L'altro
Orwell
(2000)
INDICE
Introduzione
I. Il totalitarismo contro l'individuo e l'individuo
contro se stesso
II. L'antiedonismo di Orwell
III. Quattro personaggi
IV. L'altro Orwell
Bibliografia
George Orwell (1903-1950), il cui
vero nome era Eric Arthur Blair, nacque a Motihari, nel Bengala, dove il padre
era impiegato nell'Indian Civil Service. Lì trascorse la sua infanzia
fino al 1907, anno in cui si trasferì con la famiglia in Inghilterra.
Fin da bambino pensò di diventare
scrittore e, in seguito, collegò questa sua iniziale aspirazione al senso di
isolamento ed all'impressione di essere sottovalutato che lo accompagnarono
fino all'adolescenza. Particolarmente dolorosa fu per lui la permanenza presso
il collegio di St.Cyprian a cui fu iscritto nel 1911. Conclusi gli studi nella
prestigiosa Public School di Eton, alla quale era stato ammesso con una
borsa di studio, rinunciò agli studi universitari per arruolarsi nella Indian
Imperial Police in Birmania e nel 1929, dopo circa cinque anni di servizio
si congedò e ritornò in Europa per iniziare la sua carriera di scrittore.
Per molti anni scrivere romanzi non
gli diede alcuna sicurezza economica e solo nel 1945, con la pubblicazione de
La fattoria degli animali, raggiunse una fama internazionale ed anche una
tranquillità finanziaria che gli permise di scrivere esclusivamente quello che
voleva. Negli anni precedenti, infatti, si era guadagnato da vivere svolgendo
del lavoro giornalistico per varie riviste e curando trasmissioni per la BBC;
ancor prima aveva fatto il lavapiatti a Parigi, era stato commesso di libreria
a Londra, aveva insegnato presso scuole private, aveva gestito per un breve
periodo un negozio, era stato bracciante nei campi di luppolo ed aveva persino
vagabondato con i mendicanti.
Questo elenco di attività è
indicativo non solo della precarietà economica che Orwell, come molti
scrittori, sperimentò agli inizi della carriera letteraria, ma anche di un
interesse personale a condividere, a sperimentare personalmente le condizioni
di vita degli strati sociali più umili. Si è detto molto a proposito del
"senso di colpa" maturato dal giovane Orwell, poliziotto imperiale,
nei confronti delle vittime dell'imperialismo e più in generale maturato, per
via della sua provenienza dal ceto medio, nei confronti del proletariato e
degli emarginati. Egli stesso ha spiegato nel libro La strada di Wigan Pier
questo suo abbassarsi al livello degli "infimi fra gli infimi" come
bisogno di "espiare" e di conoscere dall'interno l'altra faccia del
mondo, quella in cui non era nato. Tuttavia, come opportunamente Peter Lewis ha
messo in evidenza, sembra "più plausibile vedere questi eventi come una
serie di deliberate fughe dai modelli prevedibili della vita inglese" (1).
L'itinerario personale di Orwell non è infatti comprensibile solo in funzione
di conflitti psicologici ideologizzati, ma soprattutto, in positivo, come
ricerca di esperienze e valori incompatibili con le certezze, gli schemi ed i
valori socialmente istituiti. Orwell non fu solo distante dall'orizzonte
ideologico della borghesia ma anche dai dogmi e dai conformismi degli ambienti
di sinistra; in generale si oppose a tutti i modelli di pensiero e di comportamento
adatti ad occultare i bisogni e le aspirazion umane più profonde.
L'assidua analisi dei miti della
borghesia e la sofferta comprensione dei drammi degli sfruttati e dei poveri
segnarono in maniera evidente il percorso interiore ed intellettuale di Orwell,
ma nonostante i continui riferimenti al piano politico, questi non ridusse mai
il suo impegno esclusivamente a tale piano.
Molti critici di sinistra
rimproverarono ad Orwell una concezione etica o umanistica più che
"teoricamente rigorosa" del socialismo. Tuttavia, non solo a tanti
anni di distanza queste critiche risultano decisamente datate, ma sembrano del
tutto infondate. La concezione orwelliana, infatti non riflette una delle varie
"anime" del socialismo, ma costituisce una lettura più che
politica dei problemi sociali. Anche se Orwell si è sempre schierato
politicamente, al punto di dichiarare di aver scritto "libri senza
vita" quando gli era mancata una chiara "intenzione politica"
(2), ha sempre sottolineato soprattutto l'intreccio fra il conformismo sociale
e le tensioni interne all'individuo. Nel 1948, alle prese con la seconda
stesura del suo ultimo romanzo, 1984, uno dei più significativi sul
piano politico, Orwell scrisse a George Woodcock di essere convinto che nella
vita degli uomini fosse presente una solitudine irriducibile alle circostanze
esterne socialmente definite (3); possiamo considerare questa convinzione una
prima ed approssimativa indicazione del fatto che nella concezione orwelliana
l'uomo non è tanto un animale sociale quanto un individuo inserito in
una realtà sociale. Per questo, Orwell non è stato solo (come spesso sembra)
uno dei primi intellettuali di sinistra a denunciare lo stalinismo; egli ha da
un lato denunciato il totalitarismo nelle sue manifestazioni storiche e nei
suoi potenziali sviluppi, e da un altro lato ha descritto con acutezza i
fattori che possono rendere le persone complici dell'autoritarismo sociale.
Scopo del presente lavoro è appunto
mettere in rilievo come la giustamente riconosciuta lucidità politica di Orwell
sia stata sempre ancorata ad una profonda consapevolezza dei conflitti
interiori degli esseri umani.
1. P.Lewis,
1981, p.4
2. G.Orwell, Why I Write, CEJL, vol. I, p.30
3. Cfr. G.Orwell, Letter to George Woodcock, in
CEJL, vol. IV, p.480
Il totalitarismo non consiste nella
semplice negazione delle libertà individuali, ma anche nella capacità di
condizionare le persone in modo che esse non desiderino esercitare alcuna
libertà. Le opposizioni puramente politiche al totalitarismo erano per Orwell
destinate al fallimento nella misura in cui si opponevano solo alle sue
manifestazioni più evidenti ed esteriori. Per Orwell gli esponenti della
sinistra commettevano l'errore di "essere antifascisti senza essere
antitotalitari" (1), sottovalutando o non comprendendo il fatto che il
totalitarismo non è violento solo per ciò che nega, ma soprattutto per il suo
operare in positivo: "Esso non solo proibisce l'espressione –e talvolta la
stessa formulazione- di certi pensieri, ma indica anche cosa si dovrebbe pensare,
crea una ideologia per le persone, tenta di governare la loro vita emozionale
ed anche di stabilire precisi codici di condotta. (…) Lo stato totalitario
tenta in ogni caso di controllare i pensieri e le emozioni dei cittadini almeno
quanto controlla le loro azioni" (2).
In questa comprensione profonda
delle possibilità di manipolazione psicologica della stato totalitario, va
individuata la vera specificità di 1984, il romanzo più famoso di
Orwell. Nell'incubo fantascientifico lì descritto, l'autorità dell'Oceania è
programmaticamente orientata ad imporre un linguaggio inadatto all'espressione
delle potenzialità critiche del pensiero. Cerca quindi di abituare le menti
umane alla tolleranza per le contraddizioni logiche che caratterizzano la
propoganda politica del Grande Fratello, e cerca di canalizzare l'emotività
individuale nelle sole direzioni utilizzabili per la riproduzione dell'ordine sociale.
Orwell ha presentato in modo così accurato processi mentali
("bipensiero") e strutture linguistiche ("neolingua")
funzionali all'irrazionalismo sociale totalitario, che 1984 è diventato
una citazione d'obbligo nei manuali di psicologia sociale e negli studi sulla
comunicazione interpersonale.
Finora abbiamo però individuato
solo la prima metà della concezione orwelliana del totalitarismo: la tesi
secondo cui questo manipola le masse oltre a reprimerle. Orwell ha tuttavia
notato anche che gli individui sono effettivamente un terreno fertile sul quale
il seme dell'irrazionalismo sociale riesce a svilupparsi. Questa "seconda
metà" della concezione orwelliana afferma quindi che il totalitarismo non
crea dal nulla gli atteggiamenti gregari, ma li attiva appoggiandosi al terrore
inconscio delle persone per la loro autonomia di giudizio e di espressione. In
altre parole, i (dis)valori del totalitarismo vengono veicolati dalla
manipolazione psicologica delle persone e tale processo è possibile in quanto
le persone in qualche misura vogliono proprio questo.
Orwell non ha mai approfondito né
discusso le teorie relative alla formazione della personalità; ciononostante ha
dimostrato di capire con molta chiarezza varie manifestazioni delle difese
caratteriali e di cogliere i modi in cui il potere può utilizzarle per ottenere
il consenso. Indicative di tale consapevolezza sono le sue considerazioni
relative al fascino esercitato da Hitler sulle masse: "Hitler, in virtù
della sua mentalità estranea alla gioia … conosce che gli esseri umani non
vogliono solo comodità, sicurezza, orario di lavoro ridotto, igiene, controllo
delle nascite e in generale ciò che è sensato desiderare; essi vogliono, almeno
di tanto in tanto lotta e sacrifici, per non parlare di tamburi, bandiere e
parate. (…) I tre grandi dittatori [Hitler, Mussolini e Stalin] hanno
accresciuto il loro potere proprio imponendo intollerabili fardelli ai loro
popoli" (3). Quanto all'antisemitismo, Orwell non ha mancato di
evidenziare la scarsa efficacia della critica razionale a tale piaga
ideologica. Pur non comprendendo fino in fondo le radici psicologiche del
fenomeno, egli ha sottolineato che esso ha radici molto profonde che sarebbe
errato sottovalutare (4).
Proprio per questo tipo di analisi,
la posizione di Orwell è risultata particolarmente scomoda nell'ambito della
sinistra dato che presentava gli individui, oltre che come vittime del
totalitarismo, come potenziali creatori di esso. Consapevole del proprio
isolamento, Orwell non rinunciò a criticare la miopia delle contestazioni
puramente esterne al totalitarismo, sostenendo che esse da un lato non
colpivano in modo adeguato la propaganda di regime e da un altro lato non
prevenivano adeguatamente la possibilità di sviluppi autoritari nell'ambito
delle stesse organizzazioni politiche di sinistra.
Orwell sostiene in 1984 che
la repressione e la distorsione della sessualità contribuiscono
all'irrazionalismo di massa. La "neolingua" introdotta dal Grande
Fratello riduceva a due gli elementi del lessico riguardanti il sesso: sesbuono
e reasesso. Il primo riguardava la castità e la sessualità procreativa
non accompagnata da piacere; il secondo indicava tutte le altre manifestazioni
della sessualità. In tale prospettiva, la dimensione sessuale della vita umana
veniva negata in blocco in quanto legata al piacere ed ai sentimenti. Orwell ha
fornito una spiegazione per tale programma sessuorepressivo, ricorrendo ad una
conversazione fra Winston (il personaggio principale del romanzo che
gradualmente prende coscienza di sé) e Julia, la sua donna. Le ragioni, per
Julia, non stavano solo nel fatto che la sessualità delimitava una sfera
d'esperienza inaccessibile al controllo del partito, ma erano più profonde:
"l'astinenza sessuale produceva l'isterismo, un fenomeno da favorirsi,
perché lo si poteva facilmente trasformare nell'infatuazione per la guerra e
nell'adorazione dei capi. (…) C'era un rapporto diretto ed intimo fra
l'astinenza sessuale e l'ortodossia politica. In che modo si sarebbero potute
mantenere sempre eccitate la paura, l'odio, la folle credulità di cui il
Partito abbisognava, nelle persone dei suoi membri, se non coll'imbottigliare
un istinto potente come quello del sesso, e sfruttarlo invece, come forza
motrice? L'istinto sessuale era un pericolo per il Partito e il Partito l'aveva
messo a frutto snaturandolo" (5).
A torto si è detto che nel romanzo
alla sessualità è ingenuamente attribuita una potenzialità eversiva che essa
non ha, dal momento che la mercificazione del sesso e la liberalizzazione
risultano oggi perfettamente compatibili con l'ordine costituito. Orwell
infatti attribuisce al Partito un orientamento favorevole alle manifestazioni
sessuali sganciate dal coinvolgimento personale: non solo non veniva ostacolata
la prostituzione, ma addirittura un'intera sottosezione del Ministero della
Verità, detta Pornosez, curava la stampa di basso materiale
pornografico destinato ai prolet, lo strato più oppresso della
popolazione. Per Orwell, quindi, la repressione sessuale congeniale ad un
sistema totalitario non è quindi una forma elementare di moralismo ideologico,
ma rientra in un più ampio programma di avvilimento dell'individualità e di
impoverimento delle capacità critiche come di quelle emozionali. Con il sesso
ed il piacere devono essere paralizzati "tutti i possibili impulsi
naturali" (6). Per Orwell, un'intensa e fluida vita emotiva, leggibile
nella "grazia" dei movimenti corporei (7), rende possibile un
interiore senso di libertà incompatibile con l'ottusa accettazione dell'ordine
costituito e dell'irrazionalismo ideologico, mentre la miseria emozionale e
sessuale, intuibile dalla rigidità degli atteggiamenti e dalla stessa rigidità
muscolare (8), rende gli individui incapaci di sentirsi vivi, interi, e li
induce facilmente a sentirsi privi di dignità e bisognosi di appartenere ad un
gruppo rappresentato da un'autorità.
La concezione del
socialismo espressa da Orwell riflette più l'aspirazione ad un mondo giusto che
un'adesione al marxismo o ad una rielaborazione teorica di tale dottrina. Il
tempo ha dato ragione ad Orwell sul fatto che il socialismo inteso come
prospettiva etico-sociale ha più ragioni del socialismo inteso come teoria
"scientifica" delle trasformazioni sociali. Gli ideali di Orwell sono
rimasti, mentre le previsioni del materialismo storico non sono state
confermate.
Un'altra forte istanza della
concezione socialista di Orwell, non radicata nella tradizione marxista, è
quella che potremmo indicare come antiriduzionistica: al di là
dell'indiscutibile peso dei condizionamenti sociali sulle idee e sugli
atteggiamenti personali, un'autentica emancipazione degli individui non può
derivare meccanicamente dai cambiamenti sociali ma richiede un processo di
maturazione interiore (9).
Ciò che però rende Orwell più che
un sensibile moralista è la consapevolezza del fatto che le persone tendono in
qualche misura a frenare l'espressione delle loro potenzialità. Anche se questi
freni vengono da Orwell concepiti come un semplice dato piuttosto che spiegati
intermini psicologici (10), essi sono perfettamente descritti nel loro operare.
Nel corso della vita di Orwell
vennero pubblicati vari testi su quesi argomenti. Gli Studi sull'autorità e
la famiglia di Max Horkheimer ed altri, furono pubblicati nel 1936 a
Parigi, dove l'Institut fur Sozialforschung si era trasferito, e Wilhelm Reich
già dalla fine degli anni '20 aveva aperto un dibattito teorico e politico sui
rapporti fra repressione sessuale ed autoritarismo sociale. Sebbene Orwell,
attribuendo ad O'Brien, in 1984, la tesi secondo cui "gli uomini in
massa sono deboli e vili creature che non sanno sopportare la libertà"
(11), facesse eco al titolo del libro Fuga dalla libertà di Erich Fromm
(già pubblicato allora da sette anni) e sebbene i riferimenti in 1984
all'irrigidimento difensivo (anche muscolare) contro il piacere sessuale
facciano venire in mente il concetto reichiano di corazza caratteriale (12),
sembra che egli non fosse al corrente di questi sviluppi postfreudiani della
psicologia sociale. Ciononostante, la comprensione intuitiva di Orwell delle
remore soggettive all'espressione emotiva ed all'esercizio delle capacità
critiche si è tradotta in lucidissime descrizioni dei conflitti interiori delle
persone. Ciò vale sia per 1984 che per gli altri romanzi, mentre il
breve racconto La fattoria degli animali trasmette una immediata
conoscenza della psicopatologia dell'autoritarismo che nessun trattato
scientifico potrebbe comunicare con la stessa intensità.
Orwell evidenzia il fatto che forti
istanze distruttive sono presenti in tutti gli schieramenti politici e che le
tendenze irrazionali ed autoritarie possono essere presenti nelle stesse
persone politicamente impegnate a favore della democrazia, della libertà e del
socialismo. Tuttavia, se pure non ci si può liberare di questo fardello solo
con la ragione, occorre considerare come un vero "impegno etico" lo
sforzo di controllare tali spinte emotive con una lucida "accettazione
della realtà" (13). Per Orwell, è compito specifico dell'intellettuale
politicamente impegnato l'uso della ragione contro l'irrazionalismo di massa e
contro le componenti irrazionali che in lui stesso possono annidarsi (14).
1. G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol.III,
p.273
2. G.Orwell, Literature and Totalitarism, in
CEJL, vol.II, p.162
3. G.Orwell, (Review)
Mein Kampf by Adolf Hitler, in CEJL, vol.II, p.29
4. Cfr.: G.Orwell, As I Please (11 Febbraio
1944), in CEJL, vol.III, pp.112-115; G.Orwell, (Review) Portrait of the
Antisemite by Jean Paul Sartre, in CEJL, vol.IV, pp.511-513; G.Orwell, Antisemitism
in Britain, in CEJL, vol.III, pp.378-388; G.Orwell, Notes on Nationalism,
in CEJL, vol.III, pp.410-431. In quest'ultimo scritto Orwell
include nel concetto di "nazionalismo" (contrapposto alla semplice
fedeltà ad una nazione) tutte le varie tendenze irrazionali dell'antisemitismo
e dell'autoritarismo politico e religioso.
5. G.Orwell, 1984,
pp.159-160
6. Ibidem,
p.91
7.Ibidem,p.54
8. Cfr.:Ibidem,
p.90 e p.320
9. Cfr.G.Orwell, Charles Dickens, in CEJL, vol.
I, p.469
10. Si vedano,
sull'argomento, alcune ricerche fondamentali: M.Horkheimer e AA.VV.(1936),
E.Fromm (1941), W.Reich (1946), M.Rokeach (1960). In quest'ultimo testo, a
p.36, l'autore cita espressamente Orwell facendo notare che la sua descrizione
del "bipensiero" coglie in pieno un aspetto fondamentale della
"mente chiusa" (intesa come insieme di schemi cognitivi correlati ad
un rapporto patologico con l'autorità), e cioè la coesistenza di convinzioni
logicamente contraddittorie entro un unico "sistema di credenze".
11. G.Orwell, 1984, p.290
12. Cfr. W.Reich, (1945)
13. Cfr.: G.Orwell, Notes on Nationalism, in
CEJL, vol. III, pp.430-431
14. Cfr.: G.Orwell, Letter to Richard Rees, in
CEJL, vol. IV, p.539.
In alcuni scritti Orwell ha
considerato l'edonismo come un atteggiamento che porta inevitabilmente a scelte
distruttive nei rapporti sociali e ad un impoverimento del progetto
esistenziale della persona. In questa lettura di ordine filosofico, sociale e
psicologico egli non ha considerato il problema in termini strettamente morali,
ma ha discusso la tesi dell'edonismo secondo la quale la ricerca del piacere
dovrebbe giustificare le azioni delle persone.
Per Orwell, la ricerca di una
felicità individuale e l'impegno sociale volto principalmente all'appagamento
dei bisogni implicano la non considerazione di due fatti di grande importanza:
a)la felicità è irraggiungibile, b)la ricerca della felicità porta
inevitabilmente alla delusione, al nichilismo, alla fuga dall'impegno.
a)L'impossibilità di realizzare una
condizione di appagamento dei desideri costituisce la dimensione esistenziale
umana e la rende intrinsecamente tragica. Non la rende priva di valore, né
priva di piacere, ma tragica in quanto essenzialmente caratterizzata sia
dal piacere che dal dolore. La morte e le sue anticipazioni parziali (le
varie sofferenze) definiscono l'esistenza umana quanto gli aspetti vitali,
piacevoli e creativi. Tutti lo sanno, ma cercano di non farci caso e si
stupiscono ogni volta che una sofferenza più intensa di quella prevista si fa
sentire. Assumere un progetto di vita positivo, ovvero accettare un impegno per
esprimere il meglio di sé, costruire ciò che è possibile ed anche godere ciò
che è possibile in una realtà comunque anche dolorosa rende la vita
umana un'esperienza creativa piuttosto che un illusorio tentativo di schivare
la sofferenza. L'edonismo costituisce quindi la teorizzazione raffinata ed
esplicita degli atteggiamenti umani più ingenui. "La maggior parte della
gente ottiene una discreta dose di piacere dalla vita, ma tutto sommato la vita
è sofferenza e soltanto chi è molto giovane o molto sciocco può essere di
opinione diversa"(1)
b)Oltre ad essere superficiale,
l'edonismo è anche potenzialmente distruttivo in quanto una vita spesa per
"fare" buone esperienze procede con linearità anche nei momenti
difficili, mentre una vita spesa per "ottenere" il piacere si
trasforma in delusione, insofferenza, rabbia, o scoraggiamento appena non si
ottiene il minimo che si pretendeva.
Secondo Orwell il pessimismo di
Arthur Koestler (che soppiantò i suoi ideali politici dopo l'involuzione
staliniana della rivoluzione sovietica) si spiegava proprio considerando che
gli ideali politici di Koestler erano stati affermati sulla base di premesse
edonistiche. Dopo la grande delusione, il disimpegno e la rinuncia (2).
Anche gli obiettivi più
circoscritti e privi di riferimenti alla società, producono la stessa reazione
risentita nel momento in cui l'individuo si scontra con i limiti della realtà.
Orwell esamina questa esperienza descrivendo il conflitto interiore di Dorothy,
il personaggio principale de La figlia del reverendo: posta di fronte al
problema della sofferenza e della morte ella scopre il fallimento dell'edonismo
ateo dopo aver rinunciato all'edonismo religioso, cioè all'idea secondo cui la
felicità eterna compenserebbe l'infelicità terrena (3).
Per Orwell, l'unico modo per uscire
dal senso di fallimento a cui conduce l'edonismo consiste nel rinunciare fin da
principio alla felicità, e nel definire il proprio progetto di vita in base ad
altri obiettivi: affrontare senza illusioni ma con impegno sia la dimensione
quotidiana che quella politica, accettare a priori i limiti dell'esistenza
umana ed entro tali limiti accogliere le gioie possibili e costruire le condizioni
migliori possibili. "Il problema reale è come ristabilire un atteggiamento
religioso unito all'accettazione della morte come meta finale. Gli uomini
possono essere felici solo se non assumono che lo scopo della loro vita sia la
felicità"(4). Questa posizione orwelliana fa pensare facilmente alle
considerazioni fatte in ambito psicologico sulla spontaneità (che è possibile
solo se non la si cerca) o alle concezioni orientali secondo cui la felicità
possibile è uno stato di coscienza che trascende la logica del desiderio.
Di fatto Orwell aveva una ricchezza
emotiva che gli permetteva di accettare i suoi desideri e di desiderare un
mondo migliore per tutti, ma aveva anche una solidità emotiva che gli
permetteva di convivere con la lucida consapevolezza di ciò che non può essere
ottenuto. Una volta accettato il dolore come aspetto inevitabile dell'esistenza
Orwell trovava l'entusiasmo per cercare il piacere possibile e per costruire un
mondo migliore anche se non perfetto. L'idea di costruire una vita buona anziche
pretendere una vita appagante è la chiave di volta del suo
anti-edonismo. La logica del fare rimpiazza quella del voler ricevere,
l'impegno ad agire rimpiazza la pretesa. Secondo una lettura psicologica, i
romanzi di Orwell sono l'espressione letteraria dell'emotività adulta e la
descrizione spietata di quella infantile. In altre parole, Orwell è stato un
"passionale adulto". Anche i suoi saggi politici includono delle
ovvie ma non certo scontate considerazioni su questo tema: l'idea secondo cui anche
se tutte le rivoluzioni sono dei fallimenti, non tutti i fallimenti sono uguali
(5) e l'idea secondo cui lo scopo del socialismo non è quello di rendere il
mondo perfetto, ma di renderlo migliore (6).
Sullo stesso tono, Albert Camus ha
voluto ricordarci che l’uomo "può soltanto proporsi di diminuire
aritmeticamente il dolore del mondo" (7). Sul terreno psicologico come su
quello sociale si può denunciare il carattere distruttivo dell'ottimismo
proprio perché esso distrugge, con la consapevolezza della tragicità
dell'esistenza, anche la possibilità di un impegno costruttivo nel momento in
cui il dolore ci sorprende, inatteso o più intenso delle nostre previsioni.
Camus afferma che "il senso
dell'assurdo non nasce dal semplice esame di un fatto o di un'impressione, ma
scaturisce dal paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra
un'azione e il mondo che la supera" (8). Per questo consideriamo assurda
un'accusa rivolta ad un innocente. Nella sua espressione più ampia, il senso
dell'assurdo va quindi riferito per Camus ad un paragone fra due dati di fatto
indiscutibili e generali: "ciò che vuole l'uomo e ciò che gli offre il
mondo" (9). In questa prospettiva, l'assurdo è la condizione umana nella
quale la morte (in tutte le sue sfumature) costituisce la costante negazione
totale o parziale del desiderio che accompagna ogni esistenza.
Camus, partendo da questa sofferta
analisi della vita individuale, è approdato all'affermazione di valori più che
condivisibili: la lucida resistenza ad ogni ideologia consolatoria,
l'affermazione della dignità personale, il rispetto per la vita di ogni uomo.
Egli capiva bene che se fondiamo la nostra adesione alla vita sull'attesa di un
futuro migliore ogni ostacolo ai nostri progetti personali o politici può
portarci ad una fuga dall'impegno. L'atteggiamento che Camus riconduce al
concetto di "rivolta" è in realtà radicalmente positivo e presuppone
il riconoscimento della morte (in tutti i suoi aspetti) nella vita umana.
Questo originale rifiuto
dell'ingenuo edonismo avvicina Camus ad Orwell, anche se la filosofia
dell'assurdo di Camus ha una debolezza di fondo. L'esistenza umana è
"tragica" in quanto è sia appassionante che frustrante, però tale
tragicità non è affatto qualificabile come "assurda" in assenza di
ulteriori (discutibili) premesse. Il concetto di assurdità ha infatti
inequivocabili ambiti di applicazione se collegato ai concetti di
"contraddizione" e di "impossibilità". Le dimostrazioni per
assurdo mirano ad evidenziare una contraddizione e le falsificazioni empiriche
di certe ipotesi mirano a dimostrare l'impossibilità di una loro accettazione.
Al di là di queste due accezioni, però, il concetto di assurdo rinvia ad una
valutazione arbitraria di come la realtà "dovrebbe essere". Vivere e
poi morire non è né contraddittorio né impossibile: è doloroso. Lo stesso può
dirsi del desiderare cose belle e sperimentare cose belle ed anche cose
orribili. Ciò appare assurdo soltanto per rabbia, per protesta, sulla base di una
rigida pretesa di trovare un appagamento. Quando si passa dal
"vorrei" al "deve essere", si può giudicare assurda la
realtà; di fatto, però.solo tale giudizio è assurdo, nel senso di non
giustificabile.
In Camus convivono quindi una
componente ribelle, vicina al nichilismo ed un antinichilismo profondo. La sua
assurda denuncia dell'assurdità della vita non ha però avuto radici profonde e
quindi la dimensione emotiva che ha prevalso in lui è stata positiva e
costruttiva. Per questo egli ha potuto vivere una vita intensa ed impegnata sul
piano personale, intellettuale e sociale.
E' opportuno fare i conti con la
morte intesa in un'accezione abbastanza ampia da includere sia la morte
biologica che tutte le altre limitazioni che sono costitutive dell'esistenza:
la malattia, l'invecchiamento, l'incapacità di capire, agire e sentire oltre
certi limiti, l'impossibilità di realizzare tutti i desideri, l'impossibilità
di trascendere la propria soggettività, l'inevitabile confronto con i limiti
degli altri, il fatto che ogni persona, cosa, situazione che amiamo allarga
l'ambito della nostra vulnerabilità (perché ogni difficoltà relativa ad esse
colpisce noi stessi), il fatto che ogni azione giusta è inevitabilmente in
qualche misura anche sbagliata, che ogni scelta comporta una rinuncia, e così
via. La morte, quindi ci accompagna fin dall'inizio del nostro percorso umano e
non ci lascia alcuna possibilità di fuga.
Ciò che rende immuni rispetto al
nichilismo è la capacità emotiva di tollerare il dolore che (come il piacere) è
uno dei due poli essenziali dell'esistenza umana. Tale capacità emotiva (che
fondamentalmente qualsiasi psicoterapia cerca di recuperare) rende possibile il
non avvilimento di fronte alle difficoltà e l'impegno volto a costruire quanto
di meglio è possibile.
Orwell è riuscito a
convivere con la consapevolezza della tragicità dell'esistenza umana e quindi
ha potuto sia impegnarsi positivamente (e senza alcun ottimismo illusorio)
nella vita che comprendere e descrivere i processi interiori attraverso i quali
le persone rinunciano ad affrontare la realtà. Nei suoi saggi giornalistici e
nelle sue opere letterarie non afferma che "l'uva è acerba"; sostiene
invece che è troppo in alto, che resta desiderabile anche se non può essere
raggiunta, che nonostante ciò possiamo cercare di trovare con pazienza e
coraggio ciò che è alla nostra portata.
Orwell ha
riconosciuto che un acuto senso di fallimento, di solitudine e di infelicità ha
permeato la sua infanzia (10). Ciò che merita di essere notato è il fatto che
Orwell sia riuscito ad elaborare la sua storia personale in termini positivi.
Pur essendo estraneo all'orizzonte culturale della psicologia e della
psicoanalisi (11), è stato uno dei più perspicaci analisti dei meccanismi
difensivi manifestati dalle persone, e dell'irrazionalità presente a livello
sociale sia nelle organizzazioni che nelle ideologie.
I temi più cari ad Orwell sono
sempre stati quelli psicologici e filosofici relativi al modo di affrontare il
dolore, alle difese individuali rispetto alla sofferenza e all'irrazionalità di
tali difese. Egli ha ammesso di essere stato condizionato dalle drammatiche
vicende politiche del suo tempo a diventare un saggista ed un polemista (12).
Ha tuttavia cercato di portare nel suo impegno politico la sua consapevolezza
della vita interiore delle persone e di capire in modo acuto e originale i
rapporti fra irrazionalità sociale e individuale. In questo senso, 1984 è
un'opera fondamentale che si collega sia ai romanzi centrati sui conflitti
personali, sia ai saggi di denuncia politica.
1. G.Orwell, Lear, Tolstoj and the Fool, in
CEJL, vol. IV, p.344
2. Cfr.: G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol. III,
pp.270-282
3. Cfr.:
G.Orwell, La figlia del reverendo, pp.348-351
4. G.Orwell, Arthur Koestler, in CEJL, vol. III, p.281
5. Ibidem, p.282
6. Cfr.: G.Orwell, As I Please (24 Dicembre
1943), in CEJL, vol. III, pp.81-84
7. A.Camus, (1951), p.331
8. A.Camus, (1942), p.30
9. Ibidem, p.31.
10. Cfr.: G.Orwell, Why I Write, in CEJL, vol. I,
pp.23-30
11. Cfr.: R.Rees
(1961), pp.12-13 e pp.145-146.
12. In Why I
Write (citato), Orwell chiarisce (pp.26-28) di essere stato quasi costretto
dalle circostanze (ovvero dal fatto di vivere in un periodo così tragicamente
sconvolto da eventi politici) a diventare un saggista ed un polemista e
dichiara che per sua natura avrebbe preferito scrivere su altri temi a lui più
congeniali, pur avendo comunque cercato di fondere tali sue "due
anime" nel tentativo di rendere arte la sua trattazione di temi sociali.
Capitolo III
Ambientato nei luoghi in cui Orwell
aveva prestato servizio nella plizia imperiale, Giorni in Birmania è il
primo romanzo di Orwell ed ha come centro di interesse la coscienza tormentata
di John Flory, commerciante di legname, il cui stato di decadimento interiore
si traduce nella indecisione cronica di fronte alle scelte di vita. E' un
individuo pienamente consapevole del fatto che tutta la retorica della
colonizzazione civilizzatrice copre semplicemente una politica di sfruttamento,
ma a differenza del giovane Orwell che, nella realtà lasciò la Birmania per
costruirsi una vita compatibile con le idee ed i principi in cui credeva, il
personaggio del romanzo, si trascina con rassegnazione anno dopo anno in un
mondo che combatte solo col disprezzo, senza fare le scelte che produrrebbero
la perdita di alcuni modesti privilegi. Flory, sempre sul punto di sbottare, è
abituato a ricacciare in gola qualsiasi frase in cui la parola "io"
significherebbe davvero qualcosa. Solo nei colloqui col dottor Veraswami,
medico indigeno profondamente devoto all'inghilterra e convinto degli effetti
benefici del colonialismo, egli si abbandona a periodiche, quasi rituali,
lamentele sull'ingiustizia e sull'ipocrisia britanniche. Tali contestazioni
sono però assolutamente inconcludenti perché celebrate nel segreto; sono uno
sfogo che non prelude ad alcun comportamento pubblico capace di incrinare la
solidarietà di facciata con gli altri bianchi della comunità.
Flory si trascina tra il lavoro, le
conversazioni superficiali con ottusi militari, commercianti o amministratori
locali, le periodiche ubriacature, gli occasionali incontri con una disprezzata
amante indigena e gli sfoghi verbali con l'amico Veraswami.
L'incontro con una donna,
Elisabetta, nipote di un amministratore di una societàdi legnami del luogo,
sembra scuotere Flory dal suo torpore. Ella è però una giovane a caccia di
marito, non meno razzista di ogni inglese medio catapultatosi in Birmania per
avere vantaggi più difficilmente ottenibili in Inghilterra. Elizabeth adora ciò
che Flory detesta ed è distante da lui al punto da non sospettare nemmeno il
tipo di distanza esistente fra i loro pensieri. Pur trovandosi spesso vagamente
a disagio con Flory, si sente in certe ocasioni attratta da alcune sue qualità,
o meglio da qualità che sulla base di certi fraintendimenti finisce per
attribuirgli.
Impacciato, timido, sempre
esitante, reso tale anche dal timore di risultare repellente per una voglia che
deturpa il suo viso (simbolo della sua diversità dagli altri individui
integratisi nell'ambiente sociale), Flory sogna una donna presso la quale
rifugiarsi e da cui sentirsi accettato per quel suo mondo interiore troppo
difficile da esporre all'ottusità ed alla prepotenza delle altre persone. Egli
non cerca una donna da amare e da cui essere amato, ma cerca una donna che lo
salvi. Come tutte le persone che nella vita scommettono sulla sicurezza e si
aggrappano alle illusioni, Flory è destinato a fallire. Orwell presenta il
progressivo compiersi di tale disastro fino al suicidio. Il filo conduttore del
racconto è quindi costituito dall'analisi delle conseguenze distruttive
dell'atteggiamento rinunciatario del personaggio. Ciò che accomuna Flory a vari
altri personaggi dei romanzi di Orwell è infatti la paura di accettare e
manifestare le convinzioni e le emozioni più profonde.
Dorothy Hare, la figlia del
reverendo Charles Hare, rettore della parrocchia di St.Athelstan, viene
descritta fin dalle prime pagine del secondo romanzo di Orwell come una donna
infelice ma aggrappata a poche solide certezze; ella vive esclusivamente in
funzione di un piccolo universo chiuso che ha come centro la parrocchia del
padre. Questo universo ha le caratteristiche di una roccaforte capace di
proteggere dal mondo esterno, da cui Dorothy si sente costantemente minacciata.
Il racconto, scritto
come il precedente in terza persona, si sviluppa fino al raggiungimento di una
possibilità di salvezza del personaggio e si conclude con la rinuncia
all'utilizzazione di tale opportunità e con il ritorno alla rassicurante
prigione quotidiana. Anche se, come nel precedente romanzo, alcune inopportune
intromissioni dell'autore rallentano lo sviluppo drammatico della narrazione,
la descrizione degli eventi è rigorosamente subordinata all'approfondimento del
conflitto psicologico del personaggio principale.
In Dorothy, il conflitto fra
espressione emotiva ed autocontrollo è presentato come conflitto sessuale,
ovvero come negazione costante della sessualità. Molti comportamenti bizzarri
del personaggio costituiscono distrazioni da qualsiasi possibile eccitazione
emotiva o sessuale, oppure forme di autopunizione giustificate da ipotetici
"peccati". Alla base di tutto ciò sta il terrore del contatto, del
piacere. Il desiderio sessuale, in Dorothy non arriva ad essere un vero stato
di eccitazione ma viene bloccato appena si manifesta come idea o fantasia
disturbante. Il contatto fisico è inteso da Dorothy come un pericolo da
prevenire perché potrebbe scatenare reazioni incontrollabili, anche se di fatto
quanto mai remote.
Dorothy aveva rinunciato a sposarsi
solo per paura delle "conseguenze intime" di tale passo; nel racconto
perde la memoria (non a caso) dopo un esplicito approccio seduttivo nei suoi
confronti; anche nello stato di coscienza alterato successivo all'amnesia ,
respinge il corteggiamento di un coetaneo divenuto suo compagno di viaggio;
infine, di fronte ad una chiara proposta di matrimonio, Dorothy si nega e
decide di tornare alla vita di parrocchia pur avendo perso la fede. Non è
infatti una incompatibilità nelle convinzioni con il possibile marito a
giustificare il suo rifiuto, ma semplicemente la mascolinità di quest'ultimo.
Il fatto che Orwell metta Dorothy
nella condizione di scegliere fra matrimonio e vita in parrocchia dopo la
perdita della fede e che faccia optare il personaggio del suo romanzo per una
castità non giustificata da alcuna convinzione, indica una chiara decisione di
descrivere un conflitto di tipo psicologico piuttosto che ideologico. Orwell
era infatti convinto che le idee delle persone fossero spesso la parte più
superficiale di profonde realtà emotive: "Le convinzioni cambiano, i
pensieri cambiano, ma esiste qualche intima parte dell'anima che non
cambia" (1).
Come Flory, anche se in modo
diverso, Dorothy perde la sua occasione di vivere la propria vita e sceglie di
soffocare la spontaneità, le convinzioni personali, i desideri adulti.
Gordon Comstock, personaggio
principale del romanzo Fiorirà l'aspidistra, rappresenta un altro caso
di fallimento individuale. Per la sua ostinazione a vivere in modo
autodistruttivo ed a razionalizzare tale comportamento con confuse
ideologizzazioni, più che suscitare compassione (come Flory o Dorothy), Gordon
conduce il lettore all'irritazione. A volte fa anche sorridere, ma sempre da
lontano.
Il racconto è scritto in terza
persona ed è coerentemente sviluppato da un unico punto di vista, quello del
personaggio principale. E' uno dei racconti in cui Orwell si inserisce di meno
con commenti e digressioni ed in cui maggiormente trasmette le sensazioni,
oltre che le idee del personaggio.
Ultimo membro di una famiglia
numerosa di falliti, unico figlio maschio di uno dei tanti figli dell'unico
Comstock che aveva generato e si era arricchito, Gordon rappresenta per il
padre, la madre e la sorella l'ultima possibilità di salvezza di fronte
all'estinzione biologica ed al decadimento sociale della famiglia. Ma egli, a
dispetto della missione affidatgli (arricchirsi e procreare) sviluppa un
atteggiamento ribelle nei confronti della società che disprezza in quanto
dominata dal denaro e dal conformismo. Il suo atteggiamento è ribelle e non
realmente critico perché non è costruttivo né sul piano personale né su quello
sociale. Non emerge da un'intenzione positiva di cambiamento, ma è un semplice
lamento prolungato. A nulla servono le considerazioni dell'amico Ravelston, che
si sforza di ricondurre ad un progetto politico le inconcludenti proteste di
Gordon. Di fatto le accuse di Gordon alla società sono puramente pretestuose e
razionalizzano la sua insoddisfazione personale. Gordon, infatti, pur
rifiutando il dio denaro al punto di rinunciare ad una vita minimamente
confortevole, di fatto non è interiormente indipendente dai valori borghesi: si
vergogna a farsi offrire una cena dall'amico benestante e a dividere con la
fidanzata le spese di un week-end trasorso in sua compagnia. Il suo solenne
rifiuto del conformismo, politicamente inconsistente e ideologicamente rigido
deriva infatti da un conflitto emotivo irrisolto.
Gordon si licenzia da
un impiego nel reparto contabilità di un'azienda e si licenza da un'agenzia
pubblicitaria in cui il suo lavoro di copywriter era molto apprezzato e ben
remunerato. Si ribella all'idea di trascorrere la vita ad inventare frasi
adatte a pubblicizzare prodotti commerciali. Si considera un poeta e vuole
vivere scrivendo. In realtà scrive poco e pubblica ancor meno. Nei suoi versi,
fondamentalmente si lamenta, protesta. Esprimendo la sua insoddisfazione
interiore cerca di alimentare un'immagine irrealistica e grandiosa di sé. Per
sentirsi artefice della propria vita ed indipendente dagli altri, diventa
semplicemente artefice della propria catastrofe. Ormai prossimo al punto di non
ritorno, reagisce positivamente ad un'occasione imprevista: Rosemary, la
fidanzata, aspetta un figlio. Da solo Gordon non sarebbe uscito dalla sua
palude, ma una spinta esterna consente alla sua parte vitale di raccogliere le
energie residue e di impiegarle costruttivamente. Ridimensiona la sua immagine
di sé (sentendosi più liberato da un peso che sconfitto) e getta via gli
appunti che mai sarebbero diventati il poema a cui pensava continuamente da due
anni.
Il racconto, tuttavia non procede
verso un inequivocabile lieto fine, e suggerisce piuttosto che le chiusure
emotive non vengono superate così facilmente; in genere vengono semplicemente
trasformate in chiusure di altro tipo. Gordon aveva sempre considerato
l'aspidistra, la tipica pianta delle famiglie inglesi, come il simbolo del
perbenismo, dell'ordine domestico, dei valori borghesi che tanto detestava. Ora,
nella nuova casa in cui Rosemary è semplicemente felice di vivere con lui,
Gordon vuole a tutti i costi anche un'aspidistra: egli vuole così onorare
simbolicamente l'ordine sociale in cui si è inserito diventando padre e
ritornando al vecchio lavoro pubblicitario. Egli, quindi interrompe la
ribellione sterile e il vittimismo, ma interrompe anche qualsiasi atteggiamento
critico nei confronti della società. Non sarà più un inquieto
"poeta", ma sarà un conformista. Non sarà comunque Gordon, semplicemente
un uomo. L'ultimo dei Comstock ora è il figlio di Gordon, e ci è possibile
immaginare per lui un futuro migliore. Restiamo però solo con la certezza che
nella famiglia Comstock qualcosa comunque continua ad accadere.
Il centro tematico del quarto
romanzo di Orwell, Una boccata d'aria, è ancora una volta costituito dal
conflitto fra il bisogno di autoespressione e gli atteggiamenti difensivi.
Tuttavia, se potevamo solo immaginare le potenzialità (inespresse) di Flory,
Dorothy e Gordon, abbiamo la possibilità di conoscere direttamente la vitalità
e la sensibilità umana di George Bowling, che è il personaggio principale di
questo romanzo.
George Bowling, detto anche Fatty
Bowling per via della sua obesità, è un funzionario quarantenne di una società
di assicurazioni che conduce un tipo di vita molto comune fra le persone della
sua età e del suo ambiente sociale. Egli condivide la routine famigliare con
una moglie che ha deciso di perdere il suo fascino e con dei figli che spesso
sono egoisti e seccatori. Abita in un quartiere in cui centinaia di persone
vivono in case quasi identiche lo stesso tipo di grigiore. Orwell è severo nel
tratteggiare la quotidianità di tante persone che si sono impegnate ad essere
normali dimenticando tutti i loro
sogni.
George Bowling è psicologicamente
ed intellettualmente un "uomo medio" di mezza età, ma con quel tanto
di sensibilità che gli permette di comprendere i propri limiti e quelli del
mondo in cui si è perfettamente inserito. Il racconto descrive la maturazione e
l'attuazione di una (temporanea) rottura delle regole di questo gioco. Tale
rottura non consiste in un radicale capovolgimento della situazione, che
risulterebbe peralto poco credibile, ma in una piccola apertura interiore
profondamente sentita ed espressa. Orwell ha la delicatezza di farci
sperimentare le sensazioni soggettive di una intensa "rivoluzione
interiore" coinvolgendoci in una trasgressione incredibilmente modesta sul
piano pratico. George Bowling non fa altro che nascondere alla moglie un'entrata
extra di diciassette sterline e decide poi di spenderle da solo dedicandosi
alla pesca presso un laghetto a lui familiare quando era bambino.
Il racconto è condotto in prima
persona ed è essenzialmente un continuo flusso di ricordi, sensazioni e
pensieri del personaggio-narratore. Nonostante Orwell considerasse l'uso della
prima persona una pecca in termini di tecnica narrativa, ha mostrato in questo
romanzo di raggiungere risultati letterariamente superiori a quelli dei
precedenti ed anche molto apprezzabili. Focalizzando tutto il racconto su una
vicenda così definita e banale come una scappatella al paese d'origine, riesce
(senza risultare didattico o speculativo) a trasmetterci l'esperienza di una
profonda e positiva apertura al contatto con la natura, le persone, la vita
dentro e fuori di noi. Se volessimo sapere cos'ha provato un uomo che ha
sconfitto la paura, la rassegnazione o l'indifferenza, potremmo trovare in
molte biografie o in racconti relativi a situazioni drammatiche molti spunti
adatti a farci riflettere. Tuttavia, potremmo anche leggere la storia di Fatty
Bowling che torna a pescare in un remoto laghetto e scopriremmo egualmente
l'intensità dei sentimenti che accompagnano l'esperienza del cambiamento, della
liberazione, della scoperta di se stessi. Un'esperienza breve come un battito
d'ali prima del ritorno alla normalità, ma pure capace di illuminare una vita
dedicata alla ricerca illusoria della sicurezza.
Anche in questo racconto la vicenda
individuale si sviluppa in un ambiente ben definito ed esplicitamente
interpretato. La guerra è alle porte e Orwell non nasconde la sua opposizione
ai valori del ceto medio e soprattutto alla follia nazista. Anche questa volta,
tuttavia, Orwell cerca non tanto di mettere a fuoco una problematica sociale,
quanto di analizzare l'intima lotta di un individuo che desidera uscire dai
consueti schemi di comportamento per ritrovare la propria verità.
In questo racconto è
il tempo, il passare del tempo, che costituisce l'elemento esterno solidale con
i freni interiori. George Bowling ritorna in un paese che il tempo ha
letteralmente sconvolto. Le case a lui note sono state demolite, interi
quartieri sono sorti dal nulla, molte persone sono morte o andate a vivere
altrove e lui non è riconosciuto dai pochi "superstiti" che peraltro
appena riconosce. Il laghetto è scomparso: è stato trasformato in un punto di
raccolta dei rifiuti. Il cambiamento, (che nei progetti si riduceva comunque ad
un'avventura davvero modesta), viene realizzato solo interiormente: George
Bowling non realizza il progetto iniziale, ma proprio accettando
incondizionatamente il desiderio di libertà che lo animava, cambia in qualche
modo la propria vita.
Senza dubbio in superficie la
nostalgia costituisce il perno attorno al quale ruotano gli avvenimenti del romanzo:
nostalgia per l'infanzia e per il mondo ad essa corrispondente, il mondo senza
radio, senza schedari, violenza, guerra. La nostalgia però di per sé è ambigua,
perché può significare un recupero di esperienze personali, ma può anche
implicare il rifiuto di essere attivi ed aperti al presente. George Bowling non
mostra questo secondo tipo di nostalgia, che anzi coglie e disapprova nel
comportamento del vecchio Porteus, un professore rifugiatosi nello studio del
mondo classico per non affrontare il mondo in cui realmente esiste. La
nostalgia di Bowling è semplicemente nostalgia di una vita di comunità in cui
le persone non sono numeri.
Il viaggio di George Bowling matura
in seguito ad alcuni fatti e pensieri: l'impressione di invecchiare ed il timore
di una guerra. La sua ricerca del passato è una ricerca della vitalità: procede
contro la morte, non contro il futuro. E in tale procedere egli ritrova le
emozioni, l'entusiasmo, la forza che si era abituato a non esercitare perché il
suo ruolo sociale contemplava un copione d'altro tipo. Forzando il suo ordine
mentale e comportamentale, forzando cioè gli atteggiamenti difensivi che lo
proteggono ma che pure lo imprigionano, George Bowling ritrova l'armonia fra le
emozioni che sgorgano dentro di sé e la vita dell'intero universo: "Quello
che sentivo è così insolito, oggi, che dirlo sembra una follia. Mi sentivo
felice. (…) Dite pure, se volete che era soltanto perché era il primo giorno di
primavera. Effetto stagionale sugli ormoni o che so io. Ma c'era qualcosa di
più. (…) Mi alzai e posi il mazzolino di primule sul cancello. Poi, d'impulso,
mi sfilai la dentiera e le diedi un'occhiata. (…) Ma la cosa che mi colpì
mentre davo un'ultima occhiata alla protesi prima d'infilarmela in bocca di
nuovo, fu che non importa nulla. Neppure i denti finti importano. Sono
grasso, sì. Sembro il fratello mal riuscito di un contabile, sì. Nessuna donna
verrà più a letto con me, se non la pago, lo so. Ma vi dico che non me ne
importa. Non voglio donne, non vogliio nemmeno tornar giovane. Soltanto essere
vivo. Ed ero vivo nel momento in cui guardavo le primule e la brace rossa sotto
la siepe. E' una sensasione interna, una sensazione pacifica, che tuttavia mi
brucia come una fiamma" (2).
Questa conquista è solo interiore e
temporanea. Nella realtà esterna i rifiuti hanno cancellato il lago, ed in
seguito George Bowling si riadatterà alla moglie ed alla routine in cui
non c'è posto per quello che ha scoperto nel suo viaggio. Egli, come
personaggio, non è destinato a cambiar vita, ma a prendere "una boccata
d'aria".
Per Orwell, in Flory, Dorothy,
Gordon e George Bowling, come in milioni di esseri umani, qualcosa scorre
interiormente, ma in qualche misura viene comunque frenato. In tale misura non
diventa consapevolezza e azione creativa, costruttiva. George Woodcock ha
giustamente messo in evidenza il contrasto fra la passività dei personaggi di
Orwell e l'atteggiamento attivo mostrato dallo scrittore in una vita dedicata
all'impegno (3). Ai personaggi capita qualcosa oppure, quando tentano di
cambiare la loro vita, falliscono o realizzano solo una minima parte di ciò che
vorrebbero. Per Woodcock, Orwell sembra suggerire con ciò che il tentativo di
vivere conta comunque più della rinuncia. Tuttavia, l'opposizione fra scrittore
e personaggi forse dice qualcosa sul modo in cui Orwell ha affrontato le
proprie inclinazioni profonde all'autocompiacimento, all'isolamento, alla
chiusura e sul modo in cui ha superato queste tendenze ammettendo il proprio
coinvolgimento con le persone e la vita. Proprio coinvolgendosi con gli altri,
accettando di essere parte di un mondo imperfetto ed impegnandosi
intellettualmente ed anche praticamente Orwell ha "rinunciato alle
rinunce", ha cioè evitato la sicurezza del distacco ed ha accettato di
sperare senza illudersi, di soffrire e gioire. Ha in altre parole cercato di
spendere la sua vita anziché "risparmiarla".
1. G.Orwell, La figlia del reverendo,
pp.347-348
2. G.Orwell, Una
boccata d'aria, pp.203-204
3. Cfr.: G.Woodcock, Prose Like a Window-Pane,
p.167, in R.Williams –Editor- (1974).
La critica è sostanzialmente
unanime nel ricondurre la riflessione orwelliana ad una fondamentale
indignazione per i "tre mali" della società contemporana: il classismo,
l'oppressione e la miseria (1). Secondo Alex Zwerdling tale sensibilità ai
problemi sociali starebbe alla base della stessa sperimentazione di differenti
generi letterari; infatti, prima di approdare al romanzo fantastico Orwell,
cercando "di rendere arte lo scrivere di argomenti politici … aveva usato
il romanzo documantario ed il romanzo realistico per mostrare i mali della
società in cui viveva" (2).
L'impegno politico di Orwell,
ovviamente è indiscutibile, come pure la scelta dell'autore di trasmettere la
sua sensibilità per le questioni sociali anche in romanzi centrati sull'analisi
dei conflitti interiori. Inoltre, opere letterarie come La fattoria degli
anaimali e 1984 sono state concepite proprio per denunciare il
totalitarismo. Resta il fatto, però, che Orwell non ha denunciato semplicemente
gli aspetti più grossolani e tangibili di società autoritarie del passato, del
presente o del futuro, ma soprattutto "le implicazioni intellettuali del
totalitarismo" (3). E, come ho già sottolineato tali implicazioni
riguardano sia le idee irrazionali, che le modalità rigide del pensare e
del comunicare e le chiusure emozionali, ovvero tutta la dimensione
psicologica.
Pochi fra gli
studiosi di Orwell hanno riconosciuto che la la sensibilità di Orwell andava
oltre il piano sociale e politico. Bernard Crick afferma che se anche l'opera
di Orwell "non è stata sempre direttamente politica sul piano degli
argomenti affrontati ha sempre rivelato una consapevolezza politica" (4);
più esplicitamente Keith Aldritt ha sostenuto che la concezione politica è
stata in Orwell creata e sostenuta dalla volontà e da una forte istanza morale.
In tal modo George Orwell avrebbe forzato Eric Blair, fondamentalmente incline
a cogliere gli elementi di crisi nell'esistenza individuale, in accordo con la
tendenza più diffusa fra gli scrittori del tempo (5).
I dibattiti ed i saggi su Orwell
pubblicati su riviste specializzate come su periodici "di largo
consumo" hanno spesso concentrato l'attenzione sui pregi ed i limiti della
"profezia orwelliana" (nonostante 1984 non fosse stato
concepito come una profezia) ed in alcuni casi Orwell è stato un pretesto per
affermare specifiche tesi politiche. Ma anche nei contributi più apprezzabili
in quanto analisi complessive dell'opera di Orwell, la riconduzione
dell'impegno umano e letterario di Orwell alla problematica sociale è risultata
quasi unanime. Ad esempio, riconoscendo che Orwell "è anche uno scrittore
al quale sarà bene rivolgersi in maniera diversa che ad un dirigente di partito
o a un teorico della prassi" (6), Stefano Manferlotti ritiene che il
"problema di Orwell" sia fondamentalmente "una crisi di identità
che nasce dal rifiuto dell'ideologia della propria classe di appartenenza"
(7). Egli sottolinea quindi l'esistenza
di costanti formali nei romanzi di Orwell riconducibili ad una loro omogeneità
tematica: "Flory, antiimperialista, è un agente dell'imperialismo; Dorothy
Hare, che si oppone all'alienazione religiosa è bigotta e figlia di un parroco;
Gordon Comstock, contestatore della società dei consumi è un agente
pubblicitario e così via, fino a George Bowling di Coming Up for Air che
tenta una distruzione dei miti piccolo-borghesi ed è un assicuratore. La
critica di un particolare aspetto del sistema, se formulata da chi ne subisce
direttamente gli effetti, serve non solo a dare oggettività alla narrazione,
rendendola 'realistica' ma anche a rendere ugualmente oggettivo il giudizio
negativo emesso dal personaggio. Ciò che, in ultima analisi, interessa ad
Orwell è infatti proprio il giudizio finale, lo smascheramento dei miti e dei
riti del mondo moderno" (8). Sempre presupponendo un'uniformità tematica
di tipo sociale, anche Peter Lewis evidenzia una costante nella struttura dei
romanzi di Orwell: "il ribelle o l'emarginato che tenta di evadere da una
società ostile e monolitica al fine di trovare una vita più semplice adatta a
lui, e che finisce per essere forzato ad occupare nuovamente il posto
assegnatogli dal sistema" (9).
Queste interpretazioni, corroborate
da alcuni elementi indiscutibili, restano comunque riduttive proprio perché,
come ho cercato di chiarire nel capitolo precedente, i personaggi dei romanzi
citati pur essendo collocati in un ambiente che l'autore descrive in modo non
politicamente neutrale, non sono in realtà presentati come rappresentanti di
una particolare ideologia. In Flory ed in Gordon le affermazioni politiche sono
semplici chiacchiere o ruminazioni mentali che evidenziano più il disagio
psicologico dei personaggi che le contraddizioni sociali. A leggere i pensieri
di Gordon Comstock viene voglia di diventare conservatori. Anche Dorothy non
manifesta una reale opposizione all'alienazione religiosa e George Bowling non
intende minimamente attaccare i miti della borghesia, ma semplicemente
sottrarvisi per un po' perché li sente soffocanti. Inoltre tali personaggi non
tentano realmente di evadere da un certo tipo di società, ma tentano più che
altro di evadere dalle loro chiusure che sono essenzialmente psicologiche.
In tutt'altra direzione Giovanni
Zanmarchi evidenzia nei romanzi di Orwell un filo conduttore non riconducibile
all'affermazione di valori ed ideali politici. Secondo Zanmarchi, "se ci
si concentra soltanto sui lati immediatamente politici e sociali della sua
produzione si rischia di perdere di vista il centro effettivo della sua
tematica: la preoccupazione, direi addirittura l'ossessione, di conoscere la
realtà oggettiva delle cose (10). Per questo, "Le decisioni di affrontare
la povertà tra i vagabondi di Parigi e Londra, di scendere in fondo alle
miniere di carbone del Lancashire, di arruolarsi nella milizia del P.O.U.M.,
probabilmente anche quella di andare in Birmania … furono prima di tutto un
tentativo di entrare in contatto con l'essenza della realtà, di conoscerla, di
sentirla"(11). Zanmarchi sviluppa questo tipo di analisi in maniera
convincente, riconducendo ad essa l'attenzione di Orwell per il linguaggio e
persino il significato da questi attribuito al passato. Tuttavia, questa
sofferta tensione verso il contatto con la realtà (esterna) si spiega proprio
come estensione di un più originario bisogno di contatto con "realtà
interna".
Possiamo quindi affermare che il
"secondo Orwell" (quello che "completa" il giornalista ed
il polemista politicamente impegnato) è un acuto e partecipe osservatore delle
difficoltà che gli esseri umani incontrano nel rapporto con loro stessi. Se
Orwell-politico denuncia i modi in cui il capitalismo e qualsiasi forma di
totalitarismo possono impedire alle persone di realizzare le loro legittime
aspirazioni, l'altro Orwell descrive i modi in cui le persone nascondono
a se stessi ed agli altri i loro desideri ed i sentimenti più profondi,
riducendo così l'intensità della loro esperienza umana.
1. Cfr.: S.Hynes, Introduction, p.6, in S.Hynes
–Editor-(1971)
2. A.Zwerdling, Orwell and the Techniques of
Didactic Fantasy, p.89, in S.Hynes –Editor- (1971)
3. G.Orwell, Letter to Roger Senhouse, in CEJL,
vol. IV, p.520.
4. B.Crick (1982), p.16
5. Cfr.: K.Alldritt (1969), pp.176-177
6. S.Manferlotti
(1979), p.6
7. Ibidem, p.7
8. Ibidem, pp.62-63
9. P.Lewis (1981), p.16
10. G.Zanmarchi
(1975), p.125
11. Ibidem, p.128
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