa" il giornalista ed il polemista politicamente impegnato) è un acuto e partecipe osservatore delle difficoltà che gli esseri umani incontrano nel rapporto con loro stessi. Se Orwell-politico denuncia i modi in cui il capitalismo e qualsiasi forma di totalitarismo possono impedire alle persone di realizzare le loro legittime aspirazioni, l'altro Orwell descrive i modi in cui le persone nascondono a se stessi ed agli altri i loro desideri ed i sentimenti più profondi, riducendo così l'intensità della loro esperienza umana.

 

 

Note al capitolo IV

 

1. Cfr.: S.Hynes, Introduction, p.6, in S.Hynes –Editor-(1971)

2. A.Zwerdling, Orwell and the Techniques of Didactic Fantasy, p.89, in S.Hynes –Editor- (1971)

3. G.Orwell, Letter to Roger Senhouse, in CEJL, vol. IV, p.520.

4. B.Crick (1982), p.16

5. Cfr.: K.Alldritt (1969), pp.176-177

6. S.Manferlotti (1979), p.6

7. Ibidem, p.7

8. Ibidem, pp.62-63

9. P.Lewis (1981), p.16

10. G.Zanmarchi (1975), p.125

11. Ibidem, p.128


 

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