Fotogrammi di un percorso interiore

(2003)

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

Nota introduttiva (Gianfranco Ravaglia)

Non ancora (Anonimo)

Un uomo senza le parole (Anonimo)

Parole e azioni (Anonimo)

 

 

 

 

 

Nota introduttiva

 

Un cliente (ponendo la condizione dell'anonimato) ha autorizzato la pubblicazione in questo sito di due brevi racconti scritti nel corso della sua analisi. Ha anche aggiunto poche righe per spiegare a modo suo la ragione per cui non scrive più.

Cinque racconti in quattro anni, di cui tre stracciati perché da lui ritenuti non leggibili sembrano indicare che non è uno scrittore. Personalmente trovo comunque dolci e cari i due racconti brevi "sopravvissuti" e leggo con simpatia anche le righe aggiunte come conclusione.

Non essendo uomo di lettere non voglio esprimere giudizi sul valore letterario di questi testi, ma come analista e come persona sono felice di includerli nel mio sito come testimonianza di un percorso interiore. Tale percorso si sviluppa in tre fasi: a) la paura di instaurare rapporti trasparenti ed il rimpianto per le cose non fatte, b) la percezione di una possibile apertura c) la disponibilità ad accettare i limiti personali e ad incontrare gli altri. G.R.

 

 

Non ancora

 

Prendemmo la direzione del mare. Il cielo non prometteva brutto tempo ed era l'ora giusta. Non dovevamo preoccuparci di fare il pieno di benzina, né di telefonare. Ogni foglia che cadeva faceva pensare all'autunno. Non è una brutta stagione, questa.

Lei guardava distrattamente le cose che poi scivolavano via dai bordi dei vetri, mentre l'auto avanzava. Ogni tanto mi guardava e io pure la guardavo, spesso. E pensavo che era piacevole non andare da nessuna parte in particolare, ma avere una direzione, anche se appena chiara. Mancava però qualcosa. A me mancava qualcosa che rendesse davvero accettabile tutta la situazione. Ero un po' preoccupato per questo qualcosa che non sapevo trovare. Come se in parte dipendesse da me il cambiamento; ma aspettavo qualche novità accettabile; qualche distanza che si potesse accorciare.

Era passato un po' di tempo. Lei mi chiese qualcosa. I miei pensieri, la sua domanda, c'era un po' di foschia, ma il sole filtrava ormai bene tra le nuvole autunnali.

 

Parcheggiai a fatica e non nelle vicinanze. Feci una lunga corsa per raggiungere l'ufficio prima della chiusura. Ero molto sudato e avevo la sabbia nelle scarpe.

-Dove sei andato?

-Già, il pomeriggio è volato.

-Qualche problema?

-No, non direi. Non è successo niente, o quasi.

 

Continuai a rispondere a quella domanda, silenziosamente, fra me e me. Quasi niente … poiché, di fatto, succede sempre qualcosa. Forse avrei potuto sfruttare le circostanze almeno per cercare di capire e … farmi una scorta di idee. Ma non l'avevo fatto.

Lei non aveva alcun progetto definito, come me. Semplicemente avevamo tutto il pomeriggio per noi. Non sarebbe piovuto e si poteva anche tentare di … "Ma perché insisti su quei pensieri?", mi chiese all'improvviso. Io non sapevo proprio cosa risponderle, anche perché poc'anzi, da qualche parte, il ritirarmi nei pensieri mi era parso un vile espediente per rimandare qualcosa, mentre in seguito era diventato un lento spostamento verso una sommessa, intima quiete.

 

Restai in piedi di fronte alla scrivania giocherellando con il fermacarte di metallo. Mentre lui attendeva altre parole, gettai uno sguardo oltre la vetrata, quasi verso un improbabile limite. E in quell'istante ricordai tutte le occasioni in cui avevo pensato che una possibilità si sarebbe realizzata, forse, un'altra volta.


 

Un uomo senza le parole

 

Semplicemente, non parlava. Questo era ciò che di fatto la gente, prima di tutto, diceva di lui. Lui stesso sembrava aver accettato tale definizione sommaria, senza mostrare disagio o disappunto per questa sorta di perversa inerzia mentale condivisa da tutti; come se gli apparisse piuttosto il caso particolare di quel normale atteggiamento degli umani per cui tutti sono, principalmente, qualcosa. Chi è "una persona gentile" e poi qualcos'altro; chi è "un brutto carattere" e magari qualcosa in più; chi è irrimediabilmente "sensibile" mentre un altro è comunque e soprattutto "una persona molto intelligente". Quasi che il destino si accanisse ad affidare ad ognuno un falso segreto da svelare continuamente in pubblico, recintando così lo spazio delle possibilità di ognuno.

Marco non parlava. Questo era il suo fatto, la sua verità o la sua bugia, o almeno ciò che prima di tutto si diceva di lui. A volte, nel paese, si esprimevano anche opinioni più complesse sul suo conto. Ma prima di essere qualsiasi cosa, lui "non parlava". Al massimo, per certe persone, "non poteva parlare".

Sulle cause o ragioni della sua condizione non si sapeva molto. Comunque, Marco taceva; almeno da quando era venuto a fare il bibliotecario nel paese; da quando aveva lasciato la città per venire qui. Esattamente tre mesi prima di me, che non ho nulla a che fare con la biblioteca comunale.

Alcuni avrebbero voluto sapere qualcosa di più preciso. Il proprietario del bar in cui facevo sempre colazione era uno di quelli e a volte mi chiedeva, pensando che sapessi. Altri erano meno attratti dall'argomento. Altri erano indifferenti. Al contrario di tanti, io non ero interessato alle cause del mutismo di Marco. Mi interessava la cosa in quanto tale: quella manifestazione abituale in sé, nei suoi risvolti, nelle sue implicazioni.

Ero in qualche modo affascinato da quel silenzio e disposto a considerarlo un evento, anche se reiterato; un miracolo in costante replica. Il perché non mi riguardava. Anzi, avevo proprio accantonato il problema inventando per esso una risposta arbitraria, valida solo per me e da non controllare in quanto per me comunque perfetta. E adatta ad organizzare a mio modo la descrizione dei fatti che andavo annotando con cura. Marco non era, per me, una persona con in meno le parole, perché volevo pensare al suo silenzio come ad una posizione presa nei confronti degli altri, delle parole degli altri. Una sorta di filosofia, più che un guasto al meccanismo; anche se spesso le filosofie non sono altro che la parte sporgente di un guasto, di una frattura.

Comunque, Marco viveva nel suo modo, circondandosi di una certa distanza che mi attirava e catturava la mia attenzione. Per questo mi piaceva essere o considerarmi suo amico, almeno nei limiti da lui consentiti. Anche se questa mia particolare disponibilità non me lo aveva reso più intimo o trasparente di quanto normalmente fosse per gli altri.

 

La visita della madre di Marco fu un avvenimento. Almeno per certe persone. Appena l'anziana signora scese dalla corriera, il barista capì che quella donna non si sarebbe diretta nel suo caffé. La padrona di casa, invece capì di avere più possibilià. E le sfruttò nel migliore dei modi, almeno dal suo punto di vista. Sicuramente sperava di poter rintracciare nel passato del suo inquilino o nella storia della sua famiglia qualche spiegazione. Un fatto rilevante, magari drammatico. Al limite un fatto qualsiasi.

La signora accettò l'invito, ma non raccontò più di tanto. A otto anni Marco aveva smesso di parlare. Il medico non capì. Un altro, uno specialista, fece qualche tentativo; tuttavia Marco continuò a tacere e crebbe, silenziosamente, fino a diventare un uomo, gradevole d'aspetto, abbastanza colto, riservato; l'impiegato della biblioteca comunale che non parla … o che non può parlare. Quello lì, insomma. A dispetto di molte domande e di molte persone.

 

Portava sempre con sé un piccolo taccuino, con una quantità di pagine sufficienti per l'intera giornata. Uno di quei blocchetti tascabili ed economici di cui è fornita qualsiasi cartoleria. Ne comprava un bel pacco ogni mese, appena iniziava a spendere il nuovo stipendio. La penna era però una stilografica di ottima marca. Si può dire che per ogni sua comunicazione scritta, la maggior parte del tempo venisse impiegata nell'estrarre e svitare la stilografica. Il messaggio veniva poi steso velocemente, in caratteri chiarissimi per chiunque, con poche inequivocabili parole.

Essendo suo amico, o qualcosa del genere, ero uno dei pochi, forse il solo, con cui egli sostenesse una specie di conversazione, cioè per cui avesse scritto più pagine nel corso di un unico incontro. Tuttavia, sebbene sembrasse gradire la mia compagnia, dedicandomi tempo e foglietti, non evitò nemmeno con me la sua normale fuga di fronte alle domande più personali: "Mi è difficile scrivere su ciò". Infatti, questa, più del suo mutismo, era a mio avviso la chiave di volta del suo atteggiamento. Trascurabile forse per alcuni o per molti, ma non per chi cercasse veramente di arrivare a Marco. Egli scriveva domande, risposte, considerazioni ragionevoli ed anche spiritose. Scriveva di fatti, di problemi, di avvenimenti. Non però di qualsiasi cosa che lo potesse coinvolgere più che superficialmente in un incontro. Se il suo sguardo, più che il corpo, non avesse a tratti lasciato sospettare qualche vampata di emotività, si sarebbe potuto pensare a Marco come ad una persona ottusa, indifferente alla vita ed agli altri. Ma non era così. Bastava guardarlo attentamente mentre ascoltava, rifletteva o scriveva. Una cosa però era certa: le emozioni che salivano ai suoi occhi erano per lui solamente. Non si affacciavano da lì sul mondo per qualcun altro.

Era questa violenta discrepanza fra la vacuità dell'agire e del comunicare di Marco e l'impalpabile ma percettibile consistenza del suo mondo che mi attirava magicamente nella sua orbita. L'idea di ciò che poteva esistere al di là del controllo e dell'apparente piattezza emotiva di Marco, costituiva la meta obbligata della mia discreta ma intensa curiosità. Finivo per sentirmi la sua ombra, il suo doppio rovesciato, una sorta di recettore esterno della sua vita interiore; il risvolto sociale della sua anima. Forse perché non avevo di meglio da fare. Forse perché non stavo lavorando e perché detestavo la televisione ed i romanzi gialli.

 

La lettera della mia ragazza mi aveva addolorato. Non mi rassegnavo all'idea che tutto fosse irrimediabilmente finito e che l'essermene venuto qui per chiarire con calma le idee sulla nostra relazione avesse avvicinato me a lei ed allontanato lei da me. Definitivamente. Desideravo parlarne con Marco, anche se pensavo che non fosse la persona ideale con cui condividere questo stato d'animo. Nel paese non si era coinvolto in storie d'amore. Si era parlato di qualche suo incontro con una donna, ma come di una cosa così, che non aveva avuto conseguenze di nessun genere. Ovviamente lui non me ne aveva parlato; sarebbe stato difficile scrivere su ciò. Ma forse non c'era proprio nulla da scrivere.

Tutte le sue azioni facevano parte della sua vita; venivano eseguite con cura, come se dovessero costituire una melodia. Al contrario, le persone che incontrava non scalfivano mai la superficie della sua esistenza e solo lui sapeva se in qualche modo lo coinvolgevano segretamente oppure costituivano una semplice eccedenza. Quale che fosse il posto da me occupato nel suo mondo, io avevo bisogno di un amico, o almeno di qualcuno che potessi immaginare in quel ruolo; non c'erano altre persone da cui mi volessi fare ascoltare. E gli lessi la lettera. Di fronte a lui estrassi, esaminai e rattoppai alla meglio la mia anima. Di fronte a lui che ascoltava attento. "Mi è difficile scrivere su ciò". Sapevo che nemmeno in quel caso avrebbe scritto di più; anche se mi sarebbe bastata una parvenza di fraterna compassione.

Tuttavia passò velocemente le dita sugli occhi che da alcuni minuti, quasi imbarazzato, evitava di volgermi. Poi fu subito composto nella sua cortese, pallida, opaca presenza. La conversazione era finita.

 

Credo che partirò. Non ho proprio più nulla da fare qui. Non ho nemmeno disegnato nulla di buono. Già, l'unica mia "attività". Le colline qui attorno mi rendono più inquieto che creativo. Avrei voluto filtrarle, assimilarle, forse collegarle a qualche parte segreta di me, lavorando sulle loro forme; sui loro colori. Marco però mi ha distratto da ciò. Desideravo fargli un ritratto, ma non osavo chiedergli di posare. Lui non avrebbe accettato di essere studiato, indagato, interpretato. E' il mio opposto. Comincia dove finisce la mia voglia di dire, di chiedere, di cercare; e la mia paura di stare solo.

Mia sorella arriverà domani. Per salutarmi, prima che io parta per un lungo viaggio. Dal bar la vedrò scendere i gradini del pullman e le andrò incontro. Sono un po' triste. Forse appena più di un po'.

 

Nella chiesa del paese la musica diventa una cosa particolare. Dentro quello spazio, chi ascolta diventa come una carta assorbente, pesante di suoni raccolti. L'acustica è perfetta. L'organista no. Ma non importa.

Sono arrivato dopo Marco e mia sorella perché dovevo sbrigare una faccenda prima di partire, come previsto, in serata. In realtà volevo sorprenderli assieme.

Mi hanno conservato il posto; il concerto è già iniziato; io resto qui, vicino alla parete. Quando presentai mia sorella a Marco ebbi la sensazione che sarebbe successo qualcosa. E l'idea del concerto venne da lui.

La musica è dolce e riempie lo spazio sopra la gente. Che ascolta, pensando all'armonia dei suoni, a Dio o a cose da niente. Vicino a me un uomo si è addormentato. Io insisto a guardarli. Non sembrano aggrappati ai suoni e sono, in qualche modo, assieme. Marco non scrive sul suo taccuino e la guarda. Mi sembra quasi che … le parli. O forse mi piace pensare così.

Il mio treno sta per partire; lascio il concerto a metà.

 


 

Parole e azioni

 

Parole in fila, come note, come soldatini o come cerchi concentrici nell'acqua. Dolci, fredde, che ti spezzano, che ti scaldano. Parole e poi? Parole di cosa? Parole per cosa?

Parole per vivere, per raggiungere qualcuno. Parole per la paura di raggiungere qualcuno. Parole e azioni.

Ho agito di più. Ho parlato con i gesti, con i movimenti, con i silenzi. E ho incontrato altre persone.

Se scrivere fosse per me più facile continuerei a farlo, ma faticavo molto a distillare parole da una solitudine non accettata e non sconfitta.

Sento il calore delle mie lacrime, il rumore delle mie risate, la dolcezza della compagna che amo. Posso ascoltare il silenzio e rinunciare alle parole perfette che non sapevo trovare. Posso vivere, con pazienza, una vita imperfetta.