(2003)
1. Convinzioni ed esperienze
2. Problemi controversi ai confini
della realtà ordinaria
3. Neutralità impossibile nelle
sedute
4. Irrazionalità del voler credere
e del voler non credere
Bibliografia
1. Convinzioni ed esperienze
I miei interessi per la parapsicologia sono più personali che professionali e non ho mai considerato la mia stanza delle sedute come un "laboratorio" per la formulazione e per il controllo di congetture riguardanti i fenomeni paranormali. Tuttavia, negli ultimi venti anni ho avuto modo di lavorare anche con persone che avevano spiccati interessi per la fenomenologia paranormale o che aderivano a concezioni spiritualistiche orientali o che mi riferivano esperienze personali "non ordinarie".
Nei vari casi ho gestito le situazioni che si presentavano cercando di rispettare scrupolosamente il mio ruolo, essenzialmente finalizzato alla realizzazione di certi cambiamenti individuali e non alla trasmissione di filosofie o ideologie. Anche se certi clienti amano cercare nell'analista un "maestro di vita", gli analisti non sono dei guru; se un analista sente di poter assumere tale ruolo con i suoi clienti, ha sicuramente dei problemi personali gravi ed irrisolti e quasi sicuramente svolge la professione scorrettamente e con risultati scadenti o negativi. Tuttavia, anche rispettando i limiti di una relazione analitica, in diversi casi non ho potuto essere "neutrale" e non ho ignorato situazioni che comunque dovevano essere affrontate.
Prima di entrare nel merito dei temi di questo lavoro, voglio ricordare due tipi ben distinti di situazioni che si possono presentare in analisi: a) quelle in cui i clienti comunicano personali convinzioni sul paranormale, alla luce delle quali traggono particolari conclusioni sulla loro vita o sulle esperienze di altre persone, b) quelle in cui i clienti riferiscono personali esperienze paranormali o ritenute tali.
a) Convinzioni dei clienti. L'interesse manifestato da alcuni clienti per l'ambito del "paranormale" mette in molti casi alla prova, la capacità dell'analista di rispettare idee e posizioni diverse dalle sue.
La capacità di rispettare convinzioni, aspirazioni e valori dei clienti è per un analista la condizione di possibilità per la creazione di un rapporto costruttivo sul piano professionale. La maggiore o minore capacità di tolleranza personale rientra, come tutte le qualità umane dell'analista, nella sua "attrezzatura interiore". Una grave difficoltà in tale ambito non limita soltanto il lavoro analitico, ma lo rende semplicemente impossibile.
In tal senso, convinzioni, interessi e valutazioni nell'ambito del paranormale manifestate dai clienti mettono l'analista in una situazione analoga a quella che si crea quando i clienti manifestano convinzioni religiose, morali o politiche diverse da quelle dell'analista. Questi, oltre a rispettare incondizionatamente le idee diverse dalle sue in quanto idee di una persona, che rientrano in un percorso anche esistenziale di tale persona, deve valutare accuratamente se e quando intervenire. Secondo il mio punto di vista, l'analista dovrebbe sempre astenersi dal lavorare su ciò che soggettivamente non apprezza e lavorare comunque su ciò che disturba l'equilibrio psicologico del cliente. Ciò che vale per le idee politiche, religiose o morali, vale anche per le idee sul paranormale.
b) Esperienze dei clienti. La capacità dell'analista di capire la realtà (sia la realtà in generale, sia la realtà psicologica di un cliente) dipende dall'adeguatezza della sua formazione, e dalle sue risorse individuali e quindi ha inevitabilmente dei limiti. Capita a volte che un analista, anche professionalmente competente, intelligente e umanamente disponibile, sbagli nella comprensione di un cliente, così come capita ad un medico o ad un insegnante di non capire un certo stato di cose e quindi di prendere una decisione sbagliata. Su questo non c'è nulla da dire o da fare.
Per le esperienze "paranormali", tuttavia, si pone un problema particolare: le "conoscenze" a disposizione dell’analista non possono essere semplicemente "più o meno estese, approfondite e accurate", ma dipendono anche dalle personalissime conclusioni tratte dalle ricerche svolte (sempre nell'ipotesi auspicabile che delle ricerche siano davvero state svolte).
In qualche misura, anche la conoscenza di un disturbo psicologico dipende dalla "filosofia" dell'analista, dato che il percorso analitico non è un procedimento derivato meccanicamente da una scienza esatta. Tuttavia per le cosiddette esperienze paranormali il margine di "libertà interpretativa" dell'analista è molto più ampio e tocca molto più in profondità le sue convinzioni non professionali ed i suoi atteggiamenti personali. Inoltre, sul tema del paranormale anche illustri scienziati non discutono sempre le loro interpretazioni di certi fatti in un clima di sereno dialogo (come quando in psicologia si discute sul peso dei fattori costituzionali e sociali di vari disturbi psichici), ma dissentono radicalmente sulla stessa possibilità di classificare come fatti certi eventi. Il punto del contendere, in altre parole, non è tanto l'interpretazione di una specifica esperienza, ma l'accettazione o il rifiuto dell'esistenza di certi aspetti della realtà.
Nonostante la parapsicologia sia una materia in cui le divergenze sono radicali e conducono ad opposizioni intellettuali anche aspre, un analista non può non intervenire in qualche modo se un cliente racconta di aver avuto un'esperienza paranormale.
Tra l'altro, i dissensi relativi all'esistenza di piani non materiali della realtà non sono dissensi emotivamente neutri e poche persone si sentono interiormente libere di cambiare certe idee così "fondamentali" sul piano personale. Sulle questioni relative alla costituzione della realtà, all'ontologia, alla filosofia dell'essere, le persone (anche gli psicologi) hanno spesso idee molto inquinate da pregiudizi, cioè inquinate da fattori emotivi non limpidi; purtroppo, quindi, l'adesione al gruppo dei "credenti" nel paranormale o degli "scettici" rinvia spesso a problemi psicologici irrisolti e non dipende solo dalle conoscenze sul tema.
Questo è un problema a mio avviso insuperabile, almeno fino a quando la comunità scientifica non diventerà compatta nel riconoscimento o non riconoscimento di certi fenomeni come fatti scientificamente rilevanti, cioè presumibilmente mai. Nel frattempo certi clienti continueranno a raccontare in seduta esperienze personali "non ordinarie" e queste esperienze saranno oggettivamente "reali" o "folli" indipendentemente dalle convinzioni soggettive dei loro analisti.
E' chiaro quanto sia pericoloso che un'esperienza psicotica venga trattata da un analista come un'interessante esperienza paranormale, ed è chiaro quanto sia pericoloso che una (eventuale) esperienza paranormale di un cliente venga considerata psicotica da un analista. Le esperienze paranormali, comunque o sono fatti reali o non lo sono. Le cose stanno in un modo o nell'altro e poiché gli analisti hanno sia convinzioni di un tipo che di un altro, uno dei due gruppi di analisti commette inevitabilmente errori gravi.
Ovviamente anche io ho delle idee personali sui fenomeni parapsicologi e non posso parlare da un punto di vista neutrale. L'unica neutralità che so di avere è di tipo emozionale: a me, personalmente non preoccupa l'esistenza o non esistenza dell'anima (o meglio, l'esistenza di vari piani di realtà), l'esistenza o non esistenza di una vita ultraterrena o l'eventualità di varie reincarnazioni. Credo di avere convinzioni e non pregiudizi. Ho anche cambiato più volte le mie idee su questi argomenti e non avrei difficoltà (sul piano emotivo) a farlo ancora.
Devo alla mia analisi personale l'accettazione serena della mia vita, sia che questa sia l'unica, sia che questa sia solo una prefazione seguita da altri capitoli. Questa serenità non ha modificato i miei limiti intellettuali, ma mi ha reso libero da pregiudizi emotivamente determinati nella lettura e valutazione degli studi fatti sull'argomento.
Credo che inevitabilmente molti psicoterapeuti in buona fede abbiano convinzioni sbagliate sul paranormale, dato che non è "assodato" cosa sia giusto o sbagliato sull'argomento; tuttavia spero che chi fa lavoro analitico riesca almeno a sentire una curiosità libera da ansie irrazionali per gli argomenti in questione. Tale centratura non ridurrà gli errori di valutazione intellettuale, ma forse ridurrà l'ostinazione a sbagliare e renderà meno gravi gli errori inevitabili.
2. Problemi controversi ai
confini della realtà ordinaria
Nell'ambito della parapsicologia certi fenomeni vengono discussi in relazione alla loro autenticità ed alle loro possibili spiegazioni. Prima di tutto, quindi, si tratta di stabilire se un certo evento paranormale è da considerare come un fatto o come una confusa collezione di descrizioni approssimative di una normalissima situazione o addirittura se è una montatura appositamente architettata per gli scopi più strani. Una volta che un fenomeno paranormale è stato identificato come possibile oggetto di studio, si deve di valutare quale spiegazione può rendere conto di ciò che è accaduto (dopo aver ovviamente chiarito quali criteri epistemologici e metodologici debbano essere soddisfatti affinché una spiegazione possa essere considerata accettabile).
Nell'ambito della parapsicologia si studiano fenomeni che, per quanto interessanti (ad esempio, la telepatia o lo studio di ipotetici fenomeni ufologici), non mettono necessariamente in crisi la visione della realtà che la scienza occidentale implica. Si studiano però anche fenomeni che, se riconosciuti come fatti, inevitabilmente portano ad una rivoluzione concettuale nelle premesse stesse del pensiero scientifico occidentale. Mi riferisco allo studio di ipotetiche manifestazioni di vita personale dopo la morte (cfr. Moody jr., 1975) o prima della nascita (cfr. Dethlefsen, 1974), di viaggi fuori del corpo (cfr. Monroe 1971, Greenhouse, 1974, Margnelli 1991, Ellison,1998), di esperienze di "alta medianità" (cfr. Ravaldini, 1988, Ravaldini, 2000), di fatti osservabili che sembrano comprensibili solo ipotizzando la reincarnazione (cfr. Stevenson, 1966 e 1997). Questi ambiti di ricerca sono "fondamentali" perché, se certi fenomeni vengono semplicemente ammessi, conducono all’idea di una dimensione soggettiva sganciata dal corpo e quindi implicano un superamento non solo metodologico ma ontologico del concetto ordinario di realtà: implicano cioè l'esistenza di piani di realtà in cui le persone esistono indipendentemente dal fatto di essere "temporaneamente collocate" nella materia, ovvero nell'unica "realtà" che costituisce l'oggetto specifico della ricerca scientifica.
Non a caso, questi temi "fondamentali" danno luogo a due tipi di risposte. Su un primo versante gli scienziati più agguerriti nella difesa del riduzionismo fisicalistico propongono dimostrazioni della non autenticità dei fenomeni studiati oppure propongono, in alternativa, l'idea fideistica secondo cui certi fenomeni verranno prima o poi smascherati o spiegati nel modo consueto. Su un altro versante altri scienziati e studiosi sostengono che i fatti non dimostrati inautentici giustificano l'idea dell'esistenza di una dimensione spirituale irriducibile alla piccola fetta di realtà che la scienza può comprendere.
Personalmente, provo una simpatia profonda per entrambi questi orientamenti o almeno per i contributi non dogmatici di entrambi. Del primo orientamento apprezzo la tendenza allo scetticismo verso le spiegazioni troppo facili, l'agguerrita lotta alle montature e l'antipatia per certe visioni dualistiche che, almeno nell'occidente, sono quasi sempre state portatrici di bigottismo, moralismo, irrazionalità. Della seconda apprezzo la curiosità e la disponibilità a cercare (ovviamente se ciò avviene in modo critico e razionale) anche in ambiti che mettono a dura prova molte consolidate certezze.
Ovviamente non sopporto lo scientismo esasperato che si traduce in una negazione preconcetta di ciò che non rientra in schemi mentali consolidati e non sopporto né gli atteggiamenti misticheggianti da stregoni dilettanti a caccia di sensazioni stupefacenti né l'acritica accettazione di ogni "fatto" un po' strano al fine di trovare rassicurazioni per turbamenti psicologici che meriterebbero ben altre risposte.
Credo che entrambi gli schieramenti abbiano una funzione importante; includono persone decisamente rispettabili (e di questo sono certo per esperienza) e includono purtroppo anche persone che potrebbero essere ritenute "mentalmente chiuse" (Rokeak, 1960).
Non credo di dover spendere troppe parole per esprimere il mio personale punto di vista; rinvio pertanto il lettore allo studio di punti di vista diversi e opposti di studiosi che hanno approfondito adeguatamente le problematiche parapsicologiche (cfr. Luccio, 1982, Angela, 1978, Moss, 1986).
Devo solo dire che, pur essendo partito da una posizione decisamente scettica, giustificata dalla mia formazione in filosofia della scienza, ho a più riprese aggiustato il tiro, raggiungendo la convinzione secondo cui la realtà è probabilmente più complessa di quella descritta dalla scienza occidentale.
Negli anni in cui ho praticato regolarmente la Meditazione Trascendentale (cfr. Bloomfield e AA.VV, 1975 e Wallace-Benson, 1979) ho sperimentato di persona che un esercizio quotidiano molto semplice mi permetteva di dormire poche ore ogni notte e quindi di avere a disposizione lunghissime giornate per continuare i miei studi ed avere anche una vita sentimentale mentre dovevo lavorare molte ore. La scienza spiega le caratteristiche fisiologiche associate allo stato mentale indotto dalla MT, ma non spiega perché un particolare mantra induca tali effetti.
In seguito, ho visto che la medicina omeopatica poteva dare risultati positivi, almeno in certi ambiti. Anche qui, la scienza ufficiale può documentare un significativo (non casuale) ambito di cambiamento, ma non fornisce spiegazioni alternative alle spiegazioni (o pseudospiegazioni) "energetiche" di Hahnemann. Analoghe perplessità sono imposte alla ricerca medica dall'agopuntura (e dalla terapia shatzu) che ha come teoria (o pseudoteoria) di riferimento una "fisiologia sottile" che urta la sensibilità di qualsiasi studente di medicina. Negli ultimi anni, vari studiosi hanno trattato il problema di una possibile integrazione della tradizione scientifica e medica occidentale e di quella orientale (cfr. Capra.1975 e 1982). La questione è però tuttora aperta.
Quando, essendo completamente privo di "sensibilità" (o "sensitività") paranormale, ho cominciato a studiare le questioni più "forti" o "fondamentali" della parapsicologia, ho provato un grosso disorientamento, perché mi accorgevo di non trovare facili risposte e di non disporre di alcun sistema personale di controllo dei dati. Ho anche incontrato persone che mi erano state indicate come dotate di una buona sensitività, senza ricavare alcun elemento ragionevole a favore dell'autenticità delle loro "esperienze". Mi sono divertito molto leggendo resoconti di "fenomeni medianici" smascherati come truffe da intelligenti partecipanti, ma ho trovato più "resistenti" alle critiche alcuni (pochi) resoconti di trance medianica di alto livello, come quelli riguardanti il Cerchio di Firenze (Cerchio Firenze 77, 1977). La critica più serrata dell'intera e complessa vicenda del medium fiorentino mi è sembrata quella di Polidoro e Garlaschelli (2001), ma non mi sembra del tutto convincente, anche se getta alcune ombre sulla questione.
In ogni caso, l'argomento che più mi ha intrigato è stato quello della bilocazione (O.B.E., Out of Body Experences). Mi è capitato di incontrare (poche) persone che mi hanno riferito di aver avuto esperienze personali di quel tipo e sulla limpidezza mentale e sincerità di alcune di loro non ho alcun dubbio. Alcune ricerche a mio avviso particolarmente attendibili (Green, 1968, Tart, 1968 e 1974) hanno rafforzato la mia convinzione.
Tutto sommato, tendo a credere che la scienza occidentale tratti un segmento di realtà e non "la realtà" e che molte conoscenze tradizionali orientali o mistiche o trasmesse secondo canali non ordinari possano dire "di meglio e di più" sulla realtà. In ogni caso mi occupo di cose di questo mondo perché solo in tale ambito ho conoscenze e possibilità di controllo. Se arrivassi a convincermi che quegli indizi di trascendenza e di spiritualità che ora considero reali non sono altro che il risultato di letture inadeguate dei fatti, sarei tranquillo come ora.
Non mi interessa molto sapere se la mia vita continuerà dopo la morte o cesserà con l'ultimo mio respiro. Ciò che mi "tocca" è il fatto che questa vita, quella che sento come "mia", finirà e che sono responsabile del modo in cui spenderò ogni minuto di ogni giornata di questa vita; ciò che mi fa sentire prezioso il presente è il fatto da me sentito ed accettato per cui ogni istante potrebbe essere l'ultimo.
Nessuna idea religiosa può rassicurarmi, nessuna idea bigotta può turbarmi e nessuna visione spirituale delle cose può cambiare il fatto di sentirmi irrimediabilmente limitato, fragile, piccolo e comunque capace di decidere, di impegnarmi, di incontrare gli altri in modi positivi e costruttivi. Nessuna idea materialistica può confortarmi né avvilirmi.
Un mio eventuale ritorno al "partito degli scettici" sarebbe quindi per me non traumatico. Mi renderebbe però perplesso su certe questioni professionali. Per questo ho voluto scrivere questo breve saggio. Pur ritenendomi poco preparato nel campo della parapsicologia, credo che la mia (personale, provvisoria, ma ben meditata) comprensione di certi fatti mi abbia aiutato in alcune particolari situazioni professionali; se avessi avuto altre idee, sarei intervenuto in modo diverso e probabilmente errato. Di queste cose parlerò nel prossimo paragrafo.
3. Neutralità impossibile
nelle sedute
Una cliente, che chiamerò Alberta era in analisi da alcuni anni e ormai si stava preparando a concludere il suo percorso analitico. All'epoca dell'incontro che voglio riportare, mi stavo accingendo a cambiare studio. Non avevo parlato con nessun cliente della cosa e Alberta non frequentava miei conoscenti stretti. In ogni caso, per due mesi avevo cercato un nuovo studio e solo da pochi giorni avevo visto un appartamento che per alcune caratteristiche particolari mi era sembrato adatto alle mie esigenze del momento. Avevo rivisto in mattinata l'appartamento ed avevo lasciato un deposito all'agente immobiliare. Mentre uscivo da un caffè incontrai Alberta. Ci salutammo affettuosamente e mi chiese se per caso stessi trasferendo la mia attività professionale in quella zona. Le chiesi come lo sapesse e mi disse che non lo sapeva, ma appena mi aveva visto aveva avuto una delle sue "sensazioni". Le confermai di aver appena lasciato un assegno all'Agenzia e scherzammo un po' sul fatto che non le si poteva mai nascondere niente.
La cosa può essere considerata poco importante, ma dato il nostro rapporto professionale aveva dei risvolti significativi.
Alberta aveva avuto occasionalmente "sensazioni" corrette relative ad avvenimenti non da lei dipendenti. Ne avevamo parlato in qualche seduta, senza perderci troppo tempo poiché a lei non interessava particolarmente una sua eventuale "sensitività" ed anche a me la cosa non interessava più di tanto. Avevamo accettato che forse certe cose capitano, che sembrano capitare in certi casi a lei e ogni volta avevamo lasciato cadere il discorso per occuparci di questioni più significative per il suo percorso analitico. Dico questo per sottolineare che Alberta era tranquilla su quelle cose, non andava in giro a fare "profezie" dal parrucchiere e non faceva corsi per diventare strega professionista. Aveva altri interessi e non era né turbata, né attratta dalla sua occasionale capacità di "sapere" cose per vie non chiare.
Mettiamo il caso che nelle poche occasioni in cui avevamo toccato l'argomento, le sue "sensazioni" fossero state semplicemente fenomeni casuali: rientra nelle regolarità statistiche che ogni tanto un nostro pensiero trovi riscontro in un accadimento. Forse Alberta non aveva mai avuto percezioni non ordinarie. Mettiamo il caso che io avessi sempre dato poca importanza alle sporadiche comunicazioni fatte a me da Alberta sull'argomento più per scetticismo che per scarso interesse. Mettiamo il caso che io fossi fermamente convinto che certe cose non possono avvenire perché violano le leggi note della psicologia e della fisica. Come avrei dovuto spiegare "scientificamente" la sua "sensazione" relativa al mio trasloco?
Come prima possibilità avrei dovuto pensare che Alberta mi avesse visto con l'agente immobiliare. A parte il fatto che chi lavora nel settore immobiliare non gira con un cartello sulla schiena indicante la professione svolta, avrei potuto ritenere che qualche piccolo particolare del nostro modo di salutarci e di entrare o uscire dal condominio potesse essere stato ragionevolmente indicativo del tipo di incontro in questione. Nel caso, perché Alberta avrebbe dovuto dirmi una balla anziché dirmi "ti ho visto da queste parti con una persona mezz'ora fa e mi sono chiesta se per caso vieni ad abitare da queste parti" ?
Come seconda possibilità avrei dovuto pensare che Alberta avesse colto da qualche piccolo segno (da un giornale di annunci economici rimasto casualmente fuori posto nel mio studio o da improbabili indizi del genere) il mio interesse per la ricerca di un nuovo appartamento e, incontrandomi in un quartiere lontano dal mio attuale studio, avesse sospettato un trasloco in zona. Nel caso, perché Alberta avrebbe dovuto rifilarmi la balla delle sue "sensazioni"?
In entrambi i casi, credendo fideisticamente nell'impossibilità delle "percezioni non ordinarie" di Alberta, avrei dovuto dare per scontata la sua propensione ad ingannarmi per prendersi gioco di me o per vantarsi di capacità eccezionali. Avrei quindi dovuto ipotizzare un'ostilità transferenziale agita o un certo grado di ipomaniacalità. In tale eventualità avrei comunque dovuto ripensare l'intero nostro rapporto, la valutazione caratterologica della cliente e le prospettive del percorso analitico di Alberta.
Dopo un paio di mesi ho concluso il lavoro con Alberta. Successivamente ho avuto modo di incontrarla casualmente, di avere sue notizie da sue amiche in analisi e continuo a pensarla come una persona cara, equilibrata, di buoni sentimenti con il cervello in ordine e con la capacità di percepire alcune cose in modo non ordinario.
Angela era una giovane insegnante che aveva da un anno e mezzo iniziato l'analisi e che aveva superato molto velocemente una fase di depressione profonda, ma non grave, ancorandosi stabilmente alle sue capacità adulte, che non erano scomparse nemmeno nel periodo più buio. Solo per ignoranza dei famigliari era stata inizialmente (e inutilmente) affidata ad uno psichiatra che, senza valide ragioni, aveva prescritto psicofarmaci (fortunatamente in dosi lievi). Dopo poco tempo, seguendo il consiglio di un'amica, si era rivolta ad un medico che aveva sconsigliato gli antidepressivi, prescritto molti integratori alimentari e consigliato una psicoterapia. Da quasi un anno ci eravamo liberati dei problemi urgenti e ci occupavamo delle sue chiusure caratteriali e delle sue difficoltà di relazione.
Nella seduta precedente a quella che voglio riportare avevamo affrontato le sue esitazioni nell'espressione della rabbia sul piano fisico. Il lavoro non aveva dato luogo a significative aperture, ma era stato almeno un buon inizio. Dopo molte incertezze si era permessa di urlare a pieni polmoni ed a gridare "no" a sua madre. Si era un po’ preoccupata per l'intensità della sua aggressività e aveva bloccato il pianto che era successivamente affiorato. Non avevamo avuto il tempo per concludere in modo appropriato il lavoro.
Angela inizia la seduta successiva parlandomi del suo disagio dopo il nostro ultimo incontro.
GF. Hai fatto molta fatica a trattenere un'emozione molto profonda. Quando si avvia un processo emozionale senza portarlo alla sua naturale conclusione si può avvertire un "disagio", ed esso può essere percepito soggettivamente come stato d'animo oppure può essere bloccato e percepito sul piano fisico (tensione, spossatezza, parestesie, ecc.).
A.-La sera della seduta, a letto, ho sentito il mio corpo in modo … particolare. Da bambina ciò mi accadeva spesso. Come se il mio corpo si smaterializzasse. Ho perso sensibilità anche se, concentrandomi, potevo muovere un piede o una mano. Però sentivo le mani più grandi del normale e, unendole, percepivo che … si attraversavano. Siccome quell'esperienza cominciava a durare troppo, mi sono "concentrata" e sono stata in grado di percepire normalmente il mio corpo.
GF.-Parlami di ciò che ti capitava da bambina. A quale età facevi queste esperienze?
A.-Negli anni difficili per i problemi fra mia madre e mio fratello: fra gli otto ed i dodici anni. Era come se una parte di me (la testa) viaggiasse ed il resto del corpo restasse fermo. In diverse occasioni ho fatto questi "viaggi". Poi ho smesso, ma per un certo periodo ho mantenuto la sensazione di potermi muovere con leggerezza mentre il corpo restava fermo. A ventisei anni ho fumato canne per un po' e quando avevo fumato mi sentivo "assente". A volte ero seduta, ma non sentivo di essere seduta. Mi cadevano oggetti dalle mani se non prestavo molta attenzione al fatto di tenerli stretti. Mi spaventavano queste sensazioni e smisi di fumare canne. Ero già un po' depressa e queste sensazioni peggioravano il mio stato d'animo. Mi spaventavano anche. Vorrei parlarti dell'esperienza della notte dopo la seduta perché non so cosa pensare. In questo periodo sto abbastanza bene e, anche la seduta difficile fatta è comunque stata per me positiva. Un anno fa non mi sentivo libera di esplorare la mia rabbia con quella intensità. Ho avuto delle reazioni che poi ho bloccato, ma questo è capitato altre volte. La seduta è finita "troppo presto", ma non capisco quella reazione.
GF.-Non so se è stata una reazione alla seduta, ma non parlerei di quell'esperienza come di un sintomo.
A.-Lo psichiatra non la pensava così.
GF.-Mi spiace per lui, ma anche se la questione è controversa fra gli studiosi, quelle esperienze capitano anche a persone che non conoscono la depressione nemmeno da lontano. Sembra che tu abbia avuto una bilocazione la sera della seduta e che facessi spesso esperienze del genere da bambina o da ragazzina. Le sensazioni che avevi facendoti canne erano sintomi, ed erano un effetto diretto del "fumo". Siccome in quel periodo iniziavi ad essere depressa anche il tuo stato d'animo dopo una canna poteva essere peggiore di quanto fosse normalmente. La bilocazione è una cosa, gli effetti delle canne un'altra e la depressione un'altra ancora. Certe persone portano i capelli lunghi, hanno una spiccata intelligenza e sono sempre ansiose. Il loro stato d'animo pessimo non ha nulla a che fare con la lunghezza dei capelli o con la loro intelligenza.
A.-Se non è un sintomo, cos'è la bilocazione?
GF.-E' un tipo di esperienza, più frequente di quanto sembri. In genere si presenta solo una volta (in situazioni traumatiche o di forte stress o di indebolimento fisico) e le persone cercano di non pensarci, di considerarla una "semplice impressione"; in altri casi viene sperimentata in più occasioni da persone che non hanno conoscenze o informazioni adeguate e non ne parlano per paura di essere considerate matte. Tali esperienze capitano anche a persone non inclini ad avere allucinazioni, fenomeni dissociativi o confusione mentale. Ci sono varie pubblicazioni sull'argomento che è uno dei più interessanti della ricerca nell'ambito dei fenomeni paranormali.
Probabilmente hai fatto un uso difensivo di quella tua "capacità". Da bambina ti "allontanavi" dalla famiglia anche in quel modo per non sentire quanto stavi male e la settimana scorsa forse ti sei parzialmente "sdoppiata" perché non riuscivi a trasformare il tuo "disagio" in un'emozione e ad esprimerla adeguatamente.
A.-E' un sollievo poter comprendere quelle esperienze in questo modo. Ma … come "funziona" la cosa.
GF.-Ci sono delle teorie. Quelle meno scientifiche purtroppo sono le più coerenti. Sulla cosa si può discutere. Se vuoi ti indico delle letture sull'argomento, ma preferirei che non dessi troppa importanza alla questione. Certe persone si fissano con la voglia di paranormalità, girano sempre coi pendolini nella borsa e i tarocchi in tasca, sentono energie strane e vedono spiriti dappertutto. Fanno dei corsi per spostare oggetti col pensiero, sviluppare la telepatia ed anche per sdoppiarsi a volontà. Se qualcuno ha una spiccata capacità bilocativa, credo debba occuparsene e rendere possibili delle ricerche controllate sul fenomeno, ma non mi sembra questo il tuo caso. Se tali esperienze ti capitano ancora, bene. Se non ti capitano, bene lo stesso. Se però ti capitano (o te le vai inconsapevolmente a cercare) in momenti di "disagio", torna subito nel tuo normale modo di essere, lavora sul tuo disagio e mettiti in gioco sul piano emotivo.
Non sono stato neutrale. Anche se non ho proposto la mia chiave interpretativa preferita come verità assoluta, ho detto ad Angela quello che pensavo e sono intervenuto basandomi sulle mie convinzioni relative alla bilocazione e su quelle relative alla mia cliente. Basandomi su una concezione alternativa avrei potuto mettere in discussione tutto ciò che pensavo di Angela: decidere che era soggetta a gravi episodi dissociativi e convincermi che il suo percorso analitico fosse stato da me frainteso. Avrei anche potuto cercare altre prove della sua "patologia" (che "evidentemente" mi era sfuggita), magari inviandola per un controllo da uno psichiatra.
Sono trascorsi sei mesi dalla seduta riportata, Angela sta fondamentalmente bene e lavora su problemi che per molti sarebbero un lusso. Se continuassi a cercare indizi di gravi disturbi psichici, proverei un gran senso di frustrazione ogni volta che vedo il suo bel sorriso (non indicativo di euforia) e ogni volta che sono testimone della sua tristezza e del suo dolore (che non hanno a che fare con le difese depressive).
Una studentessa, che chiamerò Flavia, nel corso del colloquio iniziale mi parlò delle sue difficoltà agli esami, che negli ultimi tempi si erano aggravate. Nonostante una carriera universitaria brillante, aveva sempre avuto tensione e occasionali vuoti di memoria agli esami, ma recentemente aveva avuto veri annebbiamenti, totale deconcentrazione e molta ansia, quasi panico. Nel corso dello stesso colloquio mi accennò ad alcune esperienze particolari fatte occasionalmente negli ultimi anni. In un periodo in cui aveva preso ansiolitici per un "esaurimento nervoso", guidando l'automobile si era vista (dall'esterno) contro un palo ed un secondo dopo aveva sperimentato l'impatto, fortunatamente con conseguenze modeste, dato che procedeva a velocità ridotta. Anche nel corso del penultimo esame (il primo vissuto in modo particolarmente difficoltoso) si era "sdoppiata", mentre nell'ultimo, essendo più in contatto con la sua paura, era rimasta "unita". Mi parlò per sommi capi della sua storia, delle sue difficoltà e della sua agitazione se doveva esprimere emozioni. Gli esami superati facilmente erano quelli meno "coinvolgenti" in cui aveva potuto fare una "esposizione tecnica". Gli ultimi due erano stati quelli più coinvolgenti sul piano personale perché collegati alla tesi di laurea in letteratura e riguardanti un autore da lei particolarmente "sentito".
Voglio riportare ora alcuni passaggi di questo colloquio.
Le faccio notare che sta parlando con molta disinvoltura e con distacco di cose terribili. Riconosce la sua difficoltà ad accettare di star facendo un colloquio con me per ottenere un aiuto sul piano personale. La incalzo dicendole che secondo me non sta davvero cercando di essere aiutata da me-persona a superare le sue difficoltà, ma vuole solo essere messa in condizioni di essere tranquilla il giorno della tesi o a scuola quando insegnerà, senza cambiare nulla della sua spaccatura fra ciò che sente e ciò che esprime con gli altri. A questo punto, Flavia ammette un'opposizione nei miei confronti e subito mi dice di vedersi dall'esterno, di vedere la nostra conversazione dall'esterno.
GF. Da quale punto della stanza mi stai vedendo?
F. Dalla stufa.
Prendo un foglio, lo piego in quattro e lo riapro; faccio il movimento adatto a disegnare quattro cerchi nei quattro quarti di foglio. In tre casi sfioro solo il foglio con la penna ed in uno traccio davvero il cerchio. Dalla sua posizione reale mi ha visto fare quattro cerchi, ma non ha potuto vedere il foglio. Oriento il foglio verso la stufa e le chiedo di dirmi in quale quarto di foglio ho disegnato il cerchio e mi dà la risposta giusta.
[N.B. Tale "esperimento" non è davvero significativo. Le probabilità erano del 25% e Flavia poteva aver udito a livello subliminale il rumore della biro su quel quarto di foglio. L'esperienza non è stata ripetuta. Mi è risultata sufficiente, soggettivamente, perché mi aspettavo che indovinasse: non mi sembrava una persona così fuori di testa da avere fenomeni dissociativi ricorrenti tanto gravi, anche se sicuramente manifestava lievi esperienze dissociative].
GF. Ti sei mai preoccupata del tuo sdoppiamento?
F. Sì. Però, parlando con un'amica che come me aveva avuto un esaurimento nervoso, ho saputo che ciò capita anche ad altri. Quando mi vedo dall'esterno mi guardo senza giudizi. L'esperienza è anche piacevole.
GF. E' per questo che ti sdoppi?
F. Forse sì. E' rasserenante.
GF. Alcuni dicono che queste esperienze non capitano solo a chi ha "esaurimenti".
F. Infatti, a dodici anni mi sdoppiai sulle scale, prima di una importante competizione sportiva. Non stavo male, ma comunque ciò fu rasserenante.
GF. Fare karate non è un sintomo. Picchiare la gente lo è, se non ci sono gravi ragioni. Tu usi probabilmente la capacità di fare quel tipo di esperienza per rasserenarti, perché non sai trovare la tua serenità in modi normali. Il problema sta nel tuo rapporto con la tua emotività, non nella tua "competenza" relativa allo sdoppiamento.
F. Io so di essere in fondo tenera, fragile, viva. Mi mostro determinata, riservata, distaccata. Se esprimo qualcosa, esprimo sintomi di agitazione, disagio, paura.
Concludiamo il colloquio proponendoci di lavorare sul suo rapporto con se stessa e di non limitarci a considerare i suoi sintomi.
Flavia aveva un pessimo rapporto con se stessa e varie difficoltà nell'espressione delle sue emozioni e nelle relazioni interpersonali. Tendeva a difendersi con il distacco, la scissione e lievi modalità dissociative. Le esperienze di sdoppiamento potevano essere ignorate oppure esplicitamente descritte come uno degli aspetti più gravi della sua struttura difensiva. In entrambi i casi Flavia si sarebbe sentita "anormale" nel corso di ogni esperienza non ordinaria. Ho scelto di considerare i suoi fenomeni bilocativi come fatti non ordinari ma non patologici e di sottolineare la loro utilizzazione a scopi difensivi. Ho anche scelto di trattare esplicitamente la questione. Forse avrei potuto dire le stesse cose anche se avessi considerato la bilocazione come un semplice sintomo dissociativo (così come una volta dissi ad una cliente che non mi interessava lavorare sul suo eccessivo peso corporeo, ma sulla sua controdipendenza e sulla sua paura dell'intimità, pur considerando il suo peso un grave sintomo). Tuttavia, se non avessi davvero considerato la bilocazione una reale esperienza, non avrei condotto il colloquio in quel modo.
Quando Flavia ha iniziato ad aderire maggiormente alla sua emotività ed ha iniziato ad esprimerla, non solo ha superato i suoi momenti di annebbiamento e panico, ma ha scoperto di potersi sdoppiare con fatica e di non sentire l'esigenza di farlo.
Di tutt'altro genere sono state alcune sedute condotte con clienti che mi riportavano con entusiasmo e commozione la loro partecipazione ad incontri di channelling (presunte esperienze di contatto con un angelo custode, realizzate con l'aiuto di un/una presunto/a medium).
In questi casi ho cercato di chiarire che
1) data la possibilità (non scontata per tutti, ma plausibile o ragionevole per molti ricercatori) di piani non materiali di realtà, l'esistenza di "protettori invisibili" e di una comunicazione con loro non era impensabile, ma da provare nei singoli casi,
2) in assenza di prove non era ragionevole una reazione emozionale ad un "incontro" che non si poteva considerare "avvenuto", più di quanto fosse ragionevole l'entusiasmo per la vincita ad una lotteria di cui non si conosceva ancora l'esito,
3) in tali casi incerti, la forte reazione emozionale rientrava (come ogni atteggiamento irrazionale) in una logica difensiva.
A quel punto orientavo il lavoro analitico sul desiderio di contatto con un'entità protettiva. Tale eventuale esperienza di contatto era percepita in termini riparativi rispetto ad esperienze di abbandono, non accettazione o svalutazione vissute con i genitori.
In questi casi ho voluto sottolineare che "il bisogno di credere" funziona come interruzione di un lutto possibile o in corso, perché allontana la persona dalla consapevolezza della definitiva mancanza di alcune esperienze che nell'infanzia sarebbero state positive e necessarie.
In genere, in questi casi, non ometto di chiedere il costo della "seduta di channelling" e di far notare che, non rilasciando regolare fattura, la persona "specializzata in spiritualità" guadagna quasi il doppio di un professionista che applica le stesse tariffe.
Qualsiasi esperienza non ordinaria di questo tipo non è affatto un'esperienza, a meno che non produca prove oggettivamente controllabili. Ad esempio, se un/una medium dice (in rappresentanza di una presenza angelica) cose del tipo "hai sofferto molto nella tua vita", "sei una persona sensibile", "le tue difficoltà hanno un significato spirituale", dice ciò che qualsiasi persona può dire e che non merita di essere attribuito ad esseri spirituali. Se dice "stai vivendo con tensione il tuo recente licenziamento" dice qualcosa che comunque la persona sa e che il/la medium potrebbe cogliere per canali non ordinari, ma "elementari" e del tutto personali. Se un'ipotesi telepatica (non certo "ordinaria", ma di "basso livello" nell'ambito della fenomenologia paranormale) basta a spiegare un fenomeno, non c'è ragione per introdurre un'ipotesi medianica. Le "prove" richieste perché si creda di aver fatto un'autentica esperienza di channelling devono essere forti: devono riguardare fatti non conosciuti dalla persona e controllabili. Ad esempio, se un medium dicesse "il medico che ha seguito il parto di tua madre voleva divorziare e ha divorziato quando tu avevi un anno", e se tali vicende risultassero confermate, ci sarebbero motivi fondati per ritenere che il/la medium possa essere in contatto con un’entità che "segue" la persona da molto tempo. La stessa conclusione sarebbe da trarre se il/la medium dicesse "devi fare accertamenti perché hai il disturbo fisico x che non ti è ancora stato diagnosticato", oppure "controlla sul cellulare che ora è spento, e troverai un messaggio di tuo fratello inviato da pochi minuti".
Questi interventi possono essere fatti sia da analisti che rispetto al paranormale sono classificabili come "credenti", sia da analisti "scettici". Si tratta di interventi semplicemente intelligenti e rispettosi. Nel caso però di esperienze personali particolari, una loro valutazione (con ciò che ne consegue sul piano pratico) non può essere "neutrale" e dipende inevitabilmente da ciò che in generale l'analista conosce o ignora di certe fenomenologie e dalle conclusioni personalmente tratte dagli studi fatti.
4. Irrazionalità del voler
credere e del voler non credere
Poiché questo lavoro ha un taglio analitico e non parapsicologico voglio completarlo mettendo a fuoco i fattori psicologici che possono inquinare una serena ricerca intellettuale nell'ambito del paranormale. Tali fattori psicologici "disturbanti" possono condurre sia a conclusioni irrazionalmente "favorevoli" sia a conclusioni irrazionalmente "contrarie" all'esistenza di fenomeni paranormali.
Comunque stiano le cose, così come ci sono ragioni a favore di una posizione e di un'altra, ci sono anche "ragioni sbagliate" (comprensibili sul piano emotivo, ma infondate) a favore di entrambe. Parlerò quindi dell'irrazionalità di certe propensioni a "credere" o a "non credere" alla realtà di certi fenomeni paranormali (e, conseguentemente, a certi piani di realtà).
a) Irrazionalità del
"bisogno di credere"
Il cosiddetto "bisogno di credere" (sia a dogmi religiosi, sia a dottrine mistiche, sia a fenomeni "non ordinari") non è ovviamente un bisogno in senso stretto, ma una manifestazione difensiva che presuppone l'idea (discutibile) che una realtà trascendente sia rassicurante. Le persone "pregiudizialmente credenti" non solo credono a certe cose ingenuamente, ma credono ad esse perché trovano rassicurante l'esistenza di una dimensione spirituale.
Vediamo ora alcuni tipi di "ottimismo" difensivo riconducibili a superficiali adesioni a dottrine mal comprese, non razionalmente esaminate e ciecamente affermate.
Il primo tipo di ottimismo si riduce ad un bisogno di appartenenza. La cosa è più complessa e delicata di quanto possa sembrare. Molto spesso, più spesso di quanto si crede, si accettano idee serie o bizzarre semplicemente perché esse sono affermate da un significativo gruppo di riferimento. Nell'infanzia ciò può essere scontato, ma nella vita adulta (che in genere veramente adulta non è) si verificano atteggiamenti simili. Quante persone adulte dichiaratamente cattoliche hanno qualche vaga idea della ragione per cui sono cattoliche e non protestanti o maomettane o atee? Per quanti "credenti" l'eventualità di non credere più sarebbe emotivamente accettabile come quella di cambiare opinione su questioni meno connesse al senso di appartenenza ad una comunità? Ovviamente l'illusione di essere meno soli al mondo in quanto membri di un gruppo non colpisce solo le persone superficialmente religiose, ma anche quelle superficialmente comuniste o consumiste o maschiliste o femministe o affezionate ai quiz televisivi. Tale illusione non toglie e non aggiunge nulla al valore delle concezioni che vengono accettate, ma indica un modo non autentico di aderire ad un gruppo. Per alcune persone "credenti" nella trasmissione del pensiero e nei presentimenti o nelle dottrine orientali il riconoscimento in una comunità, magari marginale in occidente, ma compatta, può costituire comunque una rassicurazione relativa ad un bisogno d'appartenenza più comprensibile nell'infanzia che nella vita adulta.
A volte questo senso di appartenenza rassicurante ha sviluppi inquietanti, anche se superficialmente buffi, che costituiscono una versione originale del bisogno di sentirsi "nel giusto" o "più uguali degli altri"; mi riferisco alla versione "orientale" della logica dei "bravi bambini". In tali casi ci si convince di far parte di un gruppo di persone speciali che vivono "spiritualmente", sentono cose non comuni, percepiscono energie "spirituali", sono "libere" da attaccamenti terreni e, in ultima analisi sono "più brave delle altre". C'è un numero crescente di persone che legge regolarmente pubblicazioni banali relative a varie dottrine spirituali o che legge testi seri di cui non capisce nulla e che si crogiola in una beata percezione di cose strane, sono "piene d'amore" verso tutti (con un sorriso stampato in faccia come un timbro), dialogano con la natura, scoprono segni "rivelatori" in tutti gli eventi che si verificano ("se l'autobus è in ritardo evidentemente dovevo arrivare in ritardo"), sono fobici rispetto alla carne, tossiscono mezz'ora appena sentono l'odore di una sigaretta ed hanno l'abitazione che puzza di incensini accesi dalla mattina alla sera. Questo trend naturista, orientaleggiante, misticheggiante e fatto di esili ma assolute certezze rientra ovviamente in una visione della realtà emotivamente fasulla. Le stesse dottrine spirituali tradizionali riconoscono che ciò che si sente riguarda comunque il piano emotivo e non il piano dell'anima o dello spirito e l'idea di un "sentire spirituale" è logica come quella di un quadrato circolare. Se queste persone confuse rinunciassero a questa impalcatura emozionale difensiva potrebbero cominciare a sentire cose più "semplici", ma più profonde, come ad esempio le loro autentiche emozioni: quelle "antiche" (i vissuti non integrati) e quelle attuali, sicuramente meno "nobili", ma anche cariche di profonda ed umana compassione per loro stessi ed i loro simili.
Un altro "bisogno" psicologico che spesso porta le persone a credere irrazionalmente nel paranormale e nel trascendente rinvia alla paura di accettare una vita finita, limitata, provvisoria. In qualche modo, come nelle religioni si vuol credere ad un "paradiso" che compensi le difficoltà dell'esistenza attuale, nelle visioni laiche della spiritualità a volte si vuol credere in una salvezza radicale rispetto alla finitezza del vivere e all'inevitabilità del morire.
L'idea del Karma, associata a quella secondo cui ogni sofferenza ha "un senso" e secondo cui ogni vita è una tappa di un percorso costituito da varie vite può dare serenità a chi non vuole confrontarsi con il problema della finitezza esistenziale e della morte, nonostante le dottrine della reincarnazione non siano state formulate in termini rassicuranti sul piano psicologico. Esse affermano la reincarnazione dell'anima, cioè di un aspetto della persona che non coincide con il cosiddetto "Io" o con la personalità esistente in ogni incarnazione. Questa viene ritenuta una sorta di veicolo temporaneo dell'anima che, facendo esperienze sul piano fisico, emozionale e mentale, consente all'anima di raffinarsi o "elevarsi". Tutta questa concezione è rassicurante solo se si trascura che le persone si identificano alla loro personalità contingente, anche se "in fondo" sono tale anima. Il problema della loro finitezza e della loro morte è un problema della loro personalità incarnata e non della loro anima. La concezione della reincarnazione quindi, sul piano psicologico, non è affatto rassicurante, così come non sarebbe rassicurante per un reggimento mandato al massacro sapere che il generale, mentre dirige le operazioni, è al sicuro in qualche bunker.
Noi, nei termini in cui pensiamo a noi stessi ed alla "nostra" vita, dobbiamo morire e prima di morire dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, con le asperità della realtà, con le malattie, l'invecchiamento, l'irrazionalità dei nostri simili. L'idea che la nostra anima sopravviva non è rassicurante perché di tale anima "noi" non sappiamo molto. "Noi" perderemo comunque le cose più care.
Quindi, l'idea ottimistica di superare la sofferenza della finitezza e della morte con un’altra reincarnazione è irrazionale anche per chi trova ragionevole credere in altri piani di realtà ed in altre vite.
b)Irrazionalità del
"bisogno di non credere"
La rassicurazione relativa alla "consistenza" personale ottenuta con l'adesione ad un gruppo (ove vi sia un problema personale relativo alla mancanza di contatto e conferme nell'infanzia) si può costruire aderendo a qualsiasi gruppo e quindi anche alla "grande famiglia" costituita dalla "comunità scientifica", soprattutto se si trascura il fatto che tale famiglia non è rassicurante come l'immagine del Mulino Bianco; infatti, nella scienza non si è realmente tutti uniti nella contemplazione di una verità evidente, ma si è tutti alla ricerca mentre si litiga sui fatti, sulle descrizioni dei fatti, sulle metodologie, sulle teorie e sui fondamenti epistemologici delle teorie. Comunque, in senso molto lato, esiste una "comunità scientifica", e chi non si sente al sicuro con se stesso può credere di essere al sicuro più come membro del circolo della scienza che come membro di una parrocchia.
Una volta, un medico al quale avevo incautamente riferito una cura omeopatica fatta, mi "regalò" una conferenza sulla non scientificità dell'omeopatia, "illuminandomi" sul fatto che i rimedi omeopatici non contengono sostanze chimiche, salvo quelle della loro base alcolica o zuccherina. In quella stessa logica avrebbe potuto spiegarmi che non "esiste il telegiornale" perché dalle antenne televisive non è mai passato un giornalista in carne ed ossa. Tuttavia si permise di spezzare una lancia a favore dell'agopuntura in quanto tale "terapia" era ormai entrata nei corsi universitari. Ora, se l'idea della purezza della razza ariana rimase un'idea stupida anche quando entrò nelle università della Germania nazista, la terapia dell'agopuntura non può diventare sensata solo perché insegnata in qualche corso universitario. Quel medico ovviamente non aveva nozioni relative alle profonde affinità concettuali esistenti fra le tradizionali spiegazioni fornite per l'omeopatia e per l'agopuntura. Ciò che sapeva era che le terapie insegnate all'università vanno bene, mentre le altre sono, per definizione, semplici idiozie.
Quel medico non era uno stupido, e per quel che ne sapevo era uno specialista serio e competente. Sul piano emotivo aveva però bisogno di appoggiarsi a qualche certezza, di sentirsi parte di un gruppo e di un gruppo abbastanza forte come quello rappresentato dalla medicina accademica.
Ovviamente l'interesse per la scienza e l'applicazione delle capacità personali alla comprensione della realtà non ha nulla a che fare col bisogno di sentirsi appartenenti ad un gruppo.
Quanto detto precedentemente per l'irrazionalità “orientaleggiante” vale quindi, con le dovute sostituzioni di termini, per l'irrazionalità “occidentaleggiante”.
Vari fattori emotivi comprensibili, ma non ragionevoli e quindi difensivi, possono contribuire ad atteggiamenti ostili alle problematiche parapsicologiche.
Uno di questi è costituito dal timore di non avere un sufficiente controllo delle situazioni. Gli umani amano avere il controllo, sono felici che l'auto che comprano sia stata collaudata, vogliono sapere il programma di un convegno prima di pagare l'iscrizione, desiderano sapere quali vaccinazioni sono necessarie prima di raggiungere un paese lontano. Ciò è più che giusto. A volte però, per ragioni riconducibili più all'infanzia che al buon senso, sentono il bisogno di avere il controllo su tutto, proprio perché certe sicurezze di base mancarono nelle prime fasi della loro vita. In questi casi, le persone possono anche decidere di unirsi ad un/una partner non veramente desiderato/a solo perché in tale rapporto si sentono indispensabili e non rischiano una separazione; possono anche decidere di risparmiare tutta la vita senza fare nulla di buono (per loro stessi e per gli altri) col loro denaro, pur di avere una "vecchiaia sicura". Gli esempi si possono moltiplicare considerando la propensione a fare controlli medici non necessari o a verificare dieci volte se è stata chiusa correttamente la porta di casa, ma in ogni caso ci si rifiuta di accettare che la vita non può essere "sicura".
La sicurezza che serve tanto ai bambini è in realtà un'illusione che a loro fa bene proprio perché sono piccoli e non sono pronti a convivere con la realtà così come è. Per gli adulti, al contrario, l’idea di essere o poter essere al sicuro è una chimera pericolosa. Il mestiere di noi essere umani consiste proprio nel fatto di convivere con il dolore della nostra precarietà personale e con la gioia per le cose belle che possiamo sperimentare finché siamo vivi.
Se la scienza diventa ideologia, cessando di essere metodo, se diventa dogma rassicurante sulla capacità di controllare tutta la realtà, cessando di essere strumento, non serve all'uomo di scienza ma al "bambino" che è attivo psicologicamente dietro la maschera della razionalità scientifica. Quando certe situazioni irrisolte vengono sepolte sotto un mucchio di "certezze", la scienza può essere sfruttata in modo irrazionale e per scopi non realistici.
Un'altra ragione di tipo emotivo che spinge molte persone a rifiutare il paranormale affonda le sue radici non tanto in problemi psicologici relativi alle sicurezze "di base", ma in un'intransigente e diffusa ostilità. L'ostilità per ciò che di orribile è stato fatto con la scusa di idee misticheggianti o che è stato "approvato" da autorità "spirituali" è comprensibile. Dalle crociate ai roghi per le streghe, dai vari "anatema sit" alle colonizzazioni in cui i sacerdoti preparavano il terreno allo sfruttamento di un terzo mondo già povero e da impoverire ulteriormente, dai tabù sessuali ai vari moralismi, molti aspetti terribili ed insopportabili hanno accompagnato le varie ideologie spirituali nella storia dell'umanità. Tuttavia, la rabbia indiscriminata e pregiudiziale rivolta ad un certo orientamento generale nel pensare e nel sentire è rassicurante ed irrazionale. Fa dimenticare gli orrori che sono stati prodotti anche dal laicismo, dal materialismo, dalla scienza e fa dimenticare le buone cose che sono maturate sotto i vari alberi della spiritualità. Resta quindi la necessità autenticamente razionale di distinguere fatti di ordine diverso e di valutare i vari problemi prescindendo da simpatie personali, anche fondate, ma esasperate e divenute idee rigide e irrazionali.
Una delle ragioni emotive più forti che portano pregiudizialmente al rifiuto del paranormale o del piano spirituale ha tuttavia a che fare con una profonda angoscia (negata) per la morte, la sofferenza, il limite inevitabile dell'esistere. La stessa angoscia che porta a credere (se si adotta una difesa ottimisticamente fiduciosa) porta a non poter altro che non credere (se si adotta una difesa orientata a negare il problema).
Quando, ad esempio, nelle relazioni di coppia si porta il bisogno (antico e infantile) di sostegno, a volte si cerca un/una partner con caratteristiche materne e rassicuranti per coltivare l'illusione di trovare quel tipo di sicurezza psicologica necessaria nell'infanzia che nella vita adulta non è più possibile; altre volte invece si mette a tacere l'antica disperazione negando il problema e "decidendo" che la vita di coppia è noiosa e che si può vivere bene solo assaporando giorno per giorno una beata vita da single. Una simile opposizione si può evidenziare fra i "credenti ottimisti" e gli scettici "indifferenti". Per questi ultimi la morte non è un problema, la vita è quel che è ed i sogni sono solo sogni. Quindi, per tali persone, niente va cercato per risolvere problemi che restano irrisolti e che non ci turbano più di tanto se non siamo intellettualmente infantili. Sia nei “credenti per ottimismo”, sia negli “scettici per distacco emotivo”, l'atteggiamento pregiudiziale è difensivo e costituisce una fuga dalla consapevolezza del fatto che la finitezza dell'esistere è dolorosa e tale resta sia per i credenti, sia per gli scettici. In entrambi i casi, il terrore infantile di affrontare la precarietà personale è soffocato in modo rigido ed irrazionale e quindi non è elaborato e superato.
Come adulti, abbiamo il compito di accettare il dolore personale della nostra infanzia e quello inevitabile della nostra vita reale nel mondo reale. Fatto questo, possiamo serenamente cercare di capire se i fenomeni paranormali ed eventuali piani di realtà non ordinari siano una realtà. Tale ricerca ha valore se viene svolta in modo accurato, razionale e libero da pregiudizi.
Un biologo può anche essere dogmatico nelle sue convinzioni sull'anima senza fare danni. Un analista dogmatico ne farà comunque, prima o poi, quale che sia la sua posizione sull'argomento. Solo se avrà la piena ed incondizionata disponibilità emotiva a vivere bene sia una vita intesa come puramente materiale, sia una vita intesa come parte di una dimensione più ampia, potrà essere sereno nello studio della parapsicologia e soprattutto nel rapporto con clienti che lo costringono a riflettere su eventuali esperienze paranormali. Rischierà comunque di fare diagnosi sbagliate quando comunque valuterà in un modo o in un altro una OBE, o una percezione non ordinaria, ma lo farà con quel margine di dubbio che gli permetterà di non dire la parola sbagliata al momento sbagliato. Se sarà un "credente critico" o uno "scettico non dogmatico", eviterà di dire sciocchezze. Dirà poco o il necessario, comunque con "solida incertezza" e darà al fenomeno un peso secondario, concentrandosi sugli altri elementi psicologici a sua disposizione.
Per i clienti non è quindi importante che l'analista creda o non creda alla possibilità di esperienze non ordinarie; è importante che non ci creda troppo, che non sia troppo interessato alle sue teorie e che possa essere molto interessato alle loro esperienze, alle loro difese, alle loro possibilità di cambiamento.
La Fondazione
Biblioteca Bozzano-De Boni, con sede a Bologna (40122 - Via G.Marconi 8)
rappresenta una delle più ampie raccolte specializzate, in Europa e nel mondo di
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sito della Fondazione è alla pagina web:
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Affermazioni sul Paranormale (Cicap) è un'organizzazione scientifica e
pedagogica, senza fini di lucro, che promuove un'indagine scientifica e critica
nei confronti del paranormale. Il sito del Cicap è alla pagina web:
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